set 10, 2020 - Notizie    No Comments

Torri di pietra e di acciaio

Fra le enormi vasche industriali disseminate ad entrambi i lati della Statale 106 si nasconde un fabbricato di età medievale. Le condizioni strutturali sono critiche nonostante tempestivi interventi negli ultimi anni. Tarantini e viaggiatori solitamente ci passano avanti e la mancanza di adeguate segnalazioni e strutture ha reso un importante sito storico impraticabile per visite turistiche. Il complesso, così come appare oggi, risale ai tempi della dominazione normanna. I normanni erano i vichinghi oggi famosi per molte recenti produzioni cinematografiche e televisive. Si trattava di un luogo di sosta e riposo per pellegrini. Il santuario prende oggi il nome di S.Maria della Giustizia sostituendo la precedente denominazione di S.Maria del Mare.

l’Illustre storico del ’600 Ambrogio Merodio, autore di un ricco compendio storiografico sulla nostra città, così scrisse:

“Comprese Boemondo esser venuta la sua ora allorquando la crociata mise in moto la cristianità romana, ed il nipote Tancredi e il fiore degli Altavilla gli furono a fianco. Al loro seguito si affollarono gli italiani che si fregiarono col segno della croce ( … ) Così al Duce normanno fu dato di passare in rassegna un esercito tanto poderoso, da poter reggere al raffronto con quello allestito da Raimondo di Tolosa e da Goffredo di Buglione ( …. ).

Taranto, durante il periodo delle crociate, rigurcitò sempre di combattenti, sia che essi partissero per la Palestina,sia che tornassero da Terra Santa,sia che nell’attesa degli imbarchi i crocesegnati fossero costretti a sostare nelle nostre terre. Conseguentemente l’Ospizio di Santa Maria del Mare ebbe nell’epoca delle crociate destinazione alquanto differente…quivi le refrigeranti acque del Tara che snoda il suo corso fra quella riarsa campagna e che in ogni tempo era in grado di offrirsi ai bisogni delle ciurme e dei combattenti.

A sì intensa vita, a tanto frastuono d’armi e d’armati,in quegli androni ove echeggiò il fatidico grido: Deus Vult! E di dove a suon di corni ed a sciorinate bandiere si partiva incontro alle carovane per convogliarle sicure alla meta, più tardi seguì la serena quiete del chiostro”

Con immaginazione potremmo vedere negli interni vuoti e spogli l’andirivieni di uomini bardati di stoffe multicolori e nei cortili carri e depositi pieni di armi,vettovaglie e necessità varie di un lungo viaggio.

Si tratta della famosa prima crociata del 1096 e i principi normanni ebbero un ruolo decisivo nell’impresa che si concluse con la presa di Gerusalemme nel 1099. Il Principe Boemondo di Taranto non aveva perso la sua indole vichinga e si era unito nella spedizione per conquistare non solo la benevolenza divina ma anche una nuova corona quale poi era quella di Antiochia. Il signore di Taranto gettò le basi del Principato di Antiochia che sarebbe rimasto uno dei regni crociati più potenti per quasi un secolo.

Raimondo, anche egli di sangue normanno, litigò ferocemente con Boemondo per Antiochia e fu protagonista di molti complotti ed episodi militari che minarono la coesione dell’esercito crociato e conquistò con le armi la signoria su Tripoli in Libano.

L’altro principe normanno,Goffredo di Buglione, partecipando alla spedizione conquistò il titolo di Difensore del Santo Sepolcro di Gerusalemme combattendo a lungo sia contro gli egiziani della dinastia fatimide sia contro altri signori crociati determinati a guadagnarsi indipendenza da Gerusalemme.

La Storia è passata tumultuosamente attraverso queste bianche pareti senza lasciare oggi segni riconoscibili. Il sito, già vuoto verso la fine del periodo considerato, nel 1194 venne affidato alle cure dell’eremita Cataldo Ferlizio che, secondo le cronache citate dal Monsignor Giuseppe Blandamura, alto membro del clero tarantino del XIX secolo, venne ucciso poi da uno schiavo musulmano ( al tempo la schiavitù era largamente praticata nel Mediterraneo ). In seguito all’omicidio, secondo le cronache, al santuario fu dato il nome di Santa Maria della Giustizia. Indipendentemente dalla veridicità storica dell’episodio, l’impianto non subì variazioni finendo ben presto dimenticato dalla maggioranza dei tarantini.

Rovine, come Blandamura disse: desolanti ruderi e le sbiadite memorie, lentamente hanno assistito alle radicali trasformazioni che coinvolsero la città dei due mari. Ciminiere annerite e brutture in cemento circondano tuttora il vecchio ospizio mentre il ventesimo secolo,con i suoi ritmi impensabili per chi dormì fra quelle mura, corre davanti senza sosta e forse senza memoria verso un futuro che rischia,oggi, di essere invece eterno presente.

GABRIELE SUMA

mag 18, 2020 - Notizie    6 Comments

Draghi e Katane

Sulla data di inizio della seconda guerra mondiale molto si è discusso prevalentemente focalizzandosi sugli eventi europei per la semplice ragione che gran parte della produzione storiografica era di provenienza occidentale, europea o anglosassone escludendo, a torto e a ragione, l’equivalente di origine sovietica e non occidentale. La prevalenza del teatro europeo anche per eventi di portata globale rappresentava bene anche la percezione dell’occidente come centro e motore della Storia.

Una constatazione di fatto della storica egemonia culturale,militare,ideologica venutasi a creare inesorabilmente oltre i confini geografici per quasi mezzo millennio.

Oggi la tendenza appare essere di senso inverso; stiamo assistendo all’apparente ritirata e rinchiudersi dell’Occidente in tutti i suoi campi ,dalla tecnologia alla forza militare. Gli osservatori ed analisti valutano l’emergere della Cina come una “risposta” all’Occidente e la propaganda di Pechino, difatti, punta molto su una sorta di “revanscismo” nella presunzione di una percepita centralità perduta in passato. Il concetto di un “impero perduto” per incompetenza e corruzione dell’indebolito potere imperiale e per arroganza e superiorità militare dello straniero si sposa bene con il disegno nazionalista del governo autoritario cinese, determinato ad acquistare una posizione di egemonia presentandosi come modello alternativo all’Occidente sul palcoscenico mondiale.

Dovremmo preoccuparci ?

a mio parere la Storia non smette di insegnare per quanto poi le lezioni che se ne ricavano non arrivano ad influenzare gli eventi come se in qualche maniera il ripetersi degli schemi avvenga indipendentemente dalla consapevolezza acquisita.

La Cina, guidata da un oligarchia tecnocratica e legata alle forze armate, ha bruciato decenni di evoluzione tecnologica ed economica con pugno di ferro e pianificazione dall’alto guadagnando potenza militare e strumenti politici di portata globale. Gli USA hanno fornito il “carbone” al motore cinese con aiuti e finanziamenti negli ultimi anni della Guerra Fredda a scopo di allontanare l’Unione Sovietica dall’Asia senza curarsi delle conseguenze anche sui propri interessi a lungo termine.

Questo insieme di fattori può far richiamare alla mente l’ascesa altrettanto rapida del Giappone al momento della sua forzata apertura alle “navi nere” statunitensi fino alla sua improvvisa corsa alla conquista di terre e risorse per alimentare e mantenere lo sviluppo innescato a spese dei vicini con le buone e con le cattive maniere.

Si ritiene che nel 1937 la seconda guerra mondiale fosse già scoppiata in quanto Tokyo, confidente nella propria potenza, invase la Cina per aggregarla al proprio impero coloniale ( Manciuria, Taiwan, Corea, ex colonie tedesche del Pacifico ). L’aggressione giapponese suscitò indignazione mondiale per la efferatezza nei confronti della popolazione e timori geopolitici da parte di molteplici attori dell’arena internazionale. La Germania hitleriana fornì alla Cina armamenti ed equipaggiamenti prima che Tokyo accettasse l’alleanza proposta da Berlino mentre gli USA e Impero Britannico, dapprima sostenitori dell’imperialismo nipponico in chiave anti-russa, condannarono le aggressioni evitando però il confronto diretto.

Le ragioni dell’aggressività del Sol Levante risiedevano nelle necessità materiali di risorse necessarie e nello sviluppo economico di un sistema industriale sviluppato in un territorio povero,sia nell’ideologia neoshintoista ed imperialista che animava l’intera popolazione, convinta di una sacra missione e disposta ad ogni sacrificio per essa. Il fanatismo collettivo,unito al diffuso sentimento razzista ( parzialmente ancora presente nell’attuale società nipponica, tra l’altro ) è stato uno dei fattori della ferocia quasi incomprensibile del modo di pensare ed agire dei giapponesi durante tutta la guerra.

Era sempre stato sempre così il Giappone ? sì e no a dire il vero. Effettivamente il Giappone aveva intrapreso in passato due guerre di conquista particolarmente devastanti nei confronti della Corea senza dimenticare una più antica impresa ammantata dal mito alle origini stesse dell’Impero fondato dal Clan Yamato, tuttora la Casa Imperiale, forse la più antica dinastia reale vivente. Le avventure bellicose hanno contrassegnato i momenti in cui l’articolato arcipelago di isole veniva riunito con la forza delle armi, come “valvole di sfogo” per gli enormi eserciti rimasti senza lavoro e senza possibilità di reimpiego della vita civile ritenuta degradante, quasi insultante.

Così come Hideyoshi, fondatore dello shogunato pur non diventandone mai Shogun ( titolo che verrà attribuito solo al suo più caro alleato in vita sua, dopo un altra guerra civile ) scatenò i samurai disoccupati alla conquista della Corea nel 1592 venendone poi sconfitto, così i clan filo-imperiali, una volta abbattuto lo shogunato nella Guerra Boshin ( 1868 ), ritennero di dover imitare le potenze coloniali del XIX secolo cercando in Asia spazi non ancora raggiunti da altre potenze a danni di paesi vicini senza nemmeno la scusa del proselitismo religioso e propositi di civilizzazione. Tutto questo accadeva per singolari circostanze scaturite da un sistema politico dominato dalle forze armate rappresentanti direttamente l’autorità dell’Imperatore.

L’Imperatore era stato fatto semidivino proprio nell’occasione del trasferimento del Trono dall’antica capitale Kyoto alla ex capitale dello Shogunato a Tokyo ( la vecchia Edo ). Da prendere in considerazione il fortissimo carattere simbolico della demolizione dell’immenso castello degli Shogun con conseguente installazione, sulle fondamenta risparmiate, del Palazzo Imperiale tuttora esistente al centro esatto della attuale tentacolare megalopoli nipponica.

L’Esercito, modernizzato con lo studio dei modelli europei, si proponeva di diventare strumento, rappresentando l’Imperatore, dei clan vincitori ( fra tutti i potenti Satsuma ) che rapidamente si presentarono al mondo nella veste di dinastie di industriali ed impresari. Le concentrazioni dei gruppi dominanti della nascente industria disprezzavano però i meccanismi del commercio moderno per pregiudizi ed abitudini secolari preferendo la via alla conquista come soluzione alla povertà di materie prime nel territorio. Cosi si era arrivati a quel lungo e doloroso processo di colonizzazione della Corea e della Manciuria.

Quando la Grande Guerra disintegrò l’assetto europeo, il Giappone non perse occasione di espandere il suo impero anche nel Pacifico inglobando le colonie tedesche senza sparare quasi un colpo, avvicinandosi molto alle altre colonie occidentali, in particolare Filippine passate ad essere un protettorato statunitense in seguito alla guerra ispano-americana del 1898. Non è un caso che proprio negli anni fra la fine della Grande Guerra e l’Ultima Guerra gli americani ,prevedendo il conflitto, avevano messo in cantiere il famoso Piano Orange basato su elementi chiave della condotta strategica effettivamente applicata contro il Giappone durante la seconda guerra mondiale.

Quando Francia ed Olanda crollarono sotto i panzer germanici nel 1940, l’Indocina francese, sotto gestione di Vichy, scivolò nell’orbita di Tokyo impegnata a preparare una vastissima operazione che, come un disastro meteorologico improvviso, avrebbe dovuto travolgere tutto il resto dell’Asia meridionale. Un simile uragano di fuoco era dovuto alla impellente necessità di prelevare petrolio e materie prime per sostenere la propria industria anche colpita duramente dalle sanzioni inflitte dagli USA per la guerra contro la Cina che si trascinava sin dal lontano 1937.

La guerra con gli USA scoppiò quasi come per “costrizione” considerando che i vertici politici di Tokyo, in diverso grado, erano consapevoli della superiorità statunitense come è stato dimostrato dalla febbrile attività diplomatica poco prima di Pearl Harbour per una risposta alla richiesta americana di ritiro dal Sud-Est Asiatico e dalla Repubblica Cinese allora guidata dal generalissimo Chiang Kai Shek.

In tempi attuali può far riflettere la similitudine con lo scenario odierno della militarizzazione cinese in corso da anni nel Mar Cinese Meridionale per implicazioni geopolitiche per l’economia cinese dipendente ancora molto dall’importazione di petrolio e altre forme di energia da molteplici fonti fuori dal proprio territorio.

