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ott 29, 2018 - Notizie    10 Comments

Halloween mediterraneo

La fine dell’inverno, fin dai più antichi tempi, era celebrata da molte civiltà con diversi riti per il giubilo e il ringraziamento.

 Molte feste erano caratterizzate da balli con accompagnamento di cibi e bevande per allietare anima e corpo dopo i patimenti subiti. Gli antichi greci erano noti per celebrare con gare atletiche e musicali dedicate in particolare a Dionisio dio del vino e dei piaceri. I fedeli aprivano i rituali con la distribuzione del vino conservato in botti deposte all’interno del santuario. Il liquido veniva conservato in recipienti che venivano poi riportati nelle case per il giorno successivo. I sacerdoti,infine, davano il segnale tanto atteso per aprire le brocche e bere il contenuto in onore alla divinità. I fedeli consumavano il proprio vino in atteggiamento molto serio senza alcun contatto con altri.

 L’atteggiamento potrebbe sembrare strano per una civiltà caratterizzata da frequenti momenti di comunità. La spiegazione è data proprio dal significato speciale di questa particolare festività dionisiaca che prende il nome di Antesteria dal nome dell’ Antesterione ottavo mese del calendario attico. Le porte venivano spalmate di pece ritenuta una barriera formidabile per proteggere i fedeli durante la bevitura rigorosamente fatta in solitudine e in silenzio. I greci ritenevano che gli spiriti dei morti risiedessero in un mondo sotterraneo chiamato Ade che poteva comunicare con il mondo dei vivi attraverso fenditure sulla superficie proprio nei giorni dell’Antesterione. I morti erano temuti e tenuti lontano usando vari amuleti fra cui più comunemente delle foglie di ramno conosciute per molte proprietà magiche.

 Esiste un altro motivo, della non condivisione del vino,basato invece sul mito, poco noto, di Oreste che era fuggito in Atene dopo aver ucciso la propria madre assassina del proprio marito, e padre di Oreste, Agamennone di ritorno da Troia. Il matricidio era un reato gravissimo che condannava il colpevole all’allontanamento in ogni circostanza anche in assenza di prigionia. In tal caso Oreste era condannato a bere da solo senza la compagnia di nessuno.

Dopo il rituale della bevitura, i fedeli uscivano dalle proprie case per tornare al santuario restituendo i recipienti usati ed effettuando gesti di scongiuro finali per decontaminare il luogo invaso dai morti. La giornata terminava con l’arrivo di una processione proceduta un sacerdote che rivestiva il ruolo di Dionisio. La processione era costituita da donne che accompagnavano una sacerdotessa scelta per il rituale accoppiamento con Dionisio in un area sacra della residenza dell’Arconte di Atene.

 La festa continuava il giorno dopo con più sobrietà di nuovo nelle case. La sbornia scatenata del giorno prima lasciava il passo al lavoro intenso per cucinare speciali focacce destinate ai morti per chiedere loro di ritornare nell’Ade. Le focacce venivano offerte ad Hermes, il dio messaggero, per portarle in dono ai morti.

 Il rituale del dono ad Hermes chiudeva ufficialmente la festa, i dettagli sono scarsi ma le modalità ricordano le attuali festività sia cristiane che politeistiche attuali, in particolare nell’Obon giapponese. Zenobio, sofista ed autore di proverbi, riporta la storia con una frase rituale, secondo l’autore, usata per la chiusura della festività “Thyraze,Kares,ouk et Antesheria” ( tornate alla porta, defunti o schiavi, che la festa è finita ) che lascia tuttora dubbi sul significato di kares che potrebbe significare sia i morti sia gli schiavi poiché era di usanza, come in alcune festività cristiane, annullare le differenze sociali e permettere a tutti gli strati sociali la partecipazione dei rituali.

 Durante la preparazione delle focacce, le fanciulle libere giocavano all’altalena; non si trattava di un semplice passatempo ma di un altro rituale di purificazione legato ad un altro mito relativo alla fanciulla Erigone che si suicidò in seguito all’uccisione del padre Icario. La leggenda vuole che molte altre fanciulle seguirono il fato di Erigone per la pazzia provocata dal fantasma vendicativo della giovane suicida. Il popolo di Atene, disperato per i lutti, chiese responso all’Oracolo di Apollo che consigliò di inventare l’altalena per permettere alle ragazze di dondolare come impiccate per ingannare lo spettro.

 Infine, come nella parte finale della Notte sul Monte Calvo di Petrovic Musorgskij,resa famosa con Fantasia da Walt Disney, il turbinio di orrori,maledizioni e fantasmi sfumava come la notte al primo albeggiare con i sapori di focacce fatte di semi e miele. Il vino, rosso come il sangue e caldo come il fuoco della vita, tornava ad essere amichevole accompagnamento non più contro i morti ma per i propri sogni,ambizioni e desideri in attesa del loro ritorno nell’anno venire.

GABRIELE SUMA

ago 4, 2018 - Notizie    4 Comments

Anabasi Britannica

Le guerre in corso rimandano alla memoria l’epoca dell’imperialismo ottocentesco. Le regioni interessate da conflitti, tra l’altro, corrispondono alle aree colpite da simili calamità. Le devastazioni e le sofferenze subite dalla popolazione civile si ripetono ciclicamente per ragioni di strategie geopolitiche non mutate in sostanza dai tempi della “Great Game” del XIX secolo. Gli obiettivi sono cambiati nella natura ( forme di energie e passaggi commerciali invece di territorio ed influenza ) ma le modalità in cui operano gli “attori” ( le potenze coinvolte ) sono ancora le stesse. Gli USA agiscono perseguendo l’obiettivo di conquistare e conservare il controllo della “periferia” della grande massa continentale euroasiatica secondo la famosa dottrina di Halford Mackinder che aveva studiato proprio la storia delle guerre imperiali combattute dalla Gran Bretagna negli anni di maggiore apogeo dell’età vittoriana del XIX secolo.

Il geniale geografo di Sua Maestà ( Edoardo VII all’epoca della pubblicazione dei lavori di Mackinder nel 1904-1905 ) aveva intuito che una Talassocrazia, all’epoca UK e oggi USA, doveva impedire il controllo dell’Eurasia da parte di una sola potenza con tutti i mezzi,diplomatici e militari, mirati sopratutto a quello che l’autore riteneva i “margini” della massa continentale. I territori “contesi” corrispondevano, e corrispondono mirabilmente tuttora, ad una fascia territoriale relaticvamente vasta e generica denominata “Rimland” dal Mar Baltico allo Stretto di Bering. Il Rimland era intesa come un area di competizione caratterizzata da logiche di “gioco a somma zero” per contrastare una potenza dominante la cosidetta Heartland facilmente identificabile, all’epoca e ancora oggi, nella Russia.

La percezione della Russia come minaccia agli interessi globali è stata una delle motivazioni che spinsero l’Impero Britannico a trascurare le complessità storiche e culturali di vaste aree non comprensibili all’ottica degli occidentali. La “guerra fredda” contro la Russia ha radici lontanissime e combattuta variabimente da ogni grande potenza nel corso dei secoli ma inaugurata ufficialmente con la Guerra di Crimea nel 1853. La Gran Bretagna ha combattuto Napoleone per impedire di “buttare via la mappa dell’Europa” ed era ancora determinata a fare lo stesso con la Russia uscita come grande potenza proprio per il suo ruolo decisivo contro l’aquila francese.

Tale contesto fu la premessa del peggior disastro mai subito dall’Impero Brtannico all’apogeo della sua potenza.

L’Afghanistan, la Tomba degli Imperi, era oggetto di grandi attenzioni da parte della Gran Bretagna per la sua posizione geografica nel generale contesto geopolitico in atto nei primi anni ’30 del XIX secolo. L’Impero Russo, governato con energia e tenacia da Alessandro II, aveva, da alcuni anni prima, strappato vasti territori alla Persia. La dinastia persiana Qajar, a sua volta, fece guerra al confinante Afghanistan per compensare le perdite territoriali subite. L’Inghilterra ebbe, in quel momento, seriamente timore di vedere direttamente minacciati i domini estesi su buona parte dell’India settentrionale.

Londra spedì, come plenipotenziario e rappresentante del governo George Eden Auckland alla Compagnia delle Indie che amministrava, in nome della Corona, vasti territori del Subcontinente. Egli subito mobilitò ogni risorsa per cercare di allineare l’Afghanistan alla parte britannica. Intensa attività diplomatica fu la conseguenza di nuove e sempre più estese incursioni persiane. L’area era governata da numerosi clan tribali spesso più in lotta fra loro che contro invasori stranieri. Nel periodo in questione ( 1838 ) la formale capitale,Kabul, era sotto il dominio del clan Barukzai che aveva espulso dal trono il sovrano Mahmoud dei Saduzai dopo poco tempo dalla sua salita al trono cacciando a sua volta il fratello minore Shuja Ul-Mulk.

