giu 24, 2019 - Categoria Prova    No Comments

Il Fango e le Lacrime – Paschendale Iron Maiden

Many soldiers eighteen years/Drown in mud, no more tears/Surely a war no-one can win /Killing time about to begin…tanti ragazzi immersi nel fango senza poter nemmeno più piangere, combattendo una guerra infinita, vivendo solo per uccidere.

Il fango, nominato tante volte nei versi scritti dal gruppo musicale britannico Iron Maiden ( la cosiddetta vergine di ferro, ben nota tortura  settecentesca nonostante la diffusa convinzione di origine medievale ), era la materia che avvolgeva ogni cosa nel campo intorno ad una cittadina di nessuna storia fino a quel momento: Paschendale.

I ragazzi erano cittadini di varia origine accomunati dalla comune appartenenza al più vasto impero che l’Umanità a quel momento avesse mai conosciuto. Rule Britannia scritto e composto da Thomson ed Arne nel ’700 era un inno memorizzato e cantato da innumerevoli popoli uniti dalle leggi di una piccola ma agguerrita isola conosciuta con il nome di Regno Unito. La bandiera rappresentava molto bene la forza nell’unità con la combinazione dei colori della Scozia,Irlanda,Inghilterra legati da complesse vicissitudini storiche.

Il rosso usato per le linee sottili dei soldati era anche il colore che copriva quasi interi continenti con un mezzo miliardo di sudditi all’epoca 1/4 dell’intera popolazione mondiale. L’Impero Britannico era avviato ad un lento declino per la relativa stagnazione dello sviluppo tecnologico sempre più sostenuto da nuove potenze emergenti come la Germania e i giovani Stati Uniti d’America un tempo parte dell’Impero di Sua Maestà. Le norme democratiche, l’autonomia della stampa e l’influenza culturale occidentale avevano fornito ai sudditi la possibilità di fare leva proprio sui principi rappresentativi dei dominatori per elaborare un senso di appartenenza. I parlamenti locali e l’istituzione di ristrette ma battagliere borghesie locali misero in discussione i privilegi riservati ai britannici nell’amministrazione. I gruppi dirigenti locali diventarono quasi inglesi per combattere gli inglesi. Le circostanze,diverse per tutti gli angoli dell’impero,  permisero l’emergere di nuove nazioni caratterizzate da arbitrarie delimitazioni territoriali e da comune radice culturale per i gruppi dominanti.

Durante la Grande Guerra il vastissimo sistema imperiale era ancora funzionante fornendo alla causa dell’Intesa la forza delle sue navi da guerra sparse per i sette mari e un nutrito contingente di truppe di cui solo una parte era costituita da cittadini del territorio metropolitano. Canadesi,neozelandesi,scozzesi ed irlandesi ingrossavano i ranghi, spesso di origine sociale molto bassa ed uniti solo dalla comune lingua parlata. L’esercito britannico sembrava essere esattamente la rappresentazione classista caratterizzante la società vittoriana e in generale quella del mondo. L’aristocrazia e l’alta borghesia si tenevano ben stretti privilegi di comando per quanto ci sono stati casi di uomini di basso ceto elevati alle più alte cariche militari. La coscrizione obbligatoria era un tabù per antiche ragioni di insofferenza nei confronti di eserciti permanenti considerati, a torto o a ragione, strumenti di tirannia. Per secoli gli inglesi erano abituati ad essere orgogliosamente legati all’autonomia contro ogni tentativo di centralizzazione politica che fosse di origine monarchica o parlamentare.

Allo scoppio del conflitto si era assistito ad un movimento di entusiasmo collettivo da parte dei giovani europei spinti da forti convinzioni in una misura mai più ripetuta in tutte le guerre successive. Gli inglesi, pur orgogliosamente isolani, condivisero appieno il generale sentimento della gioventù continentale fornendo alla Patria sangue e sudore. I primi mesi del conflitto erano caratterizzati da forte apporto di volontari anche di elevata estrazione sociale. La differenza stava nel fatto che i volontari inglesi erano tutti in prima linea mentre in continente i volontari assunsero, per differente appartenenza sociale, funzioni quanto possibile lontane dai rischi diretti della prima linea solitamente presidiata da coscritti di ceto contadino. I 18 anni erano, all’epoca, età di persona considerata adulta nel pieno delle sue funzioni socio-economiche ma non erano rari casi di volontari che mentivano sull’età e combatterono anche reparti costituiti da individui avanti con gli anni ma con esperienza sulle spalle sopratutto nella guerra di montagna.

Surely a war no-one can win sintetizza bene quel senso di sgomento e il generale crollo del morale a tutti i livelli non solo in ambito militare. C’è stato un improvviso crollo della disciplina da parte di numerosi reparti francesi che è stato uno dei motivi per cui fu combattuta la battaglia di Paschendale. L’enorme potere paralizzante delle armi automatiche rese impossibile un esito definitivo di continue e sanguinose offensive. L’Inghilterra aveva deciso di “sacrificare” deliberatamente le vite dei propri ragazzi in uniforme per mantenere costante la pressione sui tedeschi nell’illusione di accelerare la fine della guerra così come è stato tentato, inutilmente, con la sfortunata campagna dei Dardanelli un anno prima. L’intera operazione coinvolse più di cinquanta divisioni che sfondarono la linea tedesca senza lesinare sui mezzi disponibili come il riutilizzo della medievale tecnica delle mine sotterranee nella battaglia di Messines e l’ausilio di “tanks” dal nome di “barile” usato originariamente per ingannare lo spionaggio tedesco sui nuovi mezzi fortemente voluti da Churchill; un vulcano di idee anche troppo audaci per l’epoca. Si stava quasi sperando di tornare alla tanto agognata guerra di movimento grazie all’adozione di innovative tecniche di supporto dell’artiglieria e al moderno dinamismo delle manovre dell’esperto comandante-visconte Herbert Plumer.  L’entusiasmo ingenerato dall’abbandono progressivo delle trincee si spense rapidamente in seguito alla nefasta sostituzione di Plumer con un mediocre generale ( Hubert Gough )  per volontà del comandante supremo Douglas Haig conosciuto per essere stato uno più ottusi comandanti della storia militare inglese. Il repentino cambio di strategia pesò moltissimo sull’esito dell’intera operazione fino a quel momento caratterizzata da perdite, per l’epoca,accettabili.  L’imprevedibile mutamento delle condizioni meteorologiche fece il resto.

Drown in mud, no more tears…la parola mud divenne sinonimo di inferno per migliaia e migliaia di giovani che si ritrovarono a dover marciare e combattere anche contro un fango talmente massiccio che risucchiava i più deboli e non dava scampo ai feriti ed avvolgeva i morti.  L’intero campo di battaglia divenne un’immane palude resa ancora più terrificante dall’aspetto lunare provocato dalle bombe di artiglieria e dalle insidie,spesso letali, di grovigli di filo spinato e raffiche invisibili delle mitragliatrici quando non si alzavano enormi colonne di terra ed arti umane disseminando schegge in tutte le direzioni come si canta nel medesimo testo Dodging shrapnel and barbed wire / Running straight at the cannon fire. 

I tanks inglesi, per qualche motivo mai citati nel testo, furono per la prima volta fermati dall’entrata in servizio delle prime armi anticarro le quali i tedeschi non smetteranno più di sviluppare anche dopo la fine del conflitto mentre si tentò di effettuare uno sbarco anfibio dietro le linee del Kaiser senza successo sia per la novità ( per la mentalità rigida dell’epoca ) sia per i troppi cambiamenti apposti nello stesso motivo per cui l’intera operazione, dapprima partita bene, era fallita inevitabilmente. Gli aerei furono utilizzati massicciamente per missioni di bombardamento e supporto alle truppe di terra anticipando le tecniche CAS ( Close Air Support ). In questa battaglia si videro,quindi, primi segni del nuovo modo di fare la guerra che per il paradosso della Storia fu iniziato per impulso britannico. Gli avversari tedeschi impararono in fretta le lezioni preliminari della futura rivoluzione militare conosciuta come Blitzkrieg. 

Dall’inizio dell’estate del 1917 fino al fango indurito e gelato di fine anno, gli inglesi si lanciarono in continui ed incessanti assalti dissanguando terribilmente l’intera British Expeditionary Forces che era praticamente l’intera forza militare britannica sul fronte francese. I francesi, ripresi dalla crisi, diedero anche loro il tributo di sangue verso la fine dell’anno ma senza cambiare di molto l’esito finale che risultò essere di mediocri guadagni di posizione. Gli eventi occorsi sul fronte italiano a Caporetto fecero sì che l’intera campagna venisse abbandonata nonostante l’enorme costo sopportato.

Malinconica constatazione nei versi suddetti Crucified as if on a cross /Allied troops they mourn their loss/German war propaganda machine /Such before has never been seen.  Le cifre dei morti sono tuttora fonte di incessanti dibattiti fra gli storici alla stregua di fanti che si sparano dalle proprie trincee ma è universalmente appurata la cifra di quasi trecentomila fra morti ed invalidi permanenti per non parlare di numerosi dispersi, spesso privati anche del riconoscimento perché ingoiati dal Mud.

Era l’epoca in cui i governi, con ipocrisia spesso denunciata da innumerevoli scrittori e poeti più rappresentativi della generazione prima entusiasta poi ferocemente disillusa, eressero numerosi monumenti funebri ai caduti come per una collettiva Mea Culpa da parte della classe dirigente per l’immane macello spesso causa dell’inettitudine dei comandanti solitamente rappresentanti delle categorie sociali meno colpite dalla strage ed universalmente accusate per aver tratto guadagno sulle vite delle categorie mobilitate al fronte. Un sentimento che avrebbe dato origine poi al nuovo mostro chiamato ideologia di massa per attaccare le istituzioni a scopo di sostituirle con nuove forme di tirannia dietro la facciata di volontà popolare.Forse oggi una tendenza simile si sta ripresentando nuovamente per la lunga crisi economica come se l’occidente fosse appena uscito da una guerra.

Un autentico simbolo di magniloquenza Kitsch è proprio data dall’erezione del monumento Menin Gate per i dispersi mai più resi riconoscibili nel Mud di Paschendale. L’enorme impianto è caratterizzato da stilemi neoclassici ( molto in voga fino alla fine della seconda guerra mondiale in Europa per edifici pubblici ) e spropositato per le sue dimensioni ( esteso per quaranta metri e alto venti ) e costruito su terreno inadatto imponendo la realizzazione di gigantesche quanto profonde fondamenta per la stabilità del complesso.  La lapide, sovrastante l’enorme arco, recita la dedica ai caduti dell’esercito imperiale con la chiusura finale che sembra suonare come una tragica beffa and to those of their dead who have no known grave ( a tutti coloro che sono morti in terra ignota senza dovuto funerale ).

Ben si innestano nel tragico quadro i versi finali

See my spirit on the wind/
Across the lines, beyond the hil
Friend and foe will meet again 
Those who died at Paschendale

Paschendale – Iron Maiden 2003

GABRIELE SUMA

giu 15, 2019 - Notizie    No Comments

La Notte di Taranto

Ho aperto da qualche settimana un altra pagina blog dedicata alla mia città, Taranto, ricordando il momento più spettacolare della sua tormentata e plurisecolare storia. Nel contesto ho inserito anche approfondimenti sulle caratteristiche da “città fortificata” con intento di far rilevare che Taranto non è solo “Magna Grecia”.

https://notteditaranto.home.blog/

buona lettura !

GABRIELE SUMA

mar 13, 2019 - Notizie    4 Comments

La Notte di Matapan – parte prima

Ho il rammarico di comunicarvi che il vostro congiunto, Capo R.T ( radio telegrafista N.d.A ) di 2^ Cl ( classe Accademia Navale N.d.A ) MEDICI Luca, deve considerarsi disperso nel corso di una azione di guerra compiuta il 29 marzo 1941.

Così lo Stato, nella veste del Comando Superiore del Corpo Reali Equipaggi Marittimi ( in pratica l’attuale Scuola Sottoufficiali della Marina Militare, dalla fine anni ’40 agli anni ’80 Corpo Equipaggi Militari Marittimi ) comunica alla famiglia dell’inserimento di un combattente di mare nel conteggio dei caduti nella terribile notte del 29 marzo 1941. La data che ha segnato profondamente non solo le famiglie dei militari ma anche il corso della guerra fortemente voluta da Mussolini nonostante evidenti problemi non solo tecnici e materiali.

Pochi giorni prima della data della dichiarazione di guerra all’Inghilterra ( 10 giugno 1940 ) la Regia Marina era stata sottoposta al rigido controllo centrale della Supermarina, in pratica lo Stato Maggiore in netto contrasto all’attitudine britannica di permettere ai singoli comandanti di squadra di operare autonomamente nei propri teatri di operazioni. La rigidità gerarchica era una costante nella storia militare italiana con conseguenze talvolta tragiche come è avvenuto nella Grande Guerra.