Per quanto non si ebbero dubbi sulla legittimità delle campagne belliche in Asia, taluni ambienti della Marina Giapponese erano molto preoccupati della grandezza industriale della Grande Repubblica Stellata accertata da addetti militari e agenti diplomatici. l’Ammiraglio Tomosaburo Kato, spietato nelle repressioni contro la dissidenza, rappresentando la Marina e la Nazione alla celebre Conferenza Navale di Washington del 1922, tentò di ritardare la guerra proponendo migliore bilanciamento del numero delle corazzate fra le maggiori marine. Un impegno fortemente criticato dai falchi della Marina e dell’Esercito che fecero di tutto per far fallire ulteriori negoziati temendo di far perdere all’Impero nipponico le conquiste in Cina e in Corea. La febbre nazionalista aveva coinvolto la Marina a tal punto che già poco prima di uscire dal Trattato di Washington aveva  ordinato la costruzione della supercorazzata Yamato nei cantieri di Kure.

Il contrasto fra Esercito e Marina si potrebbe anche spiegare con la tensione interna dovuta allo squilibrio economico ingenerato dalla crisi della produzione agricola conseguente all’abbandono dei campi verso le città durante la fase di industrializzazione, che a sua volta necessitava di costante afflusso di materie prime ottenibili solo con importazione.Ciò mentre la Corea fin dal 1919 restava indocile per non parlare delle difficoltà in Cina. Inoltre c’è stato un breve periodo in cui a partire dall’adozione del suffragio universale maschile nel 1928 furono adottati strumenti repressivi in nome dell’ultranazionalismo conservatore sotto la bandiera dell’ideologo Ikki Kita che sognava una Nazione fondata sullo “spirito” alla maniera simile dell’Hitleriano motto di un popolo,una nazione,un Capo. Il moderato primo ministro Hamaguchi Osachi si trovò ad affrontare la Grande Crisi del ’29 e l’ostilità dell’Esercito che organizzò un attentato contro la sua persona.

La situazione peggiorò negli anni successivi in seguito ai crescenti disordini in Manciuria e Corea, nei quali l’Esercito agì senza autorizzazione dell’Imperatore ( Hirohito ). Si trattò di quel convulso periodo in cui l”Ultimo Imperatore” Pou Yi, reso celebre dall’opera filmica di Bernardo Bertolucci ( 1987 ) , cacciato dalla nascente Repubblica Cinese divenne il sovrano fantoccio della Manciuria sotto protezione giapponese. Un periodo di caos politico anche per il Giappone stesso che diventò teatro di attentati di ministri e alti dirigenti del Governo da parte dei nazionalisti più fanatici fino alla morte del primo ministro Inukai Tsuyoshi,ucciso in un attentato, nel 1932, anno dell’inizio del vero e proprio fascismo nella terra del Sol Levante.

Quando gli apparecchi lanciati dalle portaerei bruciarono le corazzate americane a Pearl Harbour il 7 dicembre 1941, buona parte dell’arcipelago indonesiano entrò forzatamente a far parte dell’ormai vastissimo impero di Yamato partendo sopratutto dall’isola di Hainan sottratta alla Cina nella primavera del 1939. L’affondamento spettacolare della corazzata Wales e incrociatore Repulse della Marina Imperiale Britannica sotto le bombe aeree furono il più significativo simbolo di quella inesorabile tempesta di ferro e fuoco come aveva promesso Yamamoto all’allora Primo Ministro Konoe poco prima dello scoppio della guerra.

I giapponesi invasero territori statunitensi e britannici fino alle porte dell’Australia travolgendo l’opposizione sempre più ostinata fino al 1942 quando la tremenda disfatta nella grande battaglia delle Midway nel giugno dello stesso anno pose fine alla potenza navale della Marina Imperiale giapponese.

Mentre la Thailandia diventava alleata dell’Impero, i giapponesi, tramite complesse quanto spettacolari manovre da manuale, cacciarono i britannici dalla Birmania nella primavera del 1942 restandone padroni incontrastati per lungo tempo.

La lunga occupazione di buona parte della Birmania e del resto della penisola durò per quasi tutto il resto della guerra con conseguenze poi importanti per lo sviluppo dell’ideologia nazionalista locale che caratterizzerà i diversi processi del cosiddetto periodo di “decolonizzazione” post-bellica ponendo fine all’epoca degli imperi coloniali usciti apparentemente vincitori dal conflitto.

La linea del fronte nel sud-est asiatico affondava fra intricate giungle e montagne inaccessibili e mutava costantemente forma a causa dell’inedito modo di fare la guerra imposta dalle particolari condizioni ambientali. I monsoni e l’assenza di strade rendevano impossibili manovre spettacolari di massa tipo guerra europea ma i giapponesi si adattarono molto più velocemente degli inglesi riuscendo anche a dare parecchio filo da torcere pur con crescenti difficoltà in seguito alla catastrofe di Midway.

Grossomodo ci sono stati due differenti dinamiche degli eventi militari che hanno sconvolto la Birmania a partire sopratutto dal ’43, il fronte principale occidentale verso le porte dell’India e i confini settentrionali in direzione Cina.

Gli inglesi lasciarono dietro le linee nemiche nuclei di guerriglia costituiti da non veri e propri professionisti ma entusiasti volontari, conosciuti con il termine di “chindit” tratto dal termine “chinthe” nome di un leggendario grifone birmano. Questi gruppi si impegnarono molto in attacchi di disturbo guadagnandosi prestigio e fama, con effetti sul morale degli alleati sul fronte. La guerriglia,gestita con notevole successo da Charles Orde Wingate già conosciuto per essere stato consulente militare delle forze dell’Abissinia dell’imperatore Hailè Selassiè contro l’Italia nel 1936, era destinata a mutare l’esito stesso della guerra in quelle latitudini.

Gli alleati ebbero buon gioco grazie agli enormi vantaggi del virtualmente infinito “Arsenale della Vittoria” che vomitava a getto continuo materiali e mezzi di ogni genere. I giapponesi, invece, erano avviati al lento declino pur conservando nei territori birmani occupati una piccola ma sempre agguerrita forza costituita da veterani per quanto sempre più allo stremo per la riduzione dei rifornimenti e rinforzi dovuta ai rovesci sempre più gravi nel fronte del pacifico.

Gli inglesi, ancora legati a dottrine classiche, tentarono una grande offensiva convenzionale verso la fine dell’anno ’43 per sfondare la “porta di ingresso” per il Mandalay quale l’area di Akyab. L’esito fu subito disastroso nonostante l’abbondante messa a disposizione di forze e la battaglia assunse presto i famigliari tratti delle “Somme” della Grande Guerra: attacchi a testa bassa, perdite pesanti, insignificanti risultati. I giapponesi tennero saldamente in mano l’intera situazione con le sole forze disponibili richiedendo, solo dopo diversi giorni, il rinforzo di una sola divisione comandata da Takeshi Koga che cambiò le carte in tavola travolgendo e mettendo quasi in rotta gli anglo-indiani, pur superiori di numero ma divisi dai fiumi ed asperità del terreno. Una manovra quasi di stile napoleonico che costò agli alleati ingenti perdite materiali e migliaia di vittime fra morti e feriti.

Un risultato decisamente eclatante, considerando le difficili condizioni in cui i giapponesi a quel momento si trovavano suscitando negli alleati drastiche riconsiderazioni sulle proprie tattiche e sull’organizzazione.

Immediata conseguenza fu una serie di “cadute di teste” nel comando anglo-indiano spianando la strada all’ambizioso quanto spietato generale William Slim che aveva guidato la ritirata dalla Birmania di fronte all’iniziale invasione nipponica e represso con decisione rivolte nel Bengala da parte delle popolazioni locali colpite da privazioni causate dalla guerra in corso.

I rovesci subiti avevano scosso Churchill che propose, come suo solito, audaci concetti come la sostituzione degli indiani con “commandos” per “forgiare” un nuovo esercito indiano con il loro esempio. Per questo motivo, in seguito ad intensi dibattiti fu scelto Lord Claude Auchinleck che diventò il “padre” dei moderni gurkha che vennero inseriti in forza standard di un battaglione a tutte le brigate anglo-indiane.

Wingate e Slim, in modi diversi, avevano riorganizzato la possente arma aerea per il ruolo di sostegno ravvicinato sia nelle battaglie che nei rifornimenti per prevenire le consuete strategie di avvolgimento dei giapponesi.

Una strategia non nuova perché già contemplata dai tedeschi sul fronte russo pur su scala assai inferiore ( le truppe assedianti Stalingrado furono rifornite tramite via aerea ).

Solitamente gli inglesi trascuravano i bisogni e le condizioni psico-fisiche della truppa ( al contrario degli americani e di altri alleati occidentali in genere ) ma sul fronte indiano si è assistito a forte impegno per assistenza sanitaria ed alimentare per migliorare il morale e prevenire il malcontento coltivato da propaganda nemica e ridurre gli effetti devastanti della malaria e altre malattie particolarmente virulente in quella regione.

Le disfatte subite sono state dunque di lezione preziosa e ben presto gli alunni ( gli alleati ) impararono dai propri errori finendo per battere i maestri ( i giapponesi, o meglio il “napoleone birmano” Koga ) .

I giapponesi, logorati da persistenti incursioni limitate, ritennero di anticipare gli alleati con una vasta ed articolata operazione offensiva allo scopo di ottenere quella “battaglia decisiva” che tanto Tokyo ricercava per ottenere condizioni migliori per un eventuale negoziato.

L’offensiva aveva come obiettivo principale la distruzione delle forze anglo-indiane nella cruciale area di Imphal attualmente in territorio indiano, nella regione del Manipur fra il Bangladesh e l’attuale Myanmar ( la vecchia Birmania ). L’intera operazione fu affidata sul campo a Motoso Yanagida al comando di una divisione praticamente contro tutto l’intero IV corpo d’armata anglo-indiano di presidio dell’area. Contemporaneamente a ciò i giapponesi pensarono di ingannare gli alleati con una “finta” nell’Arakan ( una regione del Bengala orientale, a sud del Bangladesh ) per allontanare dal vero bersaglio ingenti forze nemiche. Il piano studiato dal generale Renya Mutaguchi, famoso per la sua presa di Singapore all’inizio della guerra, era ambizioso e prevedeva un azione coordinata di ben tre divisioni diverse suscitando però molte perplessità nei vertici militari nipponici in Birmania, ben consci dell’ormai incontrastato dominio aereo alleato. Si trattava di un audace manovra, insolita per gli standard nipponici, con colonne di carri armati e blindati nonostante il carattere impervio del terreno caratterizzato da montagne,risaie, paludi entro i termini previsti di quasi tre settimane.

Audace piano già reso quasi suicida per il cattivissimo stato in cui si trovavano due su le tre divisioni previste per l’operazione e senza quasi alcuna copertura aerea, contrariamente agli standard tedeschi dell’epoca, basati proprio sul principio del controllo del cielo per il successo.

Gli inglesi avevano in zona Imphal diverse forze,fra cui 2 brigate corazzate indiane, il nerbo della futura arma corazzata indiana moderna ( pur con comandanti inglesi ), costituite da carri armati di produzione americana e, disponibili come eventuali rinforzi, tre battaglioni gurkha e circa una dozzina di regolari indiani. A conti fatti, i giapponesi attaccarono in inferiorità numerica, senza supporto aereo e malamente equipaggiati contro difensori ben assestati e, con tutta probabilità, già ben informati sulle intenzioni considerando che erano già studiate complesse contromisure per neutralizzare l’azione nipponica, facendo massiccio uso dell’arma aerea.

L’intero piano giapponese era già andato in crisi quando un’intera divisione indiana riuscì ad evitare l’accerchiamento e i carri armati alleati risultarono pure impenetrabili quasi ai colpi. Gli alleati evitarono la battaglia per logorare i giapponesi attraverso il territorio. Da notare anche che la strategia dell’Arakan si risolse in un fallimento poiché gli alleati trasferirono numerosi rinforzi ( parecchi indiani ) provenienti dalla regione via aerea annullando i terribili sforzi degli attaccanti. Nella fase più violenta della battaglia gli alleati erano in netta superiorità numerica e la versatile, quanto modernissima, strategia difensiva diede poi la vittoria alla parte alleata.

I giapponesi si privarono di uno dei loro vantaggi quale la giungla e l’asperità del terreno che garantì loro la lunga tenuta della Birmania cercando battaglia in terreni sempre più aperti del tradizionale paesaggio indiano con tutte le conseguenze del caso quando il cielo è sotto controllo avversario. La situazione divenne poi catastrofica per i giapponesi che si trovarono ormai senza scorte, munizioni e cibo e la guerriglia chindit, sempre attiva, tagliava i rifornimenti che venivano passati a dorso di mulo lungo sentieri aspri di montagna. Intanto la malaria stava falcidiando senza distinzione di grado fra i ranghi di entrambi gli eserciti contrapposti. Iniziò così la lunga,terribile, “anabasi” dell’esercito giapponese battuta in ritirata, in condizioni ancora peggiori rispetto alla famosa vicenda narrata dallo storico greco Senofonte quasi duemila anni prima.

Nella ritirata fu completamente distrutta un intera divisione fra le tre scese in campo durante l’operazione e con essa l’intera 15° armata giapponese della Birmania non si riprese più.