La fragilità del potere centrale favoriva l’intraprendenza persiana spingendo i britannici ad entrare in azione decidendo di sostenere Shuja nella riconquista del trono perduto. Il comandante in capo dell’Esercito Sir Henry Fane espresse forte opposizione al piano di Auckland ma propose di rafforzare le forze destinate a supportare la spedizione come necessaria condizione per il successo. Il Governo di Sua Maestà, la giovane regina Vittoria, mise a disposizione ingenti forze fra fanteria e cavalleria in gran parte truppe indigene sipahi di Bombay e Bengala.

Il governatore di Bombay Mountstuart Elphinstone nutriva forti perplessità sulle possibilità di successo cercando di far notare le tremende difficoltà logistiche per una forza di spedizione di simili dimensioni in un territorio aspro e ostile quale era l’Afghanistan. Il governo fece orecchie di mercante alle ripetute rimostranze autorizzando il proseguimento della missione. L’obiettivo era reinstallare come “fantoccio” il pretendente legittimo senza alcuna prospettiva di lungo periodo poiché Londra prevedeva il ritiro della spedizione sottovalutando o trascurando le reali caratteristiche dello scenario. Una classica situazione di operazioni fatte a tavolino senza alcuna diretta conoscenza del luogo con obiettivi irrealistici e spesso di breve termine per immediati vantaggi del potere politico del momento.

L’armata di spedizione completò i preparativi in meno di un anno per procedere all’invasione dell’Afghanistan il 10 marzo 1839 attraverso il Passo di Bolan, unico ingresso possibile per un esercito proveniente dal Subcontinente indiano. Sir Alexander Burnes, uno dei più famosi agenti dei servizi britannici dell’epoca, accompagnava l’armata per prendere contatti con le varie tribù locali per facilitare la marcia verso la capitale,Kabul.

La situazione divenne fin da subito un incubo per l’insufficiente organizzazione logistica e moltissimi bagagli dovettero essere abbandonati mentre molti soldati iniziavano a subire gravi sintomi psicofisici per la penuria di cibo e acqua. Gli alleati afghani suggerivano di razziare la regione per requisire le razioni ma gli inglesi opposero un secco rifiuto. Kandahar era un insediamento fortificato che si trovava a metà strada per Kabul ma la guarnigione lo abbandonò permettendo agli esausti sudditi di Sua Maestà di recuperare le forze.

La popolazione locale accolse freddamente l’armata e il “fantoccio” Shuja era particolarmente inviso. Gli inglesi, ridotti allo stremo, decisero di sospendere ogni operazione per ripristinare le scorte. La marcia fu ripresa il 29 giugno con l’intento di raggiungere Kabul prima dell’arrivo dell’inverno.

Durante la marcia la cittadella fortificata di Ghazni oppose una strenua resistenza subendo terribili massacri da parte delle spietate truppe indiane e afghane della Regina. La caduta di Ghazni provocò divisioni fra le tribù fedeli a Kabul che divenne, di conseguenza,“città aperta” per i vincitori.

Le truppe britanniche entrarono a Kabul il 6 agosto installando sul trono Shuja con l’intento di ritornare indietro “a casa”. Il governo di Londra sottovalutò la complessità politica del regno afghano e non si rese conto bene della scarsa popolarità del regime “fantoccio” mentre La regina Vittoria era distratta da scandali interni nella sua corte ( Hastings Affair ).

Il Primo Ministro William Lamb Melbourne diede,inoltre, le dimissioni per una crisi di governo lasciando irrisolta la questione afghana dopo un promettente inizio.

Gli inglesi, mentre si svolgeva il dramma a Londra, installarono una nutrita guarnigione in un’area indifendibile di Kabul trascurando le più elementari necessità di sicurezza nel prospetto dell’imminente ritiro in India. Il contendente Dost Mohamed, fuggito da Kabul, venne catturato ed esiliato mentre il primogenito Akbar Khan riuscì a sfuggire per nascondersi e riorganizzare la rivolta contro il fantoccio Shuja.

Dopo due anni di occupazione, si moltiplicarono le scaramucce e gli attacchi alle carovane impegnando senza pause le truppe di Sua Maestà sotto il nuovo comando del vecchio ma combattivo maggiore generale William Elphinstone. Il comandante conosceva il cattivo stato in cui si trovava la guarnigione ma i suoi superiori fecero orecchie di mercante nonostante l’evidenza del problema. Il nuovo governo, Sir Robert Peel, si era quasi dimenticato della questione afghana.

La situazione precipitò quando il governo inglese si rifiutò di continuare a pagare una tribù che controllava il vitale Passo di Khyber che permetteva il passaggio più facile per l’India. La guarnigione di Sua Maestà tentò di mantenere aperta la via con la forza senza successo.

La disfatta accelerò la crisi a Kabul dove esplose la rivolta il 2 novembre 1841 in seguito ad incidenti diplomatici con un altra importante tribù. La guarnigione si trovò ad essere assediata senza adeguati rifornimenti per resistere a lungo. I tentativi di forzare il blocco fallivano anche con esiti cruenti. I vertici militari disposero il divieto di abbandono della posizione di Kabul in presunzione di tempestivo arrivo di rinforzi. La situazione si fece insostenibile quando i ribelli attaccarono i depositi della guarnigione presenti nella località di Behmaru.

Il disastro comportò la riapertura dei negoziati proprio nell’incombere del terribile inverno afghano. La situazione era insostenibile per il gran numero di feriti e civili da evacuare senza adeguati mezzi in pieno territorio ostile. Akbar Khan, il vincitore sul campo, impose dure condizioni di resa alla guarnigione sotto assedio. Elphinstone inviò come inviato William Hay Macnaghten, intermediario politico nella gerarchia militare, che fu tuttavia ucciso dai ribelli durante un maldestro tentativo di fuga. La morte di Macnaghten segnò forti divisioni fra le autorità politiche e militari ma l’autorità di Elphinstone era ancora forte per impedire pericolose avventure in un momento di forte emotività.

I negoziati si prolungarono stancamente fino a capodanno del 1842 quando le autorità inglesi accettarono di pagare un tributo per garantirsi un passaggio di ritirata generale per il territorio imperiale del Peshawar. L’Afghanistan, in inverno, diventa un inferno di ghiacci e neve ed è stato così anche allora nelle gelide giornate del gennaio del 1842. Gli inglesi iniziarono a “fare i bagagli” senza ascolare le rimostranze del proprio decaduto fantoccio Shah Shuja. Le truppe, stanche e demoralizzate, erano solo in parte cittadini britannici. La maggior parte era costituita da indiani della Compagnia delle Indie e delle milizie di Shuja. La carovana era accompagnata anche da un numero significativo di civili compreso europei di ambo i sessi che decisero di abbandonare Kabul.

Akbar Khan aveva garantito il libero passaggio sulla parola ma la carovana subì continui attacchi da parte di gruppi di afghani a cavallo soffrendo perdite sopratutto di provviste e materiali indispensabili per l’estenuante marcia. Il gelo e l’asperità del terreno misero a dura prova uomini e donne per lunghi interminabili giorni. Elphinstone non poteva far nulla per impedire il collasso della disciplina e della coesione dei ranghi e le diserzioni si moltiplicarono mentre si perdevano per la strada equipaggiamenti e armi di ogni genere. Akbar Khan, consapevole delle orribili condizioni, aveva offerto aiuti in cambio della ritirata di truppe inglesi in stanza a Jelalabad vicino alla frontiera. Elphinstone oppose un secco rifiuto nonostante il disastroso stato ma acconsentì di inviare come ostaggi alcuni ufficiali.

I negoziati non impedirono alle tribù locali di effettuare altre azioni di disturbo coinvolgendo parte dei civili che subì la cattura. I feriti aumentarono senza che fosse dato loro necessaria assistenza medica e le provviste erano quasi esaurite. Il momento peggiore avvenne nel momento del passaggio, duramente contrastato, attraverso il Passo di Khurd-Khyber sulla strada verso la salvezza in territorio, sotto occupazione britannica, di Jalalabad.

Akbar Khan intervenne per fermare il massacro offrendo di ricevere graziosamente come ostaggi gli europei civili, in particolare donne e bambini, con la promessa di restituzione in territorio inglese. Le tribù locali non cessarono i loro attacchi nonostante la grazia del sovrano ma i civili europei si salvarono grazie agli accordi fatti. Le truppe indiane erano più soggette agli attacchi e la loro cattura spesso culminava con conversioni forzate o esecuzioni capitali.

