nov 25, 2019 - Notizie    6 Comments

Chiedi chi erano i Beatles

Chiedilo a una ragazza di 15 anni di età - chiedi chi erano i Beatles, lei ti risponderà… così narrava con la più bella voce italiana degli ultimi trent’anni Lucio Dalla il bardo bolognese insieme al suo amico Morandi sul testo scritto da Roberto Roversi e musicato da Curreri. Le sue canzoni hanno segnato l’apice dell’epopea del cantautore come moderno cantastorie utilizzando i canali tecnologicamente avanzati della radio e della televisione. Un tempo custodi della memoria passata e avvolta nel mito, i moderni cantastorie sono diventati testimoni del divenire dei tempi intercettando i sentimenti,pensieri,inquietudini e cambiamenti sociali e culturali delle generazioni di appartenenza. La musica, diletto dell’animo, va anche a servizio della Storia facilitando la lettura del mondo così come viene affrontato da chi deve creare il futuro: i giovani.

Cicerone si lamentava o tempora o mores. Le scuole di danza erano orrore agli occhi di Catone quando la dura società romana iniziava ad assaporare i piaceri della pace e delle ricchezze materiali e culturali ottenute nei brutali tempi delle guerre di conquista. Il lamento che sempre si solleva quando subentrano mode,tendenze, capovolgimenti di certezze che i più giovani afferrano con mano sicura sprezzanti dei fulmini polemici delle stesse generazioni che hanno a loro volta sognato,desiderato e amato dimentichi di miti ed icone fuori tempo. Senza timore di dubbio le canzoni sono come gli dei, vivono ed esistono finché c’è chi presta attenzione ed amore a loro e in assenza di fede diventano poi monumenti in rovina,buoni soltanto per musei e libri di storia.

Cielo d’estate nel settanta si pensava a tutto - negli anni ottanta si è perduto tutto - si ricomincia da capo, si ricomincia da zero - guardavo a ieri e siamo già a domani.. domani,il domani ! un domani già oggi, nel mare della melodia già si sentiva quello che sentivano tutti, nonostante le apparenze brillanti di un decennio che ha cambiato l’Italia e intere generazioni quali gli anni 80. Un decennio di cantautori,non solo Dalla, che intonavano tutti la voglia di fare qualcosa di diverso piuttosto che accettare solo sacrifici e rinunce, anche ballando come pazzi, come barbari. Uno scandalo carico di quella energia da sempre presente a chi è ancora giovane e può essere incosciente ed incurante delle scelte come si espresse, suscitando invece opposte reazioni, nemmeno un decennio prima il non mai compromesso Lucio Battisti E guidare come un pazzo a fari spenti nella notte per vedere - Se poi è tanto difficile morire…

Vasco Rossi, più tardi,dava la voce alla generazione, quella generazione che oggi ha accettato tutto, guardando a ieri e provando ansia per il domani come i loro genitori, un’altra generazione Siamo solo noi - Che non abbiamo più niente da dire - Che non vi stiamo neanche più ad ascoltare - Quelli che non hanno più rispetto per niente - Quelli che ormai non credono più a niente …

e che oggi accettano raccomandazioni e prudenze, talvolta senza capire ma incredibilmente fiduciosi in quello che viene detto da autorità. I ribelli, i pirati ora approdati per diventare commercianti e possidenti. Celentano più di ogni altro è diventato quel “pazzo cavaliere” che non ha capito dove il mondo sta andando e ha tentato di predicare un spegnete le luci – me ne vado anche nei versi di finta nostalgia ma così pieni di sapore anni ’80 di un Italia che ormai non esiste più Là dove c’era l’erba ora c’è – una città - e quella casa in mezzo al verde ormai dove sarà in quella Via Gluck oggi leggendaria come Atlantide per gli antichi memori di mai esistiti tempi migliori dove tutto era perfetto.

Gli attuali cantautori, si sono fatti portavoce e portabandiera di una nuova generazione che accetta i compromessi ma non i confini, che desidera il benessere ma senza sacrificio, che vuole andare al sodo senza preliminari. Si vogliono bruciare le tappe ma non le banconote, pronti a rinunciare al fumo ma non all’erba, pronti ad ascoltare le urla ma non a prestare orecchio ai sussurri. La cosiddetta incoscienza dei giovani amanti del ballo tanto detestati dall’invelenito Catone.

Mahmood ha intuito una cosa, si parla tanto ma alla fin fine davvero nessuno ascolta, come già  diceva più di vent’anni prima Vasco che oggi continua a far piangere i quarantenni armati di cravatta e portatili..Prima mi parlavi fino a tardi, tardi - Mi chiedevi come va, come va, come va - Adesso come va, come va, come va… alla fin fine i giovani continuano sempre a sentire quella sensazione di solitudine, quel sospetto di essere incompresi che attraversa i secoli e le epoche senza che noi ce ne accorgiamo. Che scandalo è stato il romanticismo ! gli scapigliati ! versi strappalacrime, amori sublimi e senza compromessi e la lacrima facile che avranno fatto alzare folte sopracciglia di padri che ricordavano ben altra arte  e così all’infinito, nella notte dei tempi.

I ragazzi di un’altra generazione, ormai scoppiata ( baby boomers ) si nascondevano in case sopra alberi mentre i ragazzini di oggi preferiscono giocare con le parole per farne mattoni di un muro destinato forse a cadere di nuovo in attesa di futuri incompresi che verranno carote, carote, solo carote – le regalo a mio nipote, diventano banconote…

GABRIELE SUMA

 

 

 

 

 

 

ott 12, 2019 - Notizie    2 Comments

Il Duca sottovalutato

Spagna, attraversata da molteplici popoli e civiltà, non fu mai completamente dominata da una sola potenza se non per pochi secoli e con imponenti sforzi, dall’aquila romana. Fra le rovine imperiali sovrani,piccoli e grandi, convinti di avere il proprio Dio dalla loro parte si contendevano la terra senza risparmio per quasi mille anni. Fortezze ritenute inespugnabili cadevano con la medesima facilità in cui alleanze si rovesciavano e gli inganni e micidiali trappole si susseguivano. La società e la cultura spagnola si indurivano per la quotidiana presenza della guerra come le aride rocce dei suoi deserti riflettevano l’accecante bagliore del sole. L’acqua era preziosa per gli eserciti in marcia riducendo così le guerre a sanguinose schermaglie quando si preferiva evitare i rischi di grandi battaglie campali. Nel corso dei secoli gran parte della penisola venne unificata tramite complessi giochi diplomatici in circostanze in cui soluzioni con le armi erano improponibili.

La penisola entrò a far parte del contesto europeo per un sovrano nato alla periferia dell’Impero dove non tramonta mai il Sole ma posizione geografica,cultura,identità ebbero sopravvento sugli ideali medievali dell’impero universale. Lo stessa effimera unione dinastica del Portogallo con il dominio castigliano-aragonese dimostra il carattere indomabile ed orgoglioso del territorio e dei suoi abitanti.

Il declino del suo impero e l’epilogo tragico dei suoi leggendari eserciti sul campo di Rocroi permisero alla Spagna un lungo periodo di relativa quiete nell’ombra di un lungo declino accettato con rassegnazione tipicamente iberica. Una società apparentemente apatica ma piena di voglia di vivere dietro un aspetto di rigida educazione religiosa così come Francisco Goya aveva compreso e percepito nei suoi spettacolari affreschi.

Il grande artista aveva intuito l’enorme forza di volontà nei ridanciani quanto selvaggi popolani e l’orgoglio nei componenti delle classi elevate ed è stato inorridito spettatore poi della tragedia della guerra immortalando per i posteri la sofferenza subita.

Gli avvenimenti in corso a Parigi con l’esecuzione del Re Luigi XVI trascinarono quasi tutta l’Europa nell’incendio senza risparmiare anche la sonnolenta Spagna all’epoca retta formalmente dal pacifico sovrano Carlo IV di Borbone. Goya ne fece un eccezionale ritratto del sovrano, mettendo in risalto, su tela, l’anima quieta della sua persona, senza ardori guerreschi così come ne furono privi anche i precedenti sovrani. L’indole battagliera dei Trastamara e degli Asburgo era ormai un lontano ricordo e causa della paralisi economica e sociale che attanagliava il regno all’indomani delle improvvise e turbolente avventure napoleoniche nel vecchio continente.

Il piccolo Corso, appena si fece Imperatore dei francesi, coinvolse il regno iberico nella sua infinita guerra contro l’Inghilterra rimasta unica potenza antifrancese. Le sfortunate vicende militari e i disagi del blocco economico colpirono profondamente la già fragile economia spagnola preparando le future premesse di tensioni sociali. L’amore sincero per la monarchia e sentimento religioso mantenevano unito tutto il sistema.

La distruzione del fior fiore della flotta spagnola a Trafalgar comportò un atteggiamento di diffidenza nei confronti del proprio alleato da parte dell’Empereur. Il fallimento della politica continentale,infine, spinse Parigi a prendere direttamente in mano la situazione in considerazione del ruolo del Portogallo nel “campo” guidato dal Regno Unito. Nel 1807 Napoleone obbligò la Spagna a partecipare all’invasione del Portogallo con due armate di supporto alle forze francesi. Il governo di Madrid era retto da Manuel Godoy fin dagli albori della rivoluzione francese. Egli, per sopravvivere, scelse di essere collaborazionista della Francia trascinando la Spagna nella guerra contro l’Inghilterra. Londra aveva già deciso l’importanza strategica della cosiddetta “guerra peninsulare”. Gli storici moderni sono concordi sul parallelo storico con le recenti esperienze militari in Vietnam e in Afghanistan cogliendo proprio in prestito l’originale termine spagnolo di guerrilla ( piccola guerra ) per le unità combattenti irregolari in territorio occupato.

Nell’anno successivo ( 1808 ) Napoleone, non fidandosi del governo alleato, credette di poter prendere il controllo dell’intera penisola iberica. La società spagnola era considerata arretrata e il sistema economico locale inefficiente ma i francesi avevano sottovalutato il profondo sentimento religioso alimentato da preti di rango sociale basso ma dotati di forza di volontà irresistibile.

Gli storici si dibattono sulla decisione di Napoleone di procedere nonostante notevoli rischi, sproporzionati al vantaggio che si poteva trarre. A suo svantaggio era l’asperità del territorio e la scarsità delle comunicazioni che ostacolavano la trasmissione dei messaggi per permettere una cognizione realistica della situazione da Parigi. Nel momento in cui il ministro Godoy rischiò il linciaggio per aver permesso ai francesi di entrare in territorio spagnolo, L’Imperatore decise di intervenire in modo massiccio con uno stile che può far ricordare gli interventi sovietici in Europa Orientale durante la Guerra Fredda. Come nella Budapest del 1956, le truppe francesi incontrarono una notevole resistenza popolare nella capitale Madrid. Goya immortalò il momento con celebri opere cogliendo con maestria l’espressione di stupore e sconcerto dei cavalieri mamelucchi di Murat e il conseguente sentimento vendicativo con esecuzioni di massa che, ancora oggi, caratterizzano i conflitti di qualsiasi scala e latitudine.

Le brutali repressioni dell’occupante fecero incendiare tutta la penisola iberica diventando una trappola mortale per l’esercito francese ancora ammantato dal mito dell’invincibilità guadagnato sotto il Sole di Austerlitz. Napoleone accolse la famiglia reale in fuga ma la confinò a Bayonne e prese la corona per offrirla invece al fratello Giuseppe con la missione di porre fine ai disordini nella penisola.

I francesi furono però duramente sconfitti dai ribelli sia a nord nella battaglia di Medina Del Rioseco sia a sud nella battaglia di Bailén nell’afoso luglio del 1808 determinando il collasso del regno di Giuseppe Bonaparte che abbandonò velocemente Madrid. Proprio l’inaspettata svolta degli avvenimenti spinse l’Inghilterra ad inviare un,ancora, oscuro ufficiale dotato però di notevoli doti di comando: Sir Arthur Wellesley.

Il comandante diede subito prova di sé sconfiggendo nella battaglia di Vimeiro il generale Junot liberando in poco tempo l’intero Portogallo dall’occupazione. In seguito alla vittoria però Wellesley rischiò di perdere il comando per aver concesso a Junot di ritirarsi con tutte le sue truppe in patria via mare ma le sue doti dimostrate in battaglia permisero la chiusura dell’inchiesta.

Quando i messaggi raggiunsero Parigi, Napoleone si infuriò decidendo di intervenire direttamente con intento di chiudere la faccenda con classiche battaglie regolari senza rendersi però conto dell’inutilità di esse di fronte ad una guerra di liberazione nazionale. La campagna, come al solito, si era svolto rapidamente schiacciando le forze regolari dei ribelli, aprendosi la strada per Madrid nonostante terribili condizioni climatiche, difficoltà logistiche e tremendi sacrifici delle truppe ausiliari polacche.

In quel momento critico gli inglesi tentarono di respingere l’avanzata francese, affidata da Napoleone a Soult, con disciplina e determinazione sotto il comando del generale John Moore ma la disintegrazione rapida delle forze ribelli ne consigliò la ritirata. La situazione ricorda abbastanza la situazione in cui gli inglesi e suoi alleati ritroveranno secoli dopo nel 1940. L’intero corpo di spedizione dovette ritirarsi attraverso un territorio difficilissimo senza riuscire quasi mai a sganciarsi dagli inseguitori francesi fino all’estremità costiera a nord della penisola in direzione Corunna dotata di un porto per reimbarcarsi. Era,in pratica, la Dunrik o Dunkerque del 1808. La lunga Anabasi degli inglesi si concluse, ai primi giorni del nuovo anno 1809 davanti alla città ma i francesi pure erano vicini, determinati nel costringere i fuggitivi ad arrendersi. Moore riuscì a mettere in salvo l’artiglieria e accettò battaglia morendo però sul campo. Gli inglesi riuscirono,comunque, a scompaginare l’armata di Soult in modo inaspettato. Napoleone, ritiratosi in Francia poco prima, perse l’ultima occasione di poter vincere la guerra nel 1808 così come Hitler la perse nel 1940.

Il generale Wellesley ritorna in scena nel maggio del 1809 vendicando la sconfitta di Corunna contro l’armata di Soult entrata in Portogallo ed intercettata presso la città di Porto. Wellesley godeva del grande vantaggio di avere una solida base protetta da catene montuose per mantenere dolorosa la cosiddetta “ulcera”, così battezzata da Napoleone, del fronte iberico. Londra aveva calcolato giustamente che la guerra spagnola avrebbe distrutto il mito dell’invincibilità francese. Il piccolo Corso, di conseguenza, non seppe inventarsi una soluzione per uscire dal pantano mentre Wellesley già stava gettando le basi di una ben più vasta operazione per porre termine al conflitto. Era necessario, una volta consolidato il controllo del Portogallo, lanciare una grande controffensiva accordandosi con le forze regolari ribelli. Il piano era di costringere i francesi a ritirarsi in direzione Madrid ma l’intera operazione rischiò di essere seriamente compromessa per la manovra di aggiramento dietro le linee in atto dal solito Soult con le sue divisioni dalle Asturie. Wellesley si rese immediatamente conto del grave pericolo ma sfruttò l’inesperienza del Re Giuseppe, reinstallato sul trono, che non aspettò il chiudersi della trappola attaccando le forze anglo-spagnole. Le formazioni tipiche dei francesi dell’assalto in colonna si rivelarono inadeguate contro il serrato e disciplinato fuoco inglese nonostante la superiorità numerica e Talavera divenne luogo di una seconda grande sconfitta francese dopo Bailèn. Wellesley si guadagnò proprio a Talavera il titolo onorifico di Duca di Wellington che tutti noi conosciamo. Tuttavia l’arrivo di Soult, pur tardivo, costrinse Wellesley a ritirarsi mentre ribelli spagnoli che dovevano unirsi subirono cocenti sconfitte a sud di Madrid. Wellington non si unì all’ambizioso tentativo dei ribelli di ingaggiare battaglia in stile convenzionale e campo aperto per le sue corrette valutazioni sulla pericolosità delle forze francesi, umiliate ma ancora troppo potenti. Mentre i francesi mandavano in rotta gli spagnoli, gli inglesi subirono le conseguenze. La controffensiva francese distrusse l’intero fronte meridionale e la stessa capitale dei ribelli,Seville, cadde con tutto il suo governo.

La resistenza si limitò ad una sacca intorno al porto di Cadice anticipando simili scenari del nostro tempo ( Bataan, Pusan ) in ragione del fatto che per tutta la guerra gli inglesi avevano il vantaggio del dominio del mare, indispensabile per continuare la lotta. Un altra grande armata francese era entrata in campo minacciando uno dei principali varchi per il Portogallo a nord della penisola. Wellington accorse immediatamente solo per trovarsi, in condizioni sfavorevoli, contro uno dei migliori generali di Napoleone: Andrea Massena. In seguito alla rapida caduta di Almeida, i francesi, ancora una volta, entrarono in Portogallo incontrando notevole resistenza delle truppe inglesi che si ritirarono dietro ad un formidabile campo fortificato a difesa di Lisbona.

Wellington aveva contribuito di suo, per la sua naturale attitudine alla difesa, alla realizzazione di questo straordinario sistema conosciuto con il nome di “linee di Torres Vedras” che anticipava concetti che si sarebbero visti in forme sempre più imponenti dalla Guerra di Crimea fino alle fortezze della seconda guerra mondiale. Da notare che ancora non era entrata in scena la canna rigata che avrebbe reso praticamente impossibile un assalto senza accettare perdite spaventose, come così è stato molte volte nelle guerre successive. Lisbona si dimostrò imprendibile bloccando Massena che sperava di ricevere aiuto da Soult a cui gli era affidato incarico di aprire un varco a sud del Portogallo. Le forze anglo-spagnole rinchiuse nella sacca di Cadice riuscirono a distrarre Soult impedendogli di riunirsi a Massena compromettendo tutta la campagna francese così come era stata pianificata all’inizio con il suo obiettivo principale : la liquidazione del Portogallo.

Gli errori strategici di Soult resero impossibile la continuazione dell’assedio di Lisbona. I francesi si ritirarono subendo forti perdite fino a rientrare in territorio spagnolo senza mai riuscire a seminare gli anglo-spagnoli di Wellington.

Era iniziata una nuova fase della lotta, verso un crescendo rapido di massacri e lotte disperate intorno all’epicentro strategico della cittadina di Badajoz la via d’accesso al Portogallo dal lato meridionale. Wellington, ancora una volta, utilizzò tattiche difensive innovative dimostrando doti di versatilità rispetto ai suoi molti avversari francesi più abituati a manovre e rapidi assalti. I francesi non riuscirono mai ad averne ragione sull’organizzazione difensiva guidata da Wellesley aiutato dal supporto della guerriglia nella raccolta di informazioni e attacchi alle linee di rifornimento.

I francesi restarono, tuttavia, padroni di gran parte delle maggiori città spagnole e delle vie di collegamento con la madrepatria ma cresceva il prezzo di ufficiali e soldati sempre meno rimpiazzabili. Nel 1812, dopo un lungo periodo di attrito senza esiti, la situazione cambiò in merito alla disastrosa decisione di Napoleone di invadere la Russia per quanto molti problemi erano ancora irrisolti, non solo nella penisola iberica. Un tragico errore strategico che gettò le premesse del crollo finale dell’Impero Napoleonico.

Wellington, in questa cruciale fase, rivela anche il suo talento per manovre offensive attaccando le guarnigioni francesi che sorvegliavano le vie di accesso fra Spagna e Portogallo con velocità quasi da Blitzkrieg sfruttando il logoramento nemico. Non avendo il tempo di organizzare assedi, egli ebbe fortuna e determinazione in fulminei assalti, resi possibili anche dai veterani ormai di anni di battaglie continue. Wellesley faceva parte di un più ampio piano di generale controffensiva anglo-spagnola che comportava la separazione fra gli eserciti francesi del nord e del sud con un azione combinata di attacchi via mare della costa settentrionale della penisola, guerriglia e raid sulle rive del fiume Tago quasi al centro dell’intero fronte. Una combinazione simultanea di operazioni di varia tipologia che riporta alla mente le manovre strategiche delle guerre successive,più che il semplice sistema napoleonico orientato sull’obsoleto principio della “battaglia decisiva”. L’armata di Wellington si trovò così in una posizione centrale nel teatro nei pressi della cittadina di Salamanca. In questa battaglia si osserva l’applicazione di tecniche che saranno poi replicate in parte anche a Waterloo. Wellington, attento alla morfologia del territorio, aveva posizionato le forze fuori dal tiro dell’artiglieria francese dietro alle colline e l’area limitava la visuale e non dava possibilità di aggiramento se non con grandi rischi. Wellington aveva studiato il campo prescelto per obbligare il suo avversario ad agire in modo prevedibile e nel caso di Salamanca ( così come sarebbe poi accaduto anche a Waterloo ) fu un successo completo. I francesi tentarono una manovra di aggiramento ma esposero il fianco pericolosamente in una circostanza che si sarebbe visto su molto più grande scala nella Battaglia della Marna all’inizio della Grande Guerra secoli dopo. Wellington “vide” il fianco nemico passargli davanti e dopo furiosi combattimenti fino a notte fonda aveva scompaginato lo schieramento nemico. Wellington vinse la battaglia decisiva e per i mesi successivi entrò a Madrid e liberò diverse altre città dall’occupazione francese durata quasi quattro anni. La buona stella abbandonò il generale quando superò i propri limiti nel fallito assedio di Burgos situata sul lato orientale e settentrionale della penisola, non lontana dai Pirenei. I francesi, si erano riorganizzati costringendo il Duca ad abbandonare l’offensiva. Wellington si ritirò alle posizioni di partenza, anche in questo caso anticipando gli esiti fallimentari di grandi offensive e gli scarsi guadagni territoriali sopratutto della Grande Guerra ’14-’18.

Nell’anno successivo, 1813, Il regale fratello Giuseppe lasciò definitivamente Madrid per tornare in Francia insieme a diverse truppe in seguito agli avvenimenti in atto in Europa centrale dopo la clamorosa ritirata dalla Russia. Wellington sfruttò l’occasione per sbloccare l’impasse intercettando l’armata reale e distruggendola in una sola battaglia. Il Re Giuseppe Bonaparte, privo di doti del suo imperiale fratello minore, fu responsabile del disastro anche per aver rallentato la marcia per non perdere i suoi numerosi bagagli. I francesi lasciarono il territorio spagnolo una volta superato i Pirenei forte ostacolo naturale agli inseguitori. Wellington si rese conto del rapido logorio delle proprie truppe,preziose per il loro addestramento ed esperienza bellica nell’inospitale territorio basco e li impegnò, riducendo diserzioni ed indisciplina, nella presa di San Sebastian roccaforte francese nell’area e batté, per ennesima volta, Soult giunto per un tentativo di rompere l’assedio. Il Duca si dimostrò particolarmente audace pochi mesi dopo scardinando una solida posizione francese sorprendendo i difensori attraverso un passaggio ( il fiume Bidasoa ) ritenuto impossibile ( un classico nella storia militare ) al limite estremo nord della terra dei baschi. In seguito agli avvenimenti occorsi dopo la battaglia di Lipsia in Europa centrale Wellington sospese la progettata liberazione della Catalogna e invase la Francia meridionale puntando su Bayonne che fu teatro di violenti scontri con i resti dell’armata di Soult per tutti i duri mesi invernali del 1813. Nei mesi successivi il Duca, mantenendo l’assedio a Bayonne, inseguì i francesi fino a Bordeaux che si dichiarò città aperta per evitare distruzioni. Tolosa, teatro di una terribile azione di repressione della repubblica rivoluzionaria nel lontano 1793, cadde anche essa nell’aprile del 1814. I francesi si arresero il 30 maggio 1814.

La “Guerra Peninsulare” durata quasi sette anni, aveva lasciato l’intera penisola completamente in rovina e sarebbero emersi subito contrasti insanabili nella sconvolta società spagnola mentre l’impero dove non tramontava il Sole cessò di esistere.

Il Duca aveva dimostrato nella lunga campagna doti di brillante condottiero moderno anticipando tecniche delle guerre successive come enfasi sulle posizioni difensive, aggressività e versatilità in puntate audaci contro difese nemiche, pianificazione strategica dei campi trincerati, organizzazione di intelligence, senso di risparmio delle forze che fu più di orni altra cosa la sua dote più singolare in considerazione della diffusa attitudine, fra i comandanti dell’epoca compreso Napoleone,ad accettare forti perdite in incerte operazioni.

Egli riutilizzò gran parte dei suoi schemi e anche molti dei suoi veterani a Waterloo nel 1815, togliendo a Napoleone iniziativa,scelta del campo e libertà di manovra, obbligandolo ad una battaglia di posizione in cui il grande Corso non dava il meglio di sé così come è già avvenuto in situazioni simili sia a Borodino che a Lipsia.

Grandemente misconosciuto al di fuori dalla sua patria di origine, in parte anche per il generale sentimento continentale contro l’Inghilterra per complesse ragioni storico-culturali e in parte per la generale trascuratezza, da parte dei media, sulla guerra peninsulare che invece racchiude in sé parecchi elementi tattici e strategici di tutte le guerre successive.

Abbiamo visto situazioni ed elementi che caratterizzeranno la guerra di secessione americana, la grande guerra, persino la Guerra di Corea in assenza ovviamente delle rivoluzioni tecnologiche che comunque avevano rafforzato e reso fondamentale il principio difensivo di cui il Duca Wellesley ne era profondo conoscitore e maestro per i suoi tempi.

GABRIELE SUMA

lug 28, 2019 - Notizie    2 Comments

La Storia Alternativa

Esiste un genere molto particolare ed affascinante nella letteratura: la fantapolitica.

I romanzi fantapolitici sono nati dal grande ramo della letteratura fantastica che ha prodotto visioni di mondi anche di antichissima data come la Alethe Dieghemata ( Storie Vere ) di Luciano di Samosata e Orlando Furioso di Ludovico Ariosto ( la descrizione del proprio mondo “alla rovescia” sul bianco satellite ).

La Fantapolitica assume connotazioni ben precise nel XIX secolo per assolvere a funzioni di critica sociale alla luce della fiducia,all’epoca di grande tendenza. nell’evoluzione scientifica e tecnologica .

 Verso la fine della grande epoca delle innovazioni del romanticismo sulle arti era emerso il gusto per l’orrore e la rottura delle norme sociali, non solo nella figura di Dracula ma anche nel più diretto splatter grafico offerto dalle rappresentazioni teatrali  Grand Guignol  , anticipando di un secolo il cinema del nostro tempo.

Si stava imponendo una generale volontà di effettuare radicali cambiamenti in tutti i campi come una istintiva reazione per la “noia” delle giovani generazioni europee ed occidentali che, dalla fine dei massacri napoleonici, si sono ritrovate a vivere in una sorta di presente “congelato” da immobilismo rassicurante in assenza di “scosse” emotive dell’ideologia e dei conflitti. I desideri di rivalsa e cambiamento dei giovani avrebbero poi determinato quelle basi ideologiche per la follia collettiva della Grande Guerra vista dai contemporanei, al momento dello scoppio, come un occasione per spezzare la “noia esistenziale”.

I primi segni di visione escatologica possono essere visti, al di fuori della sfera artistica delle religioni e dei testi sacri, nei primi romanzi fantastici moderni pubblicati nell’800 e fra questi testi di una certa importanza vi sono La Fin du Monde di Flammarion ( 1894 ) e The Time Machine di H.G.Wells ( 1895 ).

Entrambi i romanzi, pur completamente diversi nell’approccio e nello schema, descrivono un futuro sconvolto da avvenimenti apocalittici per motivazioni edotte dal presente contemporaneo e dal corrente pensiero. Apocalisse percepita come inevitabile conseguenza estremizzata di fattori negativi presenti nella società. Entrambi i lavori erano immersi ancora nella generale atmosfera di ottimismo sulla capacità di cambiare in meglio le tendenze umane.

Gli orrori del ventesimo secolo hanno spazzato via quel tipo di approccio nonostante un’ interessante parentesi di recupero del positivismo nella breve ma intensa esperienza del futurismo a cavallo fra le due guerre mondiali.

George Orwell ha dato un contributo decisivo alla maturazione del genere fantapolitico dando ad esso gli elementi “scientifici” di sottogenere del Fantastico fino ai giorni nostri. Il Romanzo 1984, scritto all’indomani della Guerra Fredda, contiene elementi come proiezione nel futuro della dimensione geopolitica esistente con descrizione dei comportamenti futuri in base a determinismi dettati dalla geografia politica e dalle tecnologie conosciute al momento. L’autore, nel romanzo fantapolitico, immagina lo scenario come evoluzione del peggiore degli scenari possibili in ossequio anche al generale pessimismo sulla natura umana come opposta reazione all’ottimismo ottocentesco.

La motivazione che spinse gli autori ad elaborare un romanzo fantapolitico era, di solito, dettata dalla volontà di sollecitare una reazione sociale e politica nei confronti di pericoli incombenti. Orwell, da disincantato esponente del socialismo anarchico, voleva avvertire delle minacce del totalitarismo insite nelle illusioni del comunismo tanto che la sua opera precedente, La Fattoria degli Animali, è stata censurata durante la seconda guerra mondiale nell’Impero Britannico per non urtare l’alleato sovietico del momento.

Dunque un intento di dare al romanzo un ruolo indiretto di trattato politico di denuncia. Diversi autori, spesso anglosassoni, si sono cimentati con questo sottogenere per descrivere ansie contemporanee che mutavano nel corso dei decenni. L’atmosfera di confronto totale fra due sistemi sociali e politici opposti caratterizzò tutta la produzione letteraria del genere. I vari autori hanno descritto scenari geopolitici accumunati dalla percezione di aggressività da parte dell’URSS come un mostro monolitico al centro della massa continentale euroasiatica,   fronteggiato dagli alleati generalmente “occidentali” ,per lo più in condizioni critiche. Gran parte delle opere concludeva l’affresco del futuro immaginato nella catastrofe finale dell’olocausto atomico visto come “fine della Storia” stessa per il genere umano.

Dunque fantapolitica con le influenze culturali dell’escatologia tradizionale nell’assunto finale ma esistono,tuttavia,anche eccezioni notevoli nella letteratura fantapolitica della Guerra Fredda come il famoso A Prova di Errore di Burdick e Wheeler ( romanzo da cui è stato tratto il film omonimo nel 1964 da Lumet ) e La Terza Guerra Mondiale di Hackett.

Il primo romanzo è stato scritto come avvertimento nei confronti della meccanizzazione estrema dei processi decisionali su questioni vitali ( il generale sistema di “fine di mondo” automatica ed irreversibile ) mentre l’altro si presentò come segnale di allarme, agli occhi dell’autore, di estrazione militare, nei confronti di una ritenuta impreparazione dell’occidente di fronte al pericolo imminente di un “colpo di coda” del gigante sovietico nella sua sempre più evidente fase di declino verso la fine della guerra fredda.

Il romanzo di Hachett è molto interessante per le premesse che l’autore ha descritto nelle prime pagine nello stile più di trattato che di romanzo. L’autore, scrivendo nel 1978, aveva osservato, a suo parere, l’erosione del sistema occidentale dal punto di vista militare accusando le sinistre europee ed americane di aver determinato una fatale condizione di disarmo ed impreparazione nonostante il deciso avventurismo dell’Unione Sovietica in atto fin dalla seconda metà degli anni ’70. Il “conflitto”,che si accende nel mondo immaginato dall’autore, è uno strumento narrativo per una posizione politica molto precisa. Hackett si era mostrato molto contrario ai grandi tagli effettuati dal proprio governo britannico e dai propri alleati NATO per ragioni di calcoli politici interni e necessità finanziarie. In diverse pagine il “quarto muro” della rappresentazione scenica è continuamente infranto per osservazioni polemiche sulle difficoltà a cui vanno incontro i personaggi della finzione narrativa ( un alternativo 1985 ) per situazioni reali dell’attualità dell’epoca ( 1978 ).

Un abile artificio letterario per imbastire un discorso politico attraverso lo strumento del romanzo. Una tecnica spesso utilizzata in passato da diversi autori che evitarono la censura mediante filtri della satira favolistica.

Da notare che le problematiche affrontate, all’epoca attuali, sarebbero diventate immediatamente “storia passata” con completo rovesciamento delle posizioni,fazioni e fulcro di crisi. Un difetto tipico delle “previsioni” che si basano su informazioni al momento in possesso dall’autore insieme al suo specifico punto di vista nonostante la natura caotica che contraddistingue il mondo contemporaneo. Il romanzo è stato pubblicato esattamente a metà fra un mondo tutto sommato cristallizzato ancora al “XX secolo” e quello appena in fasce contenente esplosivi elementi conseguenti di fattori accumulati nel periodo precedente. L’autore, figlio di un mondo legato alla seconda guerra mondiale, non era però ignaro dell’immenso potenziale sulla sfera sociopolitica da parte della comunicazione televisiva anche fuori dal controllo governativo all’epoca universalmente presente sui nuovi media ( internet era ancora agli albori al momento della pubblicazione ).

In un episodio del romanzo, Hackett descrisse un fenomeno, oggi molto frequente, di “leaking” di un episodio che sarebbe dovuto essere tenuto segreto da parte dei governi coinvolti ed invece esposto alla pubblica opinione tramite canali non ufficiali da operatori della comunicazione con conseguenze politiche anche importanti.

Oggi gli avvenimenti, non coperti dai notiziari e consueti canali di informazione, vengono quotidianamente forniti da servizi privati con problemi di controllo delle fonti e credibilità ingenerando situazioni di manipolazione del materiale per fini politici.

Difatti sono anche numerosi gli esempi di diffusione di resoconti manipolati per creare nella grande utenza della Rete “opinioni” che hanno un impatto poi sulla sfera politica. Inoltre il romanzo contiene, fra le righe, una corretta previsione sul ruolo della televisione nelle guerre quando descrive il deciso supporto popolare ( in particolare riguardo alla collettività anglosassone ) all’intervento militare fino a quel momento tenuto segreto in ossequio alle tesi dell’irrazionale dell’Uomo della Strada anticipando quello che sarebbe poi successo davvero nella Prima Guerra Del Golfo ( 1990-1991 ).

Il carattere “profetico” non si esaurisce solo in esso ma anche nella corretta individuazione della crisi negli stati retti dalle dittature centralizzate del campo sovietico, in particolare proprio nella Iugoslavia. Il romanzo individuò correttamente il ruolo della Germania nel processo di disgregazione iugoslava. Da qui poi il precipitare degli eventi innescata da una rara apparizione di un personaggio italiano ( Hackett, come molti militari britannici, stimava poco l’Italia pressoché ignorata per gran parte del romanzo ) con i meccanismi di uso mediatico delle notizie già descritto precedentemente. Il romanzo “invecchia male” a giorno d’oggi per essere stato un prodotto di un epoca in cui c’era ancora solo il comunismo, nelle sue varianti, come alternativa al modello economico e culturale dell’Occidente. Da notare che al momento della stesura, negli Stati Uniti ancora non c’era il Presidente Reagan che ha influenzato moltissimo l’intera produzione culturale e cinematografica non solo nel proprio paese all’insegna di un deciso revival della Guerra Fredda. L’Islam era considerato invece una forza “anticomunista” soprattutto tramite abili manipolazioni dell’opinione pubblica e politica occidentale da parte dell’Arabia Saudita quando si prendeva in considerazione opportunità di crisi nel gigante sovietico per quanto fosse non ancora avvenuta l’invasione sovietica dell’Afghanistan. L’autore vide,inoltre, la situazione mediorientale ed africana, sotto una prospettiva che si sarebbe poi rilevata sbagliata in pochissimo tempo dopo la pubblicazione. Nel romanzo si descrive un conflitto in cui un inverosimile Egitto, protagonista di diverse guerre perse contro Israele, riesce a mettere in atto una catena di eventi che determina la nascita di un ‘inverosimile Repubblica Araba con l’Arabia Saudita,Iraq e Kuwait contro un’ altrettanto inverosimile lega costituita dall’Iran e il resto degli emirati arabi senza il fattore Khomeini ancora lì da venire. Lo scenario, ora superato nei suoi elementi geopolitici, potrebbe ancora suscitare una certa inquietudine per la descrizione di incidenti occorsi sulle petroliere a cui stiamo assistendo oggi nella reale situazione di crisi nel Golfo.

Il romanzo ha colto nel segno con l’elemento Cina nell’equilibrio fra le superpotenze citando apertamente Orwell che fu subito attento nell’osservare la nascita di un “terzo polo” strategico nell’assetto mondiale post seconda guerra mondiale ma l’osservazione, sempre inserita nel contesto storico fine anni ’70, era legata alla temporanea fortuna economica e politica del Giappone evidenziando la frequente incomprensione da parte dei britannici sulle complesse divergenze fra cinesi e giapponesi. La previsione è corretta sul piano del risorgimento economico dell’Asia ma errata nella premessa di una unione economica fra i due giganti asiatici. Oggi possono far sorridere i progetti di sfruttamento siberiano con investimenti nippo-cinesi e quella sorta di “sfera di co-prosperità” ma non si deve dimenticare che ancora nel periodo della stesura del libro il Giappone stava furoreggiando e sembrava essere destinato a superare gli USA in un breve tempo. L’ascesa economica del Sol Levante infatti aveva messo in crisi il modello industriale statunitense influenzando lo stile di vita occidentale con ritrovati tecnologici e fattori culturali ancora oggi presenti. Hackett era ben conscio degli sviluppi in Asia ma non estese il discorso escludendo completamente l’area dal contesto narrativo dell’immaginato futuro.

Si tratta quindi di un “futuro” che oggi può essere inteso invece come un intrigante scenario di Storia Alternativa insieme a diversi altri romanzi che hanno descritto alterazioni degli scenari storici a favore di fazioni o ideologie “sconfitte” dalla Storia. Dunque un alternativo 1985 tipo “cosa sarebbe successo” se non ci fosse stato Reagan, Gorbachev, l’invasione sovietica dell’Afghanistan, Khomeini e radicali mutamenti socio-culturali che hanno segnato profondamente la società e la politica in tutto il mondo. Una sorta di 1985 ricco di elementi tradizionali del passato della seconda guerra mondiale come antiquate politiche di coscrizione e mobilitazione di massa, tattiche e modi di fare la guerra oggi da tempo non più in atto in gran parte dell’Occidente. Un alternativo 1985 anche per la citazione di armamenti che nelle pagine erano descritti come avveniristici senza sospettare il differente destino riservato .come gli shuttle militari che sono rimasti sulla carta ancora oggi.

Un romanzo che non sarà inserito nel pantheon della letteratura universale di certo anche per il fatto che capolavoro artistico lo si diventa quando si supera la barriera del contesto storico in cui è immerso e si avvia a scuotere le corde dell’animo umano per sempre. La Fantapolitica, ancella della letteratura fantastica ed imparentata con la storiografia e sociologia, è figlia invece del suo tempo per la sua stessa pretesa di leggere il futuro con le lenti del presente.

Solo un Maestro assoluto poteva dare occasione di non far invecchiare il messaggio proposto. 1984 di George Orwell, scritto nel lontanissimo 1948 rientra in tale categoria di capolavoro artistico. Un pezzo di XX secolo che ancora coglie nel segno per la profonda conoscenza degli uomini da parte di un disincantato servitore, suo malgrado, dell’Impero Britannico scomparso nella Storia sempre mutevole,sempre sfuggente.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                             GABRIELE SUMA

giu 24, 2019 - Categoria Prova    4 Comments

Il Fango e le Lacrime – Paschendale Iron Maiden

Many soldiers eighteen years/Drown in mud, no more tears/Surely a war no-one can win /Killing time about to begin…tanti ragazzi immersi nel fango senza poter nemmeno più piangere, combattendo una guerra infinita, vivendo solo per uccidere.

Il fango, nominato tante volte nei versi scritti dal gruppo musicale britannico Iron Maiden ( la cosiddetta vergine di ferro, ben nota tortura  settecentesca nonostante la diffusa convinzione di origine medievale ), era la materia che avvolgeva ogni cosa nel campo intorno ad una cittadina di nessuna storia fino a quel momento: Paschendale.

I ragazzi erano cittadini di varia origine accomunati dalla comune appartenenza al più vasto impero che l’Umanità a quel momento avesse mai conosciuto. Rule Britannia scritto e composto da Thomson ed Arne nel ’700 era un inno memorizzato e cantato da innumerevoli popoli uniti dalle leggi di una piccola ma agguerrita isola conosciuta con il nome di Regno Unito. La bandiera rappresentava molto bene la forza nell’unità con la combinazione dei colori della Scozia,Irlanda,Inghilterra legati da complesse vicissitudini storiche.

Il rosso usato per le linee sottili dei soldati era anche il colore che copriva quasi interi continenti con un mezzo miliardo di sudditi all’epoca 1/4 dell’intera popolazione mondiale. L’Impero Britannico era avviato ad un lento declino per la relativa stagnazione dello sviluppo tecnologico sempre più sostenuto da nuove potenze emergenti come la Germania e i giovani Stati Uniti d’America un tempo parte dell’Impero di Sua Maestà. Le norme democratiche, l’autonomia della stampa e l’influenza culturale occidentale avevano fornito ai sudditi la possibilità di fare leva proprio sui principi rappresentativi dei dominatori per elaborare un senso di appartenenza. I parlamenti locali e l’istituzione di ristrette ma battagliere borghesie locali misero in discussione i privilegi riservati ai britannici nell’amministrazione. I gruppi dirigenti locali diventarono quasi inglesi per combattere gli inglesi. Le circostanze,diverse per tutti gli angoli dell’impero,  permisero l’emergere di nuove nazioni caratterizzate da arbitrarie delimitazioni territoriali e da comune radice culturale per i gruppi dominanti.

Durante la Grande Guerra il vastissimo sistema imperiale era ancora funzionante fornendo alla causa dell’Intesa la forza delle sue navi da guerra sparse per i sette mari e un nutrito contingente di truppe di cui solo una parte era costituita da cittadini del territorio metropolitano. Canadesi,neozelandesi,scozzesi ed irlandesi ingrossavano i ranghi, spesso di origine sociale molto bassa ed uniti solo dalla comune lingua parlata. L’esercito britannico sembrava essere esattamente la rappresentazione classista caratterizzante la società vittoriana e in generale quella del mondo. L’aristocrazia e l’alta borghesia si tenevano ben stretti privilegi di comando per quanto ci sono stati casi di uomini di basso ceto elevati alle più alte cariche militari. La coscrizione obbligatoria era un tabù per antiche ragioni di insofferenza nei confronti di eserciti permanenti considerati, a torto o a ragione, strumenti di tirannia. Per secoli gli inglesi erano abituati ad essere orgogliosamente legati all’autonomia contro ogni tentativo di centralizzazione politica che fosse di origine monarchica o parlamentare.

Allo scoppio del conflitto si era assistito ad un movimento di entusiasmo collettivo da parte dei giovani europei spinti da forti convinzioni in una misura mai più ripetuta in tutte le guerre successive. Gli inglesi, pur orgogliosamente isolani, condivisero appieno il generale sentimento della gioventù continentale fornendo alla Patria sangue e sudore. I primi mesi del conflitto erano caratterizzati da forte apporto di volontari anche di elevata estrazione sociale. La differenza stava nel fatto che i volontari inglesi erano tutti in prima linea mentre in continente i volontari assunsero, per differente appartenenza sociale, funzioni quanto possibile lontane dai rischi diretti della prima linea solitamente presidiata da coscritti di ceto contadino. I 18 anni erano, all’epoca, età di persona considerata adulta nel pieno delle sue funzioni socio-economiche ma non erano rari casi di volontari che mentivano sull’età e combatterono anche reparti costituiti da individui avanti con gli anni ma con esperienza sulle spalle sopratutto nella guerra di montagna.

Surely a war no-one can win sintetizza bene quel senso di sgomento e il generale crollo del morale a tutti i livelli non solo in ambito militare. C’è stato un improvviso crollo della disciplina da parte di numerosi reparti francesi che è stato uno dei motivi per cui fu combattuta la battaglia di Paschendale. L’enorme potere paralizzante delle armi automatiche rese impossibile un esito definitivo di continue e sanguinose offensive. L’Inghilterra aveva deciso di “sacrificare” deliberatamente le vite dei propri ragazzi in uniforme per mantenere costante la pressione sui tedeschi nell’illusione di accelerare la fine della guerra così come è stato tentato, inutilmente, con la sfortunata campagna dei Dardanelli un anno prima. L’intera operazione coinvolse più di cinquanta divisioni che sfondarono la linea tedesca senza lesinare sui mezzi disponibili come il riutilizzo della medievale tecnica delle mine sotterranee nella battaglia di Messines e l’ausilio di “tanks” dal nome di “barile” usato originariamente per ingannare lo spionaggio tedesco sui nuovi mezzi fortemente voluti da Churchill; un vulcano di idee anche troppo audaci per l’epoca. Si stava quasi sperando di tornare alla tanto agognata guerra di movimento grazie all’adozione di innovative tecniche di supporto dell’artiglieria e al moderno dinamismo delle manovre dell’esperto comandante-visconte Herbert Plumer.  L’entusiasmo ingenerato dall’abbandono progressivo delle trincee si spense rapidamente in seguito alla nefasta sostituzione di Plumer con un mediocre generale ( Hubert Gough )  per volontà del comandante supremo Douglas Haig conosciuto per essere stato uno più ottusi comandanti della storia militare inglese. Il repentino cambio di strategia pesò moltissimo sull’esito dell’intera operazione fino a quel momento caratterizzata da perdite, per l’epoca,accettabili.  L’imprevedibile mutamento delle condizioni meteorologiche fece il resto.

Drown in mud, no more tears…la parola mud divenne sinonimo di inferno per migliaia e migliaia di giovani che si ritrovarono a dover marciare e combattere anche contro un fango talmente massiccio che risucchiava i più deboli e non dava scampo ai feriti ed avvolgeva i morti.  L’intero campo di battaglia divenne un’immane palude resa ancora più terrificante dall’aspetto lunare provocato dalle bombe di artiglieria e dalle insidie,spesso letali, di grovigli di filo spinato e raffiche invisibili delle mitragliatrici quando non si alzavano enormi colonne di terra ed arti umane disseminando schegge in tutte le direzioni come si canta nel medesimo testo Dodging shrapnel and barbed wire / Running straight at the cannon fire. 

I tanks inglesi, per qualche motivo mai citati nel testo, furono per la prima volta fermati dall’entrata in servizio delle prime armi anticarro le quali i tedeschi non smetteranno più di sviluppare anche dopo la fine del conflitto mentre si tentò di effettuare uno sbarco anfibio dietro le linee del Kaiser senza successo sia per la novità ( per la mentalità rigida dell’epoca ) sia per i troppi cambiamenti apposti nello stesso motivo per cui l’intera operazione, dapprima partita bene, era fallita inevitabilmente. Gli aerei furono utilizzati massicciamente per missioni di bombardamento e supporto alle truppe di terra anticipando le tecniche CAS ( Close Air Support ). In questa battaglia si videro,quindi, primi segni del nuovo modo di fare la guerra che per il paradosso della Storia fu iniziato per impulso britannico. Gli avversari tedeschi impararono in fretta le lezioni preliminari della futura rivoluzione militare conosciuta come Blitzkrieg. 

Dall’inizio dell’estate del 1917 fino al fango indurito e gelato di fine anno, gli inglesi si lanciarono in continui ed incessanti assalti dissanguando terribilmente l’intera British Expeditionary Forces che era praticamente l’intera forza militare britannica sul fronte francese. I francesi, ripresi dalla crisi, diedero anche loro il tributo di sangue verso la fine dell’anno ma senza cambiare di molto l’esito finale che risultò essere di mediocri guadagni di posizione. Gli eventi occorsi sul fronte italiano a Caporetto fecero sì che l’intera campagna venisse abbandonata nonostante l’enorme costo sopportato.

Malinconica constatazione nei versi suddetti Crucified as if on a cross /Allied troops they mourn their loss/German war propaganda machine /Such before has never been seen.  Le cifre dei morti sono tuttora fonte di incessanti dibattiti fra gli storici alla stregua di fanti che si sparano dalle proprie trincee ma è universalmente appurata la cifra di quasi trecentomila fra morti ed invalidi permanenti per non parlare di numerosi dispersi, spesso privati anche del riconoscimento perché ingoiati dal Mud.

Era l’epoca in cui i governi, con ipocrisia spesso denunciata da innumerevoli scrittori e poeti più rappresentativi della generazione prima entusiasta poi ferocemente disillusa, eressero numerosi monumenti funebri ai caduti come per una collettiva Mea Culpa da parte della classe dirigente per l’immane macello spesso causa dell’inettitudine dei comandanti solitamente rappresentanti delle categorie sociali meno colpite dalla strage ed universalmente accusate per aver tratto guadagno sulle vite delle categorie mobilitate al fronte. Un sentimento che avrebbe dato origine poi al nuovo mostro chiamato ideologia di massa per attaccare le istituzioni a scopo di sostituirle con nuove forme di tirannia dietro la facciata di volontà popolare.Forse oggi una tendenza simile si sta ripresentando nuovamente per la lunga crisi economica come se l’occidente fosse appena uscito da una guerra.

Un autentico simbolo di magniloquenza Kitsch è proprio data dall’erezione del monumento Menin Gate per i dispersi mai più resi riconoscibili nel Mud di Paschendale. L’enorme impianto è caratterizzato da stilemi neoclassici ( molto in voga fino alla fine della seconda guerra mondiale in Europa per edifici pubblici ) e spropositato per le sue dimensioni ( esteso per quaranta metri e alto venti ) e costruito su terreno inadatto imponendo la realizzazione di gigantesche quanto profonde fondamenta per la stabilità del complesso.  La lapide, sovrastante l’enorme arco, recita la dedica ai caduti dell’esercito imperiale con la chiusura finale che sembra suonare come una tragica beffa and to those of their dead who have no known grave ( a tutti coloro che sono morti in terra ignota senza dovuto funerale ).

Ben si innestano nel tragico quadro i versi finali

See my spirit on the wind/
Across the lines, beyond the hil
Friend and foe will meet again 
Those who died at Paschendale

Paschendale – Iron Maiden 2003

GABRIELE SUMA

giu 15, 2019 - Notizie    No Comments

La Notte di Taranto

Ho aperto da qualche settimana un altra pagina blog dedicata alla mia città, Taranto, ricordando il momento più spettacolare della sua tormentata e plurisecolare storia. Nel contesto ho inserito anche approfondimenti sulle caratteristiche da “città fortificata” con intento di far rilevare che Taranto non è solo “Magna Grecia”.

https://notteditaranto.home.blog/

buona lettura !

GABRIELE SUMA

mar 13, 2019 - Notizie    4 Comments

La Notte di Matapan – parte prima

Ho il rammarico di comunicarvi che il vostro congiunto, Capo R.T ( radio telegrafista N.d.A ) di 2^ Cl ( classe Accademia Navale N.d.A ) MEDICI Luca, deve considerarsi disperso nel corso di una azione di guerra compiuta il 29 marzo 1941.

Così lo Stato, nella veste del Comando Superiore del Corpo Reali Equipaggi Marittimi ( in pratica l’attuale Scuola Sottoufficiali della Marina Militare, dalla fine anni ’40 agli anni ’80 Corpo Equipaggi Militari Marittimi ) comunica alla famiglia dell’inserimento di un combattente di mare nel conteggio dei caduti nella terribile notte del 29 marzo 1941. La data che ha segnato profondamente non solo le famiglie dei militari ma anche il corso della guerra fortemente voluta da Mussolini nonostante evidenti problemi non solo tecnici e materiali.

Pochi giorni prima della data della dichiarazione di guerra all’Inghilterra ( 10 giugno 1940 ) la Regia Marina era stata sottoposta al rigido controllo centrale della Supermarina, in pratica lo Stato Maggiore in netto contrasto all’attitudine britannica di permettere ai singoli comandanti di squadra di operare autonomamente nei propri teatri di operazioni. La rigidità gerarchica era una costante nella storia militare italiana con conseguenze talvolta tragiche come è avvenuto nella Grande Guerra.