I giapponesi si impelagarono nella lotta contro gli uomini comandati dall’instancabile Wingate fino a quando egli morì improvvisamente in un incidente aereo durante i combattimenti nel ’44. Ormai la Birmania era sempre più campo di battaglia con gli alleati in avanzata e i giapponesi in crescente difficoltà. I gurkha e le unità chindit ben presto indebolirono i giapponesi in tutta la Birmania settentrionale a tutto vantaggio dell’importante canale di rifornimenti ed aiuti alleati per la Cina di Chiang Kai Sheki impegnata a respingere sempre più furibondi attacchi nipponici proprio in quel periodo con conseguenze decisive per le sorti della guerra in Asia.

I giapponesi si batterono ferocemente nei pressi di Mogaung, nel nord della Birmania, da tempo nel mirino degli alleati determinati a garantire l’afflusso di aiuti per la Cina gettando nella fornace anche i celebri guerriglieri di Wingate. A questa battaglia parteciparono anche parecchi cinesi del Kuomintang. Le perdite furono terribili da entrambe le parti.

I giapponesi iniziavano a subire le conseguenze del collasso dell’intera arma aerea imperiale giapponese decimata dagli sterili combattimenti sul fronte delle Salomone fra il ’42 e il ’43. Gli angloamericani stavano invece anche iniziando a superare tecnologicamente, non solo materialmente, i leggendari Zero dapprima temuti.

l’intero fronte della Birmania era definitivamente crollato e la guerra poteva anche considerarsi virtualmente conclusa poiché in seguito si trattò di una interminabile e sanguinosissima operazione di rastrellamento ed inseguimento dei giapponesi che batterono in ritirata verso il sud della Birmania.

La fine dell’Asia agli asiatici era iniziata…ora la Storia sembra ritornare sui suoi passi, stavolta non più il Sol Levante ma artigli del Dragone, tiranni di una volta,tiranni di oggi uniti simbolicamente dal motto “Asia agli asiatici” sotto il giogo dell’imperatore di turno, dagli occhi a mandorla. Le ragioni ? sempre le stesse, fame di energia per sopravvivere al proprio sistema che viene pompato e sostenuto sempre dai soliti: i militari.

Le foto in bianco e nero resteranno solo nei libri oppure saranno accompagnate da immagini simili, con armi diverse ma con medesimo sangue sparso?

Si eviterà di cadere nell’abisso se si troverà modo di contenere il Dragone nonostante la crisi economica,il coronavirus e la democrazia minacciata e vilipesa ?

GABRIELE SUMA

mar 11, 2020 - Notizie    13 Comments

Nilo e Magia

Fin da quando l’Uomo ha acquisito il potere del fuoco nella notte dei tempi, la magia lo ha accompagnato nella costruzione della civiltà. Le paure per l’ignoto, le incertezze per il futuro e le continue minacce venivano domate ed allontanate grazie ad interventi di forze soprannaturali, evocate da uomini e donne che donarono la loro vita ad esse sia in senso figurato che materiale. Millenni hanno poi finito per separare la magia dalla religione pur essendo fra loro costantemente legate da rituali e funzioni simili. La principale cesura di divisione fu il consolidarsi del potere dei sacerdoti, discendenti degli sciamani tribali nel momento stesso in cui si stabilirono in modo permanente gli insediamenti.

L’antropomorfizzazione delle forze soprannaturali e la nascita della vita urbana fecero sì che la Natura diventasse così un’ombra dietro ai simboli del potere. Il bisogno degli uomini di esorcizzare le paure determinò la trasformazione delle forze naturali in qualcosa di indefinito ma carico di potenza paragonabile al divino. Le forze demoniache però non erano malvagie, anzi piuttosto fondamentali per supportare gli affanni della vita quotidiana dei cittadini, tutti impegnati nel mantenere in vita la propria società.

Quasi tremila anni fa, sulle rive del Nilo, culla della civiltà delle Piramidi presero forma delle pratiche a difesa di singoli individui all’interno della comunità sviluppatesi lungo il nastro liquido e profondo scaturito dalle profondità del continente africano. Un complesso di quotidiani rituali propiziatori senza una vera casta sacerdotale, quindi non riconosciuti dal potere ma messi in atto con la medesima intensità con cui venerano le divinità nascoste dietro il sacerdozio che si interponeva in mezzo fra essi e i fedeli come una barriera.

Si rinvengono fra le millenarie sabbie testimonianze sul culto di Imhotep.

Intorno ad esso aleggiano leggende, le stesse che avvolgono nella nebbia della Storia anche molti culti simili del Mediterraneo, in particolare riguardo Dionisio. Imhotep inizia ad essere citato per la prima volta sotto il regno di Tosorthros ( Zoser ), per il quale fu costruito l’antenato delle moderne ciclopiche piramidi che tutti conosciamo. Dalle testimonianze lasciate da testi ricchi di geroglifici si riteneva fosse un individuo eccezionale, mai morto ma piuttosto elevato al cielo ( vi ricorda qualcosa ? ). I testi lo descrivono come formidabile architetto ma anche esperto medico e nello stesso tempo sciamano, capace di dominare le leggi della Natura con il proprio volere.

Le sue immense capacità permisero la costruzione del leggendario Santuario di Memphis che divenne il primo laboratorio e centro di assistenza medica della Storia. I greci identificarono lui come pari ad Asclepio,divinità delle arti mediche.  Egli trasmetteva ai suoi discepoli il potere della guarigione attraverso la dea Sekhmet.  Fra gli interni del Santuario era venerata la donna dalla testa di un leone, capace di determinare chi doveva sopravvivere sia in pace che in guerra, per un coccodrillo oppure per spada. Imhotep era il suo canale, il mago mortale nel corpo ma immortale nel destino.

Dalle leggende di Memphis si moltiplicarono pratiche divinatorie e propiziatorie per andare oltre la linea della vita, a contatto con i morti tramite i negromanti ed oracoli.  Esistono numerose tracce documentate di suppliche e richieste nei loro confronti, in particolare sotto il regno di Ramses III ( ventesima dinastia, circa 1200 anni avanti Cristo ). Si trattava di “lettere per i morti”, una vasta produzione di documenti che attestano la diffusa credenza nella capacità di governare forze misteriose laddove il sacerdozio ufficiale non entrava in merito,preso com’era per bisogni più urgenti dell’amministrazione dello Stato.

Le forze entravano in oggetti appositi dandone quel potere definito Heka che potrebbe richiamare alla mente l’attuale credenza nipponica nella essenza divina negli oggetti ancora oggi nel pieno dell’era della tecnologia.

Alle lettere ai morti si è ispirato poi Lovecraft che, con tipico piglio di un genio, ha reinterpretato la vasta letteratura negromantica in qualcosa di diverso ma nello stesso tempo così mirabilmente affine all’originale senso di mistero e sentimento reverenziale che la caratterizzava. Dalle pagine moderne di un incompreso, al suo tempo, creatore di abissi e feroci divinità era nato il celebre Necronomicon.  Un colpo mirabile di fantasia trasformatosi in qualcosa di autentico e vivo ben oltre la penna del suo autore plasmando e infestando la memoria collettiva. Il celebre Libro dei Morti, rilegato di pelle umana e scritto da un arabo impazzito, ancora è custodito nella tenebrosa Arkham che, non casualmente, è casa di una autentica divinità moderna dell’Immaginario quale Batman, così come Imhotep “visse” nella memoria del suo tempo fra le pieghe del tempo vergate da geroglifici.

GABRIELE SUMA 

nov 25, 2019 - Notizie    6 Comments

Chiedi chi erano i Beatles

Chiedilo a una ragazza di 15 anni di età - chiedi chi erano i Beatles, lei ti risponderà… così narrava con la più bella voce italiana degli ultimi trent’anni Lucio Dalla il bardo bolognese insieme al suo amico Morandi sul testo scritto da Roberto Roversi e musicato da Curreri. Le sue canzoni hanno segnato l’apice dell’epopea del cantautore come moderno cantastorie utilizzando i canali tecnologicamente avanzati della radio e della televisione. Un tempo custodi della memoria passata e avvolta nel mito, i moderni cantastorie sono diventati testimoni del divenire dei tempi intercettando i sentimenti,pensieri,inquietudini e cambiamenti sociali e culturali delle generazioni di appartenenza. La musica, diletto dell’animo, va anche a servizio della Storia facilitando la lettura del mondo così come viene affrontato da chi deve creare il futuro: i giovani.

Cicerone si lamentava o tempora o mores. Le scuole di danza erano orrore agli occhi di Catone quando la dura società romana iniziava ad assaporare i piaceri della pace e delle ricchezze materiali e culturali ottenute nei brutali tempi delle guerre di conquista. Il lamento che sempre si solleva quando subentrano mode,tendenze, capovolgimenti di certezze che i più giovani afferrano con mano sicura sprezzanti dei fulmini polemici delle stesse generazioni che hanno a loro volta sognato,desiderato e amato dimentichi di miti ed icone fuori tempo. Senza timore di dubbio le canzoni sono come gli dei, vivono ed esistono finché c’è chi presta attenzione ed amore a loro e in assenza di fede diventano poi monumenti in rovina,buoni soltanto per musei e libri di storia.

Cielo d’estate nel settanta si pensava a tutto - negli anni ottanta si è perduto tutto - si ricomincia da capo, si ricomincia da zero - guardavo a ieri e siamo già a domani.. domani,il domani ! un domani già oggi, nel mare della melodia già si sentiva quello che sentivano tutti, nonostante le apparenze brillanti di un decennio che ha cambiato l’Italia e intere generazioni quali gli anni 80. Un decennio di cantautori,non solo Dalla, che intonavano tutti la voglia di fare qualcosa di diverso piuttosto che accettare solo sacrifici e rinunce, anche ballando come pazzi, come barbari. Uno scandalo carico di quella energia da sempre presente a chi è ancora giovane e può essere incosciente ed incurante delle scelte come si espresse, suscitando invece opposte reazioni, nemmeno un decennio prima il non mai compromesso Lucio Battisti E guidare come un pazzo a fari spenti nella notte per vedere - Se poi è tanto difficile morire…

Vasco Rossi, più tardi,dava la voce alla generazione, quella generazione che oggi ha accettato tutto, guardando a ieri e provando ansia per il domani come i loro genitori, un’altra generazione Siamo solo noi - Che non abbiamo più niente da dire - Che non vi stiamo neanche più ad ascoltare - Quelli che non hanno più rispetto per niente - Quelli che ormai non credono più a niente …

e che oggi accettano raccomandazioni e prudenze, talvolta senza capire ma incredibilmente fiduciosi in quello che viene detto da autorità. I ribelli, i pirati ora approdati per diventare commercianti e possidenti. Celentano più di ogni altro è diventato quel “pazzo cavaliere” che non ha capito dove il mondo sta andando e ha tentato di predicare un spegnete le luci – me ne vado anche nei versi di finta nostalgia ma così pieni di sapore anni ’80 di un Italia che ormai non esiste più Là dove c’era l’erba ora c’è – una città - e quella casa in mezzo al verde ormai dove sarà in quella Via Gluck oggi leggendaria come Atlantide per gli antichi memori di mai esistiti tempi migliori dove tutto era perfetto.

Gli attuali cantautori, si sono fatti portavoce e portabandiera di una nuova generazione che accetta i compromessi ma non i confini, che desidera il benessere ma senza sacrificio, che vuole andare al sodo senza preliminari. Si vogliono bruciare le tappe ma non le banconote, pronti a rinunciare al fumo ma non all’erba, pronti ad ascoltare le urla ma non a prestare orecchio ai sussurri. La cosiddetta incoscienza dei giovani amanti del ballo tanto detestati dall’invelenito Catone.

Mahmood ha intuito una cosa, si parla tanto ma alla fin fine davvero nessuno ascolta, come già  diceva più di vent’anni prima Vasco che oggi continua a far piangere i quarantenni armati di cravatta e portatili..Prima mi parlavi fino a tardi, tardi - Mi chiedevi come va, come va, come va - Adesso come va, come va, come va… alla fin fine i giovani continuano sempre a sentire quella sensazione di solitudine, quel sospetto di essere incompresi che attraversa i secoli e le epoche senza che noi ce ne accorgiamo. Che scandalo è stato il romanticismo ! gli scapigliati ! versi strappalacrime, amori sublimi e senza compromessi e la lacrima facile che avranno fatto alzare folte sopracciglia di padri che ricordavano ben altra arte  e così all’infinito, nella notte dei tempi.

I ragazzi di un’altra generazione, ormai scoppiata ( baby boomers ) si nascondevano in case sopra alberi mentre i ragazzini di oggi preferiscono giocare con le parole per farne mattoni di un muro destinato forse a cadere di nuovo in attesa di futuri incompresi che verranno carote, carote, solo carote – le regalo a mio nipote, diventano banconote…

GABRIELE SUMA

 

 

 

 

 

 

ott 12, 2019 - Notizie    2 Comments

Il Duca sottovalutato

Spagna, attraversata da molteplici popoli e civiltà, non fu mai completamente dominata da una sola potenza se non per pochi secoli e con imponenti sforzi, dall’aquila romana. Fra le rovine imperiali sovrani,piccoli e grandi, convinti di avere il proprio Dio dalla loro parte si contendevano la terra senza risparmio per quasi mille anni. Fortezze ritenute inespugnabili cadevano con la medesima facilità in cui alleanze si rovesciavano e gli inganni e micidiali trappole si susseguivano. La società e la cultura spagnola si indurivano per la quotidiana presenza della guerra come le aride rocce dei suoi deserti riflettevano l’accecante bagliore del sole. L’acqua era preziosa per gli eserciti in marcia riducendo così le guerre a sanguinose schermaglie quando si preferiva evitare i rischi di grandi battaglie campali. Nel corso dei secoli gran parte della penisola venne unificata tramite complessi giochi diplomatici in circostanze in cui soluzioni con le armi erano improponibili.