Dopo dieci terribili giorni di autentica anabasi Elphinstone accettò un colloquio con Akbar ma la colonna si mosse nella presunzione di cattura del loro comandante. I resti della spedizione si divisero per attraversare strade diverse in direzione Jalalabad. Una parte di essi fu completamente sterminata nella valle di Neemlah mentre il secondo gruppo subì un attacco di sorpresa da apparenti “amici” locali presso Fatiabad. I superstiti , neppure una dozzina, fuggirono a galoppo disperato raggiungendo Jalalabad seminando gli inseguitori fortunatamente non armati con fucili in quel frangente.

La spedizione, partita con 4500 uomini e più di 12000 civili era stata quasi completamente annientata in meno di dieci giorni di autentico inferno.

Nonostante le pressanti richieste della giovane Regina Vittoria di vendicare l’affronto subito, il governo, responsabile per intero del disastro, rinunciò ad ogni ulteriore operazione fino all’occasione che si presenterà, decenni dopo, nel 1878.

Il “vietnam” inglese dovrebbe essere per noi monito per le conseguenze nefaste di ogni piano politico a breve termine trascurando le particolarità delle aree interessate e il fattore umano,culturale e religioso delle popolazioni coinvolte. I disastri in corso nel Medio Oriente sono l’esatta ripetizione degli errori del passato. Le classi dirigenti occidentali, interessate a guadagni immediati e ad esiti elettorali, hanno tentato di ridisegnare i delicati equilibri etnici e politici degli “stati” emersi con colpi di penna su carte geografiche.

La guerra civile in Siria è culminata con la, poco raccontata dai media occidentali, fuga di numerosi civili che erano stati, per anni, finanziati dai governi occidentali, in primis gli USA, per ribellarsi alla brutale dittatura di Assad. Il Presidente degli Stati Uniti, Trump, ha completamente stravolto la situazione con la constatazione che la “partita era persa” e con il taglio di fondi accelerando la crisi dei sostenitori che ora sono in ritirata precipitosa verso il territorio “amico” di Israele e Giordania ( in minore misura ).

La situazione odierna sembra rievocare quella lontana e dimenticata cronaca del 1842 ma Occidente continua ancora a non fare tesoro delle lezioni della Storia.

GABRIELE SUMA

mar 5, 2018 - Notizie    4 Comments

Ombra della Tigre

L’esplosivo dinamismo del “Drago Cinese” è uno degli argomenti più dibattuti negli ultimi anni. Gli osservatori, spesso non “addetti ai lavori” sulla complessa scienza dell’Economia, hanno dichiarato il prossimo avvento di un secolo cinese piuttosto che quello del secolo americano dopo la fine del cosidetto secolo breve coniato dal politologo Francis Fukuyama all’indomani del collasso dell’Unione Sovietica alla fine del Ventesimo Secolo.

La tendenza a definire segmento temporale è discutibile ma valida per configurare un punto di vista sul mondo. La percezione del mondo, nell’ambito degli studi socio-economici, esige un punto privilegiato di osservazione come l’occidente anche da parte di osservatori e studiosi non occidentali come forma di “rivalsa” ideologica.

L’Occidente, come un insieme di paesi uniti da comuni tratti di varia natura, è usato come metro di paragone e obiettivo di competizione per giudicare l’evoluzione dei paesi e civiltà posti oltre l’area. L’attitudine a giudicare il “progresso” tecnico e culturale dei paesi orientali, usando come metro valutativo il passato storico dei paesi occidentali, ha radici lontanissime. La storiografia si è sviluppata in Oriente ma i greci sono stati i primi, secondo la comune tesi, a studiare la storia di altre civiltà come forma di propaganda.

Gli esempi più classici sono le cronache sulle civiltà asiatiche ( l’Asia meglio conosciuta dai greci era quello che oggi si intende Medio Oriente ) e principalmente l’Impero Persiano che diventava tutto quello che era contrapposto alla grecità, l’Europa senza compromessi.

Una visione, Occidente contro Oriente, riproposta continuamente fino ad oggi giustificando guerre e forme di competizione quando la superiorità tecnologica e militare delle potenze europee prevaleva.

Quando la Russia fu sconfitta dal Giappone nel 1905 lo shock pose fine alle certezze plurisecolari. Da quel momento l’Asia da misteriosa terra di conquista era nuovamente tornata ad essere diversa come totale opposizione rafforzata dalla formidabile barriera linguistica.

L’alfabeto latino e gli ideogrammi e altri opposti caratteri delineano già incomunicabilità rendendo facili i sentimenti di diffidenza,ostilità e paura.

I paesi asiatici nel XX secolo hanno iniziato a mettere in discussione la superiorità occidentale dapprima imitando ed imparando i bianchi poi combattendoli con le loro stesse armi ed ideologie.

Il Giappone fu la prima nazione asiatica a sviluppare il nazionalismo con intenzione di sostituire il colonialismo occidentale con quello giapponese prendendone in prestito, in peggio, i miti di superiorità etnica e culturale. Durante la guerra, i giapponesi abbandonarono gli aspetti più estremi del Nanshin Ron ( 南進論 ) in nome di un estensione del diritto alla propria identità asiatica contro l’Occidente secondo quanto stabilito dalla Conferenza della Grande Asia Orientale tenuta a Tokyo nel 1943.

I giapponesi, che avevano adottato il nazionalismo occidentale per propri interessi, avevano indotto tutti gli altri popoli del continente “giallo” ad elaborare proprie forme di nazionalismo e processi identitari con gli strumenti teorici e militari dell’Occidente.

I processi di decolonialismo in Asia sono la conseguenza di necessità militari ( supporto alleato e lotta anti-giapponese ) ed influenze culturali sotto il dominio nipponico. La Cina si è trasformata radicalmente proprio per i traumi della brutale occupazione giapponese e la dittatura maoista ha contribuito a chudere la Terra di Mezzo per esigenze di rielaborazione di un identità cinese che alla fine risulta,oggi, in parte nuova o “reinventata” come è stato per il Giappone nel XIX secolo.

Il regime post-maoista esaspera la cinesità in tutti i campi giustificando l’atteggiamento come reazione alle umiliazioni subite nel passato. Lo spettro del Caos domina ogni dibattito se viene messo in discussione il principio della gerarchia confuciana e della ubbidienza all’Imperatore rappresentato dal potere del Partito ( sempre più dominato da una nuova forma di dittatura personale in seguito a recenti riforme ). I rimandi ai fasti del passato imperiale e all’epica dei miti tradizionali sono continui in molte forme di comunicazione di massa con modi sinistramente simili a quelli adottati in Giappone dal 1868 alla Seconda Guerra Mondiale. Il governo cinese, abbandonando la prudente politica di Deng Xiaoping del profilo basso nei confronti dell’Occidente, prepara la collettività all’avventura dell’Asia agli asiatici stavolta sotto la guida di Pechino anche a rischio di possibili confronti militari. Gli attuali avvenimenti quali la militarizzazione del Mare Cinese Meridionale, i grandiosi piani della Via della Seta e radicali riforme possono essere il preludio di prossimi anni interessanti in considerazione della inquietante similitudine con l’esperienza storica del Giappone. La Cina non nasconde il suo punto debole quale la crescente fame energetica così come è stato per il Giappone. Lo straordinario dinamismo economico del Celeste Impero richiede enormi risorse di petrolio e gas da tutto il mondo e il governo ritiene potenzialmente minacciate le sue vitali vene giugulari se non opportunamente assicurate con aggressive quanto abili campagne di espansione militare e politica. Una forma di imperialismo mascherato da abili campagne diplomatiche e culturali come è chiaramente espresso dall’atteggiamento di Pechino con i vicini sulla questione del Mare Cinese Meridionale come una questione appunto fra le sole potenze nella regione escludendo ogni interferenza esterna principalmente dagli USA simbolo più evidente dell’Occidente.

L’ossessivo richiamo a diritti storici,l’effettiva presenza militare nell’area disputata e gli effetti generali di egemonia richiamano alla mente l’atteggiamento aggressivo e sordo da parte del Giappone sui suoi diritti acquisiti con le armi poco prima della Seconda Guerra Mondiale. Gli USA avevano usato come pretesto i diritti della Porta Aperta alla Cina per limitare la potenza nipponica che era stata paradossalmente stimolata contro la Russia in altre circostanze. La Cina è uscita dal suo isolamento internazionale come contrappeso alla potenza sovietica per diventare,ora, un ostacolo agli interessi geopolitici della Repubblica Stellata che si sta impegnando a “contenere” l’attività di Pechino con simili metodi, stavolta in difesa dei diritti della navigazione in zona non riconosciuta come esclusiva cinese.