Siffatta struttura di comando obbediva ad una dottrina, che poco rispondeva alle esigenze della guerra moderna, denominata in termini inglesi, Fleet In Being. In linea di massima si riteneva, a torto e a ragione, di non potersi permettere di affrontare la Mediterranean Fleet della Marina Imperiale Britannica senza rischiare di subire perdite difficilmente rimpiazzabili e arrivare ad un negoziato senza una flotta come elemento di forza.

L’ammiraglio Domenico Cavagnari era uno dei principali propugnatori della dottrina, in netto contrasto con la volontà di Mussolini di dare alla Marina un contegno aggressivo in tutto il teatro mediterraneo ( la nota direttiva 328 del 31 marzo 1940 offensiva in mare su tutta la linea, dentro e fuori ). Il Duce desiderava dare all’Italia una posizione egemone sul Mediterraneo e in tal guisa aveva investito molto sulla Marina fin dai primi anni ’30. Lo sforzo fu notevole per le limitate capacità industriali e logistiche del Paese ma con esito compromesso dall’assenza di un coerente programma a lungo termine.

Il Governo aveva,di volta in volta, cambiato priorità alle costruzioni navali ritardando quelle per le corazzate e trascurando le portaerei. La dottrina strategica subiva le mutevoli priorità degli scenari geopolitici ingenerando un pericoloso distacco dalle reali possibilità date dalle risorse disponibili.

I piani strategici, inizialmente, erano caratterizzati da un atteggiamento molto aggressivo presupponendo grande fiducia nell’efficacia ed efficienza delle proprie armi nel controllo del Mediterraneo Centrale. Nei disegni erano spesso assenti considerazioni di contributo di forze alleate, tedesche o francesi ( durante la crisi etiopica ) e si riteneva, con un certo margine di sicurezza, di minimizzare le conseguenze sulle colonie africane. Inoltre si era molto fatto affidamento su unità di tonnellaggio minore ma con presupposta maggiore velocità ed evasione e sommergibili per proteggere i convogli e i collegamenti marittimi fra il territorio metropolitano e le colonie.

La situazione iniziò a cambiare con l’imporsi della “dottrina Cavagnari” dalla crisi etiopica alla seconda guerra mondiale. L’ammiraglio temeva la superiorità della marina britannica fino a sottolineare più volte al Duce la necessità di evitare ad ogni costo un conflitto con essa. L’Ufficio Piani della Regia Marina,verso la fine degli anni ’30, aveva elaborato uno scenario, ottimistico in una certa misura, basato sulla possibilità di un attacco di sorpresa addirittura nel Mar Rosso e persino la presa di Malta per evitare il confronto vero e proprio. Un azzardo paragonabile al calcolo fatto dal comando giapponese nei confronti della superiore potenza statunitense.

La Marina e l’Aeronautica non riuscirono mai ad elaborare insieme un efficace strategia contribuendo a creare le premesse del disastro.

La priorità alla protezione dei collegamenti marittimi era stata, di conseguenza, posta a tutto discapito di un programma per una campagna offensiva “in ricerca del nemico” andando contro la logica di fare la guerra per vincerla distruggendo attivamente la forza del nemico. La potenza britannica si era imposta, al contrario, proprio nella aggressività senza compromessi anche nelle circostanze più difficili. Le guerre sono essenzialmente basate sull’obiettivo di annientare la forza nemica su più livelli dal psicologico al materiale. In un certo senso l’antica saggezza cinese aveva già avvisato che le migliori vittorie sono proprio quelle non combattute prevalendo sulla psicologia e percezione nemica. I vertici militari italiani erano gravati da pessimistiche ( anche se realistiche ) preoccupazioni nei confronti di una marina storicamente invitta e determinata.

Verso la fine degli anni ’30 i vertici politici e militari erano convenuti all’idea che l’Italia sarebbe potuto essere pronta per la guerra soltanto a partire del 1944 con una flotta molto più grande ( più di otto corazzate, possibilmente di classe Littorio ,delle quali soltanto quattro furono realizzate, in tempo di guerra ) e le eventuali portaerei, trascurate ma non dimenticate, erano previste in aggiunta alla corretta previsione di manovrabilità nel teatro mediterraneo, in contrasto con la dominante tesi della “portaerei naturale” dell’arma aerea a terra.

Il progetto si basava su fragili basi poiché l’Italia era carente di infrastrutture navali per grandi navi da battaglia e non furono date misure concrete per la protezione della vasta flotta mercantile che in gran parte sarebbe stata sequestrata allo scoppio della guerra debilitando ulteriormente la già scarsa capacità industriale per un piano navale ambizioso oltre misura.

Il carattere esagerato del piano navale fu un tratto tipico di tutte le potenze dell’Asse. Germania e Giappone avevano elaborato simili progetti al limite delle capacità delle proprie rispettive economie usando come metro di paragone le marine inglese ed americana nonostante tempo ridotto di preparazione economica e tecnica

La guerra era scoppiata nel momento in cui tutte le potenze dell’Asse si ritrovavano, per responsabilità dei vertici politici, ad essere nemmeno a metà del cammino verso il completamento dei propri piani. Un handicap fatale nei confronti di avversari nettamente superiori sul fronte marittimo.

Caso ancora più grave fu la netta assenza di una condivisione di strategia fra gli alleati dell’Asse con conseguenze nefaste sul coordinamento delle operazioni in ogni teatro. L’Italia e la Germania “litigarono” per le priorità strategiche evidenziando fratture e provocando diffidenze reciproche che influirono pesantemente sulla condotta della guerra. I vertici militari, con il ruolo fondamentale di Ciano, ritardarono l’ingresso in guerra dell’Italia di quasi un anno facendo rilevare al Duce tutte le carenze e le necessità a carico dell’intero sistema-paese.

Mussolini, come tutti i dittatori dell’Asse, aveva trascinato,di conseguenza, la nazione in un confronto impari assumendosi pienamente responsabilità.

L’Italia, a poche ore della dichiarazione di guerra, si era ritrovata a dover affrontare la Mediterranean Fleet con appena due corazzate che erano versioni modificate di due unità risalenti alla Grande Guerra invece di 8 di classe Littorio previste ( due in costruzione al momento e due completate ma ancora non disponibili ) e nemmeno una portaerei. La scarsità di navi da battaglia fu una delle ragioni per cui i vertici decisero di limitare al minimo l’impiego di esse, affidando ad incrociatori e a sommergibili il peso delle operazioni con esiti non decisivi.

Emersero notevoli problemi di coordinamento aeronavale con la sfortunata battaglia di Punta Stilo dove la Regia Marina e la squadra inglese entrarono in contatto con rispettive corazzate per la prima volta. Gli inglesi colpirono con successo la corazzata Giulio Cesare e minacciarono anche l’altra corazzata Cavour. La squadra italiana ruppe immediatamente il contatto ma fu sottoposta ad attacchi anche della propria aeronautica dalle coste per gravi deficienze di coordinazione e comunicazione.

L’amara esperienza esasperò la tendenza di non dover più rischiare le corazzate in una misura simile a quella presa da Germania e Giappone che impiegarono le proprie navi da battaglia in missioni e situazioni quanto possibile avulse dal contatto diretto con le controparti nemiche. La tecnologia navale, durante la seconda guerra mondiale, aveva sconvolto i tradizionali schemi di guerra navale oltre ogni previsione ed aspettativa.

La situazione logistica è stata anche una delle ragioni per cui il comando italiano decise di essere molto parsimonioso sull’uso delle navi da battaglia poiché le principali risorse naturali per lo sforzo bellico erano sopratutto di importazione e la perdita della numerosa flotta mercantile sequestrata dal nemico del conflitto era stata ,di conseguenza,devastante.

La vulnerabilità economica rendeva l’Italia ulteriormente dipendente dall’alleato tedesco che, a sua volta, non godeva di abbondanti risorse, non paragonabili certamente all’ arsenale della democrazia degli Stati Uniti. La Germania dipendeva moltissimo dal carburante e da materie prime dall’estero e la sua campagna di espansione territoriale era dettata dalla necessità di assicurare a se le suddette con le armi.

Mussolini, al contrario di Hitler, non aveva in mente uno scopo strategico al momento in cui decise di entrare in guerra.

A differenza dell’autore del Mein Kampf il Duce non aveva mai lasciato per iscritto una visione chiara e delineata di uno scopo finale dell’azione politica. Mussolini,pur avendo espresso mire territoriali, non ottenne dall’alleato tedesco supporto sulle trattative delle colonie francesi. Il ritardo nell’attaccare l’Egitto, la perdita dell’Etiopia e le sconsiderate campagne in Grecia e nei Balcani delineano una grave mancanza di disegno strategico dal parte dei vertici politici con gravi conseguenze sulle sorti della guerra stessa.

I terribili eventi del raid notturno di Taranto ( 11-12 novembre 1940 ) e dell’imboscata di Matapan ( 27-29 marzo 1941 ) simboleggiano efficacemente il risultato della irresponsabilità politica per una guerra che gli italiani non avevano del tutto compreso al momento dell’annuncio.da parte del Duce, nella fatidica ora tardopomeridiana del 10 giugno 1940.

Nella seconda parte indicherò i momenti più salienti della battaglia di Matapan alla luce delle considerazioni fatte nel presente articolo.

GABRIELE SUMA

gen 19, 2019 - Notizie    12 Comments

Gigantismo Democratico

La natura umana si esprime anche con la materia di cui sono fatte le abitazioni e i monumenti fin dall’alba della sua esistenza sulla Terra. La rapida evoluzione delle tecnologie ha permesso di realizzare opere di dimensioni tali da diventare parte del paesaggio per periodi anche di millenni.

La durata è parte dell’antico sogno di immortalità degli uomini. La memoria, saldata su durature costruzioni, garantisce l’eternazione della vita dei potenti nel cuore dei popoli. Enormi dimensioni sono concepite per sovrastare gli individui a scopo di suscitare timore reverenziale ed impotenza. I simboli del Potere vengono innalzati ad altezze tali da sottolineare la continuità del sistema fuori dalla portata dei sudditi. La pesantezza delle linee e forme per scoraggiare propositi di modifica ed attacchi come una sorta di corazza.

L’avvento delle democrazie ha introdotto un approccio differente nella linea di principio ma simile nel risultato finale. La spiegazione la si ritrova nella generica assenza di interesse dei committenti per audaci innovazioni tecniche. I committenti politici, anche nelle democrazie, apprezzano di più l’impatto visivo facilmente riconoscibile ed interpretabile. Lo spettacolo delle scenografie gratifica il committente che sa poi di poter investire nella certezza di apprezzamento sicuro da parte di tutti. Un investimento pregnante di occasioni di carriera e successo di immagine. In questo senso che i governi hanno approvato progetti di strutture anche di banale funzione pratica ma appesantite da ridondanti abbellimenti, dimensioni non necessarie e modifiche imposte.

Gigantesche stazioni ferroviarie, colossali palazzi pubblici, grandi spazi per riunioni di ogni genere si sono moltiplicate in tutti i paesi a regime democratico. Una tendenza spesso accompagnata da fenomeni di corruzione,disastri e fallimenti vari.

Numerosi progetti sono stati elaborati per compiacere i committenti sottovalutando l’effettivo costo e valore pratico e non tutti hanno visto poi la luce per la forza maggiore di eventi e circostanze impreviste. La mancata realizzazione ha comportato risparmi di energie e risorse e forse dato risparmio agli occhi degli osservatori di inesorabili brutture specie nel corso del tempo in considerazione della generica trascuratezza di problemi di manutenzione nella presentazione dei disegni a committenti.

Esempi di grandi progetti architettonici andati rapidamente in rovina sono innumerevoli ma basterebbe anche solo ricordare il disastroso stato di avveniristiche strutture disegnate per l’evento del G8 presso La Maddalena. Complessi ambiziosi divenuti, in tempo brevissimo, tristi ammassi di rovina inesorabile senza possibilità di recupero.

I materiali moderni hanno dimostrato di durare molto di meno e di richiedere appunto accurata, e costosa, manutenzione. Il caratteristico dinamismo degli equilibri politici di un sistema democratico comporta notevole incertezza sui programmi di finanziamento di lungo periodo. Le strutture architettoniche che godono di assistenza continua sono quelle assunte a simbolo di riferimento nazionale.

Edifici pubblici di prestigio sono sempre un “biglietto di presentazione” di uno stato per l’arena internazionale. La forza economica e militare di una nazione sono meglio espresse con lo stato sano delle strutture e monumenti che li rappresentano. La solennità,spesso esagerata a proposito, è un costo che ogni nazione sostiene al suo meglio nella stessa maniera degli uomini e donne quando si incontrano con ricercato aspetto.

La finalità pratica e la suggestione artistica non sempre si incontrano,anche nella civiltà romana famosa per il profondo senso pratico dell’architettura.

Un esempio eclatante di virtuosismo esagerato era la celebre Domus Aurea voluta fortemente da Nerone che si vantava,di suo, di essere un “grande artista”. Un complesso di edifici e spazi privati di dimensioni tali da suscitare critiche da parte dei suoi contemporanei. Un colossale progetto rimasto incompiuto per la morte del suo committente e rimasto poi profondamente alterato e ridimensionato fino a quasi scomparire.

I progetti voluti da regimi non autoritari non sono da meno sull’abbondante uso di risorse e spazi per enfatizzare anche la ricchezza e la potenza dei suoi committenti. Un modo di fare che si allaccia quasi direttamente all’atteggiamento di attestazione di potere della borghesia emergente sulla costruzione delle cattedrali come simbolo di prestigio dinnanzi alla aristocrazia feudale.

Un esempio di continuità del ruolo simbolico delle cattedrali è la storia della Cattedrale cattolica di Liverpool. Il progetto doveva rappresentare l’orgoglio dei cattolici irlandesi immigrati da tempo nella città sotto il regno della protestante Inghilterra. Le autorità ecclesiastiche non riuscirono a far avviare i lavori del progetto approvato nel 1853 fino al 1929 data di celebrazione del Catholic Relief Act approvato nel lontano 1829 a favore di libera pratica religiosa dei cattolici.

Le autorità committenti hanno scelto Edwin Lutyens conosciuto per la realizzazione di ambiziosi edifici fra cui il Palazzo del Vicerè a New Delhi in India. Egli perseguiva la nuova tendenza dell’Eclettismo che stava prendendo piede in vari campi artistici. Il progetto di Lutyens sarebbe dovuto essere caratterizzata da una mescolanza audace di arte bizantina ed elementi rinascimentali. Lutyens non pose limiti alle dimensioni che avrebbero potuto superare addirittura quelle della Basilica di S.Pietro a Roma.

I committenti, di solito sensibili al gigantismo, approvarono il disegno che fa richiamare piuttosto alla mente il caustico commento fatto da Michelangelo nei confronti del progetto alternativo di S.Pietro da parte di Antonio da Sangallo il Giovane:

(…) tanti angoli bui e nascosti…che offrivano l’opportunità di consumare infamie di ogni genere,come servire da rifugio ai fuorilegge…(…)

Il grande Architetto Buonarrotti si riferiva proprio all’aspetto carvernoso e cupo degli interni in netta contrapposizione allo stile luminoso e leggero tipico dei suoi progetti che non sempre furono compresi dai suoi contemporanei e successori come nel caso della basilica di S.Maria degli Angeli eretta sulle rovine delle Terme di Caracalla sempre a Roma.

I contemporanei di Lutyens,invece, accolsero con entusiasmo il disegno presentato con abilità dal collaboratore John Thorp nel 1932 durante una importante esposizione ( Royal Academy Summer Exhibition ). I lavori iniziarono l’anno successivo ma procedevano con lentezza fino ad essere del tutto fermati allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale. Liverpoll ha avuto forse la fortuna di evitare di trovarsi una montagna sgraziata e pesante di gradoni e cassettoni con una gigantesca cupola che avrebbe superato quella di S.Pietro senza però la medesima raffinatezza dell’impianto generale. La città dei Beatles sarebbe stata dominata da una versione moderna di una sorta di S.Pietro di Sangallo il Giovane con la tipica pesantezza delle forme di malintesa copia di modelli e stili del passato.

Gli eventi bellici e la crisi economica successiva segnarono la fine del sogno ( incubo ? ) di Lutyens e dei suoi committenti fino al 1967 quando i lavori, discontinui, culminarono dando alla città una versione decisamente più piccola e alleggerita con il tocco del nuovo architetto assegnato Frederick Gibberd.

Nel medesimo periodo, fino agli anni ’60, fiorivano simili progetti architettonici tutti caratterizzati dall’entusiasmo generato dalle potenzialità offerte dall’industrializzazione. Dalle case sospese di Lissitzky ( Mosca ) alla città verticale di Le Corbusier ( Parigi ) si voleva sfidare la gravità e i limiti fisici della Natura senza considerare la dimensione umana degli individui in ossequio alla diffusa tendenza a ritenere un elemento tangibile la “massa” o la “società” con i suoi supposti bisogni.

Un esempio notevole di gigantismo democratico ( in tutti i sensi, anche inteso come dominio della massa sugli individui ) era il colossale Grattacielo Illinois disegnato da Frank Lyold Wright nel 1959. Il paradosso vuole che Wright era profondamente legato all’americano ideale di “home” con giardino e privacy famigliare contrariamente al diffuso fenomeno di proletarizzazione urbana con i suoi casermoni ed alveari che stavano per dominare i paesaggi di numerose città nel mondo. L’architetto immaginava una società facilmente plasmabile con interventi ingegneristici come era convinzione diffusa in quel periodo, non solo nel socialismo reale. Il dinamismo e il caos della società atomizzata attuale non erano minimamente presi in considerazione da molti progettisti e committenti suoi contemporanei.

Wright immaginava un grattacielo alto ben 1600 metri, un altezza mai raggiunta tuttora ( il celebre Burj Khalifa raggiunge appena 828 metri ! ) quando il grattacielo più alto del mondo era ancora l’Empire State Building con i suoi 381 metri appena. Il progetto avrebbe potuto accogliere quasi 100000 persone destinate a viverci, non solo per lavorare come molti contemporanei grattacieli. Wright era fiducioso sull’uso dell’energia atomica, in un epoca di grande fervore per l’atomo, come strumento per favorire l’abitabilità con ascensori e veicoli a propulsione nucleare ignorando, da architetto, le complicazioni e i pericoli insiti di un uso così disinvolto ( l’energia atomica resta tuttora non utilizzata in luoghi domestici ). Il progetto era fantascientifico pur disegnato da una mente aliena da voli pindarici della fantasia e audace nelle sue premesse come un uso massiccio di elicotteri quando stavano cominciando ad entrare in gran numero nella società. Inoltre Wright, da estimatore di giardini, prevedeva di radere al suolo vastissime aree per ricoprirle di cemento per fare da base della gigantesca torre con tutti i problemi di equilibrio ecologico che potevano emergere anche al di là nel tempo.

In sostanza il sogno di individui felici e lavoratori con il proprio angolino dentro un immane alveare senza la libertà di ariosi spazi e,possibilmente, privo di divertimenti e altre forme di espressione ( attività difficilmente calcolabili e pianificabili dall’alto ) sarebbe diventato un incubo orwelliano nonostante l’ideologia positivista della democrazia sopratutto di quel periodo ancora non scosso appunto dai dubbi e alternative dell’individualismo propri degli anni ’60 e ’70.

Oggi si sta assistendo alla tendenza a voler ritornare a forme idealizzate del passato,ancorandosi a simboli rassicuranti della vecchia società di massa, “il popolo”, riportando dagli angoli della memoria concetti dei confini e necessità come elementi tangibili per disegnare forme di riferimento fra la propria comunità e l’esterno.

Il paradosso di Wright dalla ciclopica piramide democratica potrebbe ritornare sotto forma di stati che si trasformano in isolati grattacieli chiusi per la “massa” con il proposito di garantire a tutti un proprio loculo indipendentemente dalle reali circostanze e i limiti logici e materiali.

Le torri di Blade Runner sono il nostro orizzonte fra le pieghe del mutevole futuro ?

GABRIELE SUMA

ott 29, 2018 - Notizie    10 Comments

Halloween mediterraneo

La fine dell’inverno, fin dai più antichi tempi, era celebrata da molte civiltà con diversi riti per il giubilo e il ringraziamento.

 Molte feste erano caratterizzate da balli con accompagnamento di cibi e bevande per allietare anima e corpo dopo i patimenti subiti. Gli antichi greci erano noti per celebrare con gare atletiche e musicali dedicate in particolare a Dionisio dio del vino e dei piaceri. I fedeli aprivano i rituali con la distribuzione del vino conservato in botti deposte all’interno del santuario. Il liquido veniva conservato in recipienti che venivano poi riportati nelle case per il giorno successivo. I sacerdoti,infine, davano il segnale tanto atteso per aprire le brocche e bere il contenuto in onore alla divinità. I fedeli consumavano il proprio vino in atteggiamento molto serio senza alcun contatto con altri.

 L’atteggiamento potrebbe sembrare strano per una civiltà caratterizzata da frequenti momenti di comunità. La spiegazione è data proprio dal significato speciale di questa particolare festività dionisiaca che prende il nome di Antesteria dal nome dell’ Antesterione ottavo mese del calendario attico. Le porte venivano spalmate di pece ritenuta una barriera formidabile per proteggere i fedeli durante la bevitura rigorosamente fatta in solitudine e in silenzio. I greci ritenevano che gli spiriti dei morti risiedessero in un mondo sotterraneo chiamato Ade che poteva comunicare con il mondo dei vivi attraverso fenditure sulla superficie proprio nei giorni dell’Antesterione. I morti erano temuti e tenuti lontano usando vari amuleti fra cui più comunemente delle foglie di ramno conosciute per molte proprietà magiche.

 Esiste un altro motivo, della non condivisione del vino,basato invece sul mito, poco noto, di Oreste che era fuggito in Atene dopo aver ucciso la propria madre assassina del proprio marito, e padre di Oreste, Agamennone di ritorno da Troia. Il matricidio era un reato gravissimo che condannava il colpevole all’allontanamento in ogni circostanza anche in assenza di prigionia. In tal caso Oreste era condannato a bere da solo senza la compagnia di nessuno.

Dopo il rituale della bevitura, i fedeli uscivano dalle proprie case per tornare al santuario restituendo i recipienti usati ed effettuando gesti di scongiuro finali per decontaminare il luogo invaso dai morti. La giornata terminava con l’arrivo di una processione proceduta un sacerdote che rivestiva il ruolo di Dionisio. La processione era costituita da donne che accompagnavano una sacerdotessa scelta per il rituale accoppiamento con Dionisio in un area sacra della residenza dell’Arconte di Atene.

 La festa continuava il giorno dopo con più sobrietà di nuovo nelle case. La sbornia scatenata del giorno prima lasciava il passo al lavoro intenso per cucinare speciali focacce destinate ai morti per chiedere loro di ritornare nell’Ade. Le focacce venivano offerte ad Hermes, il dio messaggero, per portarle in dono ai morti.

 Il rituale del dono ad Hermes chiudeva ufficialmente la festa, i dettagli sono scarsi ma le modalità ricordano le attuali festività sia cristiane che politeistiche attuali, in particolare nell’Obon giapponese. Zenobio, sofista ed autore di proverbi, riporta la storia con una frase rituale, secondo l’autore, usata per la chiusura della festività “Thyraze,Kares,ouk et Antesheria” ( tornate alla porta, defunti o schiavi, che la festa è finita ) che lascia tuttora dubbi sul significato di kares che potrebbe significare sia i morti sia gli schiavi poiché era di usanza, come in alcune festività cristiane, annullare le differenze sociali e permettere a tutti gli strati sociali la partecipazione dei rituali.

 Durante la preparazione delle focacce, le fanciulle libere giocavano all’altalena; non si trattava di un semplice passatempo ma di un altro rituale di purificazione legato ad un altro mito relativo alla fanciulla Erigone che si suicidò in seguito all’uccisione del padre Icario. La leggenda vuole che molte altre fanciulle seguirono il fato di Erigone per la pazzia provocata dal fantasma vendicativo della giovane suicida. Il popolo di Atene, disperato per i lutti, chiese responso all’Oracolo di Apollo che consigliò di inventare l’altalena per permettere alle ragazze di dondolare come impiccate per ingannare lo spettro.

 Infine, come nella parte finale della Notte sul Monte Calvo di Petrovic Musorgskij,resa famosa con Fantasia da Walt Disney, il turbinio di orrori,maledizioni e fantasmi sfumava come la notte al primo albeggiare con i sapori di focacce fatte di semi e miele. Il vino, rosso come il sangue e caldo come il fuoco della vita, tornava ad essere amichevole accompagnamento non più contro i morti ma per i propri sogni,ambizioni e desideri in attesa del loro ritorno nell’anno venire.

GABRIELE SUMA

ago 4, 2018 - Notizie    4 Comments

Anabasi Britannica

Le guerre in corso rimandano alla memoria l’epoca dell’imperialismo ottocentesco. Le regioni interessate da conflitti, tra l’altro, corrispondono alle aree colpite da simili calamità. Le devastazioni e le sofferenze subite dalla popolazione civile si ripetono ciclicamente per ragioni di strategie geopolitiche non mutate in sostanza dai tempi della “Great Game” del XIX secolo. Gli obiettivi sono cambiati nella natura ( forme di energie e passaggi commerciali invece di territorio ed influenza ) ma le modalità in cui operano gli “attori” ( le potenze coinvolte ) sono ancora le stesse. Gli USA agiscono perseguendo l’obiettivo di conquistare e conservare il controllo della “periferia” della grande massa continentale euroasiatica secondo la famosa dottrina di Halford Mackinder che aveva studiato proprio la storia delle guerre imperiali combattute dalla Gran Bretagna negli anni di maggiore apogeo dell’età vittoriana del XIX secolo.

Il geniale geografo di Sua Maestà ( Edoardo VII all’epoca della pubblicazione dei lavori di Mackinder nel 1904-1905 ) aveva intuito che una Talassocrazia, all’epoca UK e oggi USA, doveva impedire il controllo dell’Eurasia da parte di una sola potenza con tutti i mezzi,diplomatici e militari, mirati sopratutto a quello che l’autore riteneva i “margini” della massa continentale. I territori “contesi” corrispondevano, e corrispondono mirabilmente tuttora, ad una fascia territoriale relaticvamente vasta e generica denominata “Rimland” dal Mar Baltico allo Stretto di Bering. Il Rimland era intesa come un area di competizione caratterizzata da logiche di “gioco a somma zero” per contrastare una potenza dominante la cosidetta Heartland facilmente identificabile, all’epoca e ancora oggi, nella Russia.

La percezione della Russia come minaccia agli interessi globali è stata una delle motivazioni che spinsero l’Impero Britannico a trascurare le complessità storiche e culturali di vaste aree non comprensibili all’ottica degli occidentali. La “guerra fredda” contro la Russia ha radici lontanissime e combattuta variabimente da ogni grande potenza nel corso dei secoli ma inaugurata ufficialmente con la Guerra di Crimea nel 1853. La Gran Bretagna ha combattuto Napoleone per impedire di “buttare via la mappa dell’Europa” ed era ancora determinata a fare lo stesso con la Russia uscita come grande potenza proprio per il suo ruolo decisivo contro l’aquila francese.

Tale contesto fu la premessa del peggior disastro mai subito dall’Impero Brtannico all’apogeo della sua potenza.

L’Afghanistan, la Tomba degli Imperi, era oggetto di grandi attenzioni da parte della Gran Bretagna per la sua posizione geografica nel generale contesto geopolitico in atto nei primi anni ’30 del XIX secolo. L’Impero Russo, governato con energia e tenacia da Alessandro II, aveva, da alcuni anni prima, strappato vasti territori alla Persia. La dinastia persiana Qajar, a sua volta, fece guerra al confinante Afghanistan per compensare le perdite territoriali subite. L’Inghilterra ebbe, in quel momento, seriamente timore di vedere direttamente minacciati i domini estesi su buona parte dell’India settentrionale.

Londra spedì, come plenipotenziario e rappresentante del governo George Eden Auckland alla Compagnia delle Indie che amministrava, in nome della Corona, vasti territori del Subcontinente. Egli subito mobilitò ogni risorsa per cercare di allineare l’Afghanistan alla parte britannica. Intensa attività diplomatica fu la conseguenza di nuove e sempre più estese incursioni persiane. L’area era governata da numerosi clan tribali spesso più in lotta fra loro che contro invasori stranieri. Nel periodo in questione ( 1838 ) la formale capitale,Kabul, era sotto il dominio del clan Barukzai che aveva espulso dal trono il sovrano Mahmoud dei Saduzai dopo poco tempo dalla sua salita al trono cacciando a sua volta il fratello minore Shuja Ul-Mulk.

La fragilità del potere centrale favoriva l’intraprendenza persiana spingendo i britannici ad entrare in azione decidendo di sostenere Shuja nella riconquista del trono perduto. Il comandante in capo dell’Esercito Sir Henry Fane espresse forte opposizione al piano di Auckland ma propose di rafforzare le forze destinate a supportare la spedizione come necessaria condizione per il successo. Il Governo di Sua Maestà, la giovane regina Vittoria, mise a disposizione ingenti forze fra fanteria e cavalleria in gran parte truppe indigene sipahi di Bombay e Bengala.

Il governatore di Bombay Mountstuart Elphinstone nutriva forti perplessità sulle possibilità di successo cercando di far notare le tremende difficoltà logistiche per una forza di spedizione di simili dimensioni in un territorio aspro e ostile quale era l’Afghanistan. Il governo fece orecchie di mercante alle ripetute rimostranze autorizzando il proseguimento della missione. L’obiettivo era reinstallare come “fantoccio” il pretendente legittimo senza alcuna prospettiva di lungo periodo poiché Londra prevedeva il ritiro della spedizione sottovalutando o trascurando le reali caratteristiche dello scenario. Una classica situazione di operazioni fatte a tavolino senza alcuna diretta conoscenza del luogo con obiettivi irrealistici e spesso di breve termine per immediati vantaggi del potere politico del momento.

L’armata di spedizione completò i preparativi in meno di un anno per procedere all’invasione dell’Afghanistan il 10 marzo 1839 attraverso il Passo di Bolan, unico ingresso possibile per un esercito proveniente dal Subcontinente indiano. Sir Alexander Burnes, uno dei più famosi agenti dei servizi britannici dell’epoca, accompagnava l’armata per prendere contatti con le varie tribù locali per facilitare la marcia verso la capitale,Kabul.

La situazione divenne fin da subito un incubo per l’insufficiente organizzazione logistica e moltissimi bagagli dovettero essere abbandonati mentre molti soldati iniziavano a subire gravi sintomi psicofisici per la penuria di cibo e acqua. Gli alleati afghani suggerivano di razziare la regione per requisire le razioni ma gli inglesi opposero un secco rifiuto. Kandahar era un insediamento fortificato che si trovava a metà strada per Kabul ma la guarnigione lo abbandonò permettendo agli esausti sudditi di Sua Maestà di recuperare le forze.

La popolazione locale accolse freddamente l’armata e il “fantoccio” Shuja era particolarmente inviso. Gli inglesi, ridotti allo stremo, decisero di sospendere ogni operazione per ripristinare le scorte. La marcia fu ripresa il 29 giugno con l’intento di raggiungere Kabul prima dell’arrivo dell’inverno.

Durante la marcia la cittadella fortificata di Ghazni oppose una strenua resistenza subendo terribili massacri da parte delle spietate truppe indiane e afghane della Regina. La caduta di Ghazni provocò divisioni fra le tribù fedeli a Kabul che divenne, di conseguenza,“città aperta” per i vincitori.

Le truppe britanniche entrarono a Kabul il 6 agosto installando sul trono Shuja con l’intento di ritornare indietro “a casa”. Il governo di Londra sottovalutò la complessità politica del regno afghano e non si rese conto bene della scarsa popolarità del regime “fantoccio” mentre La regina Vittoria era distratta da scandali interni nella sua corte ( Hastings Affair ).

Il Primo Ministro William Lamb Melbourne diede,inoltre, le dimissioni per una crisi di governo lasciando irrisolta la questione afghana dopo un promettente inizio.

Gli inglesi, mentre si svolgeva il dramma a Londra, installarono una nutrita guarnigione in un’area indifendibile di Kabul trascurando le più elementari necessità di sicurezza nel prospetto dell’imminente ritiro in India. Il contendente Dost Mohamed, fuggito da Kabul, venne catturato ed esiliato mentre il primogenito Akbar Khan riuscì a sfuggire per nascondersi e riorganizzare la rivolta contro il fantoccio Shuja.

Dopo due anni di occupazione, si moltiplicarono le scaramucce e gli attacchi alle carovane impegnando senza pause le truppe di Sua Maestà sotto il nuovo comando del vecchio ma combattivo maggiore generale William Elphinstone. Il comandante conosceva il cattivo stato in cui si trovava la guarnigione ma i suoi superiori fecero orecchie di mercante nonostante l’evidenza del problema. Il nuovo governo, Sir Robert Peel, si era quasi dimenticato della questione afghana.

La situazione precipitò quando il governo inglese si rifiutò di continuare a pagare una tribù che controllava il vitale Passo di Khyber che permetteva il passaggio più facile per l’India. La guarnigione di Sua Maestà tentò di mantenere aperta la via con la forza senza successo.

La disfatta accelerò la crisi a Kabul dove esplose la rivolta il 2 novembre 1841 in seguito ad incidenti diplomatici con un altra importante tribù. La guarnigione si trovò ad essere assediata senza adeguati rifornimenti per resistere a lungo. I tentativi di forzare il blocco fallivano anche con esiti cruenti. I vertici militari disposero il divieto di abbandono della posizione di Kabul in presunzione di tempestivo arrivo di rinforzi. La situazione si fece insostenibile quando i ribelli attaccarono i depositi della guarnigione presenti nella località di Behmaru.

Il disastro comportò la riapertura dei negoziati proprio nell’incombere del terribile inverno afghano. La situazione era insostenibile per il gran numero di feriti e civili da evacuare senza adeguati mezzi in pieno territorio ostile. Akbar Khan, il vincitore sul campo, impose dure condizioni di resa alla guarnigione sotto assedio. Elphinstone inviò come inviato William Hay Macnaghten, intermediario politico nella gerarchia militare, che fu tuttavia ucciso dai ribelli durante un maldestro tentativo di fuga. La morte di Macnaghten segnò forti divisioni fra le autorità politiche e militari ma l’autorità di Elphinstone era ancora forte per impedire pericolose avventure in un momento di forte emotività.

I negoziati si prolungarono stancamente fino a capodanno del 1842 quando le autorità inglesi accettarono di pagare un tributo per garantirsi un passaggio di ritirata generale per il territorio imperiale del Peshawar. L’Afghanistan, in inverno, diventa un inferno di ghiacci e neve ed è stato così anche allora nelle gelide giornate del gennaio del 1842. Gli inglesi iniziarono a “fare i bagagli” senza ascolare le rimostranze del proprio decaduto fantoccio Shah Shuja. Le truppe, stanche e demoralizzate, erano solo in parte cittadini britannici. La maggior parte era costituita da indiani della Compagnia delle Indie e delle milizie di Shuja. La carovana era accompagnata anche da un numero significativo di civili compreso europei di ambo i sessi che decisero di abbandonare Kabul.

Akbar Khan aveva garantito il libero passaggio sulla parola ma la carovana subì continui attacchi da parte di gruppi di afghani a cavallo soffrendo perdite sopratutto di provviste e materiali indispensabili per l’estenuante marcia. Il gelo e l’asperità del terreno misero a dura prova uomini e donne per lunghi interminabili giorni. Elphinstone non poteva far nulla per impedire il collasso della disciplina e della coesione dei ranghi e le diserzioni si moltiplicarono mentre si perdevano per la strada equipaggiamenti e armi di ogni genere. Akbar Khan, consapevole delle orribili condizioni, aveva offerto aiuti in cambio della ritirata di truppe inglesi in stanza a Jelalabad vicino alla frontiera. Elphinstone oppose un secco rifiuto nonostante il disastroso stato ma acconsentì di inviare come ostaggi alcuni ufficiali.

I negoziati non impedirono alle tribù locali di effettuare altre azioni di disturbo coinvolgendo parte dei civili che subì la cattura. I feriti aumentarono senza che fosse dato loro necessaria assistenza medica e le provviste erano quasi esaurite. Il momento peggiore avvenne nel momento del passaggio, duramente contrastato, attraverso il Passo di Khurd-Khyber sulla strada verso la salvezza in territorio, sotto occupazione britannica, di Jalalabad.

Akbar Khan intervenne per fermare il massacro offrendo di ricevere graziosamente come ostaggi gli europei civili, in particolare donne e bambini, con la promessa di restituzione in territorio inglese. Le tribù locali non cessarono i loro attacchi nonostante la grazia del sovrano ma i civili europei si salvarono grazie agli accordi fatti. Le truppe indiane erano più soggette agli attacchi e la loro cattura spesso culminava con conversioni forzate o esecuzioni capitali.

Dopo dieci terribili giorni di autentica anabasi Elphinstone accettò un colloquio con Akbar ma la colonna si mosse nella presunzione di cattura del loro comandante. I resti della spedizione si divisero per attraversare strade diverse in direzione Jalalabad. Una parte di essi fu completamente sterminata nella valle di Neemlah mentre il secondo gruppo subì un attacco di sorpresa da apparenti “amici” locali presso Fatiabad. I superstiti , neppure una dozzina, fuggirono a galoppo disperato raggiungendo Jalalabad seminando gli inseguitori fortunatamente non armati con fucili in quel frangente.

La spedizione, partita con 4500 uomini e più di 12000 civili era stata quasi completamente annientata in meno di dieci giorni di autentico inferno.