La penisola entrò a far parte del contesto europeo per un sovrano nato alla periferia dell’Impero dove non tramonta mai il Sole ma posizione geografica,cultura,identità ebbero sopravvento sugli ideali medievali dell’impero universale. Lo stessa effimera unione dinastica del Portogallo con il dominio castigliano-aragonese dimostra il carattere indomabile ed orgoglioso del territorio e dei suoi abitanti.

Il declino del suo impero e l’epilogo tragico dei suoi leggendari eserciti sul campo di Rocroi permisero alla Spagna un lungo periodo di relativa quiete nell’ombra di un lungo declino accettato con rassegnazione tipicamente iberica. Una società apparentemente apatica ma piena di voglia di vivere dietro un aspetto di rigida educazione religiosa così come Francisco Goya aveva compreso e percepito nei suoi spettacolari affreschi.

Il grande artista aveva intuito l’enorme forza di volontà nei ridanciani quanto selvaggi popolani e l’orgoglio nei componenti delle classi elevate ed è stato inorridito spettatore poi della tragedia della guerra immortalando per i posteri la sofferenza subita.

Gli avvenimenti in corso a Parigi con l’esecuzione del Re Luigi XVI trascinarono quasi tutta l’Europa nell’incendio senza risparmiare anche la sonnolenta Spagna all’epoca retta formalmente dal pacifico sovrano Carlo IV di Borbone. Goya ne fece un eccezionale ritratto del sovrano, mettendo in risalto, su tela, l’anima quieta della sua persona, senza ardori guerreschi così come ne furono privi anche i precedenti sovrani. L’indole battagliera dei Trastamara e degli Asburgo era ormai un lontano ricordo e causa della paralisi economica e sociale che attanagliava il regno all’indomani delle improvvise e turbolente avventure napoleoniche nel vecchio continente.

Il piccolo Corso, appena si fece Imperatore dei francesi, coinvolse il regno iberico nella sua infinita guerra contro l’Inghilterra rimasta unica potenza antifrancese. Le sfortunate vicende militari e i disagi del blocco economico colpirono profondamente la già fragile economia spagnola preparando le future premesse di tensioni sociali. L’amore sincero per la monarchia e sentimento religioso mantenevano unito tutto il sistema.

La distruzione del fior fiore della flotta spagnola a Trafalgar comportò un atteggiamento di diffidenza nei confronti del proprio alleato da parte dell’Empereur. Il fallimento della politica continentale,infine, spinse Parigi a prendere direttamente in mano la situazione in considerazione del ruolo del Portogallo nel “campo” guidato dal Regno Unito. Nel 1807 Napoleone obbligò la Spagna a partecipare all’invasione del Portogallo con due armate di supporto alle forze francesi. Il governo di Madrid era retto da Manuel Godoy fin dagli albori della rivoluzione francese. Egli, per sopravvivere, scelse di essere collaborazionista della Francia trascinando la Spagna nella guerra contro l’Inghilterra. Londra aveva già deciso l’importanza strategica della cosiddetta “guerra peninsulare”. Gli storici moderni sono concordi sul parallelo storico con le recenti esperienze militari in Vietnam e in Afghanistan cogliendo proprio in prestito l’originale termine spagnolo di guerrilla ( piccola guerra ) per le unità combattenti irregolari in territorio occupato.

Nell’anno successivo ( 1808 ) Napoleone, non fidandosi del governo alleato, credette di poter prendere il controllo dell’intera penisola iberica. La società spagnola era considerata arretrata e il sistema economico locale inefficiente ma i francesi avevano sottovalutato il profondo sentimento religioso alimentato da preti di rango sociale basso ma dotati di forza di volontà irresistibile.

Gli storici si dibattono sulla decisione di Napoleone di procedere nonostante notevoli rischi, sproporzionati al vantaggio che si poteva trarre. A suo svantaggio era l’asperità del territorio e la scarsità delle comunicazioni che ostacolavano la trasmissione dei messaggi per permettere una cognizione realistica della situazione da Parigi. Nel momento in cui il ministro Godoy rischiò il linciaggio per aver permesso ai francesi di entrare in territorio spagnolo, L’Imperatore decise di intervenire in modo massiccio con uno stile che può far ricordare gli interventi sovietici in Europa Orientale durante la Guerra Fredda. Come nella Budapest del 1956, le truppe francesi incontrarono una notevole resistenza popolare nella capitale Madrid. Goya immortalò il momento con celebri opere cogliendo con maestria l’espressione di stupore e sconcerto dei cavalieri mamelucchi di Murat e il conseguente sentimento vendicativo con esecuzioni di massa che, ancora oggi, caratterizzano i conflitti di qualsiasi scala e latitudine.

Le brutali repressioni dell’occupante fecero incendiare tutta la penisola iberica diventando una trappola mortale per l’esercito francese ancora ammantato dal mito dell’invincibilità guadagnato sotto il Sole di Austerlitz. Napoleone accolse la famiglia reale in fuga ma la confinò a Bayonne e prese la corona per offrirla invece al fratello Giuseppe con la missione di porre fine ai disordini nella penisola.

I francesi furono però duramente sconfitti dai ribelli sia a nord nella battaglia di Medina Del Rioseco sia a sud nella battaglia di Bailén nell’afoso luglio del 1808 determinando il collasso del regno di Giuseppe Bonaparte che abbandonò velocemente Madrid. Proprio l’inaspettata svolta degli avvenimenti spinse l’Inghilterra ad inviare un,ancora, oscuro ufficiale dotato però di notevoli doti di comando: Sir Arthur Wellesley.

Il comandante diede subito prova di sé sconfiggendo nella battaglia di Vimeiro il generale Junot liberando in poco tempo l’intero Portogallo dall’occupazione. In seguito alla vittoria però Wellesley rischiò di perdere il comando per aver concesso a Junot di ritirarsi con tutte le sue truppe in patria via mare ma le sue doti dimostrate in battaglia permisero la chiusura dell’inchiesta.

Quando i messaggi raggiunsero Parigi, Napoleone si infuriò decidendo di intervenire direttamente con intento di chiudere la faccenda con classiche battaglie regolari senza rendersi però conto dell’inutilità di esse di fronte ad una guerra di liberazione nazionale. La campagna, come al solito, si era svolto rapidamente schiacciando le forze regolari dei ribelli, aprendosi la strada per Madrid nonostante terribili condizioni climatiche, difficoltà logistiche e tremendi sacrifici delle truppe ausiliari polacche.

In quel momento critico gli inglesi tentarono di respingere l’avanzata francese, affidata da Napoleone a Soult, con disciplina e determinazione sotto il comando del generale John Moore ma la disintegrazione rapida delle forze ribelli ne consigliò la ritirata. La situazione ricorda abbastanza la situazione in cui gli inglesi e suoi alleati ritroveranno secoli dopo nel 1940. L’intero corpo di spedizione dovette ritirarsi attraverso un territorio difficilissimo senza riuscire quasi mai a sganciarsi dagli inseguitori francesi fino all’estremità costiera a nord della penisola in direzione Corunna dotata di un porto per reimbarcarsi. Era,in pratica, la Dunrik o Dunkerque del 1808. La lunga Anabasi degli inglesi si concluse, ai primi giorni del nuovo anno 1809 davanti alla città ma i francesi pure erano vicini, determinati nel costringere i fuggitivi ad arrendersi. Moore riuscì a mettere in salvo l’artiglieria e accettò battaglia morendo però sul campo. Gli inglesi riuscirono,comunque, a scompaginare l’armata di Soult in modo inaspettato. Napoleone, ritiratosi in Francia poco prima, perse l’ultima occasione di poter vincere la guerra nel 1808 così come Hitler la perse nel 1940.

Il generale Wellesley ritorna in scena nel maggio del 1809 vendicando la sconfitta di Corunna contro l’armata di Soult entrata in Portogallo ed intercettata presso la città di Porto. Wellesley godeva del grande vantaggio di avere una solida base protetta da catene montuose per mantenere dolorosa la cosiddetta “ulcera”, così battezzata da Napoleone, del fronte iberico. Londra aveva calcolato giustamente che la guerra spagnola avrebbe distrutto il mito dell’invincibilità francese. Il piccolo Corso, di conseguenza, non seppe inventarsi una soluzione per uscire dal pantano mentre Wellesley già stava gettando le basi di una ben più vasta operazione per porre termine al conflitto. Era necessario, una volta consolidato il controllo del Portogallo, lanciare una grande controffensiva accordandosi con le forze regolari ribelli. Il piano era di costringere i francesi a ritirarsi in direzione Madrid ma l’intera operazione rischiò di essere seriamente compromessa per la manovra di aggiramento dietro le linee in atto dal solito Soult con le sue divisioni dalle Asturie. Wellesley si rese immediatamente conto del grave pericolo ma sfruttò l’inesperienza del Re Giuseppe, reinstallato sul trono, che non aspettò il chiudersi della trappola attaccando le forze anglo-spagnole. Le formazioni tipiche dei francesi dell’assalto in colonna si rivelarono inadeguate contro il serrato e disciplinato fuoco inglese nonostante la superiorità numerica e Talavera divenne luogo di una seconda grande sconfitta francese dopo Bailèn. Wellesley si guadagnò proprio a Talavera il titolo onorifico di Duca di Wellington che tutti noi conosciamo. Tuttavia l’arrivo di Soult, pur tardivo, costrinse Wellesley a ritirarsi mentre ribelli spagnoli che dovevano unirsi subirono cocenti sconfitte a sud di Madrid. Wellington non si unì all’ambizioso tentativo dei ribelli di ingaggiare battaglia in stile convenzionale e campo aperto per le sue corrette valutazioni sulla pericolosità delle forze francesi, umiliate ma ancora troppo potenti. Mentre i francesi mandavano in rotta gli spagnoli, gli inglesi subirono le conseguenze. La controffensiva francese distrusse l’intero fronte meridionale e la stessa capitale dei ribelli,Seville, cadde con tutto il suo governo.

La resistenza si limitò ad una sacca intorno al porto di Cadice anticipando simili scenari del nostro tempo ( Bataan, Pusan ) in ragione del fatto che per tutta la guerra gli inglesi avevano il vantaggio del dominio del mare, indispensabile per continuare la lotta. Un altra grande armata francese era entrata in campo minacciando uno dei principali varchi per il Portogallo a nord della penisola. Wellington accorse immediatamente solo per trovarsi, in condizioni sfavorevoli, contro uno dei migliori generali di Napoleone: Andrea Massena. In seguito alla rapida caduta di Almeida, i francesi, ancora una volta, entrarono in Portogallo incontrando notevole resistenza delle truppe inglesi che si ritirarono dietro ad un formidabile campo fortificato a difesa di Lisbona.

Wellington aveva contribuito di suo, per la sua naturale attitudine alla difesa, alla realizzazione di questo straordinario sistema conosciuto con il nome di “linee di Torres Vedras” che anticipava concetti che si sarebbero visti in forme sempre più imponenti dalla Guerra di Crimea fino alle fortezze della seconda guerra mondiale. Da notare che ancora non era entrata in scena la canna rigata che avrebbe reso praticamente impossibile un assalto senza accettare perdite spaventose, come così è stato molte volte nelle guerre successive. Lisbona si dimostrò imprendibile bloccando Massena che sperava di ricevere aiuto da Soult a cui gli era affidato incarico di aprire un varco a sud del Portogallo. Le forze anglo-spagnole rinchiuse nella sacca di Cadice riuscirono a distrarre Soult impedendogli di riunirsi a Massena compromettendo tutta la campagna francese così come era stata pianificata all’inizio con il suo obiettivo principale : la liquidazione del Portogallo.

Gli errori strategici di Soult resero impossibile la continuazione dell’assedio di Lisbona. I francesi si ritirarono subendo forti perdite fino a rientrare in territorio spagnolo senza mai riuscire a seminare gli anglo-spagnoli di Wellington.

Era iniziata una nuova fase della lotta, verso un crescendo rapido di massacri e lotte disperate intorno all’epicentro strategico della cittadina di Badajoz la via d’accesso al Portogallo dal lato meridionale. Wellington, ancora una volta, utilizzò tattiche difensive innovative dimostrando doti di versatilità rispetto ai suoi molti avversari francesi più abituati a manovre e rapidi assalti. I francesi non riuscirono mai ad averne ragione sull’organizzazione difensiva guidata da Wellesley aiutato dal supporto della guerriglia nella raccolta di informazioni e attacchi alle linee di rifornimento.

I francesi restarono, tuttavia, padroni di gran parte delle maggiori città spagnole e delle vie di collegamento con la madrepatria ma cresceva il prezzo di ufficiali e soldati sempre meno rimpiazzabili. Nel 1812, dopo un lungo periodo di attrito senza esiti, la situazione cambiò in merito alla disastrosa decisione di Napoleone di invadere la Russia per quanto molti problemi erano ancora irrisolti, non solo nella penisola iberica. Un tragico errore strategico che gettò le premesse del crollo finale dell’Impero Napoleonico.

Wellington, in questa cruciale fase, rivela anche il suo talento per manovre offensive attaccando le guarnigioni francesi che sorvegliavano le vie di accesso fra Spagna e Portogallo con velocità quasi da Blitzkrieg sfruttando il logoramento nemico. Non avendo il tempo di organizzare assedi, egli ebbe fortuna e determinazione in fulminei assalti, resi possibili anche dai veterani ormai di anni di battaglie continue. Wellesley faceva parte di un più ampio piano di generale controffensiva anglo-spagnola che comportava la separazione fra gli eserciti francesi del nord e del sud con un azione combinata di attacchi via mare della costa settentrionale della penisola, guerriglia e raid sulle rive del fiume Tago quasi al centro dell’intero fronte. Una combinazione simultanea di operazioni di varia tipologia che riporta alla mente le manovre strategiche delle guerre successive,più che il semplice sistema napoleonico orientato sull’obsoleto principio della “battaglia decisiva”. L’armata di Wellington si trovò così in una posizione centrale nel teatro nei pressi della cittadina di Salamanca. In questa battaglia si osserva l’applicazione di tecniche che saranno poi replicate in parte anche a Waterloo. Wellington, attento alla morfologia del territorio, aveva posizionato le forze fuori dal tiro dell’artiglieria francese dietro alle colline e l’area limitava la visuale e non dava possibilità di aggiramento se non con grandi rischi. Wellington aveva studiato il campo prescelto per obbligare il suo avversario ad agire in modo prevedibile e nel caso di Salamanca ( così come sarebbe poi accaduto anche a Waterloo ) fu un successo completo. I francesi tentarono una manovra di aggiramento ma esposero il fianco pericolosamente in una circostanza che si sarebbe visto su molto più grande scala nella Battaglia della Marna all’inizio della Grande Guerra secoli dopo. Wellington “vide” il fianco nemico passargli davanti e dopo furiosi combattimenti fino a notte fonda aveva scompaginato lo schieramento nemico. Wellington vinse la battaglia decisiva e per i mesi successivi entrò a Madrid e liberò diverse altre città dall’occupazione francese durata quasi quattro anni. La buona stella abbandonò il generale quando superò i propri limiti nel fallito assedio di Burgos situata sul lato orientale e settentrionale della penisola, non lontana dai Pirenei. I francesi, si erano riorganizzati costringendo il Duca ad abbandonare l’offensiva. Wellington si ritirò alle posizioni di partenza, anche in questo caso anticipando gli esiti fallimentari di grandi offensive e gli scarsi guadagni territoriali sopratutto della Grande Guerra ’14-’18.

Nell’anno successivo, 1813, Il regale fratello Giuseppe lasciò definitivamente Madrid per tornare in Francia insieme a diverse truppe in seguito agli avvenimenti in atto in Europa centrale dopo la clamorosa ritirata dalla Russia. Wellington sfruttò l’occasione per sbloccare l’impasse intercettando l’armata reale e distruggendola in una sola battaglia. Il Re Giuseppe Bonaparte, privo di doti del suo imperiale fratello minore, fu responsabile del disastro anche per aver rallentato la marcia per non perdere i suoi numerosi bagagli. I francesi lasciarono il territorio spagnolo una volta superato i Pirenei forte ostacolo naturale agli inseguitori. Wellington si rese conto del rapido logorio delle proprie truppe,preziose per il loro addestramento ed esperienza bellica nell’inospitale territorio basco e li impegnò, riducendo diserzioni ed indisciplina, nella presa di San Sebastian roccaforte francese nell’area e batté, per ennesima volta, Soult giunto per un tentativo di rompere l’assedio. Il Duca si dimostrò particolarmente audace pochi mesi dopo scardinando una solida posizione francese sorprendendo i difensori attraverso un passaggio ( il fiume Bidasoa ) ritenuto impossibile ( un classico nella storia militare ) al limite estremo nord della terra dei baschi. In seguito agli avvenimenti occorsi dopo la battaglia di Lipsia in Europa centrale Wellington sospese la progettata liberazione della Catalogna e invase la Francia meridionale puntando su Bayonne che fu teatro di violenti scontri con i resti dell’armata di Soult per tutti i duri mesi invernali del 1813. Nei mesi successivi il Duca, mantenendo l’assedio a Bayonne, inseguì i francesi fino a Bordeaux che si dichiarò città aperta per evitare distruzioni. Tolosa, teatro di una terribile azione di repressione della repubblica rivoluzionaria nel lontano 1793, cadde anche essa nell’aprile del 1814. I francesi si arresero il 30 maggio 1814.

La “Guerra Peninsulare” durata quasi sette anni, aveva lasciato l’intera penisola completamente in rovina e sarebbero emersi subito contrasti insanabili nella sconvolta società spagnola mentre l’impero dove non tramontava il Sole cessò di esistere.

Il Duca aveva dimostrato nella lunga campagna doti di brillante condottiero moderno anticipando tecniche delle guerre successive come enfasi sulle posizioni difensive, aggressività e versatilità in puntate audaci contro difese nemiche, pianificazione strategica dei campi trincerati, organizzazione di intelligence, senso di risparmio delle forze che fu più di orni altra cosa la sua dote più singolare in considerazione della diffusa attitudine, fra i comandanti dell’epoca compreso Napoleone,ad accettare forti perdite in incerte operazioni.

Egli riutilizzò gran parte dei suoi schemi e anche molti dei suoi veterani a Waterloo nel 1815, togliendo a Napoleone iniziativa,scelta del campo e libertà di manovra, obbligandolo ad una battaglia di posizione in cui il grande Corso non dava il meglio di sé così come è già avvenuto in situazioni simili sia a Borodino che a Lipsia.

Grandemente misconosciuto al di fuori dalla sua patria di origine, in parte anche per il generale sentimento continentale contro l’Inghilterra per complesse ragioni storico-culturali e in parte per la generale trascuratezza, da parte dei media, sulla guerra peninsulare che invece racchiude in sé parecchi elementi tattici e strategici di tutte le guerre successive.

Abbiamo visto situazioni ed elementi che caratterizzeranno la guerra di secessione americana, la grande guerra, persino la Guerra di Corea in assenza ovviamente delle rivoluzioni tecnologiche che comunque avevano rafforzato e reso fondamentale il principio difensivo di cui il Duca Wellesley ne era profondo conoscitore e maestro per i suoi tempi.

GABRIELE SUMA

lug 28, 2019 - Notizie    2 Comments

La Storia Alternativa

Esiste un genere molto particolare ed affascinante nella letteratura: la fantapolitica.

I romanzi fantapolitici sono nati dal grande ramo della letteratura fantastica che ha prodotto visioni di mondi anche di antichissima data come la Alethe Dieghemata ( Storie Vere ) di Luciano di Samosata e Orlando Furioso di Ludovico Ariosto ( la descrizione del proprio mondo “alla rovescia” sul bianco satellite ).

La Fantapolitica assume connotazioni ben precise nel XIX secolo per assolvere a funzioni di critica sociale alla luce della fiducia,all’epoca di grande tendenza. nell’evoluzione scientifica e tecnologica .

 Verso la fine della grande epoca delle innovazioni del romanticismo sulle arti era emerso il gusto per l’orrore e la rottura delle norme sociali, non solo nella figura di Dracula ma anche nel più diretto splatter grafico offerto dalle rappresentazioni teatrali  Grand Guignol  , anticipando di un secolo il cinema del nostro tempo.

Si stava imponendo una generale volontà di effettuare radicali cambiamenti in tutti i campi come una istintiva reazione per la “noia” delle giovani generazioni europee ed occidentali che, dalla fine dei massacri napoleonici, si sono ritrovate a vivere in una sorta di presente “congelato” da immobilismo rassicurante in assenza di “scosse” emotive dell’ideologia e dei conflitti. I desideri di rivalsa e cambiamento dei giovani avrebbero poi determinato quelle basi ideologiche per la follia collettiva della Grande Guerra vista dai contemporanei, al momento dello scoppio, come un occasione per spezzare la “noia esistenziale”.

I primi segni di visione escatologica possono essere visti, al di fuori della sfera artistica delle religioni e dei testi sacri, nei primi romanzi fantastici moderni pubblicati nell’800 e fra questi testi di una certa importanza vi sono La Fin du Monde di Flammarion ( 1894 ) e The Time Machine di H.G.Wells ( 1895 ).

Entrambi i romanzi, pur completamente diversi nell’approccio e nello schema, descrivono un futuro sconvolto da avvenimenti apocalittici per motivazioni edotte dal presente contemporaneo e dal corrente pensiero. Apocalisse percepita come inevitabile conseguenza estremizzata di fattori negativi presenti nella società. Entrambi i lavori erano immersi ancora nella generale atmosfera di ottimismo sulla capacità di cambiare in meglio le tendenze umane.

Gli orrori del ventesimo secolo hanno spazzato via quel tipo di approccio nonostante un’ interessante parentesi di recupero del positivismo nella breve ma intensa esperienza del futurismo a cavallo fra le due guerre mondiali.

George Orwell ha dato un contributo decisivo alla maturazione del genere fantapolitico dando ad esso gli elementi “scientifici” di sottogenere del Fantastico fino ai giorni nostri. Il Romanzo 1984, scritto all’indomani della Guerra Fredda, contiene elementi come proiezione nel futuro della dimensione geopolitica esistente con descrizione dei comportamenti futuri in base a determinismi dettati dalla geografia politica e dalle tecnologie conosciute al momento. L’autore, nel romanzo fantapolitico, immagina lo scenario come evoluzione del peggiore degli scenari possibili in ossequio anche al generale pessimismo sulla natura umana come opposta reazione all’ottimismo ottocentesco.

La motivazione che spinse gli autori ad elaborare un romanzo fantapolitico era, di solito, dettata dalla volontà di sollecitare una reazione sociale e politica nei confronti di pericoli incombenti. Orwell, da disincantato esponente del socialismo anarchico, voleva avvertire delle minacce del totalitarismo insite nelle illusioni del comunismo tanto che la sua opera precedente, La Fattoria degli Animali, è stata censurata durante la seconda guerra mondiale nell’Impero Britannico per non urtare l’alleato sovietico del momento.

Dunque un intento di dare al romanzo un ruolo indiretto di trattato politico di denuncia. Diversi autori, spesso anglosassoni, si sono cimentati con questo sottogenere per descrivere ansie contemporanee che mutavano nel corso dei decenni. L’atmosfera di confronto totale fra due sistemi sociali e politici opposti caratterizzò tutta la produzione letteraria del genere. I vari autori hanno descritto scenari geopolitici accumunati dalla percezione di aggressività da parte dell’URSS come un mostro monolitico al centro della massa continentale euroasiatica,   fronteggiato dagli alleati generalmente “occidentali” ,per lo più in condizioni critiche. Gran parte delle opere concludeva l’affresco del futuro immaginato nella catastrofe finale dell’olocausto atomico visto come “fine della Storia” stessa per il genere umano.

Dunque fantapolitica con le influenze culturali dell’escatologia tradizionale nell’assunto finale ma esistono,tuttavia,anche eccezioni notevoli nella letteratura fantapolitica della Guerra Fredda come il famoso A Prova di Errore di Burdick e Wheeler ( romanzo da cui è stato tratto il film omonimo nel 1964 da Lumet ) e La Terza Guerra Mondiale di Hackett.

Il primo romanzo è stato scritto come avvertimento nei confronti della meccanizzazione estrema dei processi decisionali su questioni vitali ( il generale sistema di “fine di mondo” automatica ed irreversibile ) mentre l’altro si presentò come segnale di allarme, agli occhi dell’autore, di estrazione militare, nei confronti di una ritenuta impreparazione dell’occidente di fronte al pericolo imminente di un “colpo di coda” del gigante sovietico nella sua sempre più evidente fase di declino verso la fine della guerra fredda.

Il romanzo di Hachett è molto interessante per le premesse che l’autore ha descritto nelle prime pagine nello stile più di trattato che di romanzo. L’autore, scrivendo nel 1978, aveva osservato, a suo parere, l’erosione del sistema occidentale dal punto di vista militare accusando le sinistre europee ed americane di aver determinato una fatale condizione di disarmo ed impreparazione nonostante il deciso avventurismo dell’Unione Sovietica in atto fin dalla seconda metà degli anni ’70. Il “conflitto”,che si accende nel mondo immaginato dall’autore, è uno strumento narrativo per una posizione politica molto precisa. Hackett si era mostrato molto contrario ai grandi tagli effettuati dal proprio governo britannico e dai propri alleati NATO per ragioni di calcoli politici interni e necessità finanziarie. In diverse pagine il “quarto muro” della rappresentazione scenica è continuamente infranto per osservazioni polemiche sulle difficoltà a cui vanno incontro i personaggi della finzione narrativa ( un alternativo 1985 ) per situazioni reali dell’attualità dell’epoca ( 1978 ).

Un abile artificio letterario per imbastire un discorso politico attraverso lo strumento del romanzo. Una tecnica spesso utilizzata in passato da diversi autori che evitarono la censura mediante filtri della satira favolistica.

Da notare che le problematiche affrontate, all’epoca attuali, sarebbero diventate immediatamente “storia passata” con completo rovesciamento delle posizioni,fazioni e fulcro di crisi. Un difetto tipico delle “previsioni” che si basano su informazioni al momento in possesso dall’autore insieme al suo specifico punto di vista nonostante la natura caotica che contraddistingue il mondo contemporaneo. Il romanzo è stato pubblicato esattamente a metà fra un mondo tutto sommato cristallizzato ancora al “XX secolo” e quello appena in fasce contenente esplosivi elementi conseguenti di fattori accumulati nel periodo precedente. L’autore, figlio di un mondo legato alla seconda guerra mondiale, non era però ignaro dell’immenso potenziale sulla sfera sociopolitica da parte della comunicazione televisiva anche fuori dal controllo governativo all’epoca universalmente presente sui nuovi media ( internet era ancora agli albori al momento della pubblicazione ).

In un episodio del romanzo, Hackett descrisse un fenomeno, oggi molto frequente, di “leaking” di un episodio che sarebbe dovuto essere tenuto segreto da parte dei governi coinvolti ed invece esposto alla pubblica opinione tramite canali non ufficiali da operatori della comunicazione con conseguenze politiche anche importanti.

Oggi gli avvenimenti, non coperti dai notiziari e consueti canali di informazione, vengono quotidianamente forniti da servizi privati con problemi di controllo delle fonti e credibilità ingenerando situazioni di manipolazione del materiale per fini politici.

Difatti sono anche numerosi gli esempi di diffusione di resoconti manipolati per creare nella grande utenza della Rete “opinioni” che hanno un impatto poi sulla sfera politica. Inoltre il romanzo contiene, fra le righe, una corretta previsione sul ruolo della televisione nelle guerre quando descrive il deciso supporto popolare ( in particolare riguardo alla collettività anglosassone ) all’intervento militare fino a quel momento tenuto segreto in ossequio alle tesi dell’irrazionale dell’Uomo della Strada anticipando quello che sarebbe poi successo davvero nella Prima Guerra Del Golfo ( 1990-1991 ).

Il carattere “profetico” non si esaurisce solo in esso ma anche nella corretta individuazione della crisi negli stati retti dalle dittature centralizzate del campo sovietico, in particolare proprio nella Iugoslavia. Il romanzo individuò correttamente il ruolo della Germania nel processo di disgregazione iugoslava. Da qui poi il precipitare degli eventi innescata da una rara apparizione di un personaggio italiano ( Hackett, come molti militari britannici, stimava poco l’Italia pressoché ignorata per gran parte del romanzo ) con i meccanismi di uso mediatico delle notizie già descritto precedentemente. Il romanzo “invecchia male” a giorno d’oggi per essere stato un prodotto di un epoca in cui c’era ancora solo il comunismo, nelle sue varianti, come alternativa al modello economico e culturale dell’Occidente. Da notare che al momento della stesura, negli Stati Uniti ancora non c’era il Presidente Reagan che ha influenzato moltissimo l’intera produzione culturale e cinematografica non solo nel proprio paese all’insegna di un deciso revival della Guerra Fredda. L’Islam era considerato invece una forza “anticomunista” soprattutto tramite abili manipolazioni dell’opinione pubblica e politica occidentale da parte dell’Arabia Saudita quando si prendeva in considerazione opportunità di crisi nel gigante sovietico per quanto fosse non ancora avvenuta l’invasione sovietica dell’Afghanistan. L’autore vide,inoltre, la situazione mediorientale ed africana, sotto una prospettiva che si sarebbe poi rilevata sbagliata in pochissimo tempo dopo la pubblicazione. Nel romanzo si descrive un conflitto in cui un inverosimile Egitto, protagonista di diverse guerre perse contro Israele, riesce a mettere in atto una catena di eventi che determina la nascita di un ‘inverosimile Repubblica Araba con l’Arabia Saudita,Iraq e Kuwait contro un’ altrettanto inverosimile lega costituita dall’Iran e il resto degli emirati arabi senza il fattore Khomeini ancora lì da venire. Lo scenario, ora superato nei suoi elementi geopolitici, potrebbe ancora suscitare una certa inquietudine per la descrizione di incidenti occorsi sulle petroliere a cui stiamo assistendo oggi nella reale situazione di crisi nel Golfo.

Il romanzo ha colto nel segno con l’elemento Cina nell’equilibrio fra le superpotenze citando apertamente Orwell che fu subito attento nell’osservare la nascita di un “terzo polo” strategico nell’assetto mondiale post seconda guerra mondiale ma l’osservazione, sempre inserita nel contesto storico fine anni ’70, era legata alla temporanea fortuna economica e politica del Giappone evidenziando la frequente incomprensione da parte dei britannici sulle complesse divergenze fra cinesi e giapponesi. La previsione è corretta sul piano del risorgimento economico dell’Asia ma errata nella premessa di una unione economica fra i due giganti asiatici. Oggi possono far sorridere i progetti di sfruttamento siberiano con investimenti nippo-cinesi e quella sorta di “sfera di co-prosperità” ma non si deve dimenticare che ancora nel periodo della stesura del libro il Giappone stava furoreggiando e sembrava essere destinato a superare gli USA in un breve tempo. L’ascesa economica del Sol Levante infatti aveva messo in crisi il modello industriale statunitense influenzando lo stile di vita occidentale con ritrovati tecnologici e fattori culturali ancora oggi presenti. Hackett era ben conscio degli sviluppi in Asia ma non estese il discorso escludendo completamente l’area dal contesto narrativo dell’immaginato futuro.

Si tratta quindi di un “futuro” che oggi può essere inteso invece come un intrigante scenario di Storia Alternativa insieme a diversi altri romanzi che hanno descritto alterazioni degli scenari storici a favore di fazioni o ideologie “sconfitte” dalla Storia. Dunque un alternativo 1985 tipo “cosa sarebbe successo” se non ci fosse stato Reagan, Gorbachev, l’invasione sovietica dell’Afghanistan, Khomeini e radicali mutamenti socio-culturali che hanno segnato profondamente la società e la politica in tutto il mondo. Una sorta di 1985 ricco di elementi tradizionali del passato della seconda guerra mondiale come antiquate politiche di coscrizione e mobilitazione di massa, tattiche e modi di fare la guerra oggi da tempo non più in atto in gran parte dell’Occidente. Un alternativo 1985 anche per la citazione di armamenti che nelle pagine erano descritti come avveniristici senza sospettare il differente destino riservato .come gli shuttle militari che sono rimasti sulla carta ancora oggi.

Un romanzo che non sarà inserito nel pantheon della letteratura universale di certo anche per il fatto che capolavoro artistico lo si diventa quando si supera la barriera del contesto storico in cui è immerso e si avvia a scuotere le corde dell’animo umano per sempre. La Fantapolitica, ancella della letteratura fantastica ed imparentata con la storiografia e sociologia, è figlia invece del suo tempo per la sua stessa pretesa di leggere il futuro con le lenti del presente.

Solo un Maestro assoluto poteva dare occasione di non far invecchiare il messaggio proposto. 1984 di George Orwell, scritto nel lontanissimo 1948 rientra in tale categoria di capolavoro artistico. Un pezzo di XX secolo che ancora coglie nel segno per la profonda conoscenza degli uomini da parte di un disincantato servitore, suo malgrado, dell’Impero Britannico scomparso nella Storia sempre mutevole,sempre sfuggente.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                             GABRIELE SUMA

giu 24, 2019 - Notizie    4 Comments

Il Fango e le Lacrime – Paschendale Iron Maiden

Many soldiers eighteen years/Drown in mud, no more tears/Surely a war no-one can win /Killing time about to begin…tanti ragazzi immersi nel fango senza poter nemmeno più piangere, combattendo una guerra infinita, vivendo solo per uccidere.

Il fango, nominato tante volte nei versi scritti dal gruppo musicale britannico Iron Maiden ( la cosiddetta vergine di ferro, ben nota tortura  settecentesca nonostante la diffusa convinzione di origine medievale ), era la materia che avvolgeva ogni cosa nel campo intorno ad una cittadina di nessuna storia fino a quel momento: Paschendale.

I ragazzi erano cittadini di varia origine accomunati dalla comune appartenenza al più vasto impero che l’Umanità a quel momento avesse mai conosciuto. Rule Britannia scritto e composto da Thomson ed Arne nel ’700 era un inno memorizzato e cantato da innumerevoli popoli uniti dalle leggi di una piccola ma agguerrita isola conosciuta con il nome di Regno Unito. La bandiera rappresentava molto bene la forza nell’unità con la combinazione dei colori della Scozia,Irlanda,Inghilterra legati da complesse vicissitudini storiche.

Il rosso usato per le linee sottili dei soldati era anche il colore che copriva quasi interi continenti con un mezzo miliardo di sudditi all’epoca 1/4 dell’intera popolazione mondiale. L’Impero Britannico era avviato ad un lento declino per la relativa stagnazione dello sviluppo tecnologico sempre più sostenuto da nuove potenze emergenti come la Germania e i giovani Stati Uniti d’America un tempo parte dell’Impero di Sua Maestà. Le norme democratiche, l’autonomia della stampa e l’influenza culturale occidentale avevano fornito ai sudditi la possibilità di fare leva proprio sui principi rappresentativi dei dominatori per elaborare un senso di appartenenza. I parlamenti locali e l’istituzione di ristrette ma battagliere borghesie locali misero in discussione i privilegi riservati ai britannici nell’amministrazione. I gruppi dirigenti locali diventarono quasi inglesi per combattere gli inglesi. Le circostanze,diverse per tutti gli angoli dell’impero,  permisero l’emergere di nuove nazioni caratterizzate da arbitrarie delimitazioni territoriali e da comune radice culturale per i gruppi dominanti.

Durante la Grande Guerra il vastissimo sistema imperiale era ancora funzionante fornendo alla causa dell’Intesa la forza delle sue navi da guerra sparse per i sette mari e un nutrito contingente di truppe di cui solo una parte era costituita da cittadini del territorio metropolitano. Canadesi,neozelandesi,scozzesi ed irlandesi ingrossavano i ranghi, spesso di origine sociale molto bassa ed uniti solo dalla comune lingua parlata. L’esercito britannico sembrava essere esattamente la rappresentazione classista caratterizzante la società vittoriana e in generale quella del mondo. L’aristocrazia e l’alta borghesia si tenevano ben stretti privilegi di comando per quanto ci sono stati casi di uomini di basso ceto elevati alle più alte cariche militari. La coscrizione obbligatoria era un tabù per antiche ragioni di insofferenza nei confronti di eserciti permanenti considerati, a torto o a ragione, strumenti di tirannia. Per secoli gli inglesi erano abituati ad essere orgogliosamente legati all’autonomia contro ogni tentativo di centralizzazione politica che fosse di origine monarchica o parlamentare.

Allo scoppio del conflitto si era assistito ad un movimento di entusiasmo collettivo da parte dei giovani europei spinti da forti convinzioni in una misura mai più ripetuta in tutte le guerre successive. Gli inglesi, pur orgogliosamente isolani, condivisero appieno il generale sentimento della gioventù continentale fornendo alla Patria sangue e sudore. I primi mesi del conflitto erano caratterizzati da forte apporto di volontari anche di elevata estrazione sociale. La differenza stava nel fatto che i volontari inglesi erano tutti in prima linea mentre in continente i volontari assunsero, per differente appartenenza sociale, funzioni quanto possibile lontane dai rischi diretti della prima linea solitamente presidiata da coscritti di ceto contadino. I 18 anni erano, all’epoca, età di persona considerata adulta nel pieno delle sue funzioni socio-economiche ma non erano rari casi di volontari che mentivano sull’età e combatterono anche reparti costituiti da individui avanti con gli anni ma con esperienza sulle spalle sopratutto nella guerra di montagna.

Surely a war no-one can win sintetizza bene quel senso di sgomento e il generale crollo del morale a tutti i livelli non solo in ambito militare. C’è stato un improvviso crollo della disciplina da parte di numerosi reparti francesi che è stato uno dei motivi per cui fu combattuta la battaglia di Paschendale. L’enorme potere paralizzante delle armi automatiche rese impossibile un esito definitivo di continue e sanguinose offensive. L’Inghilterra aveva deciso di “sacrificare” deliberatamente le vite dei propri ragazzi in uniforme per mantenere costante la pressione sui tedeschi nell’illusione di accelerare la fine della guerra così come è stato tentato, inutilmente, con la sfortunata campagna dei Dardanelli un anno prima. L’intera operazione coinvolse più di cinquanta divisioni che sfondarono la linea tedesca senza lesinare sui mezzi disponibili come il riutilizzo della medievale tecnica delle mine sotterranee nella battaglia di Messines e l’ausilio di “tanks” dal nome di “barile” usato originariamente per ingannare lo spionaggio tedesco sui nuovi mezzi fortemente voluti da Churchill; un vulcano di idee anche troppo audaci per l’epoca. Si stava quasi sperando di tornare alla tanto agognata guerra di movimento grazie all’adozione di innovative tecniche di supporto dell’artiglieria e al moderno dinamismo delle manovre dell’esperto comandante-visconte Herbert Plumer.  L’entusiasmo ingenerato dall’abbandono progressivo delle trincee si spense rapidamente in seguito alla nefasta sostituzione di Plumer con un mediocre generale ( Hubert Gough )  per volontà del comandante supremo Douglas Haig conosciuto per essere stato uno più ottusi comandanti della storia militare inglese. Il repentino cambio di strategia pesò moltissimo sull’esito dell’intera operazione fino a quel momento caratterizzata da perdite, per l’epoca,accettabili.  L’imprevedibile mutamento delle condizioni meteorologiche fece il resto.

Drown in mud, no more tears…la parola mud divenne sinonimo di inferno per migliaia e migliaia di giovani che si ritrovarono a dover marciare e combattere anche contro un fango talmente massiccio che risucchiava i più deboli e non dava scampo ai feriti ed avvolgeva i morti.  L’intero campo di battaglia divenne un’immane palude resa ancora più terrificante dall’aspetto lunare provocato dalle bombe di artiglieria e dalle insidie,spesso letali, di grovigli di filo spinato e raffiche invisibili delle mitragliatrici quando non si alzavano enormi colonne di terra ed arti umane disseminando schegge in tutte le direzioni come si canta nel medesimo testo Dodging shrapnel and barbed wire / Running straight at the cannon fire. 

I tanks inglesi, per qualche motivo mai citati nel testo, furono per la prima volta fermati dall’entrata in servizio delle prime armi anticarro le quali i tedeschi non smetteranno più di sviluppare anche dopo la fine del conflitto mentre si tentò di effettuare uno sbarco anfibio dietro le linee del Kaiser senza successo sia per la novità ( per la mentalità rigida dell’epoca ) sia per i troppi cambiamenti apposti nello stesso motivo per cui l’intera operazione, dapprima partita bene, era fallita inevitabilmente. Gli aerei furono utilizzati massicciamente per missioni di bombardamento e supporto alle truppe di terra anticipando le tecniche CAS ( Close Air Support ). In questa battaglia si videro,quindi, primi segni del nuovo modo di fare la guerra che per il paradosso della Storia fu iniziato per impulso britannico. Gli avversari tedeschi impararono in fretta le lezioni preliminari della futura rivoluzione militare conosciuta come Blitzkrieg. 

Dall’inizio dell’estate del 1917 fino al fango indurito e gelato di fine anno, gli inglesi si lanciarono in continui ed incessanti assalti dissanguando terribilmente l’intera British Expeditionary Forces che era praticamente l’intera forza militare britannica sul fronte francese. I francesi, ripresi dalla crisi, diedero anche loro il tributo di sangue verso la fine dell’anno ma senza cambiare di molto l’esito finale che risultò essere di mediocri guadagni di posizione. Gli eventi occorsi sul fronte italiano a Caporetto fecero sì che l’intera campagna venisse abbandonata nonostante l’enorme costo sopportato.

Malinconica constatazione nei versi suddetti Crucified as if on a cross /Allied troops they mourn their loss/German war propaganda machine /Such before has never been seen.  Le cifre dei morti sono tuttora fonte di incessanti dibattiti fra gli storici alla stregua di fanti che si sparano dalle proprie trincee ma è universalmente appurata la cifra di quasi trecentomila fra morti ed invalidi permanenti per non parlare di numerosi dispersi, spesso privati anche del riconoscimento perché ingoiati dal Mud.

Era l’epoca in cui i governi, con ipocrisia spesso denunciata da innumerevoli scrittori e poeti più rappresentativi della generazione prima entusiasta poi ferocemente disillusa, eressero numerosi monumenti funebri ai caduti come per una collettiva Mea Culpa da parte della classe dirigente per l’immane macello spesso causa dell’inettitudine dei comandanti solitamente rappresentanti delle categorie sociali meno colpite dalla strage ed universalmente accusate per aver tratto guadagno sulle vite delle categorie mobilitate al fronte. Un sentimento che avrebbe dato origine poi al nuovo mostro chiamato ideologia di massa per attaccare le istituzioni a scopo di sostituirle con nuove forme di tirannia dietro la facciata di volontà popolare.Forse oggi una tendenza simile si sta ripresentando nuovamente per la lunga crisi economica come se l’occidente fosse appena uscito da una guerra.

Un autentico simbolo di magniloquenza Kitsch è proprio data dall’erezione del monumento Menin Gate per i dispersi mai più resi riconoscibili nel Mud di Paschendale. L’enorme impianto è caratterizzato da stilemi neoclassici ( molto in voga fino alla fine della seconda guerra mondiale in Europa per edifici pubblici ) e spropositato per le sue dimensioni ( esteso per quaranta metri e alto venti ) e costruito su terreno inadatto imponendo la realizzazione di gigantesche quanto profonde fondamenta per la stabilità del complesso.  La lapide, sovrastante l’enorme arco, recita la dedica ai caduti dell’esercito imperiale con la chiusura finale che sembra suonare come una tragica beffa and to those of their dead who have no known grave ( a tutti coloro che sono morti in terra ignota senza dovuto funerale ).

Ben si innestano nel tragico quadro i versi finali

See my spirit on the wind/
Across the lines, beyond the hil
Friend and foe will meet again 
Those who died at Paschendale

Paschendale – Iron Maiden 2003

GABRIELE SUMA

giu 15, 2019 - Notizie    No Comments

La Notte di Taranto

Ho aperto da qualche settimana un altra pagina blog dedicata alla mia città, Taranto, ricordando il momento più spettacolare della sua tormentata e plurisecolare storia. Nel contesto ho inserito anche approfondimenti sulle caratteristiche da “città fortificata” con intento di far rilevare che Taranto non è solo “Magna Grecia”.

https://notteditaranto.home.blog/

buona lettura !

GABRIELE SUMA

mar 13, 2019 - Notizie    4 Comments

La Notte di Matapan – parte prima

Ho il rammarico di comunicarvi che il vostro congiunto, Capo R.T ( radio telegrafista N.d.A ) di 2^ Cl ( classe Accademia Navale N.d.A ) MEDICI Luca, deve considerarsi disperso nel corso di una azione di guerra compiuta il 29 marzo 1941.

Così lo Stato, nella veste del Comando Superiore del Corpo Reali Equipaggi Marittimi ( in pratica l’attuale Scuola Sottoufficiali della Marina Militare, dalla fine anni ’40 agli anni ’80 Corpo Equipaggi Militari Marittimi ) comunica alla famiglia dell’inserimento di un combattente di mare nel conteggio dei caduti nella terribile notte del 29 marzo 1941. La data che ha segnato profondamente non solo le famiglie dei militari ma anche il corso della guerra fortemente voluta da Mussolini nonostante evidenti problemi non solo tecnici e materiali.

Pochi giorni prima della data della dichiarazione di guerra all’Inghilterra ( 10 giugno 1940 ) la Regia Marina era stata sottoposta al rigido controllo centrale della Supermarina, in pratica lo Stato Maggiore in netto contrasto all’attitudine britannica di permettere ai singoli comandanti di squadra di operare autonomamente nei propri teatri di operazioni. La rigidità gerarchica era una costante nella storia militare italiana con conseguenze talvolta tragiche come è avvenuto nella Grande Guerra.

Siffatta struttura di comando obbediva ad una dottrina, che poco rispondeva alle esigenze della guerra moderna, denominata in termini inglesi, Fleet In Being. In linea di massima si riteneva, a torto e a ragione, di non potersi permettere di affrontare la Mediterranean Fleet della Marina Imperiale Britannica senza rischiare di subire perdite difficilmente rimpiazzabili e arrivare ad un negoziato senza una flotta come elemento di forza.

L’ammiraglio Domenico Cavagnari era uno dei principali propugnatori della dottrina, in netto contrasto con la volontà di Mussolini di dare alla Marina un contegno aggressivo in tutto il teatro mediterraneo ( la nota direttiva 328 del 31 marzo 1940 offensiva in mare su tutta la linea, dentro e fuori ). Il Duce desiderava dare all’Italia una posizione egemone sul Mediterraneo e in tal guisa aveva investito molto sulla Marina fin dai primi anni ’30. Lo sforzo fu notevole per le limitate capacità industriali e logistiche del Paese ma con esito compromesso dall’assenza di un coerente programma a lungo termine.

Il Governo aveva,di volta in volta, cambiato priorità alle costruzioni navali ritardando quelle per le corazzate e trascurando le portaerei. La dottrina strategica subiva le mutevoli priorità degli scenari geopolitici ingenerando un pericoloso distacco dalle reali possibilità date dalle risorse disponibili.

I piani strategici, inizialmente, erano caratterizzati da un atteggiamento molto aggressivo presupponendo grande fiducia nell’efficacia ed efficienza delle proprie armi nel controllo del Mediterraneo Centrale. Nei disegni erano spesso assenti considerazioni di contributo di forze alleate, tedesche o francesi ( durante la crisi etiopica ) e si riteneva, con un certo margine di sicurezza, di minimizzare le conseguenze sulle colonie africane. Inoltre si era molto fatto affidamento su unità di tonnellaggio minore ma con presupposta maggiore velocità ed evasione e sommergibili per proteggere i convogli e i collegamenti marittimi fra il territorio metropolitano e le colonie.

La situazione iniziò a cambiare con l’imporsi della “dottrina Cavagnari” dalla crisi etiopica alla seconda guerra mondiale. L’ammiraglio temeva la superiorità della marina britannica fino a sottolineare più volte al Duce la necessità di evitare ad ogni costo un conflitto con essa. L’Ufficio Piani della Regia Marina,verso la fine degli anni ’30, aveva elaborato uno scenario, ottimistico in una certa misura, basato sulla possibilità di un attacco di sorpresa addirittura nel Mar Rosso e persino la presa di Malta per evitare il confronto vero e proprio. Un azzardo paragonabile al calcolo fatto dal comando giapponese nei confronti della superiore potenza statunitense.

La Marina e l’Aeronautica non riuscirono mai ad elaborare insieme un efficace strategia contribuendo a creare le premesse del disastro.

La priorità alla protezione dei collegamenti marittimi era stata, di conseguenza, posta a tutto discapito di un programma per una campagna offensiva “in ricerca del nemico” andando contro la logica di fare la guerra per vincerla distruggendo attivamente la forza del nemico. La potenza britannica si era imposta, al contrario, proprio nella aggressività senza compromessi anche nelle circostanze più difficili. Le guerre sono essenzialmente basate sull’obiettivo di annientare la forza nemica su più livelli dal psicologico al materiale. In un certo senso l’antica saggezza cinese aveva già avvisato che le migliori vittorie sono proprio quelle non combattute prevalendo sulla psicologia e percezione nemica. I vertici militari italiani erano gravati da pessimistiche ( anche se realistiche ) preoccupazioni nei confronti di una marina storicamente invitta e determinata.

Verso la fine degli anni ’30 i vertici politici e militari erano convenuti all’idea che l’Italia sarebbe potuto essere pronta per la guerra soltanto a partire del 1944 con una flotta molto più grande ( più di otto corazzate, possibilmente di classe Littorio ,delle quali soltanto quattro furono realizzate, in tempo di guerra ) e le eventuali portaerei, trascurate ma non dimenticate, erano previste in aggiunta alla corretta previsione di manovrabilità nel teatro mediterraneo, in contrasto con la dominante tesi della “portaerei naturale” dell’arma aerea a terra.

Il progetto si basava su fragili basi poiché l’Italia era carente di infrastrutture navali per grandi navi da battaglia e non furono date misure concrete per la protezione della vasta flotta mercantile che in gran parte sarebbe stata sequestrata allo scoppio della guerra debilitando ulteriormente la già scarsa capacità industriale per un piano navale ambizioso oltre misura.

Il carattere esagerato del piano navale fu un tratto tipico di tutte le potenze dell’Asse. Germania e Giappone avevano elaborato simili progetti al limite delle capacità delle proprie rispettive economie usando come metro di paragone le marine inglese ed americana nonostante tempo ridotto di preparazione economica e tecnica

La guerra era scoppiata nel momento in cui tutte le potenze dell’Asse si ritrovavano, per responsabilità dei vertici politici, ad essere nemmeno a metà del cammino verso il completamento dei propri piani. Un handicap fatale nei confronti di avversari nettamente superiori sul fronte marittimo.

Caso ancora più grave fu la netta assenza di una condivisione di strategia fra gli alleati dell’Asse con conseguenze nefaste sul coordinamento delle operazioni in ogni teatro. L’Italia e la Germania “litigarono” per le priorità strategiche evidenziando fratture e provocando diffidenze reciproche che influirono pesantemente sulla condotta della guerra. I vertici militari, con il ruolo fondamentale di Ciano, ritardarono l’ingresso in guerra dell’Italia di quasi un anno facendo rilevare al Duce tutte le carenze e le necessità a carico dell’intero sistema-paese.

Mussolini, come tutti i dittatori dell’Asse, aveva trascinato,di conseguenza, la nazione in un confronto impari assumendosi pienamente responsabilità.

L’Italia, a poche ore della dichiarazione di guerra, si era ritrovata a dover affrontare la Mediterranean Fleet con appena due corazzate che erano versioni modificate di due unità risalenti alla Grande Guerra invece di 8 di classe Littorio previste ( due in costruzione al momento e due completate ma ancora non disponibili ) e nemmeno una portaerei. La scarsità di navi da battaglia fu una delle ragioni per cui i vertici decisero di limitare al minimo l’impiego di esse, affidando ad incrociatori e a sommergibili il peso delle operazioni con esiti non decisivi.

Emersero notevoli problemi di coordinamento aeronavale con la sfortunata battaglia di Punta Stilo dove la Regia Marina e la squadra inglese entrarono in contatto con rispettive corazzate per la prima volta. Gli inglesi colpirono con successo la corazzata Giulio Cesare e minacciarono anche l’altra corazzata Cavour. La squadra italiana ruppe immediatamente il contatto ma fu sottoposta ad attacchi anche della propria aeronautica dalle coste per gravi deficienze di coordinazione e comunicazione.

L’amara esperienza esasperò la tendenza di non dover più rischiare le corazzate in una misura simile a quella presa da Germania e Giappone che impiegarono le proprie navi da battaglia in missioni e situazioni quanto possibile avulse dal contatto diretto con le controparti nemiche. La tecnologia navale, durante la seconda guerra mondiale, aveva sconvolto i tradizionali schemi di guerra navale oltre ogni previsione ed aspettativa.

La situazione logistica è stata anche una delle ragioni per cui il comando italiano decise di essere molto parsimonioso sull’uso delle navi da battaglia poiché le principali risorse naturali per lo sforzo bellico erano sopratutto di importazione e la perdita della numerosa flotta mercantile sequestrata dal nemico del conflitto era stata ,di conseguenza,devastante.

La vulnerabilità economica rendeva l’Italia ulteriormente dipendente dall’alleato tedesco che, a sua volta, non godeva di abbondanti risorse, non paragonabili certamente all’ arsenale della democrazia degli Stati Uniti. La Germania dipendeva moltissimo dal carburante e da materie prime dall’estero e la sua campagna di espansione territoriale era dettata dalla necessità di assicurare a se le suddette con le armi.

Mussolini, al contrario di Hitler, non aveva in mente uno scopo strategico al momento in cui decise di entrare in guerra.

A differenza dell’autore del Mein Kampf il Duce non aveva mai lasciato per iscritto una visione chiara e delineata di uno scopo finale dell’azione politica. Mussolini,pur avendo espresso mire territoriali, non ottenne dall’alleato tedesco supporto sulle trattative delle colonie francesi. Il ritardo nell’attaccare l’Egitto, la perdita dell’Etiopia e le sconsiderate campagne in Grecia e nei Balcani delineano una grave mancanza di disegno strategico dal parte dei vertici politici con gravi conseguenze sulle sorti della guerra stessa.

I terribili eventi del raid notturno di Taranto ( 11-12 novembre 1940 ) e dell’imboscata di Matapan ( 27-29 marzo 1941 ) simboleggiano efficacemente il risultato della irresponsabilità politica per una guerra che gli italiani non avevano del tutto compreso al momento dell’annuncio.da parte del Duce, nella fatidica ora tardopomeridiana del 10 giugno 1940.

Nella seconda parte indicherò i momenti più salienti della battaglia di Matapan alla luce delle considerazioni fatte nel presente articolo.

GABRIELE SUMA

gen 19, 2019 - Notizie    12 Comments

Gigantismo Democratico

La natura umana si esprime anche con la materia di cui sono fatte le abitazioni e i monumenti fin dall’alba della sua esistenza sulla Terra. La rapida evoluzione delle tecnologie ha permesso di realizzare opere di dimensioni tali da diventare parte del paesaggio per periodi anche di millenni.

La durata è parte dell’antico sogno di immortalità degli uomini. La memoria, saldata su durature costruzioni, garantisce l’eternazione della vita dei potenti nel cuore dei popoli. Enormi dimensioni sono concepite per sovrastare gli individui a scopo di suscitare timore reverenziale ed impotenza. I simboli del Potere vengono innalzati ad altezze tali da sottolineare la continuità del sistema fuori dalla portata dei sudditi. La pesantezza delle linee e forme per scoraggiare propositi di modifica ed attacchi come una sorta di corazza.

L’avvento delle democrazie ha introdotto un approccio differente nella linea di principio ma simile nel risultato finale. La spiegazione la si ritrova nella generica assenza di interesse dei committenti per audaci innovazioni tecniche. I committenti politici, anche nelle democrazie, apprezzano di più l’impatto visivo facilmente riconoscibile ed interpretabile. Lo spettacolo delle scenografie gratifica il committente che sa poi di poter investire nella certezza di apprezzamento sicuro da parte di tutti. Un investimento pregnante di occasioni di carriera e successo di immagine. In questo senso che i governi hanno approvato progetti di strutture anche di banale funzione pratica ma appesantite da ridondanti abbellimenti, dimensioni non necessarie e modifiche imposte.

Gigantesche stazioni ferroviarie, colossali palazzi pubblici, grandi spazi per riunioni di ogni genere si sono moltiplicate in tutti i paesi a regime democratico. Una tendenza spesso accompagnata da fenomeni di corruzione,disastri e fallimenti vari.

Numerosi progetti sono stati elaborati per compiacere i committenti sottovalutando l’effettivo costo e valore pratico e non tutti hanno visto poi la luce per la forza maggiore di eventi e circostanze impreviste. La mancata realizzazione ha comportato risparmi di energie e risorse e forse dato risparmio agli occhi degli osservatori di inesorabili brutture specie nel corso del tempo in considerazione della generica trascuratezza di problemi di manutenzione nella presentazione dei disegni a committenti.

Esempi di grandi progetti architettonici andati rapidamente in rovina sono innumerevoli ma basterebbe anche solo ricordare il disastroso stato di avveniristiche strutture disegnate per l’evento del G8 presso La Maddalena. Complessi ambiziosi divenuti, in tempo brevissimo, tristi ammassi di rovina inesorabile senza possibilità di recupero.

I materiali moderni hanno dimostrato di durare molto di meno e di richiedere appunto accurata, e costosa, manutenzione. Il caratteristico dinamismo degli equilibri politici di un sistema democratico comporta notevole incertezza sui programmi di finanziamento di lungo periodo. Le strutture architettoniche che godono di assistenza continua sono quelle assunte a simbolo di riferimento nazionale.

Edifici pubblici di prestigio sono sempre un “biglietto di presentazione” di uno stato per l’arena internazionale. La forza economica e militare di una nazione sono meglio espresse con lo stato sano delle strutture e monumenti che li rappresentano. La solennità,spesso esagerata a proposito, è un costo che ogni nazione sostiene al suo meglio nella stessa maniera degli uomini e donne quando si incontrano con ricercato aspetto.

La finalità pratica e la suggestione artistica non sempre si incontrano,anche nella civiltà romana famosa per il profondo senso pratico dell’architettura.

Un esempio eclatante di virtuosismo esagerato era la celebre Domus Aurea voluta fortemente da Nerone che si vantava,di suo, di essere un “grande artista”. Un complesso di edifici e spazi privati di dimensioni tali da suscitare critiche da parte dei suoi contemporanei. Un colossale progetto rimasto incompiuto per la morte del suo committente e rimasto poi profondamente alterato e ridimensionato fino a quasi scomparire.

I progetti voluti da regimi non autoritari non sono da meno sull’abbondante uso di risorse e spazi per enfatizzare anche la ricchezza e la potenza dei suoi committenti. Un modo di fare che si allaccia quasi direttamente all’atteggiamento di attestazione di potere della borghesia emergente sulla costruzione delle cattedrali come simbolo di prestigio dinnanzi alla aristocrazia feudale.

Un esempio di continuità del ruolo simbolico delle cattedrali è la storia della Cattedrale cattolica di Liverpool. Il progetto doveva rappresentare l’orgoglio dei cattolici irlandesi immigrati da tempo nella città sotto il regno della protestante Inghilterra. Le autorità ecclesiastiche non riuscirono a far avviare i lavori del progetto approvato nel 1853 fino al 1929 data di celebrazione del Catholic Relief Act approvato nel lontano 1829 a favore di libera pratica religiosa dei cattolici.

Le autorità committenti hanno scelto Edwin Lutyens conosciuto per la realizzazione di ambiziosi edifici fra cui il Palazzo del Vicerè a New Delhi in India. Egli perseguiva la nuova tendenza dell’Eclettismo che stava prendendo piede in vari campi artistici. Il progetto di Lutyens sarebbe dovuto essere caratterizzata da una mescolanza audace di arte bizantina ed elementi rinascimentali. Lutyens non pose limiti alle dimensioni che avrebbero potuto superare addirittura quelle della Basilica di S.Pietro a Roma.

I committenti, di solito sensibili al gigantismo, approvarono il disegno che fa richiamare piuttosto alla mente il caustico commento fatto da Michelangelo nei confronti del progetto alternativo di S.Pietro da parte di Antonio da Sangallo il Giovane:

(…) tanti angoli bui e nascosti…che offrivano l’opportunità di consumare infamie di ogni genere,come servire da rifugio ai fuorilegge…(…)

Il grande Architetto Buonarrotti si riferiva proprio all’aspetto carvernoso e cupo degli interni in netta contrapposizione allo stile luminoso e leggero tipico dei suoi progetti che non sempre furono compresi dai suoi contemporanei e successori come nel caso della basilica di S.Maria degli Angeli eretta sulle rovine delle Terme di Caracalla sempre a Roma.

I contemporanei di Lutyens,invece, accolsero con entusiasmo il disegno presentato con abilità dal collaboratore John Thorp nel 1932 durante una importante esposizione ( Royal Academy Summer Exhibition ). I lavori iniziarono l’anno successivo ma procedevano con lentezza fino ad essere del tutto fermati allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale. Liverpoll ha avuto forse la fortuna di evitare di trovarsi una montagna sgraziata e pesante di gradoni e cassettoni con una gigantesca cupola che avrebbe superato quella di S.Pietro senza però la medesima raffinatezza dell’impianto generale. La città dei Beatles sarebbe stata dominata da una versione moderna di una sorta di S.Pietro di Sangallo il Giovane con la tipica pesantezza delle forme di malintesa copia di modelli e stili del passato.

Gli eventi bellici e la crisi economica successiva segnarono la fine del sogno ( incubo ? ) di Lutyens e dei suoi committenti fino al 1967 quando i lavori, discontinui, culminarono dando alla città una versione decisamente più piccola e alleggerita con il tocco del nuovo architetto assegnato Frederick Gibberd.

Nel medesimo periodo, fino agli anni ’60, fiorivano simili progetti architettonici tutti caratterizzati dall’entusiasmo generato dalle potenzialità offerte dall’industrializzazione. Dalle case sospese di Lissitzky ( Mosca ) alla città verticale di Le Corbusier ( Parigi ) si voleva sfidare la gravità e i limiti fisici della Natura senza considerare la dimensione umana degli individui in ossequio alla diffusa tendenza a ritenere un elemento tangibile la “massa” o la “società” con i suoi supposti bisogni.

Un esempio notevole di gigantismo democratico ( in tutti i sensi, anche inteso come dominio della massa sugli individui ) era il colossale Grattacielo Illinois disegnato da Frank Lyold Wright nel 1959. Il paradosso vuole che Wright era profondamente legato all’americano ideale di “home” con giardino e privacy famigliare contrariamente al diffuso fenomeno di proletarizzazione urbana con i suoi casermoni ed alveari che stavano per dominare i paesaggi di numerose città nel mondo. L’architetto immaginava una società facilmente plasmabile con interventi ingegneristici come era convinzione diffusa in quel periodo, non solo nel socialismo reale. Il dinamismo e il caos della società atomizzata attuale non erano minimamente presi in considerazione da molti progettisti e committenti suoi contemporanei.

Wright immaginava un grattacielo alto ben 1600 metri, un altezza mai raggiunta tuttora ( il celebre Burj Khalifa raggiunge appena 828 metri ! ) quando il grattacielo più alto del mondo era ancora l’Empire State Building con i suoi 381 metri appena. Il progetto avrebbe potuto accogliere quasi 100000 persone destinate a viverci, non solo per lavorare come molti contemporanei grattacieli. Wright era fiducioso sull’uso dell’energia atomica, in un epoca di grande fervore per l’atomo, come strumento per favorire l’abitabilità con ascensori e veicoli a propulsione nucleare ignorando, da architetto, le complicazioni e i pericoli insiti di un uso così disinvolto ( l’energia atomica resta tuttora non utilizzata in luoghi domestici ). Il progetto era fantascientifico pur disegnato da una mente aliena da voli pindarici della fantasia e audace nelle sue premesse come un uso massiccio di elicotteri quando stavano cominciando ad entrare in gran numero nella società. Inoltre Wright, da estimatore di giardini, prevedeva di radere al suolo vastissime aree per ricoprirle di cemento per fare da base della gigantesca torre con tutti i problemi di equilibrio ecologico che potevano emergere anche al di là nel tempo.

In sostanza il sogno di individui felici e lavoratori con il proprio angolino dentro un immane alveare senza la libertà di ariosi spazi e,possibilmente, privo di divertimenti e altre forme di espressione ( attività difficilmente calcolabili e pianificabili dall’alto ) sarebbe diventato un incubo orwelliano nonostante l’ideologia positivista della democrazia sopratutto di quel periodo ancora non scosso appunto dai dubbi e alternative dell’individualismo propri degli anni ’60 e ’70.

Oggi si sta assistendo alla tendenza a voler ritornare a forme idealizzate del passato,ancorandosi a simboli rassicuranti della vecchia società di massa, “il popolo”, riportando dagli angoli della memoria concetti dei confini e necessità come elementi tangibili per disegnare forme di riferimento fra la propria comunità e l’esterno.

Il paradosso di Wright dalla ciclopica piramide democratica potrebbe ritornare sotto forma di stati che si trasformano in isolati grattacieli chiusi per la “massa” con il proposito di garantire a tutti un proprio loculo indipendentemente dalle reali circostanze e i limiti logici e materiali.

Le torri di Blade Runner sono il nostro orizzonte fra le pieghe del mutevole futuro ?

GABRIELE SUMA

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