mar 5, 2018 - Notizie    2 Comments

Ombra della Tigre

L’esplosivo dinamismo del “Drago Cinese” è uno degli argomenti più dibattuti negli ultimi anni. Gli osservatori, spesso non “addetti ai lavori” sulla complessa scienza dell’Economia, hanno dichiarato il prossimo avvento di un secolo cinese piuttosto che quello del secolo americano dopo la fine del cosidetto secolo breve coniato dal politologo Francis Fukuyama all’indomani del collasso dell’Unione Sovietica alla fine del Ventesimo Secolo.

La tendenza a definire segmento temporale è discutibile ma valida per configurare un punto di vista sul mondo. La percezione del mondo, nell’ambito degli studi socio-economici, esige un punto privilegiato di osservazione come l’occidente anche da parte di osservatori e studiosi non occidentali come forma di “rivalsa” ideologica.

L’Occidente, come un insieme di paesi uniti da comuni tratti di varia natura, è usato come metro di paragone e obiettivo di competizione per giudicare l’evoluzione dei paesi e civiltà posti oltre l’area. L’attitudine a giudicare il “progresso” tecnico e culturale dei paesi orientali, usando come metro valutativo il passato storico dei paesi occidentali, ha radici lontanissime. La storiografia si è sviluppata in Oriente ma i greci sono stati i primi, secondo la comune tesi, a studiare la storia di altre civiltà come forma di propaganda.

Gli esempi più classici sono le cronache sulle civiltà asiatiche ( l’Asia meglio conosciuta dai greci era quello che oggi si intende Medio Oriente ) e principalmente l’Impero Persiano che diventava tutto quello che era contrapposto alla grecità, l’Europa senza compromessi.

Una visione, Occidente contro Oriente, riproposta continuamente fino ad oggi giustificando guerre e forme di competizione quando la superiorità tecnologica e militare delle potenze europee prevaleva.

Quando la Russia fu sconfitta dal Giappone nel 1905 lo shock pose fine alle certezze plurisecolari. Da quel momento l’Asia da misteriosa terra di conquista era nuovamente tornata ad essere diversa come totale opposizione rafforzata dalla formidabile barriera linguistica.

L’alfabeto latino e gli ideogrammi e altri opposti caratteri delineano già incomunicabilità rendendo facili i sentimenti di diffidenza,ostilità e paura.

I paesi asiatici nel XX secolo hanno iniziato a mettere in discussione la superiorità occidentale dapprima imitando ed imparando i bianchi poi combattendoli con le loro stesse armi ed ideologie.

Il Giappone fu la prima nazione asiatica a sviluppare il nazionalismo con intenzione di sostituire il colonialismo occidentale con quello giapponese prendendone in prestito, in peggio, i miti di superiorità etnica e culturale. Durante la guerra, i giapponesi abbandonarono gli aspetti più estremi del Nanshin Ron ( 南進論 ) in nome di un estensione del diritto alla propria identità asiatica contro l’Occidente secondo quanto stabilito dalla Conferenza della Grande Asia Orientale tenuta a Tokyo nel 1943.

I giapponesi, che avevano adottato il nazionalismo occidentale per propri interessi, avevano indotto tutti gli altri popoli del continente “giallo” ad elaborare proprie forme di nazionalismo e processi identitari con gli strumenti teorici e militari dell’Occidente.

I processi di decolonialismo in Asia sono la conseguenza di necessità militari ( supporto alleato e lotta anti-giapponese ) ed influenze culturali sotto il dominio nipponico. La Cina si è trasformata radicalmente proprio per i traumi della brutale occupazione giapponese e la dittatura maoista ha contribuito a chudere la Terra di Mezzo per esigenze di rielaborazione di un identità cinese che alla fine risulta,oggi, in parte nuova o “reinventata” come è stato per il Giappone nel XIX secolo.

Il regime post-maoista esaspera la cinesità in tutti i campi giustificando l’atteggiamento come reazione alle umiliazioni subite nel passato. Lo spettro del Caos domina ogni dibattito se viene messo in discussione il principio della gerarchia confuciana e della ubbidienza all’Imperatore rappresentato dal potere del Partito ( sempre più dominato da una nuova forma di dittatura personale in seguito a recenti riforme ). I rimandi ai fasti del passato imperiale e all’epica dei miti tradizionali sono continui in molte forme di comunicazione di massa con modi sinistramente simili a quelli adottati in Giappone dal 1868 alla Seconda Guerra Mondiale. Il governo cinese, abbandonando la prudente politica di Deng Xiaoping del profilo basso nei confronti dell’Occidente, prepara la collettività all’avventura dell’Asia agli asiatici stavolta sotto la guida di Pechino anche a rischio di possibili confronti militari. Gli attuali avvenimenti quali la militarizzazione del Mare Cinese Meridionale, i grandiosi piani della Via della Seta e radicali riforme possono essere il preludio di prossimi anni interessanti in considerazione della inquietante similitudine con l’esperienza storica del Giappone. La Cina non nasconde il suo punto debole quale la crescente fame energetica così come è stato per il Giappone. Lo straordinario dinamismo economico del Celeste Impero richiede enormi risorse di petrolio e gas da tutto il mondo e il governo ritiene potenzialmente minacciate le sue vitali vene giugulari se non opportunamente assicurate con aggressive quanto abili campagne di espansione militare e politica. Una forma di imperialismo mascherato da abili campagne diplomatiche e culturali come è chiaramente espresso dall’atteggiamento di Pechino con i vicini sulla questione del Mare Cinese Meridionale come una questione appunto fra le sole potenze nella regione escludendo ogni interferenza esterna principalmente dagli USA simbolo più evidente dell’Occidente.

L’ossessivo richiamo a diritti storici,l’effettiva presenza militare nell’area disputata e gli effetti generali di egemonia richiamano alla mente l’atteggiamento aggressivo e sordo da parte del Giappone sui suoi diritti acquisiti con le armi poco prima della Seconda Guerra Mondiale. Gli USA avevano usato come pretesto i diritti della Porta Aperta alla Cina per limitare la potenza nipponica che era stata paradossalmente stimolata contro la Russia in altre circostanze. La Cina è uscita dal suo isolamento internazionale come contrappeso alla potenza sovietica per diventare,ora, un ostacolo agli interessi geopolitici della Repubblica Stellata che si sta impegnando a “contenere” l’attività di Pechino con simili metodi, stavolta in difesa dei diritti della navigazione in zona non riconosciuta come esclusiva cinese.

Il nazionalismo cinese può essere pericoloso per il previsto rallentamento della crescita nei prossimi anni. Gli studiosi si domandano se l’autoritarismo e il paternalismo del nuovo “timoniere” Xi Jinping impediranno alla Cina di precipitare in uno stato di coma come è avvenuto per il Giappone alla fine degli anni ’80 pur in condizioni diverse. L’Economia giapponese subì un colpo durissimo per le speculazioni nel mercato del mattone e burocrazia, quella cinese si ritrova invece a crescere e ad espandersi ma pure il debito accumulato dalle amministrazioni provinciali sta correndo generando anche corruzione e sprechi a tutti i livelli. L’assenza di tutela del copyright e crescenti costi per burocrazia e corruzione stanno rendendo il mercato cinese sempre meno appetibile per gli investitori stranieri che stanno lentamente spostando attività altrove, specialmente nella penisola indocinese. La superpotenza economica cinese reagisce alla “fuga” dei capitali inseguendoli e coinvolgendoli ancora a sè in moltissimi modi diversi dall’Africa al Sudamerica dove l’imprenditoria occidentale ha ceduto terreno.

Il dinamismo del Dragone nell’arena internazionale segna una differenza capitale rispetto a quello espresso dal Giappone nei suoi migliori anni di intraprendenza economica. Il mondo politico ed economico statunitense teneva d’occhio la crescita del Giappone così come oggi nei riguardi della Cina. I politici americani pubblicamente distrussero esempi di tecnologia nipponica e una guerra economica c’è stata senza esclusione di colpi nel tentativo di tenere fuori il mercato americano,in particolare auto e hi-tech, dalle merci nipponiche. Gli imprenditori americani accusavano il Giappone di “scorretezza” nell’esportare e contemporaneamente limitare l’ingresso della produzione americana nel mercato giapponese. Una situazione che persiste tuttora e che,in parte, spiega il collasso del vecchio sistema Fordiano e le industrie pesanti in rovina disseminate nel territorio dell’Unione dopo le selvagge “battaglie” della guerra economica combattuta negli anni ’80 fra i due giganti separati dal Pacifico.

La medesima situazione si sta ripetendo con il neo-protezionismo dell’amministrazione Trump che ha recentemente alzato barriere sulle importazioni. L’esperienza storica ci insegna che, quando si inizia ad alzare barriere, i governi possono provocare pericolose situazioni al limite quasi dello scontro armato. Le politiche protezionistiche delle potenze europee furono una delle cause dello scoppio della Grande Guerra e l’espansionismo nazionalsocialista nell’ultima guerra era anche pure esso in parte spiegabile con logiche di competizione commerciale.

La feroce guerra commerciale nippo-americana degli anni ’80 non sfociò nello scontro vero e proprio perchè il Giappone era un nano militare e vincolato ai trattati dopo la sconfitta della Seconda Guerra Mondiale. La guerra commerciale contro la Cina potrebbe invece comportare situazioni che possono essere incontrollabili. L’Asia è caratterizzata da frontiere densamente militarizzate che dividono regimi democratici dalle dittature. La corsa al riarmo è un argomento frequente sui giornali locali come pure continue rivendicazioni territoriali per veri o presunti diritti storici. Interessi economici e politici vengono abilmente mascherati sotto una superficie di principi di legittimità determinata da manipolazioni di fonti storiche anche molto distanti nel tempo.

La Cina, di fronte ai dazi, potrebbe rispondere con contromisure anche di natura militare con la conseguenza di aprire una sorta di “guerra fredda”. Pechino ha già installato sistemi d’arma e personale su isole artificiali nel Mare Cinese Meridionale e potrebbe continuare a sedurre o provocare gli alleati degli USA come nel primo caso del Vietnam e nell’ultimo a riguardo del Giappone.

Gli esperti stanno osservando che la Cina sta iniziando a mostrare segni di ansia sulla sostenibilità della propria economia afflitta dal galoppante debito contratto per le imponenti spese da parte dei servizi ed infrastrutture a livello provinciale. Il governo centrale ha imposto limiti all’indebitamento e da anni sta facendo fallire e chiudere numerose aziende dichiarate in bancarotta a differenza di quanto è stato fatto in molti regimi autoritari, specialmente nell’Italia fascista che aveva creato un ente apposito per il salvataggio delle imprese fallite. Il collasso degli enormi stabilimenti industriali di età maoista e l’instabilità delle piccole e medie imprese stanno mettendo sotto fortissima pressione il sistema bancario e generando tensioni sociali per la disoccupazione e circoli viziosi dei debiti contratti dalle famiglie più vulnerabili. La combinazione dell’urbanizzazione dei contadini e di caos del sistema delle imprese e del lavoro sono diventati alcuni degli elementi di una “bomba” sul punto di scoppiare nel sistema-paese dell’Impero di Mezzo.

L’attivismo della politica estera è, in parte, spiegata dagli enormi problemi interni. La politica spregiudicata della China First inevitabilmente finirà per contrapporsi a quella,altrettanto spregiudicata, dell’America First. Entrambe le potenze sono afflitte da nodi irrisolti dei propri sistemi credendo di poter risolvere con ogni mezzo anche a discapito degli interessi di altri attori nell’arena internazionale. La politica contradditoria di Trump a riguardo dei propri alleati,Corea e Giappone e l’ambiguità cinese nei confronti della Corea del Nord indicano un tragico revival del Grande Gioco che animava la conflittuale relazione fra l’Impero Britannico e l’Impero Russo a spese di popoli e stati dell’Asia Centrale.

La campagna britannica in Afghanistan fu lanciata nel tentativo di usare come pedina da gioco da tavolo un intero regno, complesso e antico e profondamente orgoglioso per “giocare” contro la Russia che a sua volta stava manipolando la Persia. Nel 1841 migliaia di indiani,inglesi e afghani leali al re fantoccio Shah Shuja subirono atroci sofferenze ritirandosi da Kabul durante il periodo più duro dell’inverno. Il tragico episodio è uno dei migliori esempi per cui disegni politici fatti a tavolino potevano e possono tuttora sconvolgere, con un tratto di penna, numerose vite umane, distruggendo le società. Le grandi potenze e i meccanismi dell’economia attuale ora non segnano più con la matita le frontiere ma disputano su “spazi vitali” di risorse energetiche usando popoli e nazioni delle aree interessate. Uno scenario che George Orwell aveva già delineato nel suo capolavoro 1984 quando descriveva i “territori disputati” dalle superpotenze in un area delimitata ai vertici da Tangeri,Brazzaville,Darwin e Hong Kong che corrisponde all’Africa settentrionale,Medio Oriente,Oceano indiano ed Indonesia oggi colpite da continue crisi e guerre alimentate e supportate da tutte le grandi potenze in totale disprezzo per la vita umana.

GABRIELE SUMA

2 Comments

  • Il mondo è davvero diventato il villaggio globale ed ogni avvenimento per quanto geograficamente lontano à come se si concretasse accanto alla tua casa e mette in gioco la tua stessa esistenza.
    La storia non cambia.Cambiano solo le dimensioni delle parti in causa,da piccole tribù a grandi potenze.
    La sola cosa che gli uomini sembrano saper fare è quella meno ragionevole di tutte:mostrare i denti.
    Il tuo articolo è bello e pienamente nello spirito che anima il blog:il piacere della conversazione.

    • “Se la storia si ripete, e accade sempre l’inatteso, quanto incapace dev’essere l’Uomo a imparare dall’esperienza” George Bernard Shaw, purtroppo la Storia non è uno Spirito che si evolve seguendo un disegno. Gli uomini la fanno la Storia con tutte le conseguenze del caso.

      La ringrazio per il giudizio, continuerò a pubblicare per il diletto mio e vostro :)

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