mar 27, 2021 - Notizie    2 Comments

Il Fuoco Atomico

Conosciamo tutti Chernobyl, l’inferno provocato dall’errore umano e simbolo dei pericoli dell’Atomo, destinato a diventare il cuore della “Pompei del XX secolo” forse per sempre. Ha colpito l’immaginario di tutti, specie noi europei che abbiamo anche affrontato le conseguenze talvolta oltre il razionale quando si sollevò la nube mortale sui cieli del continente lambendo anche il nostro. Accogliendo bambini e rinunciando al latte avevamo anche rinunciato al nucleare, forse sbagliando, forse no.

Abbiamo dato quindi un nome alle nostre paure nei confronti del terribile fuoco invisibile che può distruggere le nostre cellule e fare a pezzi il nostro codice genetico lasciandoci così poi morire lentamente.

Nel mondo opaco oltrecortina, durante la guerra fredda, ci sono stati però altri incidenti simili che per varie ragioni non superarono la coltre della censura di Stato. Nel cuore del fu “impero sovietico”,così coniato dal presidente degli Stati Uniti Reagan al crepuscolo della Guerra Fredda, si era consumata una tragedia di scala ben peggiore di quella di Chernobyl.

Nel 1948, all’alba della Guerra Fredda, nel paese governato con pugno di ferro dal sempre più inflessibile dittatore georgiano erano stati completati i lavori per il primo reattore di plutonio che era usato per le bombe atomiche presso Majak nell’area amministrativa di Celjabinsk al confine dell’allora repubblica sovietica del Kazakistan. La sede era stata scelta perchè interconnessa con numerosi altri impianti industriali,raffinerie e complessi minerari di alto valore strategico. Il plutonio sarebbe servito poi per la realizzazione della bomba fatta esplodere l’anno successivo in Kazakistan per annunciare al mondo intero della fine del monopolio americano sulle atomiche.

Alcuni anni dopo si moltiplicarono reattori e depositi di materiale radioattivo sul suolo sovietico, perseguendo contemporanamente obiettivi militari e civili considerando la consueta duplice natura della tecnologia sovietica più di quanto avveniva nel mondo capitalista del “Complesso Militare” e non solo durante la guerra fredda. Nel 1957 qualcosa di catastrofico stava per accadere nell’epicentro che prende il nome di Kystym, meglio anche ricordato con il nome di Majak poco distante e uno dei primi siti che hanno dato origine all’atomo sovietico. Si tratta di una zona di cui pochi conoscevano l’esistenza e le carte geografiche prodotte in URSS non riportavano per ragioni militari. I lavoratori erano obbligati a non dire nulla a nessuno del posto dove venivano anche prodotti in serie carri armati. Il governo aveva imposto una rigida censura da legge marziale su ogni forma di attività in corso nonostante i servizi segreti occidentali tramite satelliti e canali informativi ne avessero piena conoscenza pur non divulgando al pubblico. L’equilibrio ecologico era stato ormai irrimedialmente destabilizzato dalla pratica di scaricare scorie chimiche nel sistema idrico e si aggiunge a ciò anche il pessimo stato di sicurezza dei depositi destinati a raccogliere i rifiuti radioattivi. I depositi contenevano decine di tonnellate di materiale nucleare e c’era poco controllo sull’equilibrio delicato del decadimento che produceva aumento di temperatura pericolosamente al limite. Nel 1957, in una fredda giornata di settembre, si era raggiunto il punto di rottura con una improvvisa pressione sulle superfici contenitive tale da trasformare uno dei serbatoi in una gigantesca pentola a pressione. In poco tempo avvenne una terribile esplosione che fece scaraventare in aria il coperchio pur pesante parecchie tonnelate e devastando altri serbatoi. Nell’inferno, si erano liberate nell’atmosfera particelle radioattive nella quantità pari al doppio di quella prodotta da Chernobyl decenni dopo.

Successivamente la nube contaminò un’area vastissima costringendo migliaia di lavoratori con relative famiglie ad evacuare però senza sapere cosa stesse succedendo poiché il governo sovietico ritenne un segreto militare ogni riferimento alle radiazioni. La catastrofe ha segnato a lungo la zona considerando che ancora negli anni ’60 non cresceva più nulla. Pochi anni dopo nelle vicinanze una forte siccità provocò il prosciugamento del lago Karacaj usato per lo smaltimento delle scorie che si erano così sedimentate negli anni sul letto. L’eliminazione della barriera chimica dell’acqua fece liberare nell’atmosfera altre particelle radioattive aggiungendosi alle conseguenze del passato disastro atomico.

Così persero casa mezzo milione di civili mentre il lago praticamente cessò di esistere essendosi riempito di cemento per chiudere la terribile fornace.

Passarono ancora alcuni anni e nella ormai martoriata area, dalle parti di Ekaterinburg ( luogo ben noto per eccidio della famiglia Romanov ), si fuse il reattore della centrale di Belojarsk nel 1977, la stessa centrale è stata pure oggetto di incendi l’anno successivo con diverse vittime. Un disastro immediatamente tenuto segreto.

Purtroppo alla tragedia si unisce così la commedia amara dalle pagine della rivista Life, numero 1985, poco prima del grande dramma che noi tutti conosciamo. Lev Feoktistov al tempo vicedirettore dell’Istituto dell’Energia Atomica dell’URSS affermò orgoglioso:

“nei trent’anni trascorsi dall’apertura della prima centrale nucleare sovietica, non vi è stato un solo caso in cui il personale dell’impianto o i residenti delle vicinanze siano stati messi a rischio: non si è verificato un singolo guasto nel normale funzionamento degli impianti che potesse avere come risultato la contaminazione dell’aria,acqua o suolo. Studi approfonditi condotti in Unione Sovietica hanno dimostrato che le centrali nucleari non influiscono negativamente sulla salute della popolazione”

Oggi nel 2021 ancora il terribile Piede di Elefante giace nei sotterranei della distrutta sede del Reattore Numero Quattro, continuando ad emettere fuoco invisibile che uccide. Al centro della Zona di Esclusione dove centinaia di simboli dell’Uomo si stanno disgregando fra alberi e rovi, nel silenzio che non è neppure rotto dagli animali.

GABRIELE SUMA

2 Comments

  • La capacità dell’uomo di influire sull’ambiente è molto elevata.Purtroppo il primo motore è quasi sempre il profitto e questo sovente annulla la prudenza e il buon senso.Poi si è costretti a pensare ” chi è causa del suo mal…
    Purtroppo nella storia dell’uomo è andata troppo spesso così.

    • assolutamente vero, si spera di trarre insegnamento per poter possibilmente evitare il ripetersi…si spera almeno, umanamente.

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