dic 6, 2022 - Notizie    4 Comments

Le Ragazze delle Stelle

Negli Stati Uniti, la futura astronoma Annie Jump Cannon conquistò la laurea in fisica ed astronomia nel collegio femminile Wellesley dello stato del Delaware quando i titoli di studio ricevuti non consentivano ancora alle studentesse di entrare nel mondo accademico monopolizzato da una sola metà del cielo. Dopo la laurea la ragazza ritornò infatti in famiglia ( il padre era stato un senatore dello Stato del Delaware ), solo dopo dieci anni ritornò alla stessa università in ruolo di insegnante dal 1884.

Due forti handicap la penalizzavano: l’essere donna ed essere affetta di sordità. Questi ostacoli non la fermarono e per sua grande forza di volontà entrò nella prestigiosa università di Harvard. In quel periodo tuttavia videro in lei, per le sue abilità di matematica, più utile l’inserimento nella ricerca piuttosto che nell’insegnamento allora sempre dominato dagli uomini. L’astronomo Edward Charles Pickering, noto per la scoperta della prima stella binaria attraverso lo spettroscopia, l’aveva difatti inserita in un particolare gruppo di ricerca noto come “le calcolatrici di Harvard” o come, per maligni, “harem di Pickering” costituito da sole donne sfruttate per le loro grandi capacità matematiche nonostante il progetto fosse voluto dalla vedova dell’astrofotografo dilettante Henry Draper.

Le stelle venivano allora catalogate in base alla spettrometria dei corpi celesti messa a punto da Gustav Kirchoff ed Angelo Secchi e sulla quale il gruppo di lavoro femminile della Harvard stava lavorando e migliorando perfino prima dell’arrivo della Cannon.

Appartenevano a questo gruppo anche Leavitt e Fleming:

Henrietta Swan Leavitt, studentessa in una sezione separata per sole donne della Harvard, l’attuale Radcliffe College e da poco entrata nella Harvard Observatory, voleva allora studiare il firmamento ma al tempo era negato alle donne l’uso di telescopi.

Nel 1892 quindi acquisì una laurea in scienze umanistiche uscendo dal mondo dell’astronomia per lavorare come assistente in un altro stato fino a quando perse l’udito per un infezione. L’incidente le cambiò la vita fino a quando fu poi scelta da Pickering come prima calcolatrice umana. A lei si riversavano così continuamente dati passati dal centro in attesa di essere analizzati.

Nel 1908 Lei aveva scoperto la variabile luminosità di pulsazione stellare ma il suo lavoro era stato “rubato” da Pickering che si assunse il merito citando l’autrice solo nel 1912. La donna continuò comunque a fare da calcolatrice umana fino a quando non venne messa finalmente a capo della sezione di fotometria stellare. Il riconoscimento avvenne però nei suoi ultimi anni di vita, difatti ella morì di cancro nel 1921. C’era stata alla fine perfino la proposta di assegnare a lei il premio nobel per la fisica nel 1924 ma non se ne fece poi più nulla non potendo essere offerto il nobel come postumo.

Williamina Fleming invece iniziò la carriera in una difficile condizione da ragazza madre e moglie abbandonata nello stato del Michigan quando venne assunta come domestica di Pickering nel suo gruppo di calcolatrici umane una volta constatate le sue abilità. Lei dal 1881 iniziò così a lavorare duramente per la classificazione delle stelle. Le idee di Secchi erano state proprio risistemate da lei in un pratico sistema di gruppi divisi da criterio alfabetico, poi ampliato dalla sua collega Antonia Maury. Inoltre diede un fondamentale contributo alla scoperta della celebe nebulosa della testa di cavallo segnalata su un immagine fotografica elaborata da William Pickering fratello del direttore del gruppo. Il merito della scoperta però solo più tardi venne riconosciuto ufficialmente alla Fleming. La ex domestica però proseguì nella carriera diventando curatrice delle fotografie astronomiche della Harvard Observatory, incarico per la prima volta affidato ad una donna nella storia dell’istituto. Nel 1906 entrò come prima donna nella prestigiosa Royal Astronomical Society e pubblicò importanti relazioni sulla classificazione delle stelle variabili e nel 1910 stabilì la categoria delle nane bianche. L’istancabile ex domestica e calcolatrice umana morì’ l’anno dopo a soli 54 anni senza ricevere in tutta la sua folgorante carriera un solo premio nobel.

La Cannon, una volta inserita nel gruppo, col tempo aveva fornito pure lei contributo con nuove sottoclassi e un sistema alfanumerico di classificazione. L’intero sistema verrà poi razionalizzato nel corso degli studi in una forma di diagramma ( il diagramma Hertzsprung – Russell ).

Il lavoro però era pagato miseramente, quasi la metà degli uomini per lo stesso lavoro ma per molte era comunque occasione per dimostrare capacità pari agli uomini per quanto sempre con reticenza e ritardi riconosciute.

Pickering riconosceva sopratutto la velocità e la quantità in cui la Cannon e le sue colleghe come appunto “calcolatrici” umane, cioè delle macchine. La Cannon si era infatti messa a carico l’analisi di centinaia di stelle all’ora con solo ausilio del proprio prodigioso cervello e di una semplice lente di ingrandimento sullo spettronomo. A lei, dopo anni di duro lavoro, era stata finalmente assegnata la laurea ad honorem nel 1925 per il suo lavoro di raccolta dati di centinaia di migliaia di stelle ma la cattedra di insegnamento le verrà concessa però solo nel 1938, tre anni prima di morire nel 1941.

Il sistema Harvard messo a punto dalle instancabili ragazze di Pickering venne poi ulteriormente ampliato negli anni ’40 da nuovi altri astronomi, fra essi la Kellman, della quale è stato usato l’iniziale del suo cognome insieme a William Morgan e Philip Keenan per il nome del sistema MKK basato sulla classificazone delle stelle anche in base alla dimensione.

Il sistema MKK, più noto come classificazione Yerkes utilizza il sistema alfanumerico ed aveva anche introdotto termini oggi di uso più comune come “nane” e “giganti” con colori in base alla temperatura ( il nostro Sole ad esempio è classificato come G2V cioè nana gialla ).

Da sole, sfruttate e premiate troppo tardi o riconosciute anche dopo la loro morte, le ragazze delle stelle hanno infranto il muro del firmamento che ora si spalanca davanti a noi meno misterioso, in attesa di essere ancora esplorato, da uomini e da donne a pari dignità.

GABRIELE SUMA

nov 2, 2022 - Notizie    2 Comments

Il grido di dolore

La guerra ci sconvolge e ci domandiamo: perché questo ?

Lo “zar” della Grande Russia, il presidente della Federazione Russa Vladimir Putin espresse una sua spiegazione, nel discorso di apertura delle ostilità tenuto il 24 febbraio, accusando Lenin di aver “inventato” al tempo la Repubblica Sovietica dell’Ucraina con annesse le province di frontiera imperiali del XVIII secolo, oggi note con la vecchia denominazione di Novorossiya.

Espressione geografica rimasta fino a dopo le guerre napoleoniche; grossomodo intesa come provincia di frontiera ( in europa occidentale assimilabile alle “marche” ) dopo le conquiste di territorio della antica Orda d’Oro mongola.

Mosca attualmente si ritiene in guerra invocando un passato di presunta unicità culturale negando esistenza della nazione ucraina.

Le origini storiche dello stato ucraino e del mito della Grande Russia si ritrovano nelle fondamenta della città di Kyiv ( Kiev in lingua russa ) sorta nel IX secolo d.C come centro della cosidetta “Rus”: il primo regno slavo cristianizzato tramite legami dinastici e conversioni di massa ( per ordine del sovrano ) da parte dell’impero bizantino, la “seconda Roma” del mondo ortodosso.

Il regno di Kiev scomparve dopo due secoli, per la conquista prima da parte dei mongoli, poi in seguito dei lituani. La dominazione straniera non impedì la costituzione di un distintivo corpo militare e socioculturale: i cosacchi del Dnepr.

I cosacchi entrarono in seguito nel dominio russo con gli accordi del 1654 in cambio di protezione ed autonomia che i Romanov nel 1667 non garantirono più, avendo ceduto parte di quei territori ai polacchi.

In quel frangente i cosacchi si riunirono allora dando vita nel 1710 ad una prima carta costituzionale nota come la costituzione di Philip Orlyk che fu uno dei capi di questa alleanza, utilizzata come una delle basi dell’identità nazionale ucraina.

I cosacchi infine si ribellarono ai russi supportando gli svedesi di Carlo XII durante la lunga grande guerra del nord ( 1700 – 1721 ). In seguito alla disfatta, lo Zar Pietro il Grande, vincitore di Poltava, proibì ogni forma di produzione di testi in lingua ucraina ed impose russificazione forzata nel territorio.

Sotto la dura dominazione imperiale, gli ucraini erano stati registrati in un censimento imperiale del 1897 come poco più di venti milioni, il 18% dei sudditi in tutto l’impero. Il territorio costituiva però in termini di risorse circa il 70% di carbone, ghisa, ferro, acciaio oltre ad essere stato per secoli il granaio dell’Europa.

La popolazione urbana era solo il 15% sull’intera popolazione e le città erano soggette ai dominatori russi.

La minoranza demografica russa era influente infatti, non solo per superiore rango sociale e controllo politico ma pure come forza lavoro mineraria al servizio di proprietari russi delle attività industriali più importanti.

I polacchi dominavano invece la campagna come proprietari terrieri per i quali prestavano servizio i contadini invece quasi tutti ucraini.

Il sentimento nazionale ucraino era portato avanti quindi da pochi ma combattivi intellettuali fra cui Taras Sevcenko e Nikolay Kostomarov che diedero vita alla Confraternita di Cirillo e Metodio fieramente combattuta a lungo dal regime zarista.

Mosca imbastì anche sul piano religioso una lotta, contro la federazione di chiese di rito orientale ( Uniate ). Lo Zar Nicola I impose la fusione di essa nella Chiesa Ortodossa fedelissima alla dinastia.

Si susseguirono nuovi altri decreti imperiali contro la lingua ucraina fino a quando, per la sconfitta nella guerra russo-giapponese nel 1905, era stata consentita apertura di primi circoli letterari in lingua ucraina.

Lo sviluppo socioeconomico dei primi del secolo infatti stava favorendo la nascita del partito socialdemocratico ucraino, promotore di un primo programma di indipendenza. La dura repressione finale del regime zarista tuttavia interruppe il breve esperimento politico sul nascere, ma le basi ideologiche restavano ormai mature per futuri sviluppi.

Il disastro della guerra russo-giapponese indebolì moltissimo l’impero russo ma la classe dirigente non comprese la situazione critica, nota soltanto a chi avesse visto l’abisso con i propri occhi come il monaco senza odor di santità ma acuto come pochi in quel momento: Rasputin.

Egli si era guadagnato la completa attenzione dell’imperatrice per il figlio affetto di emofilia ma pure l’ostilità della diffidente corte imperiale. L’ostilità del Palazzo si accrebbe quando l’impudente consigliere espresse opinione di non far coinvolgere l’impero in un altra guerra, ritenuta invece da molti altri come grande opportunità di prestigio.

La coppia imperiale, ormai lontana dalla realtà, prestò poca attenzione al consiglio lasciando che l’impero si facesse trascinare nel più distruttivo conflitto che l’umanità avesse mai conosciuto.

Le vicissitudini belliche accelerarono la crisi socioeconomica fino al collasso dell’impero, e non solo quello di tutte le russie.

Nel 1 novembre 1918 difatti Leopoli, provincia di forte etnia ucraina dell’impero austro-ungarico dichiarò la secessione creando una repubblica, in armonia con quanto era stato scritto nel proclama del granduca Nicola, vincitore della unica grande vittoria dell’impero russo in Galizia, sulla autodeterminazione dei popoli slavi.

Gli ucraini ex sudditi dei Romanov, frattanto, nutrivano invece molta fiducia nei confronti dei bolscevichi che sembravano fossero disponibili sulla questione delle nazionalità per distinguersi dal regime imperiale da poco abbattuto.

Il partito socialdemocratico ucraino, unico movimento di una certa rilevanza in paese, aveva messo da parte propositi di indipendenza per la più ampia autonomia. Il leader più accreditato,il professor Michail Hrusevski, diede inizio ai lavori per l’assemblea nazionale per avanzare quelle proposte a Mosca da poco divenuta capitale del potere bolscevico ancora in quel momento non organizzato in forma di Unione Sovietica. La mancata risposta moscovita deluse profondamente l’assemblea provvisoria di Kyiv, che, con il Primo Proclama mandato avanti dal principale promotore Volodymyr Vinnicenko padre del futuro parlamento ucraino, si organizzò allora in istituto parlamentare rappresentativo con pieni poteri su tutto il territorio con il nome di Rada tuttora esistente.

La Rada tentò comunque di sollecitare ancora una volta dai bolscevichi il riconoscimento di autonomia, nel contesto di una federazione. A motivo della persistente opposizione moscovita, la Rada autorizzò l’istituzione della repubblica aprendo un nuovo corso della storia per la nazione.

I bolscevichi moscoviti risposero istituendo con la forza la repubblica dei soviet dell’Ucraina con base a Charkiv in opposto alla repubblica di Kyiv. Il colpo di mano fu un successo immediato ma i bolscevichi dovettero poi ritirarsi in seguito alle condizioni di pace con gli imperi centrali. Durante la breve occupazione tedesca emerse un nuovo regime che, abbattendo la repubblica popolare, gli prese il posto come dittatura conosciuta come Etmanato.