Nonostante le pressanti richieste della giovane Regina Vittoria di vendicare l’affronto subito, il governo, responsabile per intero del disastro, rinunciò ad ogni ulteriore operazione fino all’occasione che si presenterà, decenni dopo, nel 1878.

Il “vietnam” inglese dovrebbe essere per noi monito per le conseguenze nefaste di ogni piano politico a breve termine trascurando le particolarità delle aree interessate e il fattore umano,culturale e religioso delle popolazioni coinvolte. I disastri in corso nel Medio Oriente sono l’esatta ripetizione degli errori del passato. Le classi dirigenti occidentali, interessate a guadagni immediati e ad esiti elettorali, hanno tentato di ridisegnare i delicati equilibri etnici e politici degli “stati” emersi con colpi di penna su carte geografiche.

La guerra civile in Siria è culminata con la, poco raccontata dai media occidentali, fuga di numerosi civili che erano stati, per anni, finanziati dai governi occidentali, in primis gli USA, per ribellarsi alla brutale dittatura di Assad. Il Presidente degli Stati Uniti, Trump, ha completamente stravolto la situazione con la constatazione che la “partita era persa” e con il taglio di fondi accelerando la crisi dei sostenitori che ora sono in ritirata precipitosa verso il territorio “amico” di Israele e Giordania ( in minore misura ).

La situazione odierna sembra rievocare quella lontana e dimenticata cronaca del 1842 ma Occidente continua ancora a non fare tesoro delle lezioni della Storia.

GABRIELE SUMA

mar 5, 2018 - Notizie    4 Comments

Ombra della Tigre

L’esplosivo dinamismo del “Drago Cinese” è uno degli argomenti più dibattuti negli ultimi anni. Gli osservatori, spesso non “addetti ai lavori” sulla complessa scienza dell’Economia, hanno dichiarato il prossimo avvento di un secolo cinese piuttosto che quello del secolo americano dopo la fine del cosidetto secolo breve coniato dal politologo Francis Fukuyama all’indomani del collasso dell’Unione Sovietica alla fine del Ventesimo Secolo.

La tendenza a definire segmento temporale è discutibile ma valida per configurare un punto di vista sul mondo. La percezione del mondo, nell’ambito degli studi socio-economici, esige un punto privilegiato di osservazione come l’occidente anche da parte di osservatori e studiosi non occidentali come forma di “rivalsa” ideologica.

L’Occidente, come un insieme di paesi uniti da comuni tratti di varia natura, è usato come metro di paragone e obiettivo di competizione per giudicare l’evoluzione dei paesi e civiltà posti oltre l’area. L’attitudine a giudicare il “progresso” tecnico e culturale dei paesi orientali, usando come metro valutativo il passato storico dei paesi occidentali, ha radici lontanissime. La storiografia si è sviluppata in Oriente ma i greci sono stati i primi, secondo la comune tesi, a studiare la storia di altre civiltà come forma di propaganda.

Gli esempi più classici sono le cronache sulle civiltà asiatiche ( l’Asia meglio conosciuta dai greci era quello che oggi si intende Medio Oriente ) e principalmente l’Impero Persiano che diventava tutto quello che era contrapposto alla grecità, l’Europa senza compromessi.

Una visione, Occidente contro Oriente, riproposta continuamente fino ad oggi giustificando guerre e forme di competizione quando la superiorità tecnologica e militare delle potenze europee prevaleva.

Quando la Russia fu sconfitta dal Giappone nel 1905 lo shock pose fine alle certezze plurisecolari. Da quel momento l’Asia da misteriosa terra di conquista era nuovamente tornata ad essere diversa come totale opposizione rafforzata dalla formidabile barriera linguistica.

L’alfabeto latino e gli ideogrammi e altri opposti caratteri delineano già incomunicabilità rendendo facili i sentimenti di diffidenza,ostilità e paura.

I paesi asiatici nel XX secolo hanno iniziato a mettere in discussione la superiorità occidentale dapprima imitando ed imparando i bianchi poi combattendoli con le loro stesse armi ed ideologie.

Il Giappone fu la prima nazione asiatica a sviluppare il nazionalismo con intenzione di sostituire il colonialismo occidentale con quello giapponese prendendone in prestito, in peggio, i miti di superiorità etnica e culturale. Durante la guerra, i giapponesi abbandonarono gli aspetti più estremi del Nanshin Ron ( 南進論 ) in nome di un estensione del diritto alla propria identità asiatica contro l’Occidente secondo quanto stabilito dalla Conferenza della Grande Asia Orientale tenuta a Tokyo nel 1943.

I giapponesi, che avevano adottato il nazionalismo occidentale per propri interessi, avevano indotto tutti gli altri popoli del continente “giallo” ad elaborare proprie forme di nazionalismo e processi identitari con gli strumenti teorici e militari dell’Occidente.

I processi di decolonialismo in Asia sono la conseguenza di necessità militari ( supporto alleato e lotta anti-giapponese ) ed influenze culturali sotto il dominio nipponico. La Cina si è trasformata radicalmente proprio per i traumi della brutale occupazione giapponese e la dittatura maoista ha contribuito a chudere la Terra di Mezzo per esigenze di rielaborazione di un identità cinese che alla fine risulta,oggi, in parte nuova o “reinventata” come è stato per il Giappone nel XIX secolo.

Il regime post-maoista esaspera la cinesità in tutti i campi giustificando l’atteggiamento come reazione alle umiliazioni subite nel passato. Lo spettro del Caos domina ogni dibattito se viene messo in discussione il principio della gerarchia confuciana e della ubbidienza all’Imperatore rappresentato dal potere del Partito ( sempre più dominato da una nuova forma di dittatura personale in seguito a recenti riforme ). I rimandi ai fasti del passato imperiale e all’epica dei miti tradizionali sono continui in molte forme di comunicazione di massa con modi sinistramente simili a quelli adottati in Giappone dal 1868 alla Seconda Guerra Mondiale. Il governo cinese, abbandonando la prudente politica di Deng Xiaoping del profilo basso nei confronti dell’Occidente, prepara la collettività all’avventura dell’Asia agli asiatici stavolta sotto la guida di Pechino anche a rischio di possibili confronti militari. Gli attuali avvenimenti quali la militarizzazione del Mare Cinese Meridionale, i grandiosi piani della Via della Seta e radicali riforme possono essere il preludio di prossimi anni interessanti in considerazione della inquietante similitudine con l’esperienza storica del Giappone. La Cina non nasconde il suo punto debole quale la crescente fame energetica così come è stato per il Giappone. Lo straordinario dinamismo economico del Celeste Impero richiede enormi risorse di petrolio e gas da tutto il mondo e il governo ritiene potenzialmente minacciate le sue vitali vene giugulari se non opportunamente assicurate con aggressive quanto abili campagne di espansione militare e politica. Una forma di imperialismo mascherato da abili campagne diplomatiche e culturali come è chiaramente espresso dall’atteggiamento di Pechino con i vicini sulla questione del Mare Cinese Meridionale come una questione appunto fra le sole potenze nella regione escludendo ogni interferenza esterna principalmente dagli USA simbolo più evidente dell’Occidente.

L’ossessivo richiamo a diritti storici,l’effettiva presenza militare nell’area disputata e gli effetti generali di egemonia richiamano alla mente l’atteggiamento aggressivo e sordo da parte del Giappone sui suoi diritti acquisiti con le armi poco prima della Seconda Guerra Mondiale. Gli USA avevano usato come pretesto i diritti della Porta Aperta alla Cina per limitare la potenza nipponica che era stata paradossalmente stimolata contro la Russia in altre circostanze. La Cina è uscita dal suo isolamento internazionale come contrappeso alla potenza sovietica per diventare,ora, un ostacolo agli interessi geopolitici della Repubblica Stellata che si sta impegnando a “contenere” l’attività di Pechino con simili metodi, stavolta in difesa dei diritti della navigazione in zona non riconosciuta come esclusiva cinese.

Il nazionalismo cinese può essere pericoloso per il previsto rallentamento della crescita nei prossimi anni. Gli studiosi si domandano se l’autoritarismo e il paternalismo del nuovo “timoniere” Xi Jinping impediranno alla Cina di precipitare in uno stato di coma come è avvenuto per il Giappone alla fine degli anni ’80 pur in condizioni diverse. L’Economia giapponese subì un colpo durissimo per le speculazioni nel mercato del mattone e burocrazia, quella cinese si ritrova invece a crescere e ad espandersi ma pure il debito accumulato dalle amministrazioni provinciali sta correndo generando anche corruzione e sprechi a tutti i livelli. L’assenza di tutela del copyright e crescenti costi per burocrazia e corruzione stanno rendendo il mercato cinese sempre meno appetibile per gli investitori stranieri che stanno lentamente spostando attività altrove, specialmente nella penisola indocinese. La superpotenza economica cinese reagisce alla “fuga” dei capitali inseguendoli e coinvolgendoli ancora a sè in moltissimi modi diversi dall’Africa al Sudamerica dove l’imprenditoria occidentale ha ceduto terreno.

Il dinamismo del Dragone nell’arena internazionale segna una differenza capitale rispetto a quello espresso dal Giappone nei suoi migliori anni di intraprendenza economica. Il mondo politico ed economico statunitense teneva d’occhio la crescita del Giappone così come oggi nei riguardi della Cina. I politici americani pubblicamente distrussero esempi di tecnologia nipponica e una guerra economica c’è stata senza esclusione di colpi nel tentativo di tenere fuori il mercato americano,in particolare auto e hi-tech, dalle merci nipponiche. Gli imprenditori americani accusavano il Giappone di “scorretezza” nell’esportare e contemporaneamente limitare l’ingresso della produzione americana nel mercato giapponese. Una situazione che persiste tuttora e che,in parte, spiega il collasso del vecchio sistema Fordiano e le industrie pesanti in rovina disseminate nel territorio dell’Unione dopo le selvagge “battaglie” della guerra economica combattuta negli anni ’80 fra i due giganti separati dal Pacifico.

La medesima situazione si sta ripetendo con il neo-protezionismo dell’amministrazione Trump che ha recentemente alzato barriere sulle importazioni. L’esperienza storica ci insegna che, quando si inizia ad alzare barriere, i governi possono provocare pericolose situazioni al limite quasi dello scontro armato. Le politiche protezionistiche delle potenze europee furono una delle cause dello scoppio della Grande Guerra e l’espansionismo nazionalsocialista nell’ultima guerra era anche pure esso in parte spiegabile con logiche di competizione commerciale.

La feroce guerra commerciale nippo-americana degli anni ’80 non sfociò nello scontro vero e proprio perchè il Giappone era un nano militare e vincolato ai trattati dopo la sconfitta della Seconda Guerra Mondiale. La guerra commerciale contro la Cina potrebbe invece comportare situazioni che possono essere incontrollabili. L’Asia è caratterizzata da frontiere densamente militarizzate che dividono regimi democratici dalle dittature. La corsa al riarmo è un argomento frequente sui giornali locali come pure continue rivendicazioni territoriali per veri o presunti diritti storici. Interessi economici e politici vengono abilmente mascherati sotto una superficie di principi di legittimità determinata da manipolazioni di fonti storiche anche molto distanti nel tempo.

La Cina, di fronte ai dazi, potrebbe rispondere con contromisure anche di natura militare con la conseguenza di aprire una sorta di “guerra fredda”. Pechino ha già installato sistemi d’arma e personale su isole artificiali nel Mare Cinese Meridionale e potrebbe continuare a sedurre o provocare gli alleati degli USA come nel primo caso del Vietnam e nell’ultimo a riguardo del Giappone.

Gli esperti stanno osservando che la Cina sta iniziando a mostrare segni di ansia sulla sostenibilità della propria economia afflitta dal galoppante debito contratto per le imponenti spese da parte dei servizi ed infrastrutture a livello provinciale. Il governo centrale ha imposto limiti all’indebitamento e da anni sta facendo fallire e chiudere numerose aziende dichiarate in bancarotta a differenza di quanto è stato fatto in molti regimi autoritari, specialmente nell’Italia fascista che aveva creato un ente apposito per il salvataggio delle imprese fallite. Il collasso degli enormi stabilimenti industriali di età maoista e l’instabilità delle piccole e medie imprese stanno mettendo sotto fortissima pressione il sistema bancario e generando tensioni sociali per la disoccupazione e circoli viziosi dei debiti contratti dalle famiglie più vulnerabili. La combinazione dell’urbanizzazione dei contadini e di caos del sistema delle imprese e del lavoro sono diventati alcuni degli elementi di una “bomba” sul punto di scoppiare nel sistema-paese dell’Impero di Mezzo.

L’attivismo della politica estera è, in parte, spiegata dagli enormi problemi interni. La politica spregiudicata della China First inevitabilmente finirà per contrapporsi a quella,altrettanto spregiudicata, dell’America First. Entrambe le potenze sono afflitte da nodi irrisolti dei propri sistemi credendo di poter risolvere con ogni mezzo anche a discapito degli interessi di altri attori nell’arena internazionale. La politica contradditoria di Trump a riguardo dei propri alleati,Corea e Giappone e l’ambiguità cinese nei confronti della Corea del Nord indicano un tragico revival del Grande Gioco che animava la conflittuale relazione fra l’Impero Britannico e l’Impero Russo a spese di popoli e stati dell’Asia Centrale.

La campagna britannica in Afghanistan fu lanciata nel tentativo di usare come pedina da gioco da tavolo un intero regno, complesso e antico e profondamente orgoglioso per “giocare” contro la Russia che a sua volta stava manipolando la Persia. Nel 1841 migliaia di indiani,inglesi e afghani leali al re fantoccio Shah Shuja subirono atroci sofferenze ritirandosi da Kabul durante il periodo più duro dell’inverno. Il tragico episodio è uno dei migliori esempi per cui disegni politici fatti a tavolino potevano e possono tuttora sconvolgere, con un tratto di penna, numerose vite umane, distruggendo le società. Le grandi potenze e i meccanismi dell’economia attuale ora non segnano più con la matita le frontiere ma disputano su “spazi vitali” di risorse energetiche usando popoli e nazioni delle aree interessate. Uno scenario che George Orwell aveva già delineato nel suo capolavoro 1984 quando descriveva i “territori disputati” dalle superpotenze in un area delimitata ai vertici da Tangeri,Brazzaville,Darwin e Hong Kong che corrisponde all’Africa settentrionale,Medio Oriente,Oceano indiano ed Indonesia oggi colpite da continue crisi e guerre alimentate e supportate da tutte le grandi potenze in totale disprezzo per la vita umana.

GABRIELE SUMA

set 22, 2017 - Notizie    6 Comments

La Croce fra le risaie

La religione per secoli ha assunto una chiara funzione di influenza politica e controllo sociale. La Storia è ricca di esempi . Il monoteismo è particolarmente adatto allo scopo per il suo carattere di gerarchizzazione e centralizzazione del potere a favore di istituti di governo monarchici o autoritari. I sovrani, elevandosi a vicari, guadagnavano potenti strumenti di direzione dei popoli garantendosi una certa stabilità del potere garantito dalla sacralizzazione in misura migliore che nel politeismo. Costantino lo comprese già meglio di chiunque altro quando, per la prima volta, fuse la tradizionale carica religiosa del Ponteficex Maximus con la carica politica dell’Imperatore facendosi difensore della religione cristiana. In tal guisa la religione poteva offrire la giustificazione e sostegno per politiche di espansione territoriale specie contro realtà caratterizzate da altre forme di religione secondo i criteri della “guerra santa” oppure di “salvazione” con supposte campagne di evangelizzazione.

Gli esempi storici sono molti ma non sempre conosciuti al di fuori della letteratura storiografica specializzata. Riportano, ad esempio, due situazioni avvenute in circostanze unite dal tentativo delle nazioni europee nella prima fase di colonizzazione su scala globale nel sud-est asiatico a spese di due paesi quali la Cambogia e il Siam con il pretesto della religione.

Nella penisola indocinese si sono verificati tentativi di influenza politica da parte degli spagnoli in Cambogia e di cristianizzazione del Siam da parte della Francia in due distinti ma ravvicinati tempi a cavallo fra il XVI e il XVII secolo. Siam ( attuale Thailandia ) e Cambogia erano antichi regni gelosissimi della propria indipendenza e talvolta anche in conflitto fra loro per secoli. Entrambi i regni, in momenti diversi, erano stati anche formalmente vassalli dell’Impero Cinese. L’espansione islamica, pur dilagando rapidamente nell’arcipelago indonesiano, non coinvolse con successo anche i due regni indocinesi che hanno conservato peculiari identità religiose e culturali molto complesse. La penisola indocinese, caratterizzata da notevole frammentazione etnica,culturale e pure linguistica divenne oggetto di interesse da parte delle potenze europee desiderose di creare delle basi commerciali all’interno di una rete di scambi con il Celeste Impero e con le realtà politiche dell’arcipelago indonesiano. La Cambogia divenne alla fine del XVI secolo luogo di opportunità per avventurieri quando il regno iniziò a ricercare sostegno straniero contro il bellicoso Siam. Il re Satha Mahindharaja aveva reclutato mercenari spagnoli e portoghesi per la propria protezione.

La Cambogia richiese pure l’intervento spagnolo in cambio di importanti concessioni commerciali. La Spagna ufficialmente non mostrò interesse a riguardo ma la situazione iniziava ad apparire favorevole per un vero e proprio colpo di stato nel regno dall’interno. La guerra contro l’aggressivo Siam era in corso e l’andamento sfavorevole indeboliva la monarchia cambogiana che non poteva più fare a meno dei pretoriani stranieri. Un gruppo di individui ambiziosi e pronti a tutti decisero di cogliere l’occasione. I protagonisti erano individui che avevano superato numerose situazioni pericolose in precedenza , dunque forti dell’esperienza sulla realtà del posto. La conoscenza accumulata permetteva ad essi di muoversi nel momento di più grave crisi quando la Cambogia venne occupata dai siamesi. Il più intraprendente era Gregorio Vargas Machuca che ebbe l’idea di farsi passare per un ambasciatore del re cambogiano in fuga chiedendo alla Spagna di intervenire a difesa della Cambogia. Vargas propose al governo spagnolo l’opportunità di cristianizzare il paese e sottometterlo alla corona di Madrid.

La Spagna rispose con l’invio di piccole squadre navali di spedizione con esiti disastrosi per le terribili condizioni del mare del sud-est asiatico. Il comandante di una delle spedizioni, il portoghese Diego Veloso, si ritrovò con la Cambogia liberata dagli occupanti siamesi ma governata da un usurpatore conosciuto come Chung Prei. Egli volle i superstiti della spedizione al suo servizio come mercenari. Gli europei, spagnoli e portoghesi, dimostrarono un atteggiamento violento nei confronti della comunità cinese residente a Phnom Pehn un tempo capitale della vecchia monarchia ( la nuova capitale scelta dall’usurpatore era Srei Santhor ).

La situazione spinse gli europei a tentare un brutale colpo di stato contro Chung Prei. La superiorità delle armi europee e la mancanza di scrupoli di Veloso prevalsero con esito nell’uccisione dell’usurpatore e notevoli danni nella sua capitale.

Gli avventurieri, pur vincitori, rifiutarono di diventare signori del paese ma optarono di mettere sul trono il figlio del legittimo sovrano, Chau Phnea Ton, come fantoccio ai loro ordini. Gli spagnoli persero presto il controllo del regno che si ribellò al sovrano imposto. Il governo spagnolo aveva tentato di mandare i missionari per eseguire conversioni incontrando decisa ostilità da parte della popolazione. Gli avventurieri chiesero l’intervento militare dalle Filippine spagnole ma anche stavolta le tempeste devastarono la squadra navale comandata da Luiz Dasmarinas appena dimesso dalla carica di governatore delle Filippine.

Il re fantoccio venne conseguentamente deposto e i suoi protettori furono costretti ad accettare il nuovo re Soryopor figlio del defunto usurpatore Chung Prei. Gli avventurieri cercarono di aizzare i malesi contro la Cambogia ma il loro tentativo fallì in modo assai cruento. Veloso perse la vita insieme alla maggior parte degli europei togliendo definitivamente ogni possibilità di colonizzazione del paese. La Cambogia evitò il dominio spagnolo ma subito dopo sarebbe precipitato in un altra ricorrente crisi interna per subire poi una relativa lunga egemonia siamese.

La storia del Siam ha numerosi contatti con quella della Birmania per secoli. Entrambe le nazioni si sono combattute con estrema ferocia sviluppando una particolare reciproca xenofobia che perdura tuttora. Nel XVII secolo il Siam godette di un periodo di splendore in seguito a spettacolari campagne militari sotto il regno di Naresuen detto “principe nero” siamese. Egli aveva sconfitto i birmani restituendo l’indipendenza al Siam dopo una lunga occupazione. Le circostanze favorirono l’ingresso di mercanti stranieri principalmente giapponesi di fede cattolica esuli dal Giappone appena riunificato e subito ermeticamente chiuso alle religioni straniere. I giapponesi riuscirono nel 1628 ad imporre sul trono Jett’a sotto il controllo dell’ambizioso primo ministro P’ya Sri Worawong. Il ministro depose due anni dopo il sovrano e si fece re con il titolo di Prasat T’ong ( re del palazzo d’oro ) e soffocò rapidamente la rivolta degli ex-alleati giapponesi. In seguito il Siam fu corteggiato a lungo dagli olandesi fino alla morte del’usurpatore. Il Siam entrò in una fase di grave instabilità interna fino a quando salì sul trono Narai che chiese aiuto alla Francia contro la crescente invadenza olandese. La Francia aveva sul posto il vescovo Lambert de la Motte titolare del vescovato di Beirut. La sua attività incontrò forte resistenza dei gesuiti e dei concorrenti spagnoli e portoghesi che erano presenti da molto più tempo. Lamber stabilì, dopo una serie di vicissitudini, la sede ad Auyt’ia ( capitale del regno ) dove ebbe modo di sviluppare la missione in relativa pace. Il re Narai dimostrò, in seguito, grande abilità nel mettere uni contro gli altri olandesi ed inglesi mantenendo sempre i più cordiali rapporti con i francesi. Negli ultimi anni del regno, Narai aumentò i contatti con la Francia fra il 1683 e il 1684 sfruttando l’atteggiamento dei gesuiti determinati a sostituirsi alla missione di Auyt’ia. Il Re Sole Luigi XIV credette di poter convertire al cattolicesimo il Siam ed inviò una grossa delegazione sotto la guida del nobile De Chaumont. Il re del Siam, Narai, accolse festosamente l’ambasceria ma respinse le questioni religiose. I gesuiti cercavano di installare in Siam agenti di propria fiducia e guadagnare alla Francia ampie concessioni commerciali come pure le località strategiche di Singora e Mergui. Inoltre i francesi stavano organizzando l’invio di truppe per occupare Bangkok in alternativa a Singora indipendentemente dall’esito delle trattative. La situazione precipitò con l’effettiva conquista di Bangkok che spinse Narai ad accettare pesanti condizioni da parte dei francesi. I gesuiti diedero subito battaglia ai missionari di Auyt’ia suscitando anche forti malumori nella popolazione locale profondamente irritata dall’acceso integralismo ed intolleranza religiosa che animava le lotte intestine fra i missionari.

Nel 1688 i siamesi colsero l’occasione offerta dall’agonia del sovrano Narai per attaccare i francesi residenti nella capitale. La morte di Narai comportò l’immediato abbandono delle posizioni conquistate. Il Siam assunse un atteggiamento decisamente xenofobo con conseguenti massacri di francesi residenti ancora nel regno. Nel 1690 Luigi XIV abbandonò ufficialmente ogni progetto di cristianizzare il Siam. Il Siam, da quel momento, divenne un regno “eremita”.

Siam e Cambogia sono stati due esempi significativi di come si svolgevano, in differenti fasi e tappe, i tentativi di fare uso della religione per guadagnare tesori tuttt’altro che spirituali. Il prezzo da pagare per indipendenza conquistata è molto alto come la recrudescenza ciclica di violenta xenofobia etnica e religiosa con esiti anche parecchio cruenti. I paesi “decolonizzati”, d’altra parte, hanno preso strade spesso protese verso tragiche parodie della modernizzazione di marca occidentale a spese di ampie parti delle popolazioni.

Il tragico esito della missione francese nel Siam insegna anche come sia ingiusto e pericoloso imporre le religioni di tipo monoteistico di fortissimo impatto sociale e culturale quasi livellante sulla ricchezza di simboli,usanze e “colori” delle società politeistiche. Il livellamento e la semplificazione della realtà da parte di dottrine monoteistiche comportano fenomeni di distruttivo sradicamento identitario e annullamento della dimensione privata ed individuale nella massa. Il cristianesimo, per la sua natura olistica e anticulturale, curiosamente sta avendo maggiore fortuna in Corea del Sud dove la massificazione unita al declino del bagaglio culturale tradizionale ( inseguito alle guerre e alle occupazioni straniere ) sta spingendo i coreani a ricercare nella religione un sistema di punti di riferimento stabile che i culti tradizionali sempre meno riescono ad offrire specialmente per i più giovani.

L’ironia della Storia fa sì che la religione del XIX secolo ora non è più strumento dell”imperialismo” ma rifugio e veicolo di reazione, dal basso e in modo caotico, all’imperialismo rappresentato dal vuoto generato proprio dall’ eccesso di individualismo con accusa alla “società dei consumi” e tutto ciò che è collegato.

GABRIELE SUMA

giu 1, 2017 - Notizie    2 Comments

La Tragedia Coreana

Al carissimo amico Bepi, con cui ho condiviso lo stesso piacere della scoperta del passato, e alla Corea è dedicato questo articolo scritto nel tentativo di capire il presente con la Storia.

I recenti avvenimenti in corso in Corea possono essere l’interludio ad un prossimo grande conflitto ma anche essere la conseguenza di un passato tormentato che non sempre viene compreso in Occidente al di fuori di studi storici specializzati. La stampa internazionale,generalmente, tenta di spiegare il comportamento della Corea del Nord utilizzando l’argomento della natura ideologica e politica della dittatura militarista e in particolare la natura psicopatologica della “dinastia” Kim. Il nazionalismo fanatico unito al delirante culto di personalità sono elementi di regime comunista stalinista già riscontrati in altri paesi sorretti in modo simile nell’ex-blocco sovietico. La natura politica del sistema stalinista è il modello più completo di totalitarismo finora mai applicato nella Storia. La mancanza di ogni contropotere e la militarizzazione con conseguente gerarchizzazione piramidale della società sono conseguenze del principio del centralismo democratico formalmente ossequioso dell’organizzazione collegiale e della libertà di opinione ma irreggimentante sul piano storico in base alla dittatura della maggioranza rappresentata dal Partito che, contrariamente alla velleità di diritto di opinione, non consente esistenza di altre forme di rappresentanza indipendenti. La contraddittorietà del governo collegiale e centralizzato ha caratterizzato la vita di tutti i sistemi totalitari del XX secolo non solo di matrice comunista.

L’apparenza di un parlamento, pur meramente consultivo e di facciata per eventi solenni, serve per migliorare l’immagine del Potere soprattutto all’estero per chiari motivi opportunistici ( ricordiamo i frequenti discorsi di Hitler al Reichstag o i più rari ma altrettanto significativi congressi dei vari politburo del mondo comunista ). Infatti, nel caso specifico coreano, l’elite del governo, pur amministrando direttamente lo Stato senza alcun limite, mantiene in funzione un enorme organismo collegiale che ha comunque solo la sostanziale funzione di scenografia teatrale per annunci di decisioni già prese. Un artificio per dare la falsa idea di condivisione e democraticità soprattutto ad uso e consumo della stampa estera. Inoltre va tenuto in considerazione che in Corea del Nord l’unico organo collegiale rilevante è esterno al Partito stesso ( il cosiddetto Partito del Lavoro di Corea in hangul Choson Rodongdang ) con il nome di Joseon Minjujuui Inmin ergo Commissione di Difesa Nazionale direttamente sottoposto agli ordini del dittatore che ne presiede l’ente e rappresentante i vertici dell’Esercito e dei Servizi di Sicurezza, come avveniva tipicamente in ogni regime di tipo personalistico e sorretto dalle baionette nella Storia. L’abietto regime, pur essendo una copia del modello staliniano sovietico, si poggia su fondamenta ideologiche profondamente radicate nella cultura coreana quali il neoconfucianesimo e il neobuddhismo di Chong Tojon e Chinul emersi in un periodo critico conosciuto nella storiografia indigena come Koryo ( in maniera approssimativa coincidente con il medioevo europeo ). I neoconfuciani e i neobuddhisti avevano criticato,senza risparmio, la società ritenuta decaduta e priva di solidi punti di riferimento a causa della dominazione mongola e sviluppato un sentimento fortemente nazionalista ante litteram per il periodo considerato. Infatti l’élite intellettuale indigena stava cercando di delineare una forma di “coreanità” legata ad uno specifico territorio e all’identità culturale in netto contrasto con ogni forma culturale importata da fuori compreso quella della Cina stessa. L’ideologia della Juche che anima e governa attualmente il regime nordcoreano ha radici lontane proprio in questa amalgama di ossessioni e convinzioni frutto della paura di perdita di identità etnica e culturale di un popolo indurito dalle origini siberiane e dalle continue lotte anche intestine. Il principio morale-filosofico che guida gli uomini, secondo la più diffusa convinzione della filosofia ed ideologia coreana, è lo spirito della volontà individuale al di sopra dell’ordine naturale. La forza di volontà umana diventa la forza creatrice della Natura stessa rifiutando l’esistenza di un equilibrio soprannaturale al di sopra dell’Uomo. Forte volontarismo unito alla mistica dell’amore filiale, dell’obbedienza al sovrano e della “koreanità” pura venutasi a determinarsi sotto il regno leggendario del padre fondatore Re Kija. Lo schema ideologico è in parte legato alle tradizioni imperiali cinesi a riguardo della struttura sociale ed amministrativa rafforzando però il carattere insito di “ingegneria sociale” promossa dalla Élite intellettuale a cui è stata assegnato il ruolo di consigliare ed assistere il Sovrano come un Padre di Famiglia nel proteggere e guidare il Popolo. Il nazionalismo coreano è, in sintesi, la somma di tre elementi cardinali che caratterizzano le dinamiche sociali della società coreana ancora oggi in diverso grado in entrambi i due paesi della penisola divisa quali Chung ( devozione filiale ) , Hyo ( lealtà ) , Ye ( rispetto ). Il sentimento di patria si ancora, come in Giappone e in Cina, su una fondazione stabilita da una divinità ( Dangun ) che legittima e sacralizza il principio monarchico come primario elemento unificante della società. Il regime nordcoreano ha riutilizzato lo strumento del mito per creare un culto religioso nei confronti della Dinastia Kim come si evince in numerosi “aneddoti” sui dittatori descritti come figure al limite del sopranaturale. Lo stile propagandistico nordcoreano ha radici nella propaganda sostenuta dal primo vero autocrate coreano quale era il Re Suyang ( o più comunemente Seyo ) . Il Re Seyo, che ha governato la Corea nella prima metà del XV secolo, era salito al potere attraverso un autentico bagno di sangue e il suo regno fu caratterizzato da altrettante crudeli misure contro oppositori. Un regime spietato che ha prodotto materiale letterario di recupero, appunto, di antichi miti per rafforzare l’istituto monarchico scosso dai contrasti interni e dalla dubbia legittimità del sovrano seduto sul trono conquistato con il sangue. L’invasione giapponese, più di un secolo dopo, fu un autentico trauma per il popolo coreano e ha segnato il definitivo rifiuto nei confronti del mondo esterno in misura ancora più rigida di quanto si è visto in Giappone e in Cina. Il culto nei confronti della Corona e l’ostilità nei confronti dello straniero hanno acquisito una particolare dimensione di fanatismo in considerazione della convinzione che una società divisa e gli individualismi abbiano esposto il popolo a tragedie e a dominazioni straniere. Le invasioni furono di fatto continue dal XVI al XX secolo e la Cina e il Giappone hanno tentato di distruggere l’identità culturale in varia misura esasperando di fatto la “coreanità” al limite di autentica paranoia. L’ossessione della coreanità pura avrebbe raggiunto livelli di autentico razzismo soprattutto in seguito alla terribile esperienza subita dall’occupazione giapponese nel XX secolo. I coreani, di fatto, sono stati esclusi dal mondo esterno se non avvenivano traumatiche esperienze di genocidio culturale per secoli mentre la Cina e il Giappone, in diverse situazioni, hanno accettato il mondo esterno ed assorbito i traumi e gli shock culturali in qualche maniera possibile. Difatti il concetto Paese Eremita, comunemente utilizzato per definire la Corea del Nord, è un termine inventato nel 1882 da W.E.Griffis proprio quando la Corea stava per subire la sua più grande tragedia della sua Storia ( la dominazione giapponese ). Il popolo coreano, anticamente aperto agli stranieri, subì dal XIX secolo in poi angherie di ogni genere dagli stranieri anche per la fede religiosa. Difatti i cristiani divennero oggetto di periodiche persecuzioni ( tuttora in atto in Corea del Nord ) per la considerazione che fossero, a torto e a ragione, agenti di potenze straniere sopratutto della Francia cattolica e della Russia Ortodossa del XIX secolo. Dopo il Re Sejo, a rappresentare il sentimento nazionale, ci fu Yi Haung il ministro reggente della Corea ( Taewongun ) che ha governato il Paese con caratteristico pugno di ferro di un autocrate in periodi di grave crisi nazionale. Difatti il Taewongun cercò di ostacolare ogni tentativo di penetrazione culturale e politica delle grandi potenze con metodi non molto diversi da quelli adottati oggi, in misura ovviamente più spietata, dal regime nordcoreano. Ci furono frequenti incidenti con i mercanti occidentali che esasperarono l’ostilità dei coreani come gli infami episodi da raid piratesco organizzati dal mercante tedesco Ernst J.Opper nel 1868 e dalla squadra navale statunitense dell’ammiraglio John Rodgers nel 1871 ( siamo essenzialmente nella stessa epoca in cui anche Cina e Giappone stavano ricevendo gli “inviti” con le buone e con le cattive ad aprirsi al mondo ).

La fine dell’indipendenza della Corea coincise con la destituzione del reggente in nome del re Kojong divenuto maggiorenne per governare in prima persona nello stesso anno ( 1873 ) in cui iniziavano i giapponesi ad essere sempre più aggressivi e prepotenti nella penisola dopo più di duecento anni dalle due,non dimenticate,guerre di aggressione. Il governo del re Kojong accetto di far aprire il paese al mondo con il Trattato di Kanghwa nel 1876 con il Giappone ponendo il regno eremita fuori dalla tutela del vecchio ed morente Impero Celeste. I coreani interpretano, ancora oggi, quel generoso atto di apertura come l’inizio invece della tragedia ( l’influenza straniera ) giustificando tuttora l’ideologia della chiusura totale come unica soluzione per difendere l’indipendenza. Gli eventi storici, in seguito a quella data, sono la conferma della stessa convinzione poiché la Corea, progressivamente, ha perduto ogni forma di indipendenza da parte di più potenze straniere, non solo il Giappone, con il risultato di autentiche forme di sfruttamento coloniale in misura ben peggiore che altrove in Asia. Da notare che la culla delle rivolte popolari coreane è sempre stata la regione del Cholla che è una regione a sud della Corea Meridionale e da lì sono partite più volte reazioni sempre più violente ed esasperate allo straniero e dunque anche le basi ideologiche dei movimenti nazionalisti moderni a destra e a sinistra nella Corea attuale. Invece l’aspro territorio settentrionale è stato più volte area di rifugio ed attività di ogni movimento organizzato per la difesa della “coreanità” con il valore aggiunto del, per loro,sacro monte Paektu sede di antichissimi miti e di simboli tanto che l’attuale dinastia Kim ne ha fatto poi luogo di presunta lotta partigiana antigiapponese. Oggi, alla luce degli avvenimenti passati, è forse possibile comprendere il comportamento della Corea del Nord che si autodefinisce “autentica erede” della vecchia Corea utilizzando la sua più antica denominazione di Corea quale Choson in antitesi all’attuale Corea del Sud che ha preso l’espressione più recente Daehan Minguk coniata all’indomani della fine della dominazione giapponese nel 1945. La Corea del Nord sta giustificando la sua politica di terrore poliziesco e di mantenimento dei privilegi della Elite supportante la classe dirigente con l’agitare le angosce di perdita di “coreanità” ed indipendenza dallo straniero. La propaganda nordcoreana è profondamente sciovinista più di quanto lo sia stato in tutte le altre dittature di matrice stalinista a cui il modello vagamente si ispira. Il regime si salda sulle passate esperienze autocratiche che hanno profondamente instillato nella coscienza dei coreani del nord, tagliati fuori dal mondo, i doveri del neoconfucianesmo senza contraddittorio. Non esiste alcuna possibilità di rivolta interna e il mutamento di regime non può essere attualmente possibile se non per azione esterna che non può essere accettata pacificamente appunto in virtù del traumatico passato e men che meno attraverso la guerra. Tuttavia la paranoia generata dall’insicurezza tipica di un clan mafioso ( la forza come mezzo e simbolo di legittimità ) potrebbe trascinare ancora una volta il piccolo popolo ( una ventina di milioni ) della vecchia Choson ad un altro rovinoso conflitto che forse potrebbe davvero chiudere tuttavia la lunga tragica parentesi della nazione coreana che è morta simbolicamente nel 1895 con l’assassinio dell’ultima regina della Corea, Myongsong ,per mano di agenti nipponici. 

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                         GABRIELE SUMA

mar 15, 2017 - Notizie    14 Comments

Affare Lusitania

La vicenda del Lusitania colpita e affondata il 7 maggio 1915 ( 1.198 morti fra passeggeri ed equipaggio ) ha luci e ombre ingiustamente rimosse dalla memoria collettiva da più di un secolo. La nave era stata una delle navi da crociera oceanica più grandi del mondo e l’orgoglio dell’ingegneria navale britannica. La stampa internazionale la reputava “inaffondabile” e assolutamente il top del lusso e dell’eleganza. Le sue doti principali erano l’elevata velocità e solide strutture di compartimenti stagni. Il battello si era guadagnato l’appellativo di Levriero del Mare per la sua linea elegante e per la sua straordinaria capacità di raggiungere venticinque nodi che poche navi civili della medesima classe potevano vantare. Le leggi navali britanniche prevedevano alcuni principi fondamentali per la costruzione e fra questi era la conversione per usi militari in caso di necessità. La Lusitania non era esclusa in considerazione anche dal fatto che la società proprietaria Cunard Line era stata finanziata con fondi pubblici del governo britannico. La nave da crociera poteva diventare un incrociatore con apposita installazione di sistemi d’arma in tempi rapidi in base a sezioni già predisposte in linea progettuale. La Lusitania aveva ricevuto modifiche preparatorie per un eventuale conversione militare già nel 1913 ancora prima dello scoppio della Prima Guerra Mondiale. Il governo britannico inoltre si era riservato il diritto di richiamarla in ogni momento anche durante una crociera in corso riservandosi ogni responsabilità sia in tempo di pace sia in guerra. Il conflitto contro la Germania si riteneva imminente per il timore espresso più volte da parte di Londra sullo sviluppo e la crescita della rivale per ragioni politiche,militari ed economiche di varia natura. L’Europa intera stava inesorabilmente precipitando nella catastrofe per un perverso meccanismo di alleanze ed accordi segreti che determinavano veri e propri blocchi militari contrapposti nonostante più di vent’anni di pace. La corsa al riarmo terrestre e navale era l’argomento più caratteristico dei giornali europei. Le grandi potenze avevano iniziato ad armare anche navi mercantili e civili e stava entrando in scena il sommergibile già conosciuto nelle sue prime forme dal tempo della Guerra di Secessione Americana.

Winston Churcill era Primo Lord dell’Ammiragliato al tempo della Lusitania e aveva espresso serie preoccupazioni sulla conservazione da parte inglese del dominio del mare. Egli aveva elaborato la possibilità di contrastare l’insidia tedesca con la militarizzazione della flotta mercantile come vitale risorsa per la soppravivenza del regno insulare. La sua tesi era anche frutto dei suoi studi di Storia Militare da cui aveva appreso il ruolo esercitato da corsari a danno dei convogli spagnoli con esito decisivo nella lunga competizione per il dominio dei mari.

Allo scoppio della guerra e ai primi affondamenti di mercantili britannici da parte dei sommergibili tedeschi si rendeva evidente il lato ipocrita di parte della stampa alleata che accusò i nemici di “pirateria” nonostante fossero utilizzati i medesimi mezzi utilizzati in passato dalla propria parte. La Germania, a sua volta, denunciava il blocco delle rotte commerciali di paesi neutrali da parte delle potenze alleate come un atto di “pirateria” . Entrambi i blocchi utilizzarono ogni mezzo disponibile della propaganda e della comunicazione per giustifcare i propri atti demonizzando quelli avversari.

La convenzione internazionale in uso al tempo a riguardo delle navi civili prevedeva la resa del battello al richiamo di unità militari e il dovere di queste ultime di non recare danno al personale. La militarizzazione dei battelli non da guerra rendeva formalmente superata la convenzione, ma le potenze alleate non si assumevano responsabilità con l’ausilio del cavillo legale del “blocco navale”. Le potenze alleate avevano stabilito il “blocco” in acque internazionali e territoriali delle potenze nemiche con il diritto legale in forza della capacità militare effettiva di mantenerlo. Il cavillo permise alle potenze alleate di ritenere invece “illegale” la dichiarazione di “zona di guerra” da parte tedesca del mare intorno alle Isole britanniche con la conseguenza che navi neutrali e navi civili non erano da ritenersi obiettivi militari autorizzati. Le navi civili transitanti la non riconosciuta “war zone” trasportavano non ufficialmente merci e personale militare ma la Germania non era ritenuta “autorizzata” ad attaccarle. Quindi i ripetuti avvisi germanici di rischio di affondamento in zona di guerra erano sistematicamente ignorati dalla stampa militante della parte alleata. Inoltre le agenzie responsabili come la Cunard non si erano impegnate a cambiare piani, allertare passeggeri e modificare le ordinazioni mentre i governi alleati non si assunsero i compiti di aumentare la sicurezza dei battelli civili.

I superstiti della Lusitania accusarono il governo britannico di mancata scorta e mancata assunzione di responsabilità quando essa fu sottoposta agli ordini diretti della marina inglese al momento del passaggio in zona di guerra. L’inchiesta decurtò, a porte chiuse, tutto il ruolo coperto dalla marina britannica sui movimenti della nave concentrandosi invece sull’incriminazione di valore propagandistico della Germania nonostante legittimi diritti in tempo di guerra. La vicenda della Lusitania, pur lontana nel tempo, è un chiaro avviso del ruolo enormemente pervasivo e manipolatore dei media a vantaggio di qualcuno e a danno di altri e di come certe costruzioni postume potessero diventare le uniche versioni riconosciute, specie quando una delle parti interessate ha conseguto il suo scopo.

La stampa americana, nonostante lo stato di neutralità, era ricca di opinioni contrastanti ma le testate più importanti erano allineate in quella parte di industriali e politici sostenitrice della amministrazione Wilson desiderosa di far coinvolgere più direttamente gli Stati Uniti nel conflitto in corso. Le osservazioni sulla dubbia legittimità delle rivendicazioni inglesi e i ripetuti avvisi di parte tedesca erano letteralmente ignorati come se non fossero mai esistiti. In un certo senso era in atto una censura e una manipolazione della realtà che in genere si tende a legare a regimi non democratici. In una certa misura la “tragedia” del Lusitania, diventata una strage di civili perpetrata da perfidi tedeschi riporta alla mente una delle osservazioni più acute del buon George Orwell :

una volta dimenticato l’atto della falsificazione, sarebbe esistito ne più ne meno, e cioè con lo stesso fondamento, con cui esistevano Carlomagno o Giulio Cesare

La demonizzazione dell’impero tedesco perdura tuttora nella memoria collettiva come risultato di un bombardamento mediatico che ha mescolato realtà e fantasia come tuttora si fa oggi in molti esempi e forse anche nelle maniere più efficaci. I media possono rimuovere dalla conoscenza collettiva conflitti e crisi geopolitiche per calcoli politici, economici e militari.

Nel mondo sono ancora in corso conflitti sanguinosi e distruttivi che non hanno copertura mediatica di massa e le informazioni possono essere solo ricevibili tramite l’internet quando non è bloccata o limitata dalla censura.

La vicenda del Lusitania è interessante anche per un altro aspetto di grande attualità per capire la direzione intrapresa dall’amministrazione Trump nelle ultime settimane. La dottrina America First si ricollega alle radici più autenticamente americane dell’isolazionismo e dell’unicità della nazione americana. George Washington aveva dichiarato testualmente nel 1793:

libero da connessioni politiche con qualsiasi altro paese, vederlo indipendente da tutti e sotto l’influenza di nessuno. In una parola : che abbia un carattere americano, così che le potenze europee si convincano che le nostre azioni sono per noi stessi e non per conto d’altri”.

Il pensiero di Washington è la base dell’attuale isolazionismo che enfatizza proprio la libertà di azione senza vincoli degli Stati Uniti per conseguire i propri interessi anche in contraddizione a vincoli morali. L’esperienza della Lusitania può indicare che la classe dirigente statunitense sarebbe anche disposta anche a sacrificare vite americane indipendentemente dalla giustizia in merito.

La stampa indipendente, tuttavia, aveva definito ipocrita il “grido di dolore” da parte della stampa militante e l’opinione più diffusa evidenziò l’ipocrizia delle classi dirigenti quando giocano sulle vite della gente per proprio tornaconto:

( … ) il fatto che nel caso del Lusitania ci sia stata perdita di vite umane è una circostanza dolorossima; la giustizia ci impone di vedere questa tragedia nella sua vera luce. Il Lusitania oggi solcherebbe le onde, non fosse per l’aperta dichiarazione di guerra alla popolazione civile tedesca. Uomini,donne e bambini,fatta dal governo britannico, e per l’aperta connivenza dell’amministrazione degli Stati Uniti in questa violazione delle leggi di umanità. La responsabilità del Lusitania e per la conseguente perdita di vite di non combattenti va equamente ripartita fra chi comanda a Londra e chi non comanda a Washington. La supina acquiescenza di questi ultimi, che avevano il compito di far valere i diritti americani, e che hanno mancato al compito di resistere alla violazione di tali diritti, non è meno responsabile per questa grande tragedia umana della colpa diretta del gabinetto britannico. ( Continental Times , 10 maggio 1915 ).

Queste parole rimandano alla mente le popolari teorie “cospirazionistiche” che sono nate proprio in america dove la grande democrazia, con i suoi pregi e difetti, ha da sempre instillato nei cittadini il dubbio nei confronti dell’Autorità. A differenza di altre civiltà e nazioni la Repubblica Stellata è tale solo se è sostenuta e difesa dai suoi cittadini come meglio viene spiegato nelle parole del Presidente John Fritzgerald Kennedy nel 1963:

Non chiederti cosa il tuo Paese può fare per te , chiediti cosa pioi fare tu per il tuo Paese”

Il concetto cardine dell’indipendenza del pensiero e della lotta contro ogni manipolazione ha consentito agli americani di rivedere le proprie convinzioni in maniera più aperta rispetto a quello che invece avviene nel resto del mondo.

Un illuminante esempio di come in America ancora prima dell’avvento dei Social Media un lettore poteva esprimere un opinione molto pragmatica nonostante il “lavaggio del cervello” di massa:

(…) chiediamoci cosa dovrebbe fare se ci ritrovassimo nella medesima situazione in cui si trova oggi la Germania. L’Inghilterra effettua concretamente il blocco intorno alla Germania e ha annunciato al mondo che farà morire di fame la nazione tedesca. La Germania è costretta a usare l’arma di rappresaglia più potente della quale dispone contro I suoi nemici : il sommergibile. Sono riconosciuti i sommergibili, nell’armamento di un governo, come strumenti di protezione dei diritti di una nazione, da impiegare come macchine di distruzione in tempo di guerra ? In caso negativo, smettiamola con la nostra ipocrisia : prendiamo i nostri sommergibili e facciamoli saltare in mille pezzi, dimostrando così al mondo che la nostra professione di fede cristiana è autentica e non una maschera vacua e fallace ( …) ( Washington Post 13 giugno 1915 )

Le opinioni tuttavia, come al tempo e come ora, non sono servite per impedire che la maggioranza meno attiva nell’informazione potesse adottare come propria la ricostruzione di comodo del Potere. L’affondamento della Lusitania era diventato un crimine diretto da parte nientemeno del Kaiser secondo l’accusa da parte della Commissione d’inchiesta di Kinsale che aveva acquisito l’esclusiva giuridizione sul caso nel Maggio del 1915. La sentenza si era subito arricchita di espressioni tali da colpire l’immaginazione e I sentimenti del pubblico nei modi a noi famigliari quando qualcosa ci deve suscitare indignazione e orrore.

Negli annali della pirateria non esiste niente di paragonabile, per efferatezza sfrenata e irresponsabile, alla distruzione della Lusitania. La domanda ora è questa: che cosa faremo ? Siamo alla mercè dell’Hohenzollern pazzo, non solo attraverso gli emissari che propagano il suo odioso sistema di governo e le sue vili teorie di casta proclamate con ostentata superiorità alle nostre porte, ma anche portando la guerra di conquista e di assassinio a tagliare la linea dei nostri transiti e viaggi in alto mare, dove abbiamo il diritto di navigare come ci pare, senza permessi o inceppi di uomo o monarca ( …) ( Courier Journal – Kentucky – 11 Maggio 1915 )

Qualcosa che ci rimanda alla stessa indignazione, nel torto e nella ragione, in ogni situazione dove la parte avversa o resa tale assume l’aspetto di qualcosa di mostruoso e la propria parte invece difende veri o presunti diritti. Quando il nemico non ci assomiglia più nemmeno nell’aspetto umano, l’istinto naturale di non uccidere un altro essere umano si riduce, alla fine, ad un astratto bersaglio elettronico.

Oggi siamo tutti circondati da mostri e crociati, eroi e da criminali come spettatori di un orrenda rappresentazione ma si può conservare la propria umanità e la libertà solo se continueremo a pensare e a ragionare di propria testa.

GABRIELE SUMA

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