Il nazionalismo cinese può essere pericoloso per il previsto rallentamento della crescita nei prossimi anni. Gli studiosi si domandano se l’autoritarismo e il paternalismo del nuovo “timoniere” Xi Jinping impediranno alla Cina di precipitare in uno stato di coma come è avvenuto per il Giappone alla fine degli anni ’80 pur in condizioni diverse. L’Economia giapponese subì un colpo durissimo per le speculazioni nel mercato del mattone e burocrazia, quella cinese si ritrova invece a crescere e ad espandersi ma pure il debito accumulato dalle amministrazioni provinciali sta correndo generando anche corruzione e sprechi a tutti i livelli. L’assenza di tutela del copyright e crescenti costi per burocrazia e corruzione stanno rendendo il mercato cinese sempre meno appetibile per gli investitori stranieri che stanno lentamente spostando attività altrove, specialmente nella penisola indocinese. La superpotenza economica cinese reagisce alla “fuga” dei capitali inseguendoli e coinvolgendoli ancora a sè in moltissimi modi diversi dall’Africa al Sudamerica dove l’imprenditoria occidentale ha ceduto terreno.

Il dinamismo del Dragone nell’arena internazionale segna una differenza capitale rispetto a quello espresso dal Giappone nei suoi migliori anni di intraprendenza economica. Il mondo politico ed economico statunitense teneva d’occhio la crescita del Giappone così come oggi nei riguardi della Cina. I politici americani pubblicamente distrussero esempi di tecnologia nipponica e una guerra economica c’è stata senza esclusione di colpi nel tentativo di tenere fuori il mercato americano,in particolare auto e hi-tech, dalle merci nipponiche. Gli imprenditori americani accusavano il Giappone di “scorretezza” nell’esportare e contemporaneamente limitare l’ingresso della produzione americana nel mercato giapponese. Una situazione che persiste tuttora e che,in parte, spiega il collasso del vecchio sistema Fordiano e le industrie pesanti in rovina disseminate nel territorio dell’Unione dopo le selvagge “battaglie” della guerra economica combattuta negli anni ’80 fra i due giganti separati dal Pacifico.

La medesima situazione si sta ripetendo con il neo-protezionismo dell’amministrazione Trump che ha recentemente alzato barriere sulle importazioni. L’esperienza storica ci insegna che, quando si inizia ad alzare barriere, i governi possono provocare pericolose situazioni al limite quasi dello scontro armato. Le politiche protezionistiche delle potenze europee furono una delle cause dello scoppio della Grande Guerra e l’espansionismo nazionalsocialista nell’ultima guerra era anche pure esso in parte spiegabile con logiche di competizione commerciale.

La feroce guerra commerciale nippo-americana degli anni ’80 non sfociò nello scontro vero e proprio perchè il Giappone era un nano militare e vincolato ai trattati dopo la sconfitta della Seconda Guerra Mondiale. La guerra commerciale contro la Cina potrebbe invece comportare situazioni che possono essere incontrollabili. L’Asia è caratterizzata da frontiere densamente militarizzate che dividono regimi democratici dalle dittature. La corsa al riarmo è un argomento frequente sui giornali locali come pure continue rivendicazioni territoriali per veri o presunti diritti storici. Interessi economici e politici vengono abilmente mascherati sotto una superficie di principi di legittimità determinata da manipolazioni di fonti storiche anche molto distanti nel tempo.

La Cina, di fronte ai dazi, potrebbe rispondere con contromisure anche di natura militare con la conseguenza di aprire una sorta di “guerra fredda”. Pechino ha già installato sistemi d’arma e personale su isole artificiali nel Mare Cinese Meridionale e potrebbe continuare a sedurre o provocare gli alleati degli USA come nel primo caso del Vietnam e nell’ultimo a riguardo del Giappone.

Gli esperti stanno osservando che la Cina sta iniziando a mostrare segni di ansia sulla sostenibilità della propria economia afflitta dal galoppante debito contratto per le imponenti spese da parte dei servizi ed infrastrutture a livello provinciale. Il governo centrale ha imposto limiti all’indebitamento e da anni sta facendo fallire e chiudere numerose aziende dichiarate in bancarotta a differenza di quanto è stato fatto in molti regimi autoritari, specialmente nell’Italia fascista che aveva creato un ente apposito per il salvataggio delle imprese fallite. Il collasso degli enormi stabilimenti industriali di età maoista e l’instabilità delle piccole e medie imprese stanno mettendo sotto fortissima pressione il sistema bancario e generando tensioni sociali per la disoccupazione e circoli viziosi dei debiti contratti dalle famiglie più vulnerabili. La combinazione dell’urbanizzazione dei contadini e di caos del sistema delle imprese e del lavoro sono diventati alcuni degli elementi di una “bomba” sul punto di scoppiare nel sistema-paese dell’Impero di Mezzo.

L’attivismo della politica estera è, in parte, spiegata dagli enormi problemi interni. La politica spregiudicata della China First inevitabilmente finirà per contrapporsi a quella,altrettanto spregiudicata, dell’America First. Entrambe le potenze sono afflitte da nodi irrisolti dei propri sistemi credendo di poter risolvere con ogni mezzo anche a discapito degli interessi di altri attori nell’arena internazionale. La politica contradditoria di Trump a riguardo dei propri alleati,Corea e Giappone e l’ambiguità cinese nei confronti della Corea del Nord indicano un tragico revival del Grande Gioco che animava la conflittuale relazione fra l’Impero Britannico e l’Impero Russo a spese di popoli e stati dell’Asia Centrale.

La campagna britannica in Afghanistan fu lanciata nel tentativo di usare come pedina da gioco da tavolo un intero regno, complesso e antico e profondamente orgoglioso per “giocare” contro la Russia che a sua volta stava manipolando la Persia. Nel 1841 migliaia di indiani,inglesi e afghani leali al re fantoccio Shah Shuja subirono atroci sofferenze ritirandosi da Kabul durante il periodo più duro dell’inverno. Il tragico episodio è uno dei migliori esempi per cui disegni politici fatti a tavolino potevano e possono tuttora sconvolgere, con un tratto di penna, numerose vite umane, distruggendo le società. Le grandi potenze e i meccanismi dell’economia attuale ora non segnano più con la matita le frontiere ma disputano su “spazi vitali” di risorse energetiche usando popoli e nazioni delle aree interessate. Uno scenario che George Orwell aveva già delineato nel suo capolavoro 1984 quando descriveva i “territori disputati” dalle superpotenze in un area delimitata ai vertici da Tangeri,Brazzaville,Darwin e Hong Kong che corrisponde all’Africa settentrionale,Medio Oriente,Oceano indiano ed Indonesia oggi colpite da continue crisi e guerre alimentate e supportate da tutte le grandi potenze in totale disprezzo per la vita umana.

GABRIELE SUMA

set 22, 2017 - Notizie    6 Comments

La Croce fra le risaie

La religione per secoli ha assunto una chiara funzione di influenza politica e controllo sociale. La Storia è ricca di esempi . Il monoteismo è particolarmente adatto allo scopo per il suo carattere di gerarchizzazione e centralizzazione del potere a favore di istituti di governo monarchici o autoritari. I sovrani, elevandosi a vicari, guadagnavano potenti strumenti di direzione dei popoli garantendosi una certa stabilità del potere garantito dalla sacralizzazione in misura migliore che nel politeismo. Costantino lo comprese già meglio di chiunque altro quando, per la prima volta, fuse la tradizionale carica religiosa del Ponteficex Maximus con la carica politica dell’Imperatore facendosi difensore della religione cristiana. In tal guisa la religione poteva offrire la giustificazione e sostegno per politiche di espansione territoriale specie contro realtà caratterizzate da altre forme di religione secondo i criteri della “guerra santa” oppure di “salvazione” con supposte campagne di evangelizzazione.

Gli esempi storici sono molti ma non sempre conosciuti al di fuori della letteratura storiografica specializzata. Riportano, ad esempio, due situazioni avvenute in circostanze unite dal tentativo delle nazioni europee nella prima fase di colonizzazione su scala globale nel sud-est asiatico a spese di due paesi quali la Cambogia e il Siam con il pretesto della religione.