Il nuovo regime era duramente anticontadino ed ottuso, favorendo così i bolscevichi ucraini fino ad allora rimasti ai margini. Il famigerato regime durò appena un mese, crollando come un castello di carte al ritiro dei tedeschi alla fine della Grande Guerra.

Il rovesciamento occorso era stato promosso da Vinnicenko ritornato a capo del Direttorio socialdemocratico, scontrandosi subito sia con i vecchi nemici quali i bolscevichi sia con altri socialisti poiché ai contadini non erano stati restituiti ancora i terreni requisiti dall’Etmanato. I socialdemoratici persero allora sostegno popolare segnando il declino della repubblica diventata campo di battaglia di una nuova guerra civile.

I contadini, iniziali sostenitori dei bolscevichi, insorsero stavolta contro di loro per le requisizioni di grano e altre misure di guerra mentre i bianchi del generale Ivanovic Denikin, di suo tutt’altro che favorevole alla indipendenza ucraina, entravano in scena.

Si scatenò alla fine il caos generale in cui i rossi, i bianchi, contadini e socialisti ucraini si combatterono a vicenda senza quartiere insanguinando la nazione.

Si fece protagonista delle grandi lotte contadine l’anarchico Nestor Machno che combatté vigorosamente tutti gli altri cambiando alleati a seconda delle circostanze.

Le lotte intestine però favorirono i bolscevichi riguadagnandosi l’appoggio dei contadini con un audace riforma agraria. L’intervento successivo della Polonia, ambigua sui destini dell’Ucraina, aprì un nuovo capitolo che si chiuse con la vittoria finale dei bolscevichi ormai padroni della nazione.

Nel 1922 Lenin stava, tardivamente, iniziando a prendere in seria considerazione un progetto federale vero e proprio, prevedendo i rischi dello “sciovinismo” russo ma, per precarie condizioni di salute, non impedì l’ascesa del georgiano da noi noto come il “Baffone” e a lui a lungo fedele collaboratore: Vissarionovic Dzugazvili detto “acciaio”, in russo Stalin.

Nel 30 dicembre 1922 nacque l’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche, atto ratificato ufficialmente dal Comitato dei Soviet il 31 gennaio 1924.

Nel 1922 i russi costituivano al tempo il 70% degli iscritti al Partito influenzando la direzione generale dello stato ma nel periodo particolare a cavallo fra gli anni ’20 e gli anni ’30 fra la morte di Lenin e l’avvento di Stalin stavano per cambiare molte cose.

Dopo la guerra civile gli ucraini nel partito bolscevico dominante restavano in minoranza di fronte a quasi due terzi dei membri costituiti da russi della classe operaia.

La persistente russificazione continuava ad essere fonte di problemi irrisolti.

A partire dell’arrivo di Lazar Kaganovic come segretario del partito bolscevico ucraino ci fu finalmente la svolta, per le vigorose misure di industrializzazione e modernizzazione occorse verso la fine degli anni ’20.

La crescente ucrainizzazione era stata favorita dal clima di apertura socioeconomica inaugurata dalla NEP ( nuova politica economica ) del tardo leninismo. Il ministro della pubblica istruzione della repubblica popolare ucraina, Nikola Skrypnik, destinato presto ad essere una delle prime vittime della futura brutale repressione staliniana, mise in atto molte importanti iniziative per la lingua e la cultura nazionali.

Fra gli anni ’20 e gli anni ’30 la lingua ucraina era stata finalmente accettata come lingua ufficiale dell’amministrazione e la lotta contro l’analfabetismo accelerò lo sviluppo dell’identità nazionale in tutta la società. Gran parte della stampa e pubblicistica stava uscendo in lingua ucraina in grande copia. Il regime sovietico tardoleninista autorizzò perfino la storiografia di Nicolaevic Pokrovskij che condannava la russificazione dell’ex regime zarista.

In seguito all’avvento del “Baffone” però le tendenze in atto sono state brutalmente interrotte.

Si scatenarono purghe nelle amministrazioni periferiche in tutta l’URSS compresa l’Ucraina a partire del 1934 e, a seguire, il grande Terrore del ’36-’38 che decimò l’intero PCUS. Dell’Ucraina praticamente fu azzerato l’intero vertice amministrativo della RSS Ucraina nel 1938. Il Segretario del partito ucraino Stanislaw Kosior ( di etnia polacca ) venne destituito e gli prese il posto l’ucraino ma fedele Kruschev.

Le purghe staliniane non risparmiarono scrittori ucraini, più di 200 scomparvero in quel periodo. Sempre nel ’38 il Partito impose di nuovo la lingua russa come obbligatoria mentre venivano fatte chiudere tutte le altre scuole linguistiche. Dal 1934 iniziava anche a circolare l’espressione di “popolo sovietico” ( il narod più noto nei successivi anni ’70 ) come veicolo di un nuovo corso di russificazione.

Stalin, chiudendo la fase della NEP, mise in atto pure una spietata repressione dei contadini ucraini costretti ad entrare nel programma di collettivizzazione forzata della terra, con devastanti esiti demografici e sociali ricordati oggi con il termine “Holodomor” ( acronimo di Holod per fame, moryty per morte in lingua ucraina ).

Le repressioni contro la nazionalità ucraina continuarono spietatamente anche dopo la seconda guerra mondiale nonostante il valore degli ucraini nell’Armata Rossa. L’intera pubblicistica della storiografia era stata riscritta, emarginando pensatori ed ideologi locali.

Kruschev aveva “donato” ( secondo ora la recente lettura russa del regime di Putin ) la Crimea all’Ucraina nel 1954 e tentò di trasferire il controllo delle infrastrutture industriali al governo locale per calcoli politici propri ( non di certo per la nazionalità ) ma il PCUS, sfruttando anche la debacle della crisi di Cuba, lo sostituì presto con Breznev.

L’era brezneviana, a partire dalla nuova costituzione sovietica del 1977, si caratterizzava per la ridimensionamento radicale dell’autonomia delle repubbliche sovietiche in pieno ossequio al generale principio guida della “sovranità limitata” imperiale.

La nuova politica veniva pure giustificata dalla propaganda ufficiale per creare una presunta “nazione sovietica” superando le differenze etniche e nazionali.

Non cessarono altre nuove purghe nel governo ucraino come le dimissioni forzate del segretario dell’Ucraina Petro Selest accusato da Mosca per simpatie con cecoslovacchi insorti nel ’68. L’Ucraina, dopo l’inverno brezneviano, si avviava ad assumere un ruolo particolare nel processo di disgregazione dell’URSS.

Nel 1987 si svolse infatti un primo timido raduno di alcune centinaia di persone per commemorare l’Holodomor a Kyiv e successivamente a settembre del 1989, si aprì anche il primo congresso di sostegno per la perestroika noto come “Ruch” ( movimento in ucraino ) sempre nella capitale della repubblica. Nello stesso anno si dimise anche il potente segretario brezneviano Vladimir Scerbickij segnando la fine di un epoca.

Il Ruch nel 1990 assunse rapidamente dimensioni notevoli, con quasi mezzo milione di iscritti, ma ancora non orientato all’indipendenza vera e propria. Gli ucraini votarono infatti contro la proposta di riforma dell’URSS ma il golpe di agosto nel ’91 contro Gorbacev spinse rapidamente i rappresentanti del soviet supremo ucraino a sancire ufficialmente l’atto di indipendenza il 24 agosto.

Numerose critiche interne emersero sulla questione, non tutto il territorio aderiva con entusiasmo ai mutamenti istituzionali occorsi. Secondo l’analista Marek Waldenberg, la forza della propaganda, del regime, di abitudini di un sistema aveva in effetti il suo peso nella coscienza collettiva come la rielezione di esponenti del ex-regime comunista. Gli esponenti della Ruch si trovarono nello stesso identico problema dei nazionalisti di primo secolo nei confronti delle masse operaie e contadine pur alfabetizzate ed istruite mediamente meglio anche della media europea occidentale. Un clamoroso flop era stato difatti lo sciopero nazionale organizzato nel 1 ottobre 1990, solo gli studenti animavano le iniziative.

Nel 1996 si svolse un intensa maratona notturna nella Rada per la storica rielaborazione della carta costituzionale finora fino a quel momento ancora basata sul vecchio testo sovietico del 1978 che, nell’articolo 77, stabiliva la sovranità assoluta della repubblica su tutto il territorio senza distinzioni.

La riforma costituzionale del 1996 era stata invece democratico riconoscimento delle etnie territoriali modificando assetto territoriale in base all’art 134 che riconosceva l’autonomia della Crimea finora materia separata dalla costituzione sovietica del 1978.

L’art 132 stabiliva invece per tutto il resto del territorio la sovranità dello stato, uno ed indivisibile ammettendo l’esistenza di culture e lingue locali nelle forme autorizzate dall’art 140.

La regione del Donetsk, oggi ritenuta territorio russo da parte di Mosca, era stata soggetta alla dominazione zarista dal 1775 sostituendo o emarginando i cosacchi con dei coloni e militari russi. L’intero territorio era stato riorganizzato poi in provincia di Katerynoslav.

Dopo il collasso dell’impero, Kyiv istituì la cosidetta terra polovtsiana con capitale amministrativa Bakhmut mentre le milizie ucraine si scontrarono già subito sia con i bolscevichi, sia con i tedeschi occupanti inizialmente loro alleati.

Al ritorno dei bolscevichi il territorio era stato riorganizzato per una prevista annessione alla Russia ma gli alleati cosacchi di Charkiv si opposero.

Lenin attaccò allora il ritenuto “separatismo” di Fiodor Sergeev capo del comitato militare del Donetsk, impegnato nella lotta contro i bianchi di Denikin.

In seguito i bolscevichi abbandonarono presto l’idea dell’annessione per volontà di Stalin. Il 16 aprile 1920 infatti Stalin, come capo delle forze bolsceviche nella regione, abolì in sostanza la provincia di Katerynoslav sostituendola con provincia sovietica del Donetsk annessa interamente nella repubblica ucraina sovietica. La regione era stata ancora nuovamente riorganizzata negli anni ’30 e ’40 in distretti di Voroshilovgrad ( da Kliment Voroshilov padre della Donetsk sovietica, al tempo “governatorato del Donetsk” ) e Stalinograd fino agli anni ’60 e ’70 quando iniziavano a tornare le vecchie denominazioni.

Il regime sovietico era stato primo responsabile della scomparsa di quella antica provincia imperiale, oggi pretesa dall’attuale governo russo in base alla presunta eredità dal defunto impero appellandosi all’etnia e alla lingua comuni e il responsabile era proprio quel Stalin che il governo russo sta ufficialmente rivalutando in ottica imperiale e non ideologica nelle scuole ed università federali.

Il governo russo cerca infatti di mettere insieme simboli di grandezza imperiale con richiami al passato sovietico. Semplificare la Storia è anche arte della politica perché è utile per giustificare atti che poi vengono decisi non per il “grido di dolore” e passioni ma per ben più prosaici propositi quali risorse economiche e calcoli militari. Il gas sotto i mari del Mar Nero sembra che valga la pena davvero per chi decide nel Cremlino nonostante il prezzo da pagare, anche quando a toccare il fondo del mare conteso si trova lo scafo dell’orgoglio della marina russa con appresso giovani vite spezzate.

GABRIELE SUMA

mar 5, 2022 - Notizie    4 Comments

la Danza delle comete

Le comete si muovono regolarmente lungo vie prescritte dalla natura Seneca aveva affermato senza esitazione più di duemila anni prima.

Keplero secoli dopo aggiunse non compromettetevi di fronte alle verità matematiche; la scure a cui vuolsi far tagliare il ferro, non puà più dopo intaccare nemmeno il legno.

La ragione non sempre ha potuto prevalere, i demoni della paura sono più forti e più in profondità hanno dominato gli uomini in tutte le epoche, perchè è più facile, più istintivo, più spontaneo della fredda logica matematica.

Camille Flammarion, noto divulgatore scientifico ed astronomo francese del XIX secolo, così disse:

bisogna essere filosofi, bisogna riflettere, per giungere a cercare il perchè e il come dei fatti che si vedono quotidianamente od almeno la cui produzione è frequente e regolare. I fenomeni più meravigliosi passano inosservati; l’abitudine, attutendo in noi l’impressione non ci lascia che l’indifferenza. Notiam poi il fatto singolare, che l’impreveduto, lo straordinario faranno sempe nascere la paura, giammai la gioia o la speranza. Così è che in tutti i paesi, in tutti i tempi, lo strano aspetto di una cometa, la luce sepolcrale della sua chioma, la sua improvvisa apparizione nel firmamento, hanno prodotto sullo spirito dei popoli l’effetto di una potenza terribile, minacciosa per l’ordine anticamente stabilito nella creazione; e siccome il fenomeno è di breve durata, ne risultò la credenza che la sua azione deve essere immediata o per lo meno assai prossima; ora, gli avvenimenti di questo mondo offrono sempre nella loro concatenazione qualche fatto che si può riguardare come il compimento di un presagio funesto

Gli antichi credevano anche che le comete non fossero altro che anime in viaggio nel cielo così come è stato creduto quando in coincidenza della morte di Giulio Cesare apparve una cometa ( sidus Iulium ) ai romani nell’anno 44 a.C.

Diversi imperatori romani avevano anche a corte astrologi come Babilus per Nerone mentre altri piuttosto si prendevano gioco delle manifestazioni astrali come Vespasiano che dinnanzi agli spaventati cortigiani disse quella stella chiomata, non mi preoccupa; piuttosto si deve preoccupare il re dei Parti che è capelluto mentre io..sono calvo!

Dopo la caduta dell’impero romano, i sovrani continuavano ad avere attorno a sé gli astrologi che rischiavano la vita in qualsiasi momento per vaticini indesiderati oppure diventavano talvolta bersagli dei capricci delle teste coronate. Il Re di Francia Luigi XI detestava l’astrologo che aveva profetizzato la morte della sua favorita e quindi, un giorno, convocò il mago pronto per gettarlo in un sacco nella Senna e gli disse tu che pretendi di essere tanto abile nel prevedere la morte altrui, dimmi tu quando sarà il tuo momento e lo sfortunato rispose sire, le stelle mi dicono che morirò tre giorni prima di Vostra Maestà , il che sorprese il sovrano che lo rilasciò.

Succedeva anche che si decidesse di elevare subito chiese e monasteri come in seguito al passaggio della cometa di Halley nel 837 d.C in Francia.

Le comete se non erano portatori di sventura, diventavano angeli come credeva Paracelso l’astrologo svizzero del XVI secolo che pur diede impulso agli studi scientifici applicando l’osservazione empirica. Da notare che la cometa apparve anche nel 1066 durante la conquista normanna dell’Inghilterra e quindi riportata nel famoso Arazzo di Bayeux.

Il momento più spettacolare è stato quando Halley riapparve sui cieli di Europa nel 1456, poco dopo la caduta di Costantinopoli suscitando enorme emozione nella collettività tanto che furono pubblicate diverse illustrazioni e lavori sull’evento e pare che in seguito a tale commozione il Papa Callisto III ordinò di far suonare le campane il mezzogiorno ed elaborò una preghiera rituale oggi nota come Angelus.

Gli uomini del tempo solevano dare alle cose di cui poco si sapeva forme mostruose e spaventose e così è stato anche per le comete che talora, per l’osservatore Ambroise Parè del XVI secolo, apparivano di color sanguigno; alla cima si vedeva una spada impugnata da un braccio, circondata da altre spade e pure volti umani, irsute.

A tutto questo nulla valse poi il lamento di Pierre Gassendi:

le comete sono spaventevoli, ma a cagione della nostra dabbennagine. Noi ci fabbrichiamo gratuitamente degli oggetti di terrore panico, e, non contenti dei nostri mali, ne inventiamo di immaginari

Mazzarino, poco prima di morire, si divertì alla notizia di una cometa apparsa nel cielo e affermò che sarebbe stato un onore troppo grande per lui, burlandosi dell’ignoranza della corte. Invece durante un apparizione occorsa nel 1680 Filippo d’Orleans fratello del Re Sole si spaventò moltissimo credendo di essere destinato ad una sorte di morte pari a Cesare signori, voi ne parlate con disinvoltura…voi, voi non siete principi! La cosa ancora più curiosa e comica è che, sempre a riguardo di quell’avvenimento, si diffuse la leggenda della gallina che depose un uovo sul quale impressa pare fosse un immagine della cometa !

Poco prima di Newton non si risparmiò persino il matematico David Bernoulli sulla natura delle comete di cui affermò senza dubbio di sorta che le code erano esse segno di collera divina.

Si fece notare anche William Whiston che, con nella sua Teoria della Terra, collegò le comete al…diluvio universale !

come l’uomo, ebbe peccato, una piccola cometa passò vicinissimo alla Terra, e, tagliando obliquamente il piano della sua orbita, le impresse un moto di rotazione. Dio aveva previsto che l’uomo peccherebbe, e che i suoi delitti, giunti al colmo esigerebbero un terribile castigo; per conseguenza fin dal momento della creazione aveva approntata una cometa destinata ad essere lo strumento della sua vendetta. ( … ) il venerdì 28 novembre dell’anno del peccato 2349 o il 2 dicembre del 2926 fatto sta che la cometa forò il piano dell’orbita della Terra in un punto da cui il nostro globo non era distante che 14456 chilometri. La congiunzione ebbe luogo all’istante in cui suonava il mezzodì sul meridiano di Pechino ove dimorava Noè prima del Diluvio ( … ) una marea prodigiosa si levò ( … ) la coda della cometa toccando la Terra e la sua atmosfera, vi precipitarono dei torrenti di acqua che cadde per quaranta giorni ( … )

Infine lo studioso commentò che un altra cometa urterà la Terra dopo che essa verrà bruciata dal Sole una volta giunta a breve distanza in un prossimo futuro rendendola così inabitabile dopo un regno di santi sul mondo carbonizzato dalla nostra stella.

Le superstizioni e l’immaginario dominarono a lungo ogni considerazione sulle comete persino nella cosiddetta “età dei lumi” quando il povero astronomo Jerome Lalande nel 1773 pubblicò “considerazioni intorno alle comete” nel quale ipotizzò prossimi arrivi dei corpi celesti che subito erano stati interpretati come catastrofi dal pubblico terrorizzato. Le reazioni furono tali da costringere il dotto autore a dover rassicurare i lettori pubblicamente.

Lo stesso fenomeno di psicosi collettiva si ripeté tosto nel 1832 quando l’ex ufficiale di artiglieria ed astronomo Theodor De Damoiseau, osservando il movimento della incombente cometa di Biela, predisse che essa avrebbe potuto colpire la Terra entro il 29 ottobre dell’anno. La commozione fu tanta ma rapidi calcoli successivi corressero la previsione che difatti poi si risolse alla prossimità della cometa a non meno di “venti milioni di leghe”. Ancora una volta ennesime manifestazioni di terrore pochi decenni dopo nel 1857 sconvolsero la Francia in seguito a confuse notizie di un altra cometa distruttrice e di nuovo ancora nel 1872..

Per dire che nonostante gli entusiasmi del Positivismo restava sotto l’ancestrale impulso di paura e l’ignoranza più prevalente della conoscenza nella collettività.

Un tempo si parlava di corpi celesti in simili toni nonostante tentativi di osservazioni serie e conquiste scientifiche, oggi non è cambiato molto…ancora oggi vanno di tendenza ogni tot anni annunci clamorosi di cadute apocalittiche di meteoriti ( le comete non fanno più paura ) e non ci stupiamo poi di reazioni nel confuso mondo dei Social su conseguenze catastrofiche per la Luna oggetto di impatto di un razzo cinese in questi giorni…e ricordiamoci che i convegni dei terrapiattisti continuano ancora ad essere organizzati e persone rischiano la vita per dimostrare le proprie convinzioni spesso non supportate da approcci sperimentabili e da metodologie riconosciute.

GABRIELE SUMA

dic 10, 2021 - Notizie    4 Comments

Il Feditore

Quando Dante stava crescendo, la penisola era attraversata da eserciti e da carovane di fede e di mercanzie in una misura mai vista appena un secolo prima dopo il rapido disfacimento di grandi entità politiche capaci di tener freno alle ambizioni di potenze locali spesso poi in lotta anche fra loro a danno delle popolazioni soggette.

In particolare, quando il Sommo Poeta divenne già uomo a 17 anni nel 1282, in Sicilia si stava consumando il dramma dei Vespri Siciliani.

Tale episodio pose fine al dominio degli Angiò aprendo la strada all’ingresso degli aragonesi in una area finora appannaggio di altri invasori stranieri ormai scomparsi, dai bizantini agli arabi ai normanni passando per gli svevi spodestati proprio da coloro che stavano per essere scacciati in seguito ad una rivolta di grandi proporzioni anche per l’epoca.

Una lotta che si sarebbe conclusa anni dopo nel 1302 quando il Nostro aveva attraversato già la metà della vita.

Nel Nord stava assumendo importanza sempre crescente Milano che era stata sottratta agli angioini con l’arcivescovato spregiudicato di Ottone Visconti il fondatore della lunga dinastia che avrebbe governato non solo la città ma vaste terre d’Italia nel corso degli anni.

Negli anni di gioventù del letterato fiorentino, Pisa e Genova si stavano ferocemente combattendo per contendersi il Tirreno fino a quando la città della Torre, ancora non diventata famosa per la sua pendenza, non era stata poi fatta uscire dalle luci della ribalta in seguito al disastro della Meloria nel 1283.

Gli avvenimenti politici occorsi a Pisa verranno poi citati da Dante anni dopo raccontando della tragedia di Ugolino della Gherardesca fatto prigioniero dai ghibellini avversi ai guelfi sostenitori degli ex padroni Angiò dagli anni ’80 in ritirata ormai da più parti dall’Italia.

e Firenze ? la piccola città cinta da mura e da montagne appenniniche era una arena in cui si guardavano con ostilità reciproca famiglie di varia estrazione sociale; antichi aristocratici, cavalieri orgogliosi ma indebitati e spregiudicati quanto arricchiti mercanti. La popolazione cittadina era riuscita a sottoporre a controllo la vecchia nobiltà feudale che perse gradualmente potere sulla città difesa da ben organizzate milizie organizzate intorno a gonfalonieri. I nobili, pur in declino, cercarono di partecipare alla vita politica trasformando le proprie residenze in fortezze. Il governo cittadino veniva esercitato da autorità del podestà e del capitano del popolo che veicolavano l’indole bellicosa dei cavalieri in campagne militari fuori dalle mura però talvolta con esiti disastrosi come la sconfitta subita a Montaperti quando l’autore della Divina Commedia ancora non era nato.

La Toscana perdipiù era oggetto di mire espansionistiche del fiero pontefice Bonifacio VIII quando una serie di circostanze fece sì che Pistoia espulse nella vicina Firenze i litigiosi parenti della famiglia Cancellieri che si divise: per che alcuni congiunti si chiamarono Bianchi, gli altri Neri; e così fu divisa tutta la città come raccontava anni dopo Dino Compagni uno storico della città del Giglio.

Il pontefice osservava attentamente gli avvenimenti nella città dove i Cancellieri si divisero in Neri e Bianchi capitanati dai Donati e dai Cerchi, gli ultimi che presero fra le fila Dante,poco prima sposato con la figlia di Manetto Donati uno dei capi della fazione avversaria.

Dante era discendente di una nobile famiglia di cavalieri con un crociato come antenato ma al tempo decaduta se pur non impoverita. Intraprese la via del letterato nel 1290 quando, per tradizione storiografica, rimase sconvolto per la morte di Beatrice di cui non sappiamo molto ma che era stata per lui molto importante. Dante è molto conosciuto per il suo fondamentale ruolo nella letteratura ma prima di essere un poeta era stato anche un cavaliere, con spada e coraggio nelle mani senza esimersi dal buttarsi nella mischia quando gli imponeva il dovere.

Va ricordato che il giovane entrò nella cerchia dei letterati grazie ad un violento, l’impetuoso Guido Cavalcanti diventato genero del fiero Farinata degli Uberti dai più oggi ricordato da la cintola in sù in una fossa infernale.

Firenze negli anni ’80 stava cercando di ritagliarsi uno spazio in Toscana capeggiando la lega guelfa contro la quale si opponevano solo Pisa ed Arezzo e Dante era entrato in scena fra le fila dell’esercito della lega, all’età di 24 anni. Va detto che la figura del Podestà era strutturata per dare ordine nelle relazioni con la milizia costituita nel suo nerbo dai milites professionisti ed aristocratici di cui Dante era parte come cavaliere feditore. I feditori erano la forza d’urto principale, in un contesto ancora allora dominato dalle cavallerie.

I milites erano temuti ma anche pure ignorati dalle autorità cittadine quando sorgevano questioni legali e patrimoniali nonostante il servizio prestato. Va detto che il milite,in passato, sosteneva a proprie spese uomini d’armi facendosi carico anche del loro equipaggiamento andando spesso incontro a debiti continui. Un aspetto peculiare di questa classe di cavalieri era pure che essi andavano in guerra senza i privilegi riconosciuti nella vita civile ergo portando con se anche servitori ed alloggiando nel decoro dovuto insieme ad amici e conoscenti come se si fosse in un viaggio di piacere.

Uno stile di vita che le autorità cittadine deploravano e ritenevano fonte di disordini per il cronico indebitamento.

I disordini venivano causati infatti dall’organizzandosi in gruppi indipendenti chiamati masnada .

L’estorsione era una pratica comune per attingere fondi per la propria sussistenza e i milites iniziarono anche a creare una rete di contatti con altri mercenari, aiutandosi a vicenda nei confronti delle autorità.

In considerazione della vivacità politica al limite dello scontro armato, le città necessitavano comunque di fornire ordine trasformando alcuni milites in berrovieri che erano vere e proprie guardie del corpo a protezione dei rappresentanti delle istituzioni comunali, sottoposti tuttavia a rigide norme e forme di controllo e sentenze anche capitali in casi di indisciplina gravi. Tuttavia il servizio era sempre a tempo determinato e si ritornava nella masnada cambiando spesso sede in giro per la Penisola. Negli anni intorno alla vicenda di Montaperti, un esempio di vita al servizio di molteplici comuni è fornito ad esempio proprio dai connazionali di Dante quali i ghibellini Scolari acerrimi nemici degli Orsini di Roma verso la fine del Duecento. Quando poi mancavano datori di lavoro i masnadieri si sbandavano e diventavano fuorilegge commettendo rapine ed omicidi ai margini della comunità cittadina però conservando il titolo sociale di miles per il mantenimento del cavallo e delle armi, praticamente cavalieri avventurieri, non semplici briganti.

Da notare che insieme a questi cavalieri in bancarotta, si aggregavano non solo banditi in cerca di bottino ma anche donne che li accompagnavano in abiti maschili, come documentato da archivi giudiziari.

Le città, quando arrivava il momento, chiamava alla raccolta tutte le forze disponibili per mettere su l’exercitus ( di origine bizantina ) per uno scontro risolutore ma il più delle volte si optava per incursioni stagionali ( cavalcata ) nel territorio nemico, anche per prelevare prigionieri per i riscatti, fonte di guadagno per i partecipanti delle spedizioni lampo. Il bottino in seguito alle battaglie poteva anche essere ingente, talvolta anche spettacolare come il bottino conquistato dai vincitori senesi a Montaperti, quanto poteva bastare per sostenere per settimane l’intero esercito da solo. Oltre a denaro,armi e vettovaglie, la preda preferita dei milites erano i boves e jumenta, cioè bestiame di grande valore economico, oggetto spesso di iniziative comunali a tutela degli allevatori e delle mandrie lasciandoci in merito copiosa documentazione.

Firenze aveva a disposizione una forza militare costituita intorno al nerbo dei milites a cavallo poichè il cavallo era il requisito base per il grado sociale per combattere, insieme a loro dei fanti prelevati secondo una forma di reclutamento quartiere per quartiere ( fa venire in mente il modello “tribale” del reclutamento romano prima della riforma di Mario ) ed equipaggiati con uno scudo molto grande chiamato pavese e da qui noti come pavesati.

La forza militare costituiva appena il 2% della popolazione cittadina in buona parte dei comuni di fine Duecento, una percentuale molto bassa ma dotata degli strumenti sufficienti anche per sterminare città toccate dalla sventura per quanto ancora le grandi devastazioni che avrebbero flagellato l’Italia rinascimentale erano da venire. Il reclutamento avveniva per chiamata inviando messaggeri ai piccoli cavalieri e nobili, talvolta anche prendendo in prestito da altre autorità comunali, alleate e non in cambio di profitti preventivati, tutti rigorosamente stabiliti in veri e propri contratti cum equis et armis. I sopracitati berrovieri ad esempio venivano in buona parte dall’Emilia e dalla Lombardia al servizio e protezione dei potestà della Toscana. Nel reclutamento si aggregavano anche parenti ed amici al seguito e a spese personali dei milites.

E così rivediamo Dante, in armi, senza penna ma con spada e lancia, a cavallo insieme ai suoi di pari grado sociale,forse più ricchi, forse meno. Nel trambusto di una torma di uomini ricoperti di cuoio e ferro, in sella a cavalli adornati dei colori di famiglia senz’altro il Sommo Poeta ha provato un profondo sentimento umano: la paura.

Imbardato con i colori nero e oro di famiglia e con il giallo del suo quartiere Porta San Pietro guidato dai Cerchi, prendendo il suo posto ebbe temenza molta ed allegria grandissima nella fatidica giornata dell’11 giugno 1289 presso Campaldino quando si era trovato in mezzo agli armati di Arezzo, una delle città della lega avversaria, della quale sarà futuro cittadino uno dei biografi di Dante quale Leonardo Bruni. L’umanista aretino si occupò infatti molto di quella battaglia descrivendo con minunzia la sconfitta dei suoi quando, caricando la schiera fiorentina, vennero poi travolti senza scampo.

Lo storico mercante Giovanni Villani, precedente a Bruni, raccontava che mentre Dante e i suoi compagni erano impegnati con gli aretini, altra cavalieria del Giglio intervenne e fedì i nemici per costa, e fu gran cagione della loro rotta.

La battaglia si tramutò in una grandissima zuffa, fra la polvere e il fango sollevati dagli zoccoli quando si avventarono sui ghibellini anche altri milites della parte guelfa, però di Pistoia sotto la guida di Donati portando vittoria decisiva per Firenze.

Così strage fu di cavalieri ghibellini di Arezzo, compreso diversi capitani e personaggi importanti fra cui pure un vescovo, Guglielmino Ubertini ucciso mentre combatteva forse con la mazza visto che era formalmente vietato ai sacerdoti spargere sangue cristiano.

Quiv’era l’Aretin che da le braccia fiere di Ghin di Tacco ebbe la morte, e l’altro ch’annegò correndo in caccia.

Dante è invece di quella fatidica giornata sopravvissuto, lo immaginiamo con i segni della battaglia ma la sorte per lui ha scelto ben altro destino per quanto triste come lo è per chi è destinato a non riveder più la patria.

I versi che ci incantano ancora dopo più di settecento anni hanno potuto ora avere come patria tutta quella serva Italia, di dolore ostello e un tempo giardin de lo mperio

lontano dalla sua Florentia, senza mai più ritornarci, nemmeno da morto.

GABRIELE SUMA

ott 11, 2021 - Notizie    No Comments

La Tomba degli imperi

L’Afghanistan è in fiamme, le forze NATO arrivate sul posto vent’anni prima poco dopo il crollo delle Twin Towers hanno da poco completato il ritiro lasciando il paese alla mercè dei talebani.

Chi sono i talebani ? nel 2000 durante la campagna presidenziale Bush Jr, destinato a diventare simbolo della politica interventista “neo-con” su scala globale, si stava intrattenendo con una giornalista della rivista Glamour quando ad un certo punto in un gioco di parole rimase interdetto alla parola “talibans”. Il futuro POTUS, confuso ed imbarazzato, rispose che forse si trattava di un gruppo rock.

Chi sono dunque i talebani ? difficile rispondere senza scadere nella banale quanto altrettanto vera attestazione di una manica di farabutti dall’aspetto trasandato e di feroce indole. La “Tomba degli Imperi”, definizione coniata negli anni ’90 dopo la sconfitta sovietica, è luogo dove si dividono un territorio apparentemente povero e desertico etnie bellicose, in odio da secoli se non millenni senza tregua. In linea generale si potrebbe descrivere come spaccata in due da nord verso sud senza però veri confini, resi sfumati dall’aspro carattere montuoso che sovrasta inesorabile le città. Il Nord, abbracciato alla profonda Asia un tempo cuore di barbari imperi a cavallo, è dominato da etnie simili a quelle che noi potremmo di comodo definire “turche” se non al limite persino “mongole” a colpo d’occhio superficiale. Un osservazione certamente superficiale in considerazione del fatto che gli afghani in generale non sono nè mongoli nè arabi e neppure di tipo iranico per quanto poi possono avere nel sangue geni dei macedoni e greci che seguirono Iskander così come i persiani chiamarono il giovane conquistatore Alessandro Magno.

Chi sono allora i talebani ? Si può cercare di capire prendendo atto che prendono origine dalle schegge impazzite di una violenta reazione al regime ritenuto estraneo, sopratutto in seguito ai disordini politici emersi in seguito alla caduta della monarchia nel 1973. Un colpo di stato consumato all’interno della cerchia famigliare dei Khan che governava dal 1926 dopo una lunga dominazione britannica tra altro contrastata fieramente nel XIX secolo. La posizione geografica del paese lo condannava ad essere oggetto di sanguinose contese fra grandi potenze confinanti facendo sì che di volta in volta che si imponeva un dominio, la parte estromessa giocava sulle divisioni tribali per indebolirlo. Una situazione aggravata dall’inevitabile carattere globale del confronto per il ruolo dominante della Russia nel continente euroasiatico secondo la lettura classica di Mackinder e Spykman. In base alla geopolitica classica dei primi del XX, tuttora fonte di riferimento per comprendere le posizioni politiche degli stati, si ritiene l’Eurasia divisa in due macroaree quali Heartland ( il cuore centrale della massa continentale ) e Rimland ( la periferia ), delle quali la prima viene controllata attualmente dalla Russia ritenuta inevitabilmente spinta ad espandere il proprio dominio sul resto del continente diviso fra stati più deboli e piccoli a danno degli interessi delle altre potenze del globo, all’epoca l’impero britannico, più recentemente gli USA. In effetti il XIX secolo era anche caratterizzato dalle dinamiche del “Grande Gioco” fra l’Impero Britannico e l’Impero Russo, entrambi protesi ad aumentare la propria influenza a discapito dell’altro in Asia, in particolare proprio il cuore centrale del continente, dal Caucaso all’India con centinaia di milioni di abitanti divisi da altrettanto centinaia di lingue ed espressioni culturali in mezzo a ricchezze sfavillanti o nascoste fra sedimenti rocciosi e dune desertiche.

Orwell, da ex ufficiale dell’impero di Sua Maestà, colse molto bene il significato strategico di quell’area descrivendolo nel suo immaginario futuro distopico di 1984 come l’area principale di dispute fra le superpotenze “da brazzaville a Tangeri ( Africa ), da Tangeri a Hong Kong ( Asia centrale ), da Hong Kong a Darwin ( sud-est asiatico )” . Si tratta infatti di aree che sono diventate ancora più importanti per la presenza di risorse indispensabili per il funzionamento delle telecomunicazioni cardine della nostra attuale società avanzata oltre che per l’industria ( petrolio, carbone..). Un elemento non previsto dagli studiosi ed osservatori del secolo scorso è l’avvento della Cina così come sconvolse il mondo l’impero giapponese. L’attuale situazione potrebbe suscitare inquietudine in considerazione dell’esperienza tragica delle ambizioni distruttive dell’impero del Sol Levante.

Le attuali forze politiche e militari tuttora esistenti nel paese si sono sviluppate durante la guerra di liberazione afghana in seguito all’ennesimo e stavolta maldestro colpo di stato organizzato dall’URSS verso la fine degli anni ’70 dopo che i governi Daud e Taraki si sono succeduti in rapida successione uno dopo l’altro. Una decisione disastrosa in seguito alla constatazione da parte di Mosca dell’ingovernabilità in un area da essa considerata proprio “giardino di casa” per la sua posizione legata alle repubbliche sovietiche popolate da maggioranza musumana. Un calcolo basato su presupposti validi ma l’eliminazione del presidente Amin “a tradimento” nel suo stesso palazzo e a successiva invasione non fecero altro che spaccare il paese ancora più profondamente. Diverse sezioni delle forze armate infatti non accettarono la situazione e si unirono ai ribelli che guadagnarono così esperienza ed organizzazione militare utili per la continuazione della battaglia.

I ribelli che finora si erano opposti già al governo Taraki emerso nel 1978 in seguito al massacro dell’intera famiglia del precedente presidente Daud e sostenuto dai sovietici non ebbero una chiara organizzazione fino al 1981 due anni dopo l’invasione russa quando i dissidenti rifugiati nel confinante Pakistan non gettarono le basi della IUAM da cui deriva il termine Mujahidden che tutti noi conosciamo anche con film come quello di Rambo. IUAM è la sigla in arabo di Ittehad-i-Islami Mujahidden-i-Afghanistan che in italiano significa Unità Islamica dei Mujahidden Afghani. Mujahidden significa combattente per la Jihad la guerra santa. In pratica si volle dare alla guerriglia i connotati di lotta non solo nazionale ma anche identitaria e religiosa alla stessa maniera dei ribelli spagnoli contro il percepito senza dio Napoleone in passato.

In seguito la IUAM si sfaldò rapidamente con la conseguente scissione in due gruppi molto importanti che segneranno la spaccatura successiva del martoriato paese quali il cosidetto “gruppo dei sette” e il “gruppo dei tre” profondamente diversi in base all’approccio ideologico alla lotta. Questi gruppi non erano compatti e già a metà degli anni ’80 cessarono di esistere generando da essi nuove entità e personalità fra cui lo spietato “Hezb-e-Islami-Gulbuddin” ( Partito Islamico ) meglio noto come HIH guidato da Hekmatyar che dopo la guerra contro i sovietici diventerà uno dei responsabili della distruzione di Kabul e della caduta del primo governo post-sovietico nei primi anni ’90 e ironicamente anche pure la prima “vittima” dei talebani con i quali per anni ha intessuto ambigue relazioni che tuttora persistono ( formalmente è parte dell’attuale governo talebano ) .

Altri partiti islamici erano emersi dalle costole della IUAM, molti di etnia pashtun tranne il JIA guidato dal Leone Massoud, il gruppo tagiko “moderato” e laico fondamentalmente che diventerà uno degli acerrimi nemici dei talebani mentre si fecero subito notare per spietatezza i pakistani del Belucistan afghano supportati dal Pakistan, sotto la bandiera dell’IRMA cioè “movimento islamico rivoluzionario” di Nabi Mohammadi.

Questi gruppi si opponevano ai sovietici nel loro modo, senza una vera coordinazione permettendo ai sovietici di conservare a lungo le posizioni strategiche più importanti e meglio difendibili a lungo.

Mentre si facevano e si disfacevano questi gruppi, fece rapida carriera il fondatore di quelli che oggi conosciamo “talebani” quale Mohammed Omar proveniente dal Kandahar il profondo sud del paese fra i ranghi dei tagliagole proprio del tristemente noto Nabi Mohammadi. Mentre egli iniziava a farsi conoscere per la sua indole sanguinaria, già un gruppo si faceva chiamare taliban da alcuni gruppi pashtun che si erano staccati dal partito retto dallo spietato Hekmatyar.

Il termine taliban identifica generici studenti coranici impegnati a mettere in pratica tutti i dettami del Corano con ogni mezzo e seminavano il terrore già negli anni 80 sotto la guida di Yunis Khalis padrone indiscusso della regione di Nangarhar direttamente confinante con il Pakistan,fin dall’inizio, santuario di gruppi simili.

Verso la fine degli anni ’80 i sovietici stavano iniziando ad “afghanizzare” l’Afghanistan nella stessa maniera in cui gli americani “vietnamizzarono” il Vietnam del Sud ergo imbastendo un programma graduale di ritiro mentre erano iniziati i negoziati per porre fine al supporto internazionale nei confronti dei vari gruppi ribelli. L’armata rossa svolse una serie di operazioni per preparare la strada al rientro in patria mentre un nuovo governo ( Najibullah ) installato da Mosca cercava di intavolare una tregua facendo concessioni e integrando nell’amministrazione esponenti islamici ed applicando norme coraniche. Omar, il futuro capo degli attuali talebani, combattè nelle battaglie finali guadagnandosi la leadership sul campo in particolare per la sua capacità organizzativa nel distruggere i carri armati, conquistando anche l’attenzione dei pachistani principali protettori dei gruppi più intraprendenti durante il conflitto.

Negli ultimi mesi della guerra i talebani di Khalis si fusero con il gruppo di Omar collaborando insieme per rovesciare il governo di Najibullah indebolito dal ritiro sovietico e in questo frangente che iniziava a circolare sui media occidentali la storia dei talebani etichettandoli ideologicamente come “cattivi” diversi dai Mujahidden che per anni erano definiti “combattenti per la libertà” in toto in ossequio alla propaganda della guerra fredda del tempo. Omar si fece strada contrastando signori della guerra locali per acquisire prezioso sostegno popolare. Nei primi anni ’90 il suo gruppo divenne così fra i più potenti ed influenti anche grazie a legami con la criminalità organizzata internazionale per la produzione degli oppiacei divenuti più redditizi per i coltivatori e contadini che si erano ritrovati con le campagne devastate dai bombardamenti e minamenti da parte sovietica durante la guerra di liberazione.

Omar divenne ufficialmente leader del variegato sistema taliban nel 1996 investendosi del rango di guida dei fedeli per proclamazione dai suoi seguaci con tanto di rituale adozione di un sacro paramento ritenuto indossato dal Profeta nella città di Kandahar loro principale base e fortezza. Dopodichè egli rovesciò i suoi vecchi capi sopratutto Khalis devastando poi la capitale Kabul ed assassinando Massoud mentre collassava rapidamente il governo che era anche gestito dai tagiki e turkmeni tra l’altro acerrimi nemici dei pashtun fonte della principale forza militare dei talebani.

Le attuali circostanze e la lunga guerra ventennale che noi tutti conosciamo derivano da una circostanza ( o pretesto, a seconda delle opinioni ) in cui Omar, oltre che ricercando supporto dalle mafie e dal Pakistan, si era anche legato con i wahabiti sauditi che operavano da alcuni anni in forma militare contro l’occidente sotto forma di Al Qaida. Uno dei principali capi di tale organizzazione che potrebbe suscitare in noi fantasiosi paralellismi con la mitica Spectre di 007 era Osama Bin Laden che aveva preso rifugio insieme ai suoi uomini in Afghanistan verso la fine degli anni ’90. Omar lo accolse anche per rispettare il precetto islamico di protezione per gli ospiti specie musulmani rendendo così il suo territorio che era più della metà dell’Afghanistan santuario per gli Al Qaida. In quel periodo si svolsero anche incontri con alti esponenti politici dell’Arabia Saudita patria di Bin Laden che invece chiedevano ad Omar la consegna dell’ospite ricevendo però netto rifiuto.

Quando nel 1998 esplosero le bombe che distrussero le sedi consolari in Tanzania e in Kenya, Al Qaida, ritenuta responsabile degli attentati, divenne bersaglio per gli USA che iniziarono a colpirne le basi in più aree del mondo. I talebani hanno continuato a rendere l’Afghanistan santuario per Al Qaida che manteneva il proprio personale accampato presso varie località, le più grandi ed importanti presso Kandahar, la capitale talebana, sotto il nome di “campi di allevamento di Tarnak” e “Al Farouq” che ripresero attività dopo la rappresaglia americana in seguito agli attentati di cui sopra. I bombardamenti del 1998 diedero acqua al mulino all’Al Qaida che diventò martirio agli occhi di numerose organizzazioni islamiche preparando il terreno al futuro drammatico attentato dell 11/9/01. Secondo varie interpretazioni, Omar, il leader dei talebani, non sosteneva i piani degli Al Qaida ma ne è stato comunque responsabile per aver continuato ad ospitarli e proteggerli, anche con l’ambigua condiscenza e complicità del Pakistan partner strategico di ogni gruppo e tribù dello sfortunato paese. Dopo il crollo delle Twin Towers i talebani sono diventati così il bersaglio diretto ma anche pure quelli di nuovo al governo, vent’anni dopo, senza Omar essendone morto già dapprima in circostanze ancora poco chiare nel 2015.

GABRIELE SUMA

ago 8, 2021 - Notizie    2 Comments

Lance fra i due mari

La Storia ha i suoi ritorni ciclici, alla fine di un lungo viaggio si ritorna al punto di partenza anche a distanza di secoli. Taranto non è esclusa dal destino ricamato dalle Moire le sinistre donne della mitologia greca.

Fermiamoci dunque in un momento in cui l’ex colonia dei figli di Sparta, con il nome di Taras leggendario fondatore, si era liberata della protezione crudele e benevola di Roma per entrare nei tempi cosiddetti “oscuri” per studiosi nati quasi mille anni dopo gli avvenimenti. Lasciamo per un momento la Nobilissima Urbs per allargare la visione all’intero “mondo conosciuto” così come era stato delineato dalle carte di Eratostene e Tolomeo: il Mediterraneo non più Mare Nostrum.

Fin dalla notte dei tempi il bacino del Mediterraneo si prestava alle azioni belliche e piratesche. Poche civiltà erano state risparmiate dal flagello. Il dominio romano aveva interrotto tale attività con campagne militari sostenute con tenacia da Pompeo ed Ottaviano. La flotta militare romana, negli anni migliori dell’Impero, ha garantito la pace in tutto il Mare Nostrum.

La Puglia, una regione alquanto sfortunata, fu uno dei teatri principali del mediterraneo in fiamme. La posizione strategica permetteva il controllo della penisola un tempo centro di quell’Impero che Giustiniano e i suoi successori sognavano di ricostituire ad ogni costo. Le sanguinose guerre ( dal 535 al 553 ) fra Romaioi e goti ne testimoniavano la volontà anche contro la forza della Storia stessa.

Taranto, poco prima delle guerre greco-gotiche, era ancora strutturata nella combinazione di vecchia acropoli con l’area urbana di epoca romana ancora protetta da difese murarie di età imperiale. Le necessità belliche trasformarono l’urbe a spese soprattutto dell’acropoli, area di templi ed edifici pubblici, in una nuova dimensione socioculturale con in sé le premesse del futuro Borgo Vecchio. L’antichissima industria della porpora ricavata dai molluschi, d’altro canto, permise il mantenimento di un patriziato e di un ceto mercantile che non badarono a spese per proprie ville e residenze destinate ad essere, in diversi casi, fortificazioni private negli ultimi anni dell’Impero. I goti, contendendo aspramente con le armate di Belisario la penisola, dilagarono in Puglia. Il conflitto interessò molto da vicino Taranto, essendo utilizzata dall’Impero Giustinianeo come punto di scalo per le truppe dirette a difendere Otranto ,importante base per il controllo della Puglia.

Totila, il sovrano dei goti, precisamente ostrogoti, conquistò Taranto nel 549 d.C. per il suo valore strategico di collegamento. La dominazione ostrogota sulla città fu di relativa breve durata ma sufficiente per il completamento delle ristrutturazioni iniziate dai bizantini con aggiunta di un paio di nuove torri ( le torri del Gallo e del Cane ) ancora visibili fra le abitazioni del borgo vecchio. I bizantini, ritornati nel 552, si preoccuparono di estendere le difese anche dove sorgevano complessi termali attualmente sepolti dall’attuale Piazza Ebalia. Il risultato fu la realizzazione di infrastrutture difensive alle basi di quello, fino a non molto tempo fa ,erroneamente ritenuto castello saraceno in relazione all’accampamento tenuto dai futuri invasori pirati in loco molti secoli dopo.

Le grandi devastazioni delle guerre greco-gotiche avevano danneggiato notevolmente il commercio in tutta la penisola compresa Taranto che fino a quel momento importava ed esportava merci e ricchezze in particolare con la Calabria. Nonostante le difficoltà economiche ebbe vita, nell’assetto sociale ed urbano, una piccola ma intraprendente comunità ebraica, della quale sono stati rinvenute, verso la fine del 1800, alcune iscrizioni e tombe, in particolare nella zona attualmente occupata dal Palazzo degli Uffici.

La penisola italiana era quasi completamente devastata dai passaggi distruttivi degli eserciti imperiali e goti aprendo la strada ad una nuova invasione stavolta portata avanti dai longobardi che entrarono in scena nel 568 d.C. Un enorme numero di persone, non solo guerrieri, era guidato da Re Alboino marito di Rosmunda da noi più conosciuta per il bevi rosmunda! dal teschio tondo del tuo papà! ( Cunimondo re dei Gepidi ) nella satira di Achille Campanile poliedrico giornalista e sceneggiatore del XX secolo. Ad un mito raccontato dallo storico Paolo di Warnefrido, più conosciuto come Paolo Diacono autore della celebre Historia Longobardorum si fa risalire il nome longobardi. Lo storico narra che una grande battaglia era imminente fra il popolo dei Winnili e nemici non ben identificati wandali ( da non confondere con gli storici vandali conquistatori della penisola iberica e Africa verso la fine dell’Impero romano ). Frea, consorte del dio Odino, intendeva dare la vittoria ai Winnili contrariamente alla volontà del marito che ha scelto invece i wandali. La moglie, venerata dea della fertilità e dell’amore, ordinò alle donne winnili di presentarsi ad Odino con i capelli riversi sul volto come se fossero lunghe barbe alla maniera dei loro compagni guerrieri per ottenere, con inganno, la forza del padre degli dei. La vittoria, così come ottenuta, fu schiacciante e da quel momento il popolo dei Winnili assunse il nome di longobardi per le lunghe barbe sfoggiate da uomini e donne unite dal medesimo coraggio virile in contrapposizione con i più civilizzati ma indeboliti romani secondo quanto, forse, voleva far intendere il cristianizzato ma orgoglioso storico longobardo Paolo. Esiste anche un altra teoria per spiegare il mito quale la possibilità che gli antichi Winnili non avessero la barba a differenza dei nemici favoriti da Odino con la conseguenza che Frea, astutamente, ingannò il compagno con lo stratagemma delle finte barbe fatte dai capelli per strappare la vittoria per mano sua.

In ogni caso, i longobardi, noti anche per le lunghe lance, scesero in Italia portandosi dietro anche numerose schiere di alleati e vassalli sottomessi in seguito a numerose vittorie conquistate sul campo senza incontrare molta resistenza dalle indebolite forze imperiali e da una popolazione stanca di disordini, tasse e saccheggi di un conflitto interminabile. Numerose città, pur diroccate e ombra di quelle che furono, cedevano le chiavi al loro passaggio particolarmente evocato con tinte fosche dalla letteratura ecclesiastica che deplorava saccheggi di luoghi religiosi e uccisioni di sacerdoti. Dal 572 d.C in poi iniziò a prendere corpo il dominio territoriale dei longobardi su gran parte dell’Italia con capitale nominale Pavia poco tempo dopo la morte improvvisa del re condottiero Alboino fatto uccidere da Rosmunda. Il regno era in realtà una confederazione di feudi privati governati dai duchi ( dal termine latino Dux “comandante” ).

Una nuova congiura, stavolta supportata dall’Imperatore Giustino II desideroso di rivincita, pose fine al primo embrione di regno con la morte del Re Clefi successore di Alboino.

Prima di tali eventi, un condottiero, Zottone, pensò di conquistare un proprio dominio personale scendendo a sud Italia dove ancora diversi territori restavano sotto l’Impero con buone prospettive di bottino e gloria. Il suo esercito, evitando le ben presidiate coste, attraversava il montuoso entroterra appenninico utilizzando, secondo alcune ipotesi, la ancora efficiente Via Flaminia.

Nel 570 d.C Benevento, investita dall’assalto longobardo, cadde facilmente permettendo ai longobardi di rafforzare le proprie posizioni senza molestie da parte degli imperiali troppo impegnati in altri fronti in tutto il Mediterraneo, sfruttando anche l’appoggio di soldataglia senza paga e lavoro da parte del Basileus nella regione.

Il monastero di San Benedetto di Cassino fu fatto oggetto di saccheggio sistematico, data incerta ma circa anni ’80 del VI secolo. I longobardi, a differenza dei precedenti invasori, si distinsero nell’evitare stragi inutili di innocenti come è testimoniato dal fatto che Zottone permise al clero del monastero di rifugiarsi a Roma dove governava, formalmente in nome dell’Impero, il pontefice e vescovo della Caput Mundi Pelagio II. Mentre Zottone proseguiva, un’altra colonna guidata da un altro avventuriero, Faroaldo, marciava fra le montagne. Egli procedeva senza essere ostacolato dai bizantini più propensi a comprare i nemici ma inevitabile per essi la perdita di vasti possedimenti in Italia centrale ad eccezione delle coste e le difese di Roma.

Faroaldo stabilì così in breve tempo il ducato di Spoleto e, subito dopo, tentò persino di conquistare l’Urbe in rovina senza riuscirci ma il suo dominio era destinato, ben presto, a diventare uno dei ducati più potenti e longevi del reame longobardo.

Le armate longobarde erano piccole di numero con la conseguenza che tendevano a consolidare il potere della propria gente con propri insediamenti fortificati denominati Fara da cui un certo numero di attuale cittadine tuttora conserva le proprie origini, in particolare in Abruzzo come Fara di San Martino presso Chieti. I nuovi padroniseparati dal contesto urbano e sociale dei romani sottomessi, in cambio della perdita di status di cittadini liberi, permettevano alle popolazioni soggette l’esercizio delle proprie leggi e li esentavano, di norma, da obblighi di servizio militare.

I longobardi irruppero nella scena sottraendo la città ( 568 d.C ) ai romaioi indeboliti da incessanti lotte di frontiera contro nemici secolari quali Parti e barbari balcanici come Avari e Bulgari.

I dominatori, per diverso tempo, preferivano propri capi militari ( duchi ) piuttosto che sottostare docilmente ad un vero governo centrale monarchico. Il mezzogiorno, in particolare Puglia, era difatti controllata da signori di Salerno e Benevento e da altri ducati minori. I bizantini cercavano così di tenere sotto controllo la situazione ricercando alleanza con i franchi. I longobardi però erano anche disposti a pagare tangenti agli antenati di Carlo Magno anche in pieno svolgimento di un conflitto per prevenire l’accerchiamento.

Durante il periodo la città di Taranto, rifiorì intanto per la ripresa degli scambi commerciali pur nettamente ridimensionati guadagnandosi l’appellativo di Satis Opulentas ( dal latino “abbastanza ricca” ) dallo storico monaco di Cividale Paolo Diacono ( VIII secolo ).

Taranto ritornò presto ad essere una base per operazioni militari dell’Impero d’Oriente in Puglia contro i longobardi così come raccontava sempre Paolo Diacono, autore e storico della celebre Historia Langobardorum:

l’imperatore Costante II Eraclio giunse a Taranto, partito di là. Invase i territori dei Beneventani ( … ) Attaccò con gran forza anche Lucera, ricca città della Puglia, poi, espugnatala,la distrusse radendola al suolo ( 663 d.C )

Si stima che l’esercito fosse costituito in buona parte di armeni, ottimi combattenti e bene armati, da sempre considerati positivamente fin da quando combatterono come alleati sotto i vessilli del vecchio impero romano contro i parti secoli prima.

L’esercito imperiale proseguì l’avanzata fin sotto le mura di Benevento allora difesa strenuamente da Romualdo che richiese aiuto al padre Grimoaldo allora padrone di terre in Nord Italia. Grimoaldo accettò di intervenire ma dovette anche combattere contro i franchi allora alleati dei bizantini nei territori settentrionali. I longobardi impegnarono gli imperiali con rapide sortite contro gli accampamenti e Costante, alla notizia dell’imminente arrivo di Grimoaldo vincitore contro i franchi ad Asti, rinunciò all’assedio ritirandosi a Napoli. Paolo Diacono raccontava di una vittoria longobarda presso il fiume Calore da parte di alleati capuani di Romualdo. Nella battaglia di Forino, in Campania, gli imperiali vennero poi definitivamente sconfitti nel 663 d.C. La fallimentare campagna spinse Costante a ricercare compenso a spese di Roma secondo quanto narra Paolo Diacono :

( … ) la spogliò di tutto il bronzo posto in tempi antichi ad ornamento della città, e giunse al punto di scoperchiare anche la basilica della Beata Maria ( Pantheon )

La condotta violenta e spregiudicata dell’Imperatore è stato motivo poi di complotti contro la sua persona fino all’attentato mortale nel 668 d.C a Siracusa. Un ennesima guerra civile scatenata dall’usurpatore armeno Mecezio lasciò il campo libero ai longobardi che sottomisero facilmente la Nobilissima Urbs. I bizantini rimarranno divisi ed indeboliti dalle lotte di successione culminate per vent’anni fino all’ultimo imperatore della dinastia eracliana Costantino II.

Le vicende nei domini longobardi si legarono con il destino di Taranto per quasi due secoli. Una sanguinosa contesa, nel 840 d.C, si scatenò fra i fratelli Siconolfo e Sicardo figli di Sicone duca di Salerno e Benevento. Sicardo prevalse conquistando i propri diritti di dominio imponendo allo sconfitto la vita monacale a Taranto a scopo di tenerlo sotto controllo. In quei terribili tempi era saggezza uccidere i fratelli e parenti per assicurarsi il potere ma Sicone, forse per scrupoli, preferì non sporcarsi le mani imponendo l’esilio. Il vendicativo Siconolfo non rinunciò mai al trono che gli era stato sottratto abbandonando presto la via della tonsura impostagli. Orso, conte di Conza, parente ed alleato lo tenne sotto la sua protezione, permettendogli di guadagnare supporto in diverse città utilizzando i suoi legittimi diritti al trono ducale. In seguito alla morte di Sicardo, Il ducato era nelle mani del ministro Radelchi, sì capace amministratore del tesoro ,ma illegittimo per i potenti signori locali che scelsero piuttosto Siconolfo come legittimo Duca. Napoli e Capua si ribellarono al Ducato di Benevento anche per antichissime rivalità cogliendo occasione della crisi di potere per acquisire maggiore autonomia. Radelchi vide il grande ducato disfarsi nella guerra civile subendo anche assedio nella propria città, Benevento. Lo spargimento di sangue indeboliva talmente le fazioni in lotta che ricorsero a mercenari stranieri, anche i cosiddetti saraceni.I mercenari, chiamati per aiutare Radelchi nella lotta senza quartiere contro il pretendente, colsero occasione per prendere il potere a Bari. Il loro dominio sarebbe durato dall’847 all’871 con conseguenze anche fatali sul futuro del dominio longobardo sull’intera regione. La situazione si ripeterà anche con i normanni in circostanze diverse.

Il dominio longobardo ha lasciato pochi segni architettonici non sempre riconoscibili. Nella parlata pugliese sopravvivono alcuni termini della loro lingua. I dominatori, all’inizio, preferivano abitare in comunità separate con pochi contatti con le città soggette. Le popolazioni locali avevano perso diritti politici ma conservarono ampia autonomia nella sfera del diritto romano della società tardo imperiale. Le città sottoposte ai duchi beneficiarono dell’assenza dei romani d’oriente, detestati per la pesante tassazione imposta per finanziare continue guerre imperiali. I longobardi inoltre, dopo iniziali massacri delle fasi guerresche, smisero di perseguitare i cristiani e, all’inizio, continuarono a mantenere vive proprie forme di trascendenza nei propri insediamenti e castelli.

GABRIELE SUMA

giu 9, 2021 - Notizie    No Comments

Cronache del Ghiaccio e del Fuoco

1870, palle di cannone rotolando sul dolce prato di Francia posero fine, ancora una volta dopo poco più di mezzo secolo, all’impero creato dalla dinastia fondata da un ambizioso ufficiale di artiglieria. A distanza di trent’anni dalla deposizione per il riposo eterno dei resti del nonno nel grandioso Palazzo degli Invalidi, il nipote diede la spada al Re di Prussia, la stessa nazione che pose fine alle speranze francesi a Waterloo. Il regno di Luigi Bonaparte terminò bruscamente così come era nato lasciando il passo ai vincitori che si ritennero destinati a creare un nuovo impero nel cuore dell’Europa. Fra le vetrate splendenti di Versailles, stivali teutonici battevano il tacco per festeggiare l’Impero della Germania che non aveva nulla a che spartire direttamente con l’antico Sacro Romano Impero abolito proprio dal primo Imperatore dei Francesi. Il cosiddetto Reich ( che gli storici indicano “primo” per differenziarlo dai successivi cambi di regime ) sarà di breve durata, segnato dalla maledizione della vittoria stessa trascinando con sè tutti gli altri imperi del Vecchio Mondo mezzo secolo dopo.

La Storia marciava a passo cadenzato ma nell’aria si sollevava pure il futuro. Un futuro racchiuso in forme quasi sferiche fatte di materiali infiammabili, pericolosi per chi voleva sfidare la gravità e la natura. Tali forme sono definite “mongolfiere” dal cognome di Jacques Montgolfier che aveva disegnato in età moderna il primo prototipo. Nel fatidico 1783, si staccò dal suolo per pochi ed emozionanti minuti sopra le case di Parigi ancora molto diversa da come la conosciamo. Nel 1785 avvenne in seguito la prima storica traversata della Manica con il pallone stavolta riempito di idrogeno, impresa quasi suicida per i rischi dovuto all’instabile elemento. I vari tentativi di staccarsi dal suolo erano stati purtroppo costellati da incidenti, talvolta pure mortali.

Robespierre aveva tuttavia intuito bene l’utilità in campo militare di tale invenzione inaugurando la Ecole Aerostaticque che ebbe però vita breve poichè Napoleone disprezzava le mongolfiere pur usate molto durante la rivoluzione francese. Gli americani, di solito sempre pronti alle innovazioni, infatti rimasero perplessi a lungo. I francesi riportarono solo molto più tardi in auge i palloni in campo militare, come postazioni di osservazione ad alta quota nel 1859 durante la seconda guerra di indipendenza italiana. Nello stesso periodo gli austriaci pensarono di caricare le mongolfiere con bombe incendiarie da sganciare su Venezia che si era in quel frangente ribellata, con esito però fallimentare.

All’approssimarsi del disastro dell’esercito francese, si instaurarono le basi di un uso sistematico dei palloni non da Parigi ma da Metz. Per la prima volta si era riuscito a smistare comunicazioni postali tramite palloni con regolarità nonostante la scarsità di idrogeno ottenuto al tempo solo da estratto di acido solforico. Nella capitale iniziarono i primi voli più tardi, inaugurati da Mademoiselle de Montgolfier figlia dello scienziato che aveva dato il nome. I prussiani in più occasioni si limitavano a contemplarli anche sopra Versailles usata come base del comando supremo degli assedianti. Ad un certo punto i prussiani organizzarono squadre di cavalleria per intercettare gli atterraggi fuori dal perimetro fortificato della capitale con il supporto di osservatori che comunicavano via telegrafo.

La situazione diventò surreale quando l’astronomo Pierre Janssen utilizzò uno di questi palloni superando il campo di battaglia per…studiare l’eclisse solare in atto in Algeria per quanto poi il suo sogno non si realizzò non per le bombe della guerra in corso ma per banali nuvole nel cielo sovrastante l’arsa colonia francese.

I materiali diventavano, nel corso dell’assedio, molto grezzi, al limite della pericolosità per uso di cotone invece di seta e il gas prodotto da mero carbone, senza protezioni contro agenti atmosferici. L’ancora era letteralmente l’unico appiglio di salvezza, unita ad una corda di più di cento metri per quanto i palloni potevano raggiungere rapidamente altezze oltre i limiti di sicurezza. Nonostante il pericolo, o forse proprio per questo, non mancarono mai tuttavia persone disposte a rischiare.

Numerose donne avevano contribuito a cucire e ricamare i tessuti dei palloni prodotti in serie per tutto il periodo dell’assedio ( circa 5-6 mesi ). l’esperto aviatore Eugène Godard gettò le basi di una vera e propria professione di piloti di mongolfiere arruolando, curiosamente, moltissimi marinai che si erano presentati volontari.

In ogni caso ci si rendeva conto drammaticamente che le mongolfiere non erano regolabili a piacere, dipendenti dai capricci del vento e spesso di sola andata spingevano i responsabili a ricercare una soluzione. Il chimico ed aviatore Gaston Tissandier propose e sperimentò personalmente primi rudimentali dirigibili più volte, ma senza successo, rischiando pure di finire prigioniero dei prussiani in una concitata notte priva di luce lunare a causa dei soliti ed imprevedibili capricci dei venti.

Nel gelido novembre parigino nell’intenzione di rompere l’assedio con forze francesi superstiti al disastro di Sedan si pensò di organizzare un azione congiunta con la città assediata. L’operazione richiedeva notevoli spostamenti di truppe. I prussiani non ebbero difficoltà a capire le intenzioni rafforzando così le posizioni in notevole anticipo. Era necessario frattanto per Parigi tentare di comunicare con l’armata di soccorso e per tale scopo era stata affidata la comunicazione ad una mongolfiera oggi nota con il nome di Ville d’Orleans. L’equipaggio era costituito da Valéry Paul Rolier e Leonard Bézier che iniziarono la missione il 24 novembre recando a bordo i dispacci di grande importanza militare oltre al necessario per un viaggio che già si considerava pericoloso per il buio notturno ( per evitare i prussiani ) e i rigori dell’inverno francese.

cosa?….” abbassando lo sguardo, l’orrore della scoperta dopo alcune ore nell’oscurità: “senti anche tu qualcosa di strano, Paul?”. Il suono era tragicamente famigliare e solo un mormorio “il mare”. Qualcosa era andato storto, i venti sono stati di nuovo più imprevedibili dei folletti delle leggende, stavolta lo scherzo era stato pesante: contrariamente alle aspettative, invece di muoversi all’interno del territorio, erano stati sospinti per tutta la notte verso le gelide acque del Mare del Nord.

La scintillante superficie del mare, increspato da onde alle prime luci dell’alba assumeva il profilo della morte per i passeggeri in balia della natura. Il pallone guadagnava velocità verso il basso ed era arrivato il momento di decidere se scaricare pesi. “pure questo?” Rolier si chiese tenendo fra le mani voluminosi pacchi contenenti proprio i messaggi affidati per la missione “se non li scarichiamo moriremo, ragazzo mio in ogni caso se toccheremo terra da qualche parte…stanne certo che non serviranno più” rispose Bézier. Guardandosi intorno “potremmo finire in Inghilterra ( neutrale durante il conflitto ) e restare sotto custodia e le lettere sotto sequestro…oppure il peggio, finire in Prussia” un brivido gli percorse la schiena “potrebbero mettere mano su queste lettere”. La decisione fu dunque rapida, i dispacci presero il volo permettendo al gabbiotto di levarsi verso l’alto.

cosa ne sarà di noi?” parole perse nel vento che si faceva più pungente, attanagliando le membra e le ossa “dove siamo?” dominava i pensieri degli uomini persi nel cielo. Dopo un lungo momento di inquietudine qualcosa emerse nel bianco scintillante delle nebbie sottostanti. Non era la dolce Francia e neppure l’Inghilterra, ma neppure il nero mare; “alberi!” il freddo aveva chiuso le screpolate labbra ma era un urlo interiore, terra significava poter sopravvivere, certamente con più probabilità rispetto all’assiderazione immediata nelle acque. “ora o mai più”, nemmeno si parlarono, l’istinto li guidò a compiere l’estremo: abbandonare tutto.

merde” parola rimembrante ben più gloriosi attimi di cattiva sorte. Si resero conto che il vento li stava spingendo, l’ancora era andata perduta e non c’era modo di scendere se non osare il tutto per tutto.

giù!” con un balzo abbandonarono il piccolo cabinato che riguadagnò velocemente quota. Neve, soffice neve, si scossero doloranti ma interi rimettendosi in piedi a stento, aiutandosi a vicenda con lo sguardo rivolto all’orizzonte ammantato di pini, tanti pini, un mare di pini. Non si persero l’animo “non possiamo fermarci, cerchiamo di muoverci, importante è muoversi”.

Dopo alcune ore…l’oscurità stava rapidamente avvolgendo ogni cosa “non chiudere gli occhi!” esclamò disperato Béziers prendendo per il braccio Rolier che stava barcollando, il sonno uccide anche se la stanchezza era tanta, troppa. I dolori quasi non si sentivano più per il brivido che scuoteva i corpi.

Uno spazio vuoto si aprì fra le querce brinate e la foschia occupato da una capanna, piccola, quasi irriconoscibile, non famigliare ma “non sembrava prussiana”. In ogni caso erano i piedi a portarli alla soglia, piedi che sembravano quasi staccarsi. La porta era aperta ma non c’era nessuno e ogni cosa sembrava abbandonata ma il tetto non era sfondato e pur in assenza di letti, il duro pavimento era meglio del sudario bianco della neve. Si rannicchiarono a stretta distanza per conservare e scambiare il poco calore che abitava i loro corpi pensando a tutto quello che avevano dovuto abbandonare ma alla fine persuasi che si sarebbe potuto continuare ancora così. Alle prime luci quasi abbaglianti attraverso fessure del tetto, si sollevarono ancora indeboliti e ripresero la marcia sostenendosi a vicenda lasciandosi dietro la baracca.

Un altro tetto in vista, stavolta in condizioni migliori, con colori e segni di frequentazione umana. Lo stomaco ha ordinato ai piedi di violare la proprietà privata. Mani ormai pallide, quasi di pietra, insensibili al tatto si posero subito su ogni cosa che sembrasse anche solo vagamente commestibile; no non sembrava affatto cuisine française ma che importa ?

Parole indecifrabili, colti sul fatto da uomini impellicciati, dallo sguardo ostile. Non erano però prussiani ma nemmeno francesi e neppure belgi, “non sembra inglese” Béziers pensò sforzandosi di recepire il linguaggio caratterizzato da accenti e suoni del tutto non famigliari ma qualcosa lo rincuorava poiché non sembrava nemmeno aspro, tipico degli odiati prussiani che stavano bruciando la sua amata Parigi.

Gesticolando cercavano di farsi capire accompagnando con parole francesi ricevendo però risposte incomprensibili per quanto ora i presunti proprietari della casa non sembravano essere più nervosi ma solo confusi. Una scatola di fiammiferi attirò la sua attenzione, caratteri scritti alla maniera latina, comprensibile e quasi universale per gli europei : un nome appariva, di una località che colse i due uomini sopravvissuti all’incredibile avventura, “Christiania” la capitale della Norvegia, oggi Oslo.

Avevano percorso miglia e miglia ben oltre l’impensabile ma erano vivi, salvi !

I dispacci ? Un peschereccio li ha recuperati, galleggianti nel Mare del Nord, umidi ma integri e perfino ancora leggibili. La missione era però fallita, non arrivarono mai in tempo utile alla destinazione prevista, forse cambiando il corso della Storia. Tuttavia per i due uomini, Valéry Paul Rolier e Leonard Bézier, la vita poteva ancora continuare regalando loro una storia incredibile, un avventura quasi alla Verne, da raccontare a tutto il mondo.

GABRIELE SUMA

mag 14, 2021 - Notizie    4 Comments

Robin Hood d’America

Siamo negli anni ’30, dopo l’epopea spettacolosa del decennio caratterizzato da mutamenti socioculturali e sconvolgimenti di vecchie certezze. Gli anni “ruggenti” si conclusero tuttavia con lo shock senza precedenti provocato dal “Martedì Nero” ( da non confondere con il più positivo “Venerdì Nero” dei saldi ) che segnò il crollo improvviso della Borsa di New York nel freddo inverno del 1929. L’evento tuttora argomento di intensi dibattiti in America potrebbe far venire in mente quello che è avvenuto più recentemente, il crollo finanziario del 2008 che ancora influenza le dinamiche economiche e sociali in mezzo mondo compreso appunto il rifiorire del populismo.

La società americana si era trovata, dopo il ’29, fortemente colpita, tanto la classe media che il proletariato con conseguenze sulle spese pubbliche dato il minore gettito fiscale e la produzione dimezzata con riflessi su tutti gli altri settori della vita economica nazionale come il commercio, crescita industriale e statura nell’arena internazionale.

Di conseguenza sorsero istanze politiche di deciso intervento statale nei meccanismi economici della Grande Repubblica Stellata andando contro la volontà dei cittadini americani contrari al dirigismo economico caratteristico invece di molti paesi europei. La Costituzione americana è segnata infatti dal ricordo del sopruso della monarchia inglese sui coloni che rivendicavano la propria libertà e proprietà. L’istituto presidenziale secondo la costituzione doveva così astenersi da ogni forma di controllo sui cittadini eccetto il dovere di tutelare la proprietà privata e la difesa della comunità dai nemici esterni.

In opposizione al sentimento comune, erano sorte invece nuove linee di pensiero che diedero impulso alla Sociologia e a nuove teorie economiche per elaborare nuove risposte alla crisi che aveva sconvolto il sistema tradizionale come il Keynesismo ancora oggi punto di riferimento per le soluzioni stataliste.

In tale atmosfera emerse la figura peculiare di Huey Long che ha aveva attirato su di sé grande attenzione ben oltre i confini del proprio stato per alcuni anni dal 1928 al 1935.

Di umili origini, di fede battista ( una peculiare rielaborazione del protestantesimo ), era nato nella Louisiana, antica colonia francese donata da Napoleone I alle colonie, animata da istanze socioculturali controverse divenute terreno fertile per radicalismo ideologico. Long si dimostrò molto insofferente alle regole fin dalla prima giovinezza sviluppando però anche predilezione per riferimenti ideali a disciplina e rigorismo per gli altri. Entrò nella politica abbastanza presto evitando il servizio militare e la guerra e si fece notare per le sue posizioni radicali contro i “poteri forti” ( qualcosa del Deep State trumpiano di oggi ) accusate di governare la società americana dietro i grandi monopoli industriali.

Ben presto partecipò alle primarie democratiche della Louisiana ( lo stesso partito di Roosevelt ) incontrando però ostilità da parte di alcuni colleghi per la sua posizione contro sia lo Standard Oil e sia contro una compagnia telefonica, essendo lui ostile a fenomeni di monopolio ed esenzioni fiscali. Long assunse notorietà a livello nazionale per le sue battaglie legali e mantenne una posizione di neutralità nei confronti del KKK che già allora verso la fine degli anni ’20 mieteva vittime nello Stato. Pur battista sostenne attivamente i cattolici guadagnandosi notevole supporto da essi sfruttando in modo innovativo le nuove tecnologie di comunicazione come la radio e carri per propaganda stimolando la partecipazione pubblica alle questioni rivoluzionandone la comunicazione politica.

In poco tempo si guadagnò popolarità tale da consentirgli di diventare governatore dello stato nutrendo ambizione di arrivare poi alla Casa Bianca mentre sollevava dibattiti per le sue campagne moralizzatrici sostenute dalla guardia nazionale dello stato. Risiedeva in un edificio grandioso, dal quale iniziò a deliberare azioni contro le compagnie petrolifere scatenando crisi intestine nel partito democratico che ricercava accordi con esse. Long, ad un certo punto, rischiò pesanti conseguenze penali per la sua politica. Lo scontro divenne molto duro obbligando il governatore a farsi scortare mentre puniva i suoi nemici più acerrimi licenziandoli dall’amministrazione pubblica e minacciando pesanti ritorsioni legali senza remora alcuna.

La popolarità crebbe enormemente ponendosi come acerrimo nemico delle compagnie del petrolio. Egli riuscì a controbattere nemici supportati da importanti giornali con forme di propaganda che coinvolgevano instancabilmente i cittadini per la strada vincendo le elezioni per il Senato anche con uso di metodi poco ortodossi infiammando il già teso clima politico. Il noto attore Charlie Chaplin si espose dando il suo sostegno ad una campagna di accuse di frode elettorale contro l’impetuoso ma vincente governatore.

Una volta assunta la carica senatoriale, bruciando le tappe praticamente con le proprie forze e la forza indomabile del solido sostegno popolare, promosse, con crescente spregiudicatezza forse alimentata dal senso di potere per la carica rivestita, iniziative a favore dei propri amici ed alleati nel controllo dello Stato della Louisiana determinando nemici e nuovi ostacoli che potevano sbarrargli il passo verso la sua metà più ambita: la Presidenza.

La politica molto battagliera a favore dell’industria del cotone della Louisiana divideva l’opinione pubblica di fronte all’imbarazzo di molti nemici che dimostravano di non saper reagire a tale confronto dopo anni di taciti accordi reciproci anche fra avversari. Long, come Trump oggi , era diventato un “outsider” che sconvolgeva il consolidato sistema con forza dirompente di una meteorite. Long mandava avanti idee sempre più ambiziose e radicali come soluzioni di redistribuzione della ricchezza e rottura dei monopoli incontrando forte consenso, dipingendosi quasi come un Robin Hood.

Durante la sua amministrazione, vantò di aver riassettato lo stato della Louisiana, rinnovato i servizi pubblici e contrastato la disoccupazione con mano ferma, quasi autoritaria secondo i suoi molti nemici.

All’apice della popolarità iniziò a farsi strada come leader di una alternativa visione superando lo storico dualismo dei repubblicani e democratici proponendo un ambizioso programma di rinnovamento socioeconomico a favore delle basse classi sociali allontanandosi da Roosevelt che rappresentava il lato più moderato delle riforme. In seguito la presa di distanza si tramutò in scontro diretto, nel quale Long non risparmiò nemmeno violenti epiteti nei confronti dei sostenitori della fazione di Roosevelt, compreso il futuro generale MacArthur. Ci furono tentativi di neutralizzarlo politicamente con indagini su presunti brogli, però tutti conclusi con formula di assoluzione rendendo il ribelle senatore sempre più battagliero e carismatico.

Ad un certo punto fece presente anche la sua linea sulla politica estera, impostata come un deciso isolazionismo anche nei confronti del “giardino di casa” della storica Dottrina Monroe accusando le compagnie petrolifere di aver alimentato la guerra fra il Paraguay e la Bolivia e richiedendo anche il ritiro dalle Filippine nella convinzione che la nazione non avrebbe dovuto perseguire gli scopi dei “poteri forti”. Le sue posizioni sempre più originali ed audaci gli fecero guadagnare sempre più nemici nell’establishment ma non esistono prove di un vero e proprio complotto deciso per la sua eliminazione.

Nel 1934 presentò il programma “Share our Wealth” che ebbe effetti paragonabili ad una bomba atomica direttamente lanciata contro l’amministrazione Roosevelt. In seguito attaccò i giornali accusando di spargere menzogne e nel suo stato fece varare una legge che imponeva ai giornali di pagare una tassa definita da lui “la tassa per le bugie”. Alla fine, nel 1935, decise di correre per le presidenziali previste per il 1936 raccogliendo grande consenso nei suoi viaggi attraverso la Grande Repubblica Stellata mentre in Louisiana la compagnia petrolifera Standard Oil attaccò il senatore supportando anche un associazione dotata di armi facendo alzare la temperatura del rovente clima politico. Scoppiarono subito dopo violenti incidenti con scontri fra i militanti pro Standard Oil e la Guardia Nazionale dello Stato mentre il senatore applicò misure molto rigide per ristabilire la situazione. Ad un certo punto il senatore mise in atto delle pratiche legali per neutralizzare uno dei suoi avversari politici determinando però la reazione di un medico parente dell’indagato, un tale Carl Weiss che pensò di vendicarsi sparandogli all’uscita dal tribunale.

Al funerale parteciparono decine di migliaia di sostenitori che subito denunciarono la possibilità di un vero complotto dietro all’azione individuale di un solitario, tendenza che ci è famigliare poiché sarà anche così decenni dopo a riguardo dell’omicidio di JFK.

Roosevelt, con la morte del suo più pericoloso avversario, vinse le elezioni e saccheggiò il programma di Long facendolo come proprio assimilando i resti della “rivoluzione” inaugurata con lo Share Our Wealth.

Paradossalmente Long divenne ben presto simbolo di radicalismo antidemocratico, di minaccia alle istituzioni, perfino di fascismo in una fortunata opera distopica di Lewis Sinclair “It can happen here” pubblicata proprio poco tempo dopo la morte del senatore. Il romanzo descrive l’avvento di una figura carismatica ed irresistibile che sovverte violentemente le istituzioni e ne diventa il dittatore. Un libro scritto apparentemente per mettere in guardia sui pericoli del fascismo imperante in Europa collegandosi con la parabola del senatore della Louisiana.

Sarà stato davvero un incipiente fenomeno di populismo totalitario? ai posteri l’ardua sentenza.

Le opinioni negli USA sono tuttora divergenti e forse, non per caso, in Europa si conosce così poco del personaggio in questione.

Cosa ci ricorda ora ? una meteora forse per il momento ma cosa ci riserverà davvero il futuro ?

GABRIELE SUMA

mar 27, 2021 - Notizie    5 Comments

Il Fuoco Atomico

Conosciamo tutti Chernobyl, l’inferno provocato dall’errore umano e simbolo dei pericoli dell’Atomo, destinato a diventare il cuore della “Pompei del XX secolo” forse per sempre. Ha colpito l’immaginario di tutti, specie noi europei che abbiamo anche affrontato le conseguenze talvolta oltre il razionale quando si sollevò la nube mortale sui cieli del continente lambendo anche il nostro. Accogliendo bambini e rinunciando al latte avevamo anche rinunciato al nucleare, forse sbagliando, forse no.

Abbiamo dato quindi un nome alle nostre paure nei confronti del terribile fuoco invisibile che può distruggere le nostre cellule e fare a pezzi il nostro codice genetico lasciandoci così poi morire lentamente.

Nel mondo opaco oltrecortina, durante la guerra fredda, ci sono stati però altri incidenti simili che per varie ragioni non superarono la coltre della censura di Stato. Nel cuore del fu “impero sovietico”,così coniato dal presidente degli Stati Uniti Reagan al crepuscolo della Guerra Fredda, si era consumata una tragedia di scala ben peggiore di quella di Chernobyl.

Nel 1948, all’alba della Guerra Fredda, nel paese governato con pugno di ferro dal sempre più inflessibile dittatore georgiano erano stati completati i lavori per il primo reattore di plutonio che era usato per le bombe atomiche presso Majak nell’area amministrativa di Celjabinsk al confine dell’allora repubblica sovietica del Kazakistan. La sede era stata scelta perchè interconnessa con numerosi altri impianti industriali,raffinerie e complessi minerari di alto valore strategico. Il plutonio sarebbe servito poi per la realizzazione della bomba fatta esplodere l’anno successivo in Kazakistan per annunciare al mondo intero della fine del monopolio americano sulle atomiche.

Alcuni anni dopo si moltiplicarono reattori e depositi di materiale radioattivo sul suolo sovietico, perseguendo contemporanamente obiettivi militari e civili considerando la consueta duplice natura della tecnologia sovietica più di quanto avveniva nel mondo capitalista del “Complesso Militare” e non solo durante la guerra fredda. Nel 1957 qualcosa di catastrofico stava per accadere nell’epicentro che prende il nome di Kystym, meglio anche ricordato con il nome di Majak poco distante e uno dei primi siti che hanno dato origine all’atomo sovietico. Si tratta di una zona di cui pochi conoscevano l’esistenza e le carte geografiche prodotte in URSS non riportavano per ragioni militari. I lavoratori erano obbligati a non dire nulla a nessuno del posto dove venivano anche prodotti in serie carri armati. Il governo aveva imposto una rigida censura da legge marziale su ogni forma di attività in corso nonostante i servizi segreti occidentali tramite satelliti e canali informativi ne avessero piena conoscenza pur non divulgando al pubblico. L’equilibrio ecologico era stato ormai irrimedialmente destabilizzato dalla pratica di scaricare scorie chimiche nel sistema idrico e si aggiunge a ciò anche il pessimo stato di sicurezza dei depositi destinati a raccogliere i rifiuti radioattivi. I depositi contenevano decine di tonnellate di materiale nucleare e c’era poco controllo sull’equilibrio delicato del decadimento che produceva aumento di temperatura pericolosamente al limite. Nel 1957, in una fredda giornata di settembre, si era raggiunto il punto di rottura con una improvvisa pressione sulle superfici contenitive tale da trasformare uno dei serbatoi in una gigantesca pentola a pressione. In poco tempo avvenne una terribile esplosione che fece scaraventare in aria il coperchio pur pesante parecchie tonnelate e devastando altri serbatoi. Nell’inferno, si erano liberate nell’atmosfera particelle radioattive nella quantità pari al doppio di quella prodotta da Chernobyl decenni dopo.

Successivamente la nube contaminò un’area vastissima costringendo migliaia di lavoratori con relative famiglie ad evacuare però senza sapere cosa stesse succedendo poiché il governo sovietico ritenne un segreto militare ogni riferimento alle radiazioni. La catastrofe ha segnato a lungo la zona considerando che ancora negli anni ’60 non cresceva più nulla. Pochi anni dopo nelle vicinanze una forte siccità provocò il prosciugamento del lago Karacaj usato per lo smaltimento delle scorie che si erano così sedimentate negli anni sul letto. L’eliminazione della barriera chimica dell’acqua fece liberare nell’atmosfera altre particelle radioattive aggiungendosi alle conseguenze del passato disastro atomico.

Così persero casa mezzo milione di civili mentre il lago praticamente cessò di esistere essendosi riempito di cemento per chiudere la terribile fornace.

Passarono ancora alcuni anni e nella ormai martoriata area, dalle parti di Ekaterinburg ( luogo ben noto per eccidio della famiglia Romanov ), si fuse il reattore della centrale di Belojarsk nel 1977, la stessa centrale è stata pure oggetto di incendi l’anno successivo con diverse vittime. Un disastro immediatamente tenuto segreto.

Purtroppo alla tragedia si unisce così la commedia amara dalle pagine della rivista Life, numero 1985, poco prima del grande dramma che noi tutti conosciamo. Lev Feoktistov al tempo vicedirettore dell’Istituto dell’Energia Atomica dell’URSS affermò orgoglioso:

“nei trent’anni trascorsi dall’apertura della prima centrale nucleare sovietica, non vi è stato un solo caso in cui il personale dell’impianto o i residenti delle vicinanze siano stati messi a rischio: non si è verificato un singolo guasto nel normale funzionamento degli impianti che potesse avere come risultato la contaminazione dell’aria,acqua o suolo. Studi approfonditi condotti in Unione Sovietica hanno dimostrato che le centrali nucleari non influiscono negativamente sulla salute della popolazione”

Oggi nel 2021 ancora il terribile Piede di Elefante giace nei sotterranei della distrutta sede del Reattore Numero Quattro, continuando ad emettere fuoco invisibile che uccide. Al centro della Zona di Esclusione dove centinaia di simboli dell’Uomo si stanno disgregando fra alberi e rovi, nel silenzio che non è neppure rotto dagli animali.

GABRIELE SUMA

gen 13, 2021 - Notizie    5 Comments

Sekigahara

Giappone.

Alberi di ciliegio riempiono ciclicamente ogni anno con i loro petali cadenti immensi spazi naturali ed artificiali di un arcipelago oggi abitato da più di cento milioni di individui.

Un popolo, i giapponesi, che ha versato sangue fratricida per secoli in passato.

Una guerra secolare ha insanguinato ridenti vallate e severe montagne senza risparmio per luoghi sacri e rifugi di uomini di pace. Migliaia di guerrieri si sono dati battaglia recando a sé con orgoglio gli stemmi di grandi e piccole casate disseminate per tutto il territorio dell’Impero di Yamato. L’Imperatore, venerato figlio delle divinità sulla Terra, rimaneva nascosto nell’austero e disadorno Palazzo Imperiale nella antichissima capitale di Kyoto mentre sorgevano e cadevano i clan feudali completamente indipendenti e padroni delle proprie terre.

Siamo nell’anno 1600 dell’età cristiana, quinto anno dell’era Keicho sotto il regno dell’Imperatore Go Yozei.

La Guerra era al suo culmine.

Oda Nobunaga, il cesare dagli occhi a mandorla, era riuscito a unire più della metà dei territori ma era morto assassinato dal suo generale più fidato nel momento del suo massimo trionfo.

I domini, acquisiti con decenni di lotte, si divisero subito fra i sostenitori del clan Hishida legato all’ ambizioso ed abile ex-contadino ( Hideyoshi ) e i sostenitori invece dell’ex-braccio destro di Nobunaga dai nobili natali ( Ieyasu del piccolo ma fiero clan Matsudaira di Mikawa ). Enormi eserciti costituiti da veterani di precedenti campagne iniziavano a radunarsi intorno a diversi signori feudali che si sono scelti la fazione ( Hishida e Tokugawa ). La lealtà era un valore solo sulla carta, tutti aspettavano l’offerta migliore al momento giusto senza vincoli morali, come perfetti discepoli di Machiavelli. I conflitti precedenti erano caratterizzati da stravolgimenti di fronte anche spettacolari determinando esiti imprevedibili per un osservatore occidentale.

Ieyasu non era un uomo d’azione come il brutale Nobunaga e l’astuto Hideyoshi; preferiva ottenere i risultati sfruttando le debolezze umane e le occasioni giuste.

I suoi occhi erano puntati su uno dei più valenti ma anche meno leali generali della fazione avversaria, il nipote del vecchio Hideyoshi, Hideaki Kobayakawa che seguiva l’armata degli Hishida.

Entrambi gli eserciti si incontrarono poi in un area quasi centrale della principale isola Honshu del vasto arcipelago.

Sekigahara

Schiere di contadini armati ( ashigaru ) di lunghe lance a mo’ di picca ( yari ) si fronteggiavano fra le colline. Ieyasu aveva notato la presenza di Hideaki fra le file nemiche e contava sul suo supporto quando richiesto. La strategia militare nipponica in uso all’epoca prevedeva complesse manovre prima dello scontro, ricercando punti deboli come un gioco di scherma. Le connotazioni geografiche del terreno e l’abilità dei rispettivi capi rendevano però la battaglia convulsa, sanguinosa e di esito incerto. Ieyasu osservava spazientito la mancanza di attività da parte di Hideaki che si manteneva in riserva fuori dal fulcro della battaglia. I messaggeri dei Tokugawa e suoi simpatizzanti cercavano di convincerlo senza risultati.

Il Capo dei Tokugawa, temendo la disfatta, aveva deciso di commettere un atto audace, non tipico del suo carattere misurato, quale prendere a colpi di artiglieria gli uomini di Hideaki.

Lo scopo, a costo di vite di potenziali alleati, era smuovere Hideaki anche a costo di perderlo.

Palle di cannone inizivano a cadere e rotolare fra fitte schiere di armati ma Hideaki non dava segno di recepire il messaggio mentre il sole stava raggiungendo il picco di mezza giornata. Ad un certo punto, Hideaki, probabilmente fattosi sicuro della neutralità delle truppe del clan Mori schierate dalle sue parti, ruppe gli indugi girando il fronte contro gli ex-alleati. Il voltafaccia dei Kobayakawa mise in crisi l’intero esercito Ishida cambiando l’esito della battaglia a favore dei Tokugawa fino a quel momento sulla china della disfatta. Dopo poche ore, la vittoria dei Tokugawa fu così schiacciante sul campo che la guerra si volse rapidamente al suo termine. La battaglia sarà decisiva anche per la formazione di una nuova classe sociale costituita da una gerarchia basata sui meriti ricevuti proprio sul campo di quella battaglia.

I Samurai.

Questo vecchio Giappone, cristalizzato per secoli, si frantumerà all’arrivo delle “navi nere” del Commodoro Perry nel 1840 dell’età cristiana ovverosia anno decimo dell’era Tenpo dell’Imperatore Ninko.  Il crollo della classe dei samurai divenne naturale conseguenza del disfacimento dello Shogunato istituito, con il sangue versato nella battaglia, dai Tokugawa vincitori. 

GABRIELE SUMA

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