Siffatta struttura di comando obbediva ad una dottrina, che poco rispondeva alle esigenze della guerra moderna, denominata in termini inglesi, Fleet In Being. In linea di massima si riteneva, a torto e a ragione, di non potersi permettere di affrontare la Mediterranean Fleet della Marina Imperiale Britannica senza rischiare di subire perdite difficilmente rimpiazzabili e arrivare ad un negoziato senza una flotta come elemento di forza.

L’ammiraglio Domenico Cavagnari era uno dei principali propugnatori della dottrina, in netto contrasto con la volontà di Mussolini di dare alla Marina un contegno aggressivo in tutto il teatro mediterraneo ( la nota direttiva 328 del 31 marzo 1940 offensiva in mare su tutta la linea, dentro e fuori ). Il Duce desiderava dare all’Italia una posizione egemone sul Mediterraneo e in tal guisa aveva investito molto sulla Marina fin dai primi anni ’30. Lo sforzo fu notevole per le limitate capacità industriali e logistiche del Paese ma con esito compromesso dall’assenza di un coerente programma a lungo termine.

Il Governo aveva,di volta in volta, cambiato priorità alle costruzioni navali ritardando quelle per le corazzate e trascurando le portaerei. La dottrina strategica subiva le mutevoli priorità degli scenari geopolitici ingenerando un pericoloso distacco dalle reali possibilità date dalle risorse disponibili.

I piani strategici, inizialmente, erano caratterizzati da un atteggiamento molto aggressivo presupponendo grande fiducia nell’efficacia ed efficienza delle proprie armi nel controllo del Mediterraneo Centrale. Nei disegni erano spesso assenti considerazioni di contributo di forze alleate, tedesche o francesi ( durante la crisi etiopica ) e si riteneva, con un certo margine di sicurezza, di minimizzare le conseguenze sulle colonie africane. Inoltre si era molto fatto affidamento su unità di tonnellaggio minore ma con presupposta maggiore velocità ed evasione e sommergibili per proteggere i convogli e i collegamenti marittimi fra il territorio metropolitano e le colonie.

La situazione iniziò a cambiare con l’imporsi della “dottrina Cavagnari” dalla crisi etiopica alla seconda guerra mondiale. L’ammiraglio temeva la superiorità della marina britannica fino a sottolineare più volte al Duce la necessità di evitare ad ogni costo un conflitto con essa. L’Ufficio Piani della Regia Marina,verso la fine degli anni ’30, aveva elaborato uno scenario, ottimistico in una certa misura, basato sulla possibilità di un attacco di sorpresa addirittura nel Mar Rosso e persino la presa di Malta per evitare il confronto vero e proprio. Un azzardo paragonabile al calcolo fatto dal comando giapponese nei confronti della superiore potenza statunitense.

La Marina e l’Aeronautica non riuscirono mai ad elaborare insieme un efficace strategia contribuendo a creare le premesse del disastro.

La priorità alla protezione dei collegamenti marittimi era stata, di conseguenza, posta a tutto discapito di un programma per una campagna offensiva “in ricerca del nemico” andando contro la logica di fare la guerra per vincerla distruggendo attivamente la forza del nemico. La potenza britannica si era imposta, al contrario, proprio nella aggressività senza compromessi anche nelle circostanze più difficili. Le guerre sono essenzialmente basate sull’obiettivo di annientare la forza nemica su più livelli dal psicologico al materiale. In un certo senso l’antica saggezza cinese aveva già avvisato che le migliori vittorie sono proprio quelle non combattute prevalendo sulla psicologia e percezione nemica. I vertici militari italiani erano gravati da pessimistiche ( anche se realistiche ) preoccupazioni nei confronti di una marina storicamente invitta e determinata.

Verso la fine degli anni ’30 i vertici politici e militari erano convenuti all’idea che l’Italia sarebbe potuto essere pronta per la guerra soltanto a partire del 1944 con una flotta molto più grande ( più di otto corazzate, possibilmente di classe Littorio ,delle quali soltanto quattro furono realizzate, in tempo di guerra ) e le eventuali portaerei, trascurate ma non dimenticate, erano previste in aggiunta alla corretta previsione di manovrabilità nel teatro mediterraneo, in contrasto con la dominante tesi della “portaerei naturale” dell’arma aerea a terra.

Il progetto si basava su fragili basi poiché l’Italia era carente di infrastrutture navali per grandi navi da battaglia e non furono date misure concrete per la protezione della vasta flotta mercantile che in gran parte sarebbe stata sequestrata allo scoppio della guerra debilitando ulteriormente la già scarsa capacità industriale per un piano navale ambizioso oltre misura.

Il carattere esagerato del piano navale fu un tratto tipico di tutte le potenze dell’Asse. Germania e Giappone avevano elaborato simili progetti al limite delle capacità delle proprie rispettive economie usando come metro di paragone le marine inglese ed americana nonostante tempo ridotto di preparazione economica e tecnica

La guerra era scoppiata nel momento in cui tutte le potenze dell’Asse si ritrovavano, per responsabilità dei vertici politici, ad essere nemmeno a metà del cammino verso il completamento dei propri piani. Un handicap fatale nei confronti di avversari nettamente superiori sul fronte marittimo.

Caso ancora più grave fu la netta assenza di una condivisione di strategia fra gli alleati dell’Asse con conseguenze nefaste sul coordinamento delle operazioni in ogni teatro. L’Italia e la Germania “litigarono” per le priorità strategiche evidenziando fratture e provocando diffidenze reciproche che influirono pesantemente sulla condotta della guerra. I vertici militari, con il ruolo fondamentale di Ciano, ritardarono l’ingresso in guerra dell’Italia di quasi un anno facendo rilevare al Duce tutte le carenze e le necessità a carico dell’intero sistema-paese.

Mussolini, come tutti i dittatori dell’Asse, aveva trascinato,di conseguenza, la nazione in un confronto impari assumendosi pienamente responsabilità.

L’Italia, a poche ore della dichiarazione di guerra, si era ritrovata a dover affrontare la Mediterranean Fleet con appena due corazzate che erano versioni modificate di due unità risalenti alla Grande Guerra invece di 8 di classe Littorio previste ( due in costruzione al momento e due completate ma ancora non disponibili ) e nemmeno una portaerei. La scarsità di navi da battaglia fu una delle ragioni per cui i vertici decisero di limitare al minimo l’impiego di esse, affidando ad incrociatori e a sommergibili il peso delle operazioni con esiti non decisivi.

Emersero notevoli problemi di coordinamento aeronavale con la sfortunata battaglia di Punta Stilo dove la Regia Marina e la squadra inglese entrarono in contatto con rispettive corazzate per la prima volta. Gli inglesi colpirono con successo la corazzata Giulio Cesare e minacciarono anche l’altra corazzata Cavour. La squadra italiana ruppe immediatamente il contatto ma fu sottoposta ad attacchi anche della propria aeronautica dalle coste per gravi deficienze di coordinazione e comunicazione.

L’amara esperienza esasperò la tendenza di non dover più rischiare le corazzate in una misura simile a quella presa da Germania e Giappone che impiegarono le proprie navi da battaglia in missioni e situazioni quanto possibile avulse dal contatto diretto con le controparti nemiche. La tecnologia navale, durante la seconda guerra mondiale, aveva sconvolto i tradizionali schemi di guerra navale oltre ogni previsione ed aspettativa.

La situazione logistica è stata anche una delle ragioni per cui il comando italiano decise di essere molto parsimonioso sull’uso delle navi da battaglia poiché le principali risorse naturali per lo sforzo bellico erano sopratutto di importazione e la perdita della numerosa flotta mercantile sequestrata dal nemico del conflitto era stata ,di conseguenza,devastante.

La vulnerabilità economica rendeva l’Italia ulteriormente dipendente dall’alleato tedesco che, a sua volta, non godeva di abbondanti risorse, non paragonabili certamente all’ arsenale della democrazia degli Stati Uniti. La Germania dipendeva moltissimo dal carburante e da materie prime dall’estero e la sua campagna di espansione territoriale era dettata dalla necessità di assicurare a se le suddette con le armi.

Mussolini, al contrario di Hitler, non aveva in mente uno scopo strategico al momento in cui decise di entrare in guerra.

A differenza dell’autore del Mein Kampf il Duce non aveva mai lasciato per iscritto una visione chiara e delineata di uno scopo finale dell’azione politica. Mussolini,pur avendo espresso mire territoriali, non ottenne dall’alleato tedesco supporto sulle trattative delle colonie francesi. Il ritardo nell’attaccare l’Egitto, la perdita dell’Etiopia e le sconsiderate campagne in Grecia e nei Balcani delineano una grave mancanza di disegno strategico dal parte dei vertici politici con gravi conseguenze sulle sorti della guerra stessa.

I terribili eventi del raid notturno di Taranto ( 11-12 novembre 1940 ) e dell’imboscata di Matapan ( 27-29 marzo 1941 ) simboleggiano efficacemente il risultato della irresponsabilità politica per una guerra che gli italiani non avevano del tutto compreso al momento dell’annuncio.da parte del Duce, nella fatidica ora tardopomeridiana del 10 giugno 1940.

Nella seconda parte indicherò i momenti più salienti della battaglia di Matapan alla luce delle considerazioni fatte nel presente articolo.

GABRIELE SUMA

gen 19, 2019 - Notizie    12 Comments

Gigantismo Democratico

La natura umana si esprime anche con la materia di cui sono fatte le abitazioni e i monumenti fin dall’alba della sua esistenza sulla Terra. La rapida evoluzione delle tecnologie ha permesso di realizzare opere di dimensioni tali da diventare parte del paesaggio per periodi anche di millenni.

La durata è parte dell’antico sogno di immortalità degli uomini. La memoria, saldata su durature costruzioni, garantisce l’eternazione della vita dei potenti nel cuore dei popoli. Enormi dimensioni sono concepite per sovrastare gli individui a scopo di suscitare timore reverenziale ed impotenza. I simboli del Potere vengono innalzati ad altezze tali da sottolineare la continuità del sistema fuori dalla portata dei sudditi. La pesantezza delle linee e forme per scoraggiare propositi di modifica ed attacchi come una sorta di corazza.

L’avvento delle democrazie ha introdotto un approccio differente nella linea di principio ma simile nel risultato finale. La spiegazione la si ritrova nella generica assenza di interesse dei committenti per audaci innovazioni tecniche. I committenti politici, anche nelle democrazie, apprezzano di più l’impatto visivo facilmente riconoscibile ed interpretabile. Lo spettacolo delle scenografie gratifica il committente che sa poi di poter investire nella certezza di apprezzamento sicuro da parte di tutti. Un investimento pregnante di occasioni di carriera e successo di immagine. In questo senso che i governi hanno approvato progetti di strutture anche di banale funzione pratica ma appesantite da ridondanti abbellimenti, dimensioni non necessarie e modifiche imposte.

Gigantesche stazioni ferroviarie, colossali palazzi pubblici, grandi spazi per riunioni di ogni genere si sono moltiplicate in tutti i paesi a regime democratico. Una tendenza spesso accompagnata da fenomeni di corruzione,disastri e fallimenti vari.

Numerosi progetti sono stati elaborati per compiacere i committenti sottovalutando l’effettivo costo e valore pratico e non tutti hanno visto poi la luce per la forza maggiore di eventi e circostanze impreviste. La mancata realizzazione ha comportato risparmi di energie e risorse e forse dato risparmio agli occhi degli osservatori di inesorabili brutture specie nel corso del tempo in considerazione della generica trascuratezza di problemi di manutenzione nella presentazione dei disegni a committenti.

Esempi di grandi progetti architettonici andati rapidamente in rovina sono innumerevoli ma basterebbe anche solo ricordare il disastroso stato di avveniristiche strutture disegnate per l’evento del G8 presso La Maddalena. Complessi ambiziosi divenuti, in tempo brevissimo, tristi ammassi di rovina inesorabile senza possibilità di recupero.

I materiali moderni hanno dimostrato di durare molto di meno e di richiedere appunto accurata, e costosa, manutenzione. Il caratteristico dinamismo degli equilibri politici di un sistema democratico comporta notevole incertezza sui programmi di finanziamento di lungo periodo. Le strutture architettoniche che godono di assistenza continua sono quelle assunte a simbolo di riferimento nazionale.

Edifici pubblici di prestigio sono sempre un “biglietto di presentazione” di uno stato per l’arena internazionale. La forza economica e militare di una nazione sono meglio espresse con lo stato sano delle strutture e monumenti che li rappresentano. La solennità,spesso esagerata a proposito, è un costo che ogni nazione sostiene al suo meglio nella stessa maniera degli uomini e donne quando si incontrano con ricercato aspetto.

La finalità pratica e la suggestione artistica non sempre si incontrano,anche nella civiltà romana famosa per il profondo senso pratico dell’architettura.

Un esempio eclatante di virtuosismo esagerato era la celebre Domus Aurea voluta fortemente da Nerone che si vantava,di suo, di essere un “grande artista”. Un complesso di edifici e spazi privati di dimensioni tali da suscitare critiche da parte dei suoi contemporanei. Un colossale progetto rimasto incompiuto per la morte del suo committente e rimasto poi profondamente alterato e ridimensionato fino a quasi scomparire.

I progetti voluti da regimi non autoritari non sono da meno sull’abbondante uso di risorse e spazi per enfatizzare anche la ricchezza e la potenza dei suoi committenti. Un modo di fare che si allaccia quasi direttamente all’atteggiamento di attestazione di potere della borghesia emergente sulla costruzione delle cattedrali come simbolo di prestigio dinnanzi alla aristocrazia feudale.

Un esempio di continuità del ruolo simbolico delle cattedrali è la storia della Cattedrale cattolica di Liverpool. Il progetto doveva rappresentare l’orgoglio dei cattolici irlandesi immigrati da tempo nella città sotto il regno della protestante Inghilterra. Le autorità ecclesiastiche non riuscirono a far avviare i lavori del progetto approvato nel 1853 fino al 1929 data di celebrazione del Catholic Relief Act approvato nel lontano 1829 a favore di libera pratica religiosa dei cattolici.

Le autorità committenti hanno scelto Edwin Lutyens conosciuto per la realizzazione di ambiziosi edifici fra cui il Palazzo del Vicerè a New Delhi in India. Egli perseguiva la nuova tendenza dell’Eclettismo che stava prendendo piede in vari campi artistici. Il progetto di Lutyens sarebbe dovuto essere caratterizzata da una mescolanza audace di arte bizantina ed elementi rinascimentali. Lutyens non pose limiti alle dimensioni che avrebbero potuto superare addirittura quelle della Basilica di S.Pietro a Roma.

I committenti, di solito sensibili al gigantismo, approvarono il disegno che fa richiamare piuttosto alla mente il caustico commento fatto da Michelangelo nei confronti del progetto alternativo di S.Pietro da parte di Antonio da Sangallo il Giovane:

(…) tanti angoli bui e nascosti…che offrivano l’opportunità di consumare infamie di ogni genere,come servire da rifugio ai fuorilegge…(…)

Il grande Architetto Buonarrotti si riferiva proprio all’aspetto carvernoso e cupo degli interni in netta contrapposizione allo stile luminoso e leggero tipico dei suoi progetti che non sempre furono compresi dai suoi contemporanei e successori come nel caso della basilica di S.Maria degli Angeli eretta sulle rovine delle Terme di Caracalla sempre a Roma.

I contemporanei di Lutyens,invece, accolsero con entusiasmo il disegno presentato con abilità dal collaboratore John Thorp nel 1932 durante una importante esposizione ( Royal Academy Summer Exhibition ). I lavori iniziarono l’anno successivo ma procedevano con lentezza fino ad essere del tutto fermati allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale. Liverpoll ha avuto forse la fortuna di evitare di trovarsi una montagna sgraziata e pesante di gradoni e cassettoni con una gigantesca cupola che avrebbe superato quella di S.Pietro senza però la medesima raffinatezza dell’impianto generale. La città dei Beatles sarebbe stata dominata da una versione moderna di una sorta di S.Pietro di Sangallo il Giovane con la tipica pesantezza delle forme di malintesa copia di modelli e stili del passato.

Gli eventi bellici e la crisi economica successiva segnarono la fine del sogno ( incubo ? ) di Lutyens e dei suoi committenti fino al 1967 quando i lavori, discontinui, culminarono dando alla città una versione decisamente più piccola e alleggerita con il tocco del nuovo architetto assegnato Frederick Gibberd.

Nel medesimo periodo, fino agli anni ’60, fiorivano simili progetti architettonici tutti caratterizzati dall’entusiasmo generato dalle potenzialità offerte dall’industrializzazione. Dalle case sospese di Lissitzky ( Mosca ) alla città verticale di Le Corbusier ( Parigi ) si voleva sfidare la gravità e i limiti fisici della Natura senza considerare la dimensione umana degli individui in ossequio alla diffusa tendenza a ritenere un elemento tangibile la “massa” o la “società” con i suoi supposti bisogni.

Un esempio notevole di gigantismo democratico ( in tutti i sensi, anche inteso come dominio della massa sugli individui ) era il colossale Grattacielo Illinois disegnato da Frank Lyold Wright nel 1959. Il paradosso vuole che Wright era profondamente legato all’americano ideale di “home” con giardino e privacy famigliare contrariamente al diffuso fenomeno di proletarizzazione urbana con i suoi casermoni ed alveari che stavano per dominare i paesaggi di numerose città nel mondo. L’architetto immaginava una società facilmente plasmabile con interventi ingegneristici come era convinzione diffusa in quel periodo, non solo nel socialismo reale. Il dinamismo e il caos della società atomizzata attuale non erano minimamente presi in considerazione da molti progettisti e committenti suoi contemporanei.

Wright immaginava un grattacielo alto ben 1600 metri, un altezza mai raggiunta tuttora ( il celebre Burj Khalifa raggiunge appena 828 metri ! ) quando il grattacielo più alto del mondo era ancora l’Empire State Building con i suoi 381 metri appena. Il progetto avrebbe potuto accogliere quasi 100000 persone destinate a viverci, non solo per lavorare come molti contemporanei grattacieli. Wright era fiducioso sull’uso dell’energia atomica, in un epoca di grande fervore per l’atomo, come strumento per favorire l’abitabilità con ascensori e veicoli a propulsione nucleare ignorando, da architetto, le complicazioni e i pericoli insiti di un uso così disinvolto ( l’energia atomica resta tuttora non utilizzata in luoghi domestici ). Il progetto era fantascientifico pur disegnato da una mente aliena da voli pindarici della fantasia e audace nelle sue premesse come un uso massiccio di elicotteri quando stavano cominciando ad entrare in gran numero nella società. Inoltre Wright, da estimatore di giardini, prevedeva di radere al suolo vastissime aree per ricoprirle di cemento per fare da base della gigantesca torre con tutti i problemi di equilibrio ecologico che potevano emergere anche al di là nel tempo.

In sostanza il sogno di individui felici e lavoratori con il proprio angolino dentro un immane alveare senza la libertà di ariosi spazi e,possibilmente, privo di divertimenti e altre forme di espressione ( attività difficilmente calcolabili e pianificabili dall’alto ) sarebbe diventato un incubo orwelliano nonostante l’ideologia positivista della democrazia sopratutto di quel periodo ancora non scosso appunto dai dubbi e alternative dell’individualismo propri degli anni ’60 e ’70.

Oggi si sta assistendo alla tendenza a voler ritornare a forme idealizzate del passato,ancorandosi a simboli rassicuranti della vecchia società di massa, “il popolo”, riportando dagli angoli della memoria concetti dei confini e necessità come elementi tangibili per disegnare forme di riferimento fra la propria comunità e l’esterno.

Il paradosso di Wright dalla ciclopica piramide democratica potrebbe ritornare sotto forma di stati che si trasformano in isolati grattacieli chiusi per la “massa” con il proposito di garantire a tutti un proprio loculo indipendentemente dalle reali circostanze e i limiti logici e materiali.

Le torri di Blade Runner sono il nostro orizzonte fra le pieghe del mutevole futuro ?

GABRIELE SUMA

ott 29, 2018 - Notizie    10 Comments

Halloween mediterraneo

La fine dell’inverno, fin dai più antichi tempi, era celebrata da molte civiltà con diversi riti per il giubilo e il ringraziamento.

 Molte feste erano caratterizzate da balli con accompagnamento di cibi e bevande per allietare anima e corpo dopo i patimenti subiti. Gli antichi greci erano noti per celebrare con gare atletiche e musicali dedicate in particolare a Dionisio dio del vino e dei piaceri. I fedeli aprivano i rituali con la distribuzione del vino conservato in botti deposte all’interno del santuario. Il liquido veniva conservato in recipienti che venivano poi riportati nelle case per il giorno successivo. I sacerdoti,infine, davano il segnale tanto atteso per aprire le brocche e bere il contenuto in onore alla divinità. I fedeli consumavano il proprio vino in atteggiamento molto serio senza alcun contatto con altri.

 L’atteggiamento potrebbe sembrare strano per una civiltà caratterizzata da frequenti momenti di comunità. La spiegazione è data proprio dal significato speciale di questa particolare festività dionisiaca che prende il nome di Antesteria dal nome dell’ Antesterione ottavo mese del calendario attico. Le porte venivano spalmate di pece ritenuta una barriera formidabile per proteggere i fedeli durante la bevitura rigorosamente fatta in solitudine e in silenzio. I greci ritenevano che gli spiriti dei morti risiedessero in un mondo sotterraneo chiamato Ade che poteva comunicare con il mondo dei vivi attraverso fenditure sulla superficie proprio nei giorni dell’Antesterione. I morti erano temuti e tenuti lontano usando vari amuleti fra cui più comunemente delle foglie di ramno conosciute per molte proprietà magiche.

 Esiste un altro motivo, della non condivisione del vino,basato invece sul mito, poco noto, di Oreste che era fuggito in Atene dopo aver ucciso la propria madre assassina del proprio marito, e padre di Oreste, Agamennone di ritorno da Troia. Il matricidio era un reato gravissimo che condannava il colpevole all’allontanamento in ogni circostanza anche in assenza di prigionia. In tal caso Oreste era condannato a bere da solo senza la compagnia di nessuno.

Dopo il rituale della bevitura, i fedeli uscivano dalle proprie case per tornare al santuario restituendo i recipienti usati ed effettuando gesti di scongiuro finali per decontaminare il luogo invaso dai morti. La giornata terminava con l’arrivo di una processione proceduta un sacerdote che rivestiva il ruolo di Dionisio. La processione era costituita da donne che accompagnavano una sacerdotessa scelta per il rituale accoppiamento con Dionisio in un area sacra della residenza dell’Arconte di Atene.

 La festa continuava il giorno dopo con più sobrietà di nuovo nelle case. La sbornia scatenata del giorno prima lasciava il passo al lavoro intenso per cucinare speciali focacce destinate ai morti per chiedere loro di ritornare nell’Ade. Le focacce venivano offerte ad Hermes, il dio messaggero, per portarle in dono ai morti.

 Il rituale del dono ad Hermes chiudeva ufficialmente la festa, i dettagli sono scarsi ma le modalità ricordano le attuali festività sia cristiane che politeistiche attuali, in particolare nell’Obon giapponese. Zenobio, sofista ed autore di proverbi, riporta la storia con una frase rituale, secondo l’autore, usata per la chiusura della festività “Thyraze,Kares,ouk et Antesheria” ( tornate alla porta, defunti o schiavi, che la festa è finita ) che lascia tuttora dubbi sul significato di kares che potrebbe significare sia i morti sia gli schiavi poiché era di usanza, come in alcune festività cristiane, annullare le differenze sociali e permettere a tutti gli strati sociali la partecipazione dei rituali.

 Durante la preparazione delle focacce, le fanciulle libere giocavano all’altalena; non si trattava di un semplice passatempo ma di un altro rituale di purificazione legato ad un altro mito relativo alla fanciulla Erigone che si suicidò in seguito all’uccisione del padre Icario. La leggenda vuole che molte altre fanciulle seguirono il fato di Erigone per la pazzia provocata dal fantasma vendicativo della giovane suicida. Il popolo di Atene, disperato per i lutti, chiese responso all’Oracolo di Apollo che consigliò di inventare l’altalena per permettere alle ragazze di dondolare come impiccate per ingannare lo spettro.

 Infine, come nella parte finale della Notte sul Monte Calvo di Petrovic Musorgskij,resa famosa con Fantasia da Walt Disney, il turbinio di orrori,maledizioni e fantasmi sfumava come la notte al primo albeggiare con i sapori di focacce fatte di semi e miele. Il vino, rosso come il sangue e caldo come il fuoco della vita, tornava ad essere amichevole accompagnamento non più contro i morti ma per i propri sogni,ambizioni e desideri in attesa del loro ritorno nell’anno venire.

GABRIELE SUMA

ago 4, 2018 - Notizie    4 Comments

Anabasi Britannica

Le guerre in corso rimandano alla memoria l’epoca dell’imperialismo ottocentesco. Le regioni interessate da conflitti, tra l’altro, corrispondono alle aree colpite da simili calamità. Le devastazioni e le sofferenze subite dalla popolazione civile si ripetono ciclicamente per ragioni di strategie geopolitiche non mutate in sostanza dai tempi della “Great Game” del XIX secolo. Gli obiettivi sono cambiati nella natura ( forme di energie e passaggi commerciali invece di territorio ed influenza ) ma le modalità in cui operano gli “attori” ( le potenze coinvolte ) sono ancora le stesse. Gli USA agiscono perseguendo l’obiettivo di conquistare e conservare il controllo della “periferia” della grande massa continentale euroasiatica secondo la famosa dottrina di Halford Mackinder che aveva studiato proprio la storia delle guerre imperiali combattute dalla Gran Bretagna negli anni di maggiore apogeo dell’età vittoriana del XIX secolo.

Il geniale geografo di Sua Maestà ( Edoardo VII all’epoca della pubblicazione dei lavori di Mackinder nel 1904-1905 ) aveva intuito che una Talassocrazia, all’epoca UK e oggi USA, doveva impedire il controllo dell’Eurasia da parte di una sola potenza con tutti i mezzi,diplomatici e militari, mirati sopratutto a quello che l’autore riteneva i “margini” della massa continentale. I territori “contesi” corrispondevano, e corrispondono mirabilmente tuttora, ad una fascia territoriale relaticvamente vasta e generica denominata “Rimland” dal Mar Baltico allo Stretto di Bering. Il Rimland era intesa come un area di competizione caratterizzata da logiche di “gioco a somma zero” per contrastare una potenza dominante la cosidetta Heartland facilmente identificabile, all’epoca e ancora oggi, nella Russia.

La percezione della Russia come minaccia agli interessi globali è stata una delle motivazioni che spinsero l’Impero Britannico a trascurare le complessità storiche e culturali di vaste aree non comprensibili all’ottica degli occidentali. La “guerra fredda” contro la Russia ha radici lontanissime e combattuta variabimente da ogni grande potenza nel corso dei secoli ma inaugurata ufficialmente con la Guerra di Crimea nel 1853. La Gran Bretagna ha combattuto Napoleone per impedire di “buttare via la mappa dell’Europa” ed era ancora determinata a fare lo stesso con la Russia uscita come grande potenza proprio per il suo ruolo decisivo contro l’aquila francese.

Tale contesto fu la premessa del peggior disastro mai subito dall’Impero Brtannico all’apogeo della sua potenza.

L’Afghanistan, la Tomba degli Imperi, era oggetto di grandi attenzioni da parte della Gran Bretagna per la sua posizione geografica nel generale contesto geopolitico in atto nei primi anni ’30 del XIX secolo. L’Impero Russo, governato con energia e tenacia da Alessandro II, aveva, da alcuni anni prima, strappato vasti territori alla Persia. La dinastia persiana Qajar, a sua volta, fece guerra al confinante Afghanistan per compensare le perdite territoriali subite. L’Inghilterra ebbe, in quel momento, seriamente timore di vedere direttamente minacciati i domini estesi su buona parte dell’India settentrionale.

Londra spedì, come plenipotenziario e rappresentante del governo George Eden Auckland alla Compagnia delle Indie che amministrava, in nome della Corona, vasti territori del Subcontinente. Egli subito mobilitò ogni risorsa per cercare di allineare l’Afghanistan alla parte britannica. Intensa attività diplomatica fu la conseguenza di nuove e sempre più estese incursioni persiane. L’area era governata da numerosi clan tribali spesso più in lotta fra loro che contro invasori stranieri. Nel periodo in questione ( 1838 ) la formale capitale,Kabul, era sotto il dominio del clan Barukzai che aveva espulso dal trono il sovrano Mahmoud dei Saduzai dopo poco tempo dalla sua salita al trono cacciando a sua volta il fratello minore Shuja Ul-Mulk.

La fragilità del potere centrale favoriva l’intraprendenza persiana spingendo i britannici ad entrare in azione decidendo di sostenere Shuja nella riconquista del trono perduto. Il comandante in capo dell’Esercito Sir Henry Fane espresse forte opposizione al piano di Auckland ma propose di rafforzare le forze destinate a supportare la spedizione come necessaria condizione per il successo. Il Governo di Sua Maestà, la giovane regina Vittoria, mise a disposizione ingenti forze fra fanteria e cavalleria in gran parte truppe indigene sipahi di Bombay e Bengala.

Il governatore di Bombay Mountstuart Elphinstone nutriva forti perplessità sulle possibilità di successo cercando di far notare le tremende difficoltà logistiche per una forza di spedizione di simili dimensioni in un territorio aspro e ostile quale era l’Afghanistan. Il governo fece orecchie di mercante alle ripetute rimostranze autorizzando il proseguimento della missione. L’obiettivo era reinstallare come “fantoccio” il pretendente legittimo senza alcuna prospettiva di lungo periodo poiché Londra prevedeva il ritiro della spedizione sottovalutando o trascurando le reali caratteristiche dello scenario. Una classica situazione di operazioni fatte a tavolino senza alcuna diretta conoscenza del luogo con obiettivi irrealistici e spesso di breve termine per immediati vantaggi del potere politico del momento.

L’armata di spedizione completò i preparativi in meno di un anno per procedere all’invasione dell’Afghanistan il 10 marzo 1839 attraverso il Passo di Bolan, unico ingresso possibile per un esercito proveniente dal Subcontinente indiano. Sir Alexander Burnes, uno dei più famosi agenti dei servizi britannici dell’epoca, accompagnava l’armata per prendere contatti con le varie tribù locali per facilitare la marcia verso la capitale,Kabul.

La situazione divenne fin da subito un incubo per l’insufficiente organizzazione logistica e moltissimi bagagli dovettero essere abbandonati mentre molti soldati iniziavano a subire gravi sintomi psicofisici per la penuria di cibo e acqua. Gli alleati afghani suggerivano di razziare la regione per requisire le razioni ma gli inglesi opposero un secco rifiuto. Kandahar era un insediamento fortificato che si trovava a metà strada per Kabul ma la guarnigione lo abbandonò permettendo agli esausti sudditi di Sua Maestà di recuperare le forze.

La popolazione locale accolse freddamente l’armata e il “fantoccio” Shuja era particolarmente inviso. Gli inglesi, ridotti allo stremo, decisero di sospendere ogni operazione per ripristinare le scorte. La marcia fu ripresa il 29 giugno con l’intento di raggiungere Kabul prima dell’arrivo dell’inverno.

Durante la marcia la cittadella fortificata di Ghazni oppose una strenua resistenza subendo terribili massacri da parte delle spietate truppe indiane e afghane della Regina. La caduta di Ghazni provocò divisioni fra le tribù fedeli a Kabul che divenne, di conseguenza,“città aperta” per i vincitori.

Le truppe britanniche entrarono a Kabul il 6 agosto installando sul trono Shuja con l’intento di ritornare indietro “a casa”. Il governo di Londra sottovalutò la complessità politica del regno afghano e non si rese conto bene della scarsa popolarità del regime “fantoccio” mentre La regina Vittoria era distratta da scandali interni nella sua corte ( Hastings Affair ).

Il Primo Ministro William Lamb Melbourne diede,inoltre, le dimissioni per una crisi di governo lasciando irrisolta la questione afghana dopo un promettente inizio.

Gli inglesi, mentre si svolgeva il dramma a Londra, installarono una nutrita guarnigione in un’area indifendibile di Kabul trascurando le più elementari necessità di sicurezza nel prospetto dell’imminente ritiro in India. Il contendente Dost Mohamed, fuggito da Kabul, venne catturato ed esiliato mentre il primogenito Akbar Khan riuscì a sfuggire per nascondersi e riorganizzare la rivolta contro il fantoccio Shuja.

Dopo due anni di occupazione, si moltiplicarono le scaramucce e gli attacchi alle carovane impegnando senza pause le truppe di Sua Maestà sotto il nuovo comando del vecchio ma combattivo maggiore generale William Elphinstone. Il comandante conosceva il cattivo stato in cui si trovava la guarnigione ma i suoi superiori fecero orecchie di mercante nonostante l’evidenza del problema. Il nuovo governo, Sir Robert Peel, si era quasi dimenticato della questione afghana.

La situazione precipitò quando il governo inglese si rifiutò di continuare a pagare una tribù che controllava il vitale Passo di Khyber che permetteva il passaggio più facile per l’India. La guarnigione di Sua Maestà tentò di mantenere aperta la via con la forza senza successo.

La disfatta accelerò la crisi a Kabul dove esplose la rivolta il 2 novembre 1841 in seguito ad incidenti diplomatici con un altra importante tribù. La guarnigione si trovò ad essere assediata senza adeguati rifornimenti per resistere a lungo. I tentativi di forzare il blocco fallivano anche con esiti cruenti. I vertici militari disposero il divieto di abbandono della posizione di Kabul in presunzione di tempestivo arrivo di rinforzi. La situazione si fece insostenibile quando i ribelli attaccarono i depositi della guarnigione presenti nella località di Behmaru.

Il disastro comportò la riapertura dei negoziati proprio nell’incombere del terribile inverno afghano. La situazione era insostenibile per il gran numero di feriti e civili da evacuare senza adeguati mezzi in pieno territorio ostile. Akbar Khan, il vincitore sul campo, impose dure condizioni di resa alla guarnigione sotto assedio. Elphinstone inviò come inviato William Hay Macnaghten, intermediario politico nella gerarchia militare, che fu tuttavia ucciso dai ribelli durante un maldestro tentativo di fuga. La morte di Macnaghten segnò forti divisioni fra le autorità politiche e militari ma l’autorità di Elphinstone era ancora forte per impedire pericolose avventure in un momento di forte emotività.

I negoziati si prolungarono stancamente fino a capodanno del 1842 quando le autorità inglesi accettarono di pagare un tributo per garantirsi un passaggio di ritirata generale per il territorio imperiale del Peshawar. L’Afghanistan, in inverno, diventa un inferno di ghiacci e neve ed è stato così anche allora nelle gelide giornate del gennaio del 1842. Gli inglesi iniziarono a “fare i bagagli” senza ascolare le rimostranze del proprio decaduto fantoccio Shah Shuja. Le truppe, stanche e demoralizzate, erano solo in parte cittadini britannici. La maggior parte era costituita da indiani della Compagnia delle Indie e delle milizie di Shuja. La carovana era accompagnata anche da un numero significativo di civili compreso europei di ambo i sessi che decisero di abbandonare Kabul.

Akbar Khan aveva garantito il libero passaggio sulla parola ma la carovana subì continui attacchi da parte di gruppi di afghani a cavallo soffrendo perdite sopratutto di provviste e materiali indispensabili per l’estenuante marcia. Il gelo e l’asperità del terreno misero a dura prova uomini e donne per lunghi interminabili giorni. Elphinstone non poteva far nulla per impedire il collasso della disciplina e della coesione dei ranghi e le diserzioni si moltiplicarono mentre si perdevano per la strada equipaggiamenti e armi di ogni genere. Akbar Khan, consapevole delle orribili condizioni, aveva offerto aiuti in cambio della ritirata di truppe inglesi in stanza a Jelalabad vicino alla frontiera. Elphinstone oppose un secco rifiuto nonostante il disastroso stato ma acconsentì di inviare come ostaggi alcuni ufficiali.

I negoziati non impedirono alle tribù locali di effettuare altre azioni di disturbo coinvolgendo parte dei civili che subì la cattura. I feriti aumentarono senza che fosse dato loro necessaria assistenza medica e le provviste erano quasi esaurite. Il momento peggiore avvenne nel momento del passaggio, duramente contrastato, attraverso il Passo di Khurd-Khyber sulla strada verso la salvezza in territorio, sotto occupazione britannica, di Jalalabad.

Akbar Khan intervenne per fermare il massacro offrendo di ricevere graziosamente come ostaggi gli europei civili, in particolare donne e bambini, con la promessa di restituzione in territorio inglese. Le tribù locali non cessarono i loro attacchi nonostante la grazia del sovrano ma i civili europei si salvarono grazie agli accordi fatti. Le truppe indiane erano più soggette agli attacchi e la loro cattura spesso culminava con conversioni forzate o esecuzioni capitali.

Dopo dieci terribili giorni di autentica anabasi Elphinstone accettò un colloquio con Akbar ma la colonna si mosse nella presunzione di cattura del loro comandante. I resti della spedizione si divisero per attraversare strade diverse in direzione Jalalabad. Una parte di essi fu completamente sterminata nella valle di Neemlah mentre il secondo gruppo subì un attacco di sorpresa da apparenti “amici” locali presso Fatiabad. I superstiti , neppure una dozzina, fuggirono a galoppo disperato raggiungendo Jalalabad seminando gli inseguitori fortunatamente non armati con fucili in quel frangente.

La spedizione, partita con 4500 uomini e più di 12000 civili era stata quasi completamente annientata in meno di dieci giorni di autentico inferno.

Nonostante le pressanti richieste della giovane Regina Vittoria di vendicare l’affronto subito, il governo, responsabile per intero del disastro, rinunciò ad ogni ulteriore operazione fino all’occasione che si presenterà, decenni dopo, nel 1878.

Il “vietnam” inglese dovrebbe essere per noi monito per le conseguenze nefaste di ogni piano politico a breve termine trascurando le particolarità delle aree interessate e il fattore umano,culturale e religioso delle popolazioni coinvolte. I disastri in corso nel Medio Oriente sono l’esatta ripetizione degli errori del passato. Le classi dirigenti occidentali, interessate a guadagni immediati e ad esiti elettorali, hanno tentato di ridisegnare i delicati equilibri etnici e politici degli “stati” emersi con colpi di penna su carte geografiche.

La guerra civile in Siria è culminata con la, poco raccontata dai media occidentali, fuga di numerosi civili che erano stati, per anni, finanziati dai governi occidentali, in primis gli USA, per ribellarsi alla brutale dittatura di Assad. Il Presidente degli Stati Uniti, Trump, ha completamente stravolto la situazione con la constatazione che la “partita era persa” e con il taglio di fondi accelerando la crisi dei sostenitori che ora sono in ritirata precipitosa verso il territorio “amico” di Israele e Giordania ( in minore misura ).

La situazione odierna sembra rievocare quella lontana e dimenticata cronaca del 1842 ma Occidente continua ancora a non fare tesoro delle lezioni della Storia.

GABRIELE SUMA

mar 5, 2018 - Notizie    4 Comments

Ombra della Tigre

L’esplosivo dinamismo del “Drago Cinese” è uno degli argomenti più dibattuti negli ultimi anni. Gli osservatori, spesso non “addetti ai lavori” sulla complessa scienza dell’Economia, hanno dichiarato il prossimo avvento di un secolo cinese piuttosto che quello del secolo americano dopo la fine del cosidetto secolo breve coniato dal politologo Francis Fukuyama all’indomani del collasso dell’Unione Sovietica alla fine del Ventesimo Secolo.

La tendenza a definire segmento temporale è discutibile ma valida per configurare un punto di vista sul mondo. La percezione del mondo, nell’ambito degli studi socio-economici, esige un punto privilegiato di osservazione come l’occidente anche da parte di osservatori e studiosi non occidentali come forma di “rivalsa” ideologica.

L’Occidente, come un insieme di paesi uniti da comuni tratti di varia natura, è usato come metro di paragone e obiettivo di competizione per giudicare l’evoluzione dei paesi e civiltà posti oltre l’area. L’attitudine a giudicare il “progresso” tecnico e culturale dei paesi orientali, usando come metro valutativo il passato storico dei paesi occidentali, ha radici lontanissime. La storiografia si è sviluppata in Oriente ma i greci sono stati i primi, secondo la comune tesi, a studiare la storia di altre civiltà come forma di propaganda.

Gli esempi più classici sono le cronache sulle civiltà asiatiche ( l’Asia meglio conosciuta dai greci era quello che oggi si intende Medio Oriente ) e principalmente l’Impero Persiano che diventava tutto quello che era contrapposto alla grecità, l’Europa senza compromessi.

Una visione, Occidente contro Oriente, riproposta continuamente fino ad oggi giustificando guerre e forme di competizione quando la superiorità tecnologica e militare delle potenze europee prevaleva.

Quando la Russia fu sconfitta dal Giappone nel 1905 lo shock pose fine alle certezze plurisecolari. Da quel momento l’Asia da misteriosa terra di conquista era nuovamente tornata ad essere diversa come totale opposizione rafforzata dalla formidabile barriera linguistica.

L’alfabeto latino e gli ideogrammi e altri opposti caratteri delineano già incomunicabilità rendendo facili i sentimenti di diffidenza,ostilità e paura.

I paesi asiatici nel XX secolo hanno iniziato a mettere in discussione la superiorità occidentale dapprima imitando ed imparando i bianchi poi combattendoli con le loro stesse armi ed ideologie.

Il Giappone fu la prima nazione asiatica a sviluppare il nazionalismo con intenzione di sostituire il colonialismo occidentale con quello giapponese prendendone in prestito, in peggio, i miti di superiorità etnica e culturale. Durante la guerra, i giapponesi abbandonarono gli aspetti più estremi del Nanshin Ron ( 南進論 ) in nome di un estensione del diritto alla propria identità asiatica contro l’Occidente secondo quanto stabilito dalla Conferenza della Grande Asia Orientale tenuta a Tokyo nel 1943.

I giapponesi, che avevano adottato il nazionalismo occidentale per propri interessi, avevano indotto tutti gli altri popoli del continente “giallo” ad elaborare proprie forme di nazionalismo e processi identitari con gli strumenti teorici e militari dell’Occidente.

I processi di decolonialismo in Asia sono la conseguenza di necessità militari ( supporto alleato e lotta anti-giapponese ) ed influenze culturali sotto il dominio nipponico. La Cina si è trasformata radicalmente proprio per i traumi della brutale occupazione giapponese e la dittatura maoista ha contribuito a chudere la Terra di Mezzo per esigenze di rielaborazione di un identità cinese che alla fine risulta,oggi, in parte nuova o “reinventata” come è stato per il Giappone nel XIX secolo.

Il regime post-maoista esaspera la cinesità in tutti i campi giustificando l’atteggiamento come reazione alle umiliazioni subite nel passato. Lo spettro del Caos domina ogni dibattito se viene messo in discussione il principio della gerarchia confuciana e della ubbidienza all’Imperatore rappresentato dal potere del Partito ( sempre più dominato da una nuova forma di dittatura personale in seguito a recenti riforme ). I rimandi ai fasti del passato imperiale e all’epica dei miti tradizionali sono continui in molte forme di comunicazione di massa con modi sinistramente simili a quelli adottati in Giappone dal 1868 alla Seconda Guerra Mondiale. Il governo cinese, abbandonando la prudente politica di Deng Xiaoping del profilo basso nei confronti dell’Occidente, prepara la collettività all’avventura dell’Asia agli asiatici stavolta sotto la guida di Pechino anche a rischio di possibili confronti militari. Gli attuali avvenimenti quali la militarizzazione del Mare Cinese Meridionale, i grandiosi piani della Via della Seta e radicali riforme possono essere il preludio di prossimi anni interessanti in considerazione della inquietante similitudine con l’esperienza storica del Giappone. La Cina non nasconde il suo punto debole quale la crescente fame energetica così come è stato per il Giappone. Lo straordinario dinamismo economico del Celeste Impero richiede enormi risorse di petrolio e gas da tutto il mondo e il governo ritiene potenzialmente minacciate le sue vitali vene giugulari se non opportunamente assicurate con aggressive quanto abili campagne di espansione militare e politica. Una forma di imperialismo mascherato da abili campagne diplomatiche e culturali come è chiaramente espresso dall’atteggiamento di Pechino con i vicini sulla questione del Mare Cinese Meridionale come una questione appunto fra le sole potenze nella regione escludendo ogni interferenza esterna principalmente dagli USA simbolo più evidente dell’Occidente.

L’ossessivo richiamo a diritti storici,l’effettiva presenza militare nell’area disputata e gli effetti generali di egemonia richiamano alla mente l’atteggiamento aggressivo e sordo da parte del Giappone sui suoi diritti acquisiti con le armi poco prima della Seconda Guerra Mondiale. Gli USA avevano usato come pretesto i diritti della Porta Aperta alla Cina per limitare la potenza nipponica che era stata paradossalmente stimolata contro la Russia in altre circostanze. La Cina è uscita dal suo isolamento internazionale come contrappeso alla potenza sovietica per diventare,ora, un ostacolo agli interessi geopolitici della Repubblica Stellata che si sta impegnando a “contenere” l’attività di Pechino con simili metodi, stavolta in difesa dei diritti della navigazione in zona non riconosciuta come esclusiva cinese.

Il nazionalismo cinese può essere pericoloso per il previsto rallentamento della crescita nei prossimi anni. Gli studiosi si domandano se l’autoritarismo e il paternalismo del nuovo “timoniere” Xi Jinping impediranno alla Cina di precipitare in uno stato di coma come è avvenuto per il Giappone alla fine degli anni ’80 pur in condizioni diverse. L’Economia giapponese subì un colpo durissimo per le speculazioni nel mercato del mattone e burocrazia, quella cinese si ritrova invece a crescere e ad espandersi ma pure il debito accumulato dalle amministrazioni provinciali sta correndo generando anche corruzione e sprechi a tutti i livelli. L’assenza di tutela del copyright e crescenti costi per burocrazia e corruzione stanno rendendo il mercato cinese sempre meno appetibile per gli investitori stranieri che stanno lentamente spostando attività altrove, specialmente nella penisola indocinese. La superpotenza economica cinese reagisce alla “fuga” dei capitali inseguendoli e coinvolgendoli ancora a sè in moltissimi modi diversi dall’Africa al Sudamerica dove l’imprenditoria occidentale ha ceduto terreno.

Il dinamismo del Dragone nell’arena internazionale segna una differenza capitale rispetto a quello espresso dal Giappone nei suoi migliori anni di intraprendenza economica. Il mondo politico ed economico statunitense teneva d’occhio la crescita del Giappone così come oggi nei riguardi della Cina. I politici americani pubblicamente distrussero esempi di tecnologia nipponica e una guerra economica c’è stata senza esclusione di colpi nel tentativo di tenere fuori il mercato americano,in particolare auto e hi-tech, dalle merci nipponiche. Gli imprenditori americani accusavano il Giappone di “scorretezza” nell’esportare e contemporaneamente limitare l’ingresso della produzione americana nel mercato giapponese. Una situazione che persiste tuttora e che,in parte, spiega il collasso del vecchio sistema Fordiano e le industrie pesanti in rovina disseminate nel territorio dell’Unione dopo le selvagge “battaglie” della guerra economica combattuta negli anni ’80 fra i due giganti separati dal Pacifico.

La medesima situazione si sta ripetendo con il neo-protezionismo dell’amministrazione Trump che ha recentemente alzato barriere sulle importazioni. L’esperienza storica ci insegna che, quando si inizia ad alzare barriere, i governi possono provocare pericolose situazioni al limite quasi dello scontro armato. Le politiche protezionistiche delle potenze europee furono una delle cause dello scoppio della Grande Guerra e l’espansionismo nazionalsocialista nell’ultima guerra era anche pure esso in parte spiegabile con logiche di competizione commerciale.

La feroce guerra commerciale nippo-americana degli anni ’80 non sfociò nello scontro vero e proprio perchè il Giappone era un nano militare e vincolato ai trattati dopo la sconfitta della Seconda Guerra Mondiale. La guerra commerciale contro la Cina potrebbe invece comportare situazioni che possono essere incontrollabili. L’Asia è caratterizzata da frontiere densamente militarizzate che dividono regimi democratici dalle dittature. La corsa al riarmo è un argomento frequente sui giornali locali come pure continue rivendicazioni territoriali per veri o presunti diritti storici. Interessi economici e politici vengono abilmente mascherati sotto una superficie di principi di legittimità determinata da manipolazioni di fonti storiche anche molto distanti nel tempo.

La Cina, di fronte ai dazi, potrebbe rispondere con contromisure anche di natura militare con la conseguenza di aprire una sorta di “guerra fredda”. Pechino ha già installato sistemi d’arma e personale su isole artificiali nel Mare Cinese Meridionale e potrebbe continuare a sedurre o provocare gli alleati degli USA come nel primo caso del Vietnam e nell’ultimo a riguardo del Giappone.

Gli esperti stanno osservando che la Cina sta iniziando a mostrare segni di ansia sulla sostenibilità della propria economia afflitta dal galoppante debito contratto per le imponenti spese da parte dei servizi ed infrastrutture a livello provinciale. Il governo centrale ha imposto limiti all’indebitamento e da anni sta facendo fallire e chiudere numerose aziende dichiarate in bancarotta a differenza di quanto è stato fatto in molti regimi autoritari, specialmente nell’Italia fascista che aveva creato un ente apposito per il salvataggio delle imprese fallite. Il collasso degli enormi stabilimenti industriali di età maoista e l’instabilità delle piccole e medie imprese stanno mettendo sotto fortissima pressione il sistema bancario e generando tensioni sociali per la disoccupazione e circoli viziosi dei debiti contratti dalle famiglie più vulnerabili. La combinazione dell’urbanizzazione dei contadini e di caos del sistema delle imprese e del lavoro sono diventati alcuni degli elementi di una “bomba” sul punto di scoppiare nel sistema-paese dell’Impero di Mezzo.

L’attivismo della politica estera è, in parte, spiegata dagli enormi problemi interni. La politica spregiudicata della China First inevitabilmente finirà per contrapporsi a quella,altrettanto spregiudicata, dell’America First. Entrambe le potenze sono afflitte da nodi irrisolti dei propri sistemi credendo di poter risolvere con ogni mezzo anche a discapito degli interessi di altri attori nell’arena internazionale. La politica contradditoria di Trump a riguardo dei propri alleati,Corea e Giappone e l’ambiguità cinese nei confronti della Corea del Nord indicano un tragico revival del Grande Gioco che animava la conflittuale relazione fra l’Impero Britannico e l’Impero Russo a spese di popoli e stati dell’Asia Centrale.

La campagna britannica in Afghanistan fu lanciata nel tentativo di usare come pedina da gioco da tavolo un intero regno, complesso e antico e profondamente orgoglioso per “giocare” contro la Russia che a sua volta stava manipolando la Persia. Nel 1841 migliaia di indiani,inglesi e afghani leali al re fantoccio Shah Shuja subirono atroci sofferenze ritirandosi da Kabul durante il periodo più duro dell’inverno. Il tragico episodio è uno dei migliori esempi per cui disegni politici fatti a tavolino potevano e possono tuttora sconvolgere, con un tratto di penna, numerose vite umane, distruggendo le società. Le grandi potenze e i meccanismi dell’economia attuale ora non segnano più con la matita le frontiere ma disputano su “spazi vitali” di risorse energetiche usando popoli e nazioni delle aree interessate. Uno scenario che George Orwell aveva già delineato nel suo capolavoro 1984 quando descriveva i “territori disputati” dalle superpotenze in un area delimitata ai vertici da Tangeri,Brazzaville,Darwin e Hong Kong che corrisponde all’Africa settentrionale,Medio Oriente,Oceano indiano ed Indonesia oggi colpite da continue crisi e guerre alimentate e supportate da tutte le grandi potenze in totale disprezzo per la vita umana.

GABRIELE SUMA

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