Nella penisola indocinese si sono verificati tentativi di influenza politica da parte degli spagnoli in Cambogia e di cristianizzazione del Siam da parte della Francia in due distinti ma ravvicinati tempi a cavallo fra il XVI e il XVII secolo. Siam ( attuale Thailandia ) e Cambogia erano antichi regni gelosissimi della propria indipendenza e talvolta anche in conflitto fra loro per secoli. Entrambi i regni, in momenti diversi, erano stati anche formalmente vassalli dell’Impero Cinese. L’espansione islamica, pur dilagando rapidamente nell’arcipelago indonesiano, non coinvolse con successo anche i due regni indocinesi che hanno conservato peculiari identità religiose e culturali molto complesse. La penisola indocinese, caratterizzata da notevole frammentazione etnica,culturale e pure linguistica divenne oggetto di interesse da parte delle potenze europee desiderose di creare delle basi commerciali all’interno di una rete di scambi con il Celeste Impero e con le realtà politiche dell’arcipelago indonesiano. La Cambogia divenne alla fine del XVI secolo luogo di opportunità per avventurieri quando il regno iniziò a ricercare sostegno straniero contro il bellicoso Siam. Il re Satha Mahindharaja aveva reclutato mercenari spagnoli e portoghesi per la propria protezione.

La Cambogia richiese pure l’intervento spagnolo in cambio di importanti concessioni commerciali. La Spagna ufficialmente non mostrò interesse a riguardo ma la situazione iniziava ad apparire favorevole per un vero e proprio colpo di stato nel regno dall’interno. La guerra contro l’aggressivo Siam era in corso e l’andamento sfavorevole indeboliva la monarchia cambogiana che non poteva più fare a meno dei pretoriani stranieri. Un gruppo di individui ambiziosi e pronti a tutti decisero di cogliere l’occasione. I protagonisti erano individui che avevano superato numerose situazioni pericolose in precedenza , dunque forti dell’esperienza sulla realtà del posto. La conoscenza accumulata permetteva ad essi di muoversi nel momento di più grave crisi quando la Cambogia venne occupata dai siamesi. Il più intraprendente era Gregorio Vargas Machuca che ebbe l’idea di farsi passare per un ambasciatore del re cambogiano in fuga chiedendo alla Spagna di intervenire a difesa della Cambogia. Vargas propose al governo spagnolo l’opportunità di cristianizzare il paese e sottometterlo alla corona di Madrid.

La Spagna rispose con l’invio di piccole squadre navali di spedizione con esiti disastrosi per le terribili condizioni del mare del sud-est asiatico. Il comandante di una delle spedizioni, il portoghese Diego Veloso, si ritrovò con la Cambogia liberata dagli occupanti siamesi ma governata da un usurpatore conosciuto come Chung Prei. Egli volle i superstiti della spedizione al suo servizio come mercenari. Gli europei, spagnoli e portoghesi, dimostrarono un atteggiamento violento nei confronti della comunità cinese residente a Phnom Pehn un tempo capitale della vecchia monarchia ( la nuova capitale scelta dall’usurpatore era Srei Santhor ).

La situazione spinse gli europei a tentare un brutale colpo di stato contro Chung Prei. La superiorità delle armi europee e la mancanza di scrupoli di Veloso prevalsero con esito nell’uccisione dell’usurpatore e notevoli danni nella sua capitale.

Gli avventurieri, pur vincitori, rifiutarono di diventare signori del paese ma optarono di mettere sul trono il figlio del legittimo sovrano, Chau Phnea Ton, come fantoccio ai loro ordini. Gli spagnoli persero presto il controllo del regno che si ribellò al sovrano imposto. Il governo spagnolo aveva tentato di mandare i missionari per eseguire conversioni incontrando decisa ostilità da parte della popolazione. Gli avventurieri chiesero l’intervento militare dalle Filippine spagnole ma anche stavolta le tempeste devastarono la squadra navale comandata da Luiz Dasmarinas appena dimesso dalla carica di governatore delle Filippine.

Il re fantoccio venne conseguentamente deposto e i suoi protettori furono costretti ad accettare il nuovo re Soryopor figlio del defunto usurpatore Chung Prei. Gli avventurieri cercarono di aizzare i malesi contro la Cambogia ma il loro tentativo fallì in modo assai cruento. Veloso perse la vita insieme alla maggior parte degli europei togliendo definitivamente ogni possibilità di colonizzazione del paese. La Cambogia evitò il dominio spagnolo ma subito dopo sarebbe precipitato in un altra ricorrente crisi interna per subire poi una relativa lunga egemonia siamese.

La storia del Siam ha numerosi contatti con quella della Birmania per secoli. Entrambe le nazioni si sono combattute con estrema ferocia sviluppando una particolare reciproca xenofobia che perdura tuttora. Nel XVII secolo il Siam godette di un periodo di splendore in seguito a spettacolari campagne militari sotto il regno di Naresuen detto “principe nero” siamese. Egli aveva sconfitto i birmani restituendo l’indipendenza al Siam dopo una lunga occupazione. Le circostanze favorirono l’ingresso di mercanti stranieri principalmente giapponesi di fede cattolica esuli dal Giappone appena riunificato e subito ermeticamente chiuso alle religioni straniere. I giapponesi riuscirono nel 1628 ad imporre sul trono Jett’a sotto il controllo dell’ambizioso primo ministro P’ya Sri Worawong. Il ministro depose due anni dopo il sovrano e si fece re con il titolo di Prasat T’ong ( re del palazzo d’oro ) e soffocò rapidamente la rivolta degli ex-alleati giapponesi. In seguito il Siam fu corteggiato a lungo dagli olandesi fino alla morte del’usurpatore. Il Siam entrò in una fase di grave instabilità interna fino a quando salì sul trono Narai che chiese aiuto alla Francia contro la crescente invadenza olandese. La Francia aveva sul posto il vescovo Lambert de la Motte titolare del vescovato di Beirut. La sua attività incontrò forte resistenza dei gesuiti e dei concorrenti spagnoli e portoghesi che erano presenti da molto più tempo. Lamber stabilì, dopo una serie di vicissitudini, la sede ad Auyt’ia ( capitale del regno ) dove ebbe modo di sviluppare la missione in relativa pace. Il re Narai dimostrò, in seguito, grande abilità nel mettere uni contro gli altri olandesi ed inglesi mantenendo sempre i più cordiali rapporti con i francesi. Negli ultimi anni del regno, Narai aumentò i contatti con la Francia fra il 1683 e il 1684 sfruttando l’atteggiamento dei gesuiti determinati a sostituirsi alla missione di Auyt’ia. Il Re Sole Luigi XIV credette di poter convertire al cattolicesimo il Siam ed inviò una grossa delegazione sotto la guida del nobile De Chaumont. Il re del Siam, Narai, accolse festosamente l’ambasceria ma respinse le questioni religiose. I gesuiti cercavano di installare in Siam agenti di propria fiducia e guadagnare alla Francia ampie concessioni commerciali come pure le località strategiche di Singora e Mergui. Inoltre i francesi stavano organizzando l’invio di truppe per occupare Bangkok in alternativa a Singora indipendentemente dall’esito delle trattative. La situazione precipitò con l’effettiva conquista di Bangkok che spinse Narai ad accettare pesanti condizioni da parte dei francesi. I gesuiti diedero subito battaglia ai missionari di Auyt’ia suscitando anche forti malumori nella popolazione locale profondamente irritata dall’acceso integralismo ed intolleranza religiosa che animava le lotte intestine fra i missionari.

Nel 1688 i siamesi colsero l’occasione offerta dall’agonia del sovrano Narai per attaccare i francesi residenti nella capitale. La morte di Narai comportò l’immediato abbandono delle posizioni conquistate. Il Siam assunse un atteggiamento decisamente xenofobo con conseguenti massacri di francesi residenti ancora nel regno. Nel 1690 Luigi XIV abbandonò ufficialmente ogni progetto di cristianizzare il Siam. Il Siam, da quel momento, divenne un regno “eremita”.

Siam e Cambogia sono stati due esempi significativi di come si svolgevano, in differenti fasi e tappe, i tentativi di fare uso della religione per guadagnare tesori tuttt’altro che spirituali. Il prezzo da pagare per indipendenza conquistata è molto alto come la recrudescenza ciclica di violenta xenofobia etnica e religiosa con esiti anche parecchio cruenti. I paesi “decolonizzati”, d’altra parte, hanno preso strade spesso protese verso tragiche parodie della modernizzazione di marca occidentale a spese di ampie parti delle popolazioni.

Il tragico esito della missione francese nel Siam insegna anche come sia ingiusto e pericoloso imporre le religioni di tipo monoteistico di fortissimo impatto sociale e culturale quasi livellante sulla ricchezza di simboli,usanze e “colori” delle società politeistiche. Il livellamento e la semplificazione della realtà da parte di dottrine monoteistiche comportano fenomeni di distruttivo sradicamento identitario e annullamento della dimensione privata ed individuale nella massa. Il cristianesimo, per la sua natura olistica e anticulturale, curiosamente sta avendo maggiore fortuna in Corea del Sud dove la massificazione unita al declino del bagaglio culturale tradizionale ( inseguito alle guerre e alle occupazioni straniere ) sta spingendo i coreani a ricercare nella religione un sistema di punti di riferimento stabile che i culti tradizionali sempre meno riescono ad offrire specialmente per i più giovani.

L’ironia della Storia fa sì che la religione del XIX secolo ora non è più strumento dell”imperialismo” ma rifugio e veicolo di reazione, dal basso e in modo caotico, all’imperialismo rappresentato dal vuoto generato proprio dall’ eccesso di individualismo con accusa alla “società dei consumi” e tutto ciò che è collegato.

GABRIELE SUMA

giu 1, 2017 - Notizie    2 Comments

La Tragedia Coreana

Al carissimo amico Bepi, con cui ho condiviso lo stesso piacere della scoperta del passato, e alla Corea è dedicato questo articolo scritto nel tentativo di capire il presente con la Storia.

I recenti avvenimenti in corso in Corea possono essere l’interludio ad un prossimo grande conflitto ma anche essere la conseguenza di un passato tormentato che non sempre viene compreso in Occidente al di fuori di studi storici specializzati. La stampa internazionale,generalmente, tenta di spiegare il comportamento della Corea del Nord utilizzando l’argomento della natura ideologica e politica della dittatura militarista e in particolare la natura psicopatologica della “dinastia” Kim. Il nazionalismo fanatico unito al delirante culto di personalità sono elementi di regime comunista stalinista già riscontrati in altri paesi sorretti in modo simile nell’ex-blocco sovietico. La natura politica del sistema stalinista è il modello più completo di totalitarismo finora mai applicato nella Storia. La mancanza di ogni contropotere e la militarizzazione con conseguente gerarchizzazione piramidale della società sono conseguenze del principio del centralismo democratico formalmente ossequioso dell’organizzazione collegiale e della libertà di opinione ma irreggimentante sul piano storico in base alla dittatura della maggioranza rappresentata dal Partito che, contrariamente alla velleità di diritto di opinione, non consente esistenza di altre forme di rappresentanza indipendenti. La contraddittorietà del governo collegiale e centralizzato ha caratterizzato la vita di tutti i sistemi totalitari del XX secolo non solo di matrice comunista.

L’apparenza di un parlamento, pur meramente consultivo e di facciata per eventi solenni, serve per migliorare l’immagine del Potere soprattutto all’estero per chiari motivi opportunistici ( ricordiamo i frequenti discorsi di Hitler al Reichstag o i più rari ma altrettanto significativi congressi dei vari politburo del mondo comunista ). Infatti, nel caso specifico coreano, l’elite del governo, pur amministrando direttamente lo Stato senza alcun limite, mantiene in funzione un enorme organismo collegiale che ha comunque solo la sostanziale funzione di scenografia teatrale per annunci di decisioni già prese. Un artificio per dare la falsa idea di condivisione e democraticità soprattutto ad uso e consumo della stampa estera. Inoltre va tenuto in considerazione che in Corea del Nord l’unico organo collegiale rilevante è esterno al Partito stesso ( il cosiddetto Partito del Lavoro di Corea in hangul Choson Rodongdang ) con il nome di Joseon Minjujuui Inmin ergo Commissione di Difesa Nazionale direttamente sottoposto agli ordini del dittatore che ne presiede l’ente e rappresentante i vertici dell’Esercito e dei Servizi di Sicurezza, come avveniva tipicamente in ogni regime di tipo personalistico e sorretto dalle baionette nella Storia. L’abietto regime, pur essendo una copia del modello staliniano sovietico, si poggia su fondamenta ideologiche profondamente radicate nella cultura coreana quali il neoconfucianesimo e il neobuddhismo di Chong Tojon e Chinul emersi in un periodo critico conosciuto nella storiografia indigena come Koryo ( in maniera approssimativa coincidente con il medioevo europeo ). I neoconfuciani e i neobuddhisti avevano criticato,senza risparmio, la società ritenuta decaduta e priva di solidi punti di riferimento a causa della dominazione mongola e sviluppato un sentimento fortemente nazionalista ante litteram per il periodo considerato. Infatti l’élite intellettuale indigena stava cercando di delineare una forma di “coreanità” legata ad uno specifico territorio e all’identità culturale in netto contrasto con ogni forma culturale importata da fuori compreso quella della Cina stessa. L’ideologia della Juche che anima e governa attualmente il regime nordcoreano ha radici lontane proprio in questa amalgama di ossessioni e convinzioni frutto della paura di perdita di identità etnica e culturale di un popolo indurito dalle origini siberiane e dalle continue lotte anche intestine. Il principio morale-filosofico che guida gli uomini, secondo la più diffusa convinzione della filosofia ed ideologia coreana, è lo spirito della volontà individuale al di sopra dell’ordine naturale. La forza di volontà umana diventa la forza creatrice della Natura stessa rifiutando l’esistenza di un equilibrio soprannaturale al di sopra dell’Uomo. Forte volontarismo unito alla mistica dell’amore filiale, dell’obbedienza al sovrano e della “koreanità” pura venutasi a determinarsi sotto il regno leggendario del padre fondatore Re Kija. Lo schema ideologico è in parte legato alle tradizioni imperiali cinesi a riguardo della struttura sociale ed amministrativa rafforzando però il carattere insito di “ingegneria sociale” promossa dalla Élite intellettuale a cui è stata assegnato il ruolo di consigliare ed assistere il Sovrano come un Padre di Famiglia nel proteggere e guidare il Popolo. Il nazionalismo coreano è, in sintesi, la somma di tre elementi cardinali che caratterizzano le dinamiche sociali della società coreana ancora oggi in diverso grado in entrambi i due paesi della penisola divisa quali Chung ( devozione filiale ) , Hyo ( lealtà ) , Ye ( rispetto ). Il sentimento di patria si ancora, come in Giappone e in Cina, su una fondazione stabilita da una divinità ( Dangun ) che legittima e sacralizza il principio monarchico come primario elemento unificante della società. Il regime nordcoreano ha riutilizzato lo strumento del mito per creare un culto religioso nei confronti della Dinastia Kim come si evince in numerosi “aneddoti” sui dittatori descritti come figure al limite del sopranaturale. Lo stile propagandistico nordcoreano ha radici nella propaganda sostenuta dal primo vero autocrate coreano quale era il Re Suyang ( o più comunemente Seyo ) . Il Re Seyo, che ha governato la Corea nella prima metà del XV secolo, era salito al potere attraverso un autentico bagno di sangue e il suo regno fu caratterizzato da altrettante crudeli misure contro oppositori. Un regime spietato che ha prodotto materiale letterario di recupero, appunto, di antichi miti per rafforzare l’istituto monarchico scosso dai contrasti interni e dalla dubbia legittimità del sovrano seduto sul trono conquistato con il sangue. L’invasione giapponese, più di un secolo dopo, fu un autentico trauma per il popolo coreano e ha segnato il definitivo rifiuto nei confronti del mondo esterno in misura ancora più rigida di quanto si è visto in Giappone e in Cina. Il culto nei confronti della Corona e l’ostilità nei confronti dello straniero hanno acquisito una particolare dimensione di fanatismo in considerazione della convinzione che una società divisa e gli individualismi abbiano esposto il popolo a tragedie e a dominazioni straniere. Le invasioni furono di fatto continue dal XVI al XX secolo e la Cina e il Giappone hanno tentato di distruggere l’identità culturale in varia misura esasperando di fatto la “coreanità” al limite di autentica paranoia. L’ossessione della coreanità pura avrebbe raggiunto livelli di autentico razzismo soprattutto in seguito alla terribile esperienza subita dall’occupazione giapponese nel XX secolo. I coreani, di fatto, sono stati esclusi dal mondo esterno se non avvenivano traumatiche esperienze di genocidio culturale per secoli mentre la Cina e il Giappone, in diverse situazioni, hanno accettato il mondo esterno ed assorbito i traumi e gli shock culturali in qualche maniera possibile. Difatti il concetto Paese Eremita, comunemente utilizzato per definire la Corea del Nord, è un termine inventato nel 1882 da W.E.Griffis proprio quando la Corea stava per subire la sua più grande tragedia della sua Storia ( la dominazione giapponese ). Il popolo coreano, anticamente aperto agli stranieri, subì dal XIX secolo in poi angherie di ogni genere dagli stranieri anche per la fede religiosa. Difatti i cristiani divennero oggetto di periodiche persecuzioni ( tuttora in atto in Corea del Nord ) per la considerazione che fossero, a torto e a ragione, agenti di potenze straniere sopratutto della Francia cattolica e della Russia Ortodossa del XIX secolo. Dopo il Re Sejo, a rappresentare il sentimento nazionale, ci fu Yi Haung il ministro reggente della Corea ( Taewongun ) che ha governato il Paese con caratteristico pugno di ferro di un autocrate in periodi di grave crisi nazionale. Difatti il Taewongun cercò di ostacolare ogni tentativo di penetrazione culturale e politica delle grandi potenze con metodi non molto diversi da quelli adottati oggi, in misura ovviamente più spietata, dal regime nordcoreano. Ci furono frequenti incidenti con i mercanti occidentali che esasperarono l’ostilità dei coreani come gli infami episodi da raid piratesco organizzati dal mercante tedesco Ernst J.Opper nel 1868 e dalla squadra navale statunitense dell’ammiraglio John Rodgers nel 1871 ( siamo essenzialmente nella stessa epoca in cui anche Cina e Giappone stavano ricevendo gli “inviti” con le buone e con le cattive ad aprirsi al mondo ).

La fine dell’indipendenza della Corea coincise con la destituzione del reggente in nome del re Kojong divenuto maggiorenne per governare in prima persona nello stesso anno ( 1873 ) in cui iniziavano i giapponesi ad essere sempre più aggressivi e prepotenti nella penisola dopo più di duecento anni dalle due,non dimenticate,guerre di aggressione. Il governo del re Kojong accetto di far aprire il paese al mondo con il Trattato di Kanghwa nel 1876 con il Giappone ponendo il regno eremita fuori dalla tutela del vecchio ed morente Impero Celeste. I coreani interpretano, ancora oggi, quel generoso atto di apertura come l’inizio invece della tragedia ( l’influenza straniera ) giustificando tuttora l’ideologia della chiusura totale come unica soluzione per difendere l’indipendenza. Gli eventi storici, in seguito a quella data, sono la conferma della stessa convinzione poiché la Corea, progressivamente, ha perduto ogni forma di indipendenza da parte di più potenze straniere, non solo il Giappone, con il risultato di autentiche forme di sfruttamento coloniale in misura ben peggiore che altrove in Asia. Da notare che la culla delle rivolte popolari coreane è sempre stata la regione del Cholla che è una regione a sud della Corea Meridionale e da lì sono partite più volte reazioni sempre più violente ed esasperate allo straniero e dunque anche le basi ideologiche dei movimenti nazionalisti moderni a destra e a sinistra nella Corea attuale. Invece l’aspro territorio settentrionale è stato più volte area di rifugio ed attività di ogni movimento organizzato per la difesa della “coreanità” con il valore aggiunto del, per loro,sacro monte Paektu sede di antichissimi miti e di simboli tanto che l’attuale dinastia Kim ne ha fatto poi luogo di presunta lotta partigiana antigiapponese. Oggi, alla luce degli avvenimenti passati, è forse possibile comprendere il comportamento della Corea del Nord che si autodefinisce “autentica erede” della vecchia Corea utilizzando la sua più antica denominazione di Corea quale Choson in antitesi all’attuale Corea del Sud che ha preso l’espressione più recente Daehan Minguk coniata all’indomani della fine della dominazione giapponese nel 1945. La Corea del Nord sta giustificando la sua politica di terrore poliziesco e di mantenimento dei privilegi della Elite supportante la classe dirigente con l’agitare le angosce di perdita di “coreanità” ed indipendenza dallo straniero. La propaganda nordcoreana è profondamente sciovinista più di quanto lo sia stato in tutte le altre dittature di matrice stalinista a cui il modello vagamente si ispira. Il regime si salda sulle passate esperienze autocratiche che hanno profondamente instillato nella coscienza dei coreani del nord, tagliati fuori dal mondo, i doveri del neoconfucianesmo senza contraddittorio. Non esiste alcuna possibilità di rivolta interna e il mutamento di regime non può essere attualmente possibile se non per azione esterna che non può essere accettata pacificamente appunto in virtù del traumatico passato e men che meno attraverso la guerra. Tuttavia la paranoia generata dall’insicurezza tipica di un clan mafioso ( la forza come mezzo e simbolo di legittimità ) potrebbe trascinare ancora una volta il piccolo popolo ( una ventina di milioni ) della vecchia Choson ad un altro rovinoso conflitto che forse potrebbe davvero chiudere tuttavia la lunga tragica parentesi della nazione coreana che è morta simbolicamente nel 1895 con l’assassinio dell’ultima regina della Corea, Myongsong ,per mano di agenti nipponici. 

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                         GABRIELE SUMA

mar 15, 2017 - Notizie    14 Comments

Affare Lusitania

La vicenda del Lusitania colpita e affondata il 7 maggio 1915 ( 1.198 morti fra passeggeri ed equipaggio ) ha luci e ombre ingiustamente rimosse dalla memoria collettiva da più di un secolo. La nave era stata una delle navi da crociera oceanica più grandi del mondo e l’orgoglio dell’ingegneria navale britannica. La stampa internazionale la reputava “inaffondabile” e assolutamente il top del lusso e dell’eleganza. Le sue doti principali erano l’elevata velocità e solide strutture di compartimenti stagni. Il battello si era guadagnato l’appellativo di Levriero del Mare per la sua linea elegante e per la sua straordinaria capacità di raggiungere venticinque nodi che poche navi civili della medesima classe potevano vantare. Le leggi navali britanniche prevedevano alcuni principi fondamentali per la costruzione e fra questi era la conversione per usi militari in caso di necessità. La Lusitania non era esclusa in considerazione anche dal fatto che la società proprietaria Cunard Line era stata finanziata con fondi pubblici del governo britannico. La nave da crociera poteva diventare un incrociatore con apposita installazione di sistemi d’arma in tempi rapidi in base a sezioni già predisposte in linea progettuale. La Lusitania aveva ricevuto modifiche preparatorie per un eventuale conversione militare già nel 1913 ancora prima dello scoppio della Prima Guerra Mondiale. Il governo britannico inoltre si era riservato il diritto di richiamarla in ogni momento anche durante una crociera in corso riservandosi ogni responsabilità sia in tempo di pace sia in guerra. Il conflitto contro la Germania si riteneva imminente per il timore espresso più volte da parte di Londra sullo sviluppo e la crescita della rivale per ragioni politiche,militari ed economiche di varia natura. L’Europa intera stava inesorabilmente precipitando nella catastrofe per un perverso meccanismo di alleanze ed accordi segreti che determinavano veri e propri blocchi militari contrapposti nonostante più di vent’anni di pace. La corsa al riarmo terrestre e navale era l’argomento più caratteristico dei giornali europei. Le grandi potenze avevano iniziato ad armare anche navi mercantili e civili e stava entrando in scena il sommergibile già conosciuto nelle sue prime forme dal tempo della Guerra di Secessione Americana.

Winston Churcill era Primo Lord dell’Ammiragliato al tempo della Lusitania e aveva espresso serie preoccupazioni sulla conservazione da parte inglese del dominio del mare. Egli aveva elaborato la possibilità di contrastare l’insidia tedesca con la militarizzazione della flotta mercantile come vitale risorsa per la soppravivenza del regno insulare. La sua tesi era anche frutto dei suoi studi di Storia Militare da cui aveva appreso il ruolo esercitato da corsari a danno dei convogli spagnoli con esito decisivo nella lunga competizione per il dominio dei mari.

Allo scoppio della guerra e ai primi affondamenti di mercantili britannici da parte dei sommergibili tedeschi si rendeva evidente il lato ipocrita di parte della stampa alleata che accusò i nemici di “pirateria” nonostante fossero utilizzati i medesimi mezzi utilizzati in passato dalla propria parte. La Germania, a sua volta, denunciava il blocco delle rotte commerciali di paesi neutrali da parte delle potenze alleate come un atto di “pirateria” . Entrambi i blocchi utilizzarono ogni mezzo disponibile della propaganda e della comunicazione per giustifcare i propri atti demonizzando quelli avversari.

La convenzione internazionale in uso al tempo a riguardo delle navi civili prevedeva la resa del battello al richiamo di unità militari e il dovere di queste ultime di non recare danno al personale. La militarizzazione dei battelli non da guerra rendeva formalmente superata la convenzione, ma le potenze alleate non si assumevano responsabilità con l’ausilio del cavillo legale del “blocco navale”. Le potenze alleate avevano stabilito il “blocco” in acque internazionali e territoriali delle potenze nemiche con il diritto legale in forza della capacità militare effettiva di mantenerlo. Il cavillo permise alle potenze alleate di ritenere invece “illegale” la dichiarazione di “zona di guerra” da parte tedesca del mare intorno alle Isole britanniche con la conseguenza che navi neutrali e navi civili non erano da ritenersi obiettivi militari autorizzati. Le navi civili transitanti la non riconosciuta “war zone” trasportavano non ufficialmente merci e personale militare ma la Germania non era ritenuta “autorizzata” ad attaccarle. Quindi i ripetuti avvisi germanici di rischio di affondamento in zona di guerra erano sistematicamente ignorati dalla stampa militante della parte alleata. Inoltre le agenzie responsabili come la Cunard non si erano impegnate a cambiare piani, allertare passeggeri e modificare le ordinazioni mentre i governi alleati non si assunsero i compiti di aumentare la sicurezza dei battelli civili.

I superstiti della Lusitania accusarono il governo britannico di mancata scorta e mancata assunzione di responsabilità quando essa fu sottoposta agli ordini diretti della marina inglese al momento del passaggio in zona di guerra. L’inchiesta decurtò, a porte chiuse, tutto il ruolo coperto dalla marina britannica sui movimenti della nave concentrandosi invece sull’incriminazione di valore propagandistico della Germania nonostante legittimi diritti in tempo di guerra. La vicenda della Lusitania, pur lontana nel tempo, è un chiaro avviso del ruolo enormemente pervasivo e manipolatore dei media a vantaggio di qualcuno e a danno di altri e di come certe costruzioni postume potessero diventare le uniche versioni riconosciute, specie quando una delle parti interessate ha conseguto il suo scopo.

La stampa americana, nonostante lo stato di neutralità, era ricca di opinioni contrastanti ma le testate più importanti erano allineate in quella parte di industriali e politici sostenitrice della amministrazione Wilson desiderosa di far coinvolgere più direttamente gli Stati Uniti nel conflitto in corso. Le osservazioni sulla dubbia legittimità delle rivendicazioni inglesi e i ripetuti avvisi di parte tedesca erano letteralmente ignorati come se non fossero mai esistiti. In un certo senso era in atto una censura e una manipolazione della realtà che in genere si tende a legare a regimi non democratici. In una certa misura la “tragedia” del Lusitania, diventata una strage di civili perpetrata da perfidi tedeschi riporta alla mente una delle osservazioni più acute del buon George Orwell :

una volta dimenticato l’atto della falsificazione, sarebbe esistito ne più ne meno, e cioè con lo stesso fondamento, con cui esistevano Carlomagno o Giulio Cesare

La demonizzazione dell’impero tedesco perdura tuttora nella memoria collettiva come risultato di un bombardamento mediatico che ha mescolato realtà e fantasia come tuttora si fa oggi in molti esempi e forse anche nelle maniere più efficaci. I media possono rimuovere dalla conoscenza collettiva conflitti e crisi geopolitiche per calcoli politici, economici e militari.

Nel mondo sono ancora in corso conflitti sanguinosi e distruttivi che non hanno copertura mediatica di massa e le informazioni possono essere solo ricevibili tramite l’internet quando non è bloccata o limitata dalla censura.

La vicenda del Lusitania è interessante anche per un altro aspetto di grande attualità per capire la direzione intrapresa dall’amministrazione Trump nelle ultime settimane. La dottrina America First si ricollega alle radici più autenticamente americane dell’isolazionismo e dell’unicità della nazione americana. George Washington aveva dichiarato testualmente nel 1793:

libero da connessioni politiche con qualsiasi altro paese, vederlo indipendente da tutti e sotto l’influenza di nessuno. In una parola : che abbia un carattere americano, così che le potenze europee si convincano che le nostre azioni sono per noi stessi e non per conto d’altri”.

Il pensiero di Washington è la base dell’attuale isolazionismo che enfatizza proprio la libertà di azione senza vincoli degli Stati Uniti per conseguire i propri interessi anche in contraddizione a vincoli morali. L’esperienza della Lusitania può indicare che la classe dirigente statunitense sarebbe anche disposta anche a sacrificare vite americane indipendentemente dalla giustizia in merito.

La stampa indipendente, tuttavia, aveva definito ipocrita il “grido di dolore” da parte della stampa militante e l’opinione più diffusa evidenziò l’ipocrizia delle classi dirigenti quando giocano sulle vite della gente per proprio tornaconto:

( … ) il fatto che nel caso del Lusitania ci sia stata perdita di vite umane è una circostanza dolorossima; la giustizia ci impone di vedere questa tragedia nella sua vera luce. Il Lusitania oggi solcherebbe le onde, non fosse per l’aperta dichiarazione di guerra alla popolazione civile tedesca. Uomini,donne e bambini,fatta dal governo britannico, e per l’aperta connivenza dell’amministrazione degli Stati Uniti in questa violazione delle leggi di umanità. La responsabilità del Lusitania e per la conseguente perdita di vite di non combattenti va equamente ripartita fra chi comanda a Londra e chi non comanda a Washington. La supina acquiescenza di questi ultimi, che avevano il compito di far valere i diritti americani, e che hanno mancato al compito di resistere alla violazione di tali diritti, non è meno responsabile per questa grande tragedia umana della colpa diretta del gabinetto britannico. ( Continental Times , 10 maggio 1915 ).

Queste parole rimandano alla mente le popolari teorie “cospirazionistiche” che sono nate proprio in america dove la grande democrazia, con i suoi pregi e difetti, ha da sempre instillato nei cittadini il dubbio nei confronti dell’Autorità. A differenza di altre civiltà e nazioni la Repubblica Stellata è tale solo se è sostenuta e difesa dai suoi cittadini come meglio viene spiegato nelle parole del Presidente John Fritzgerald Kennedy nel 1963:

Non chiederti cosa il tuo Paese può fare per te , chiediti cosa pioi fare tu per il tuo Paese”

Il concetto cardine dell’indipendenza del pensiero e della lotta contro ogni manipolazione ha consentito agli americani di rivedere le proprie convinzioni in maniera più aperta rispetto a quello che invece avviene nel resto del mondo.

Un illuminante esempio di come in America ancora prima dell’avvento dei Social Media un lettore poteva esprimere un opinione molto pragmatica nonostante il “lavaggio del cervello” di massa:

(…) chiediamoci cosa dovrebbe fare se ci ritrovassimo nella medesima situazione in cui si trova oggi la Germania. L’Inghilterra effettua concretamente il blocco intorno alla Germania e ha annunciato al mondo che farà morire di fame la nazione tedesca. La Germania è costretta a usare l’arma di rappresaglia più potente della quale dispone contro I suoi nemici : il sommergibile. Sono riconosciuti i sommergibili, nell’armamento di un governo, come strumenti di protezione dei diritti di una nazione, da impiegare come macchine di distruzione in tempo di guerra ? In caso negativo, smettiamola con la nostra ipocrisia : prendiamo i nostri sommergibili e facciamoli saltare in mille pezzi, dimostrando così al mondo che la nostra professione di fede cristiana è autentica e non una maschera vacua e fallace ( …) ( Washington Post 13 giugno 1915 )

Le opinioni tuttavia, come al tempo e come ora, non sono servite per impedire che la maggioranza meno attiva nell’informazione potesse adottare come propria la ricostruzione di comodo del Potere. L’affondamento della Lusitania era diventato un crimine diretto da parte nientemeno del Kaiser secondo l’accusa da parte della Commissione d’inchiesta di Kinsale che aveva acquisito l’esclusiva giuridizione sul caso nel Maggio del 1915. La sentenza si era subito arricchita di espressioni tali da colpire l’immaginazione e I sentimenti del pubblico nei modi a noi famigliari quando qualcosa ci deve suscitare indignazione e orrore.

Negli annali della pirateria non esiste niente di paragonabile, per efferatezza sfrenata e irresponsabile, alla distruzione della Lusitania. La domanda ora è questa: che cosa faremo ? Siamo alla mercè dell’Hohenzollern pazzo, non solo attraverso gli emissari che propagano il suo odioso sistema di governo e le sue vili teorie di casta proclamate con ostentata superiorità alle nostre porte, ma anche portando la guerra di conquista e di assassinio a tagliare la linea dei nostri transiti e viaggi in alto mare, dove abbiamo il diritto di navigare come ci pare, senza permessi o inceppi di uomo o monarca ( …) ( Courier Journal – Kentucky – 11 Maggio 1915 )

Qualcosa che ci rimanda alla stessa indignazione, nel torto e nella ragione, in ogni situazione dove la parte avversa o resa tale assume l’aspetto di qualcosa di mostruoso e la propria parte invece difende veri o presunti diritti. Quando il nemico non ci assomiglia più nemmeno nell’aspetto umano, l’istinto naturale di non uccidere un altro essere umano si riduce, alla fine, ad un astratto bersaglio elettronico.

Oggi siamo tutti circondati da mostri e crociati, eroi e da criminali come spettatori di un orrenda rappresentazione ma si può conservare la propria umanità e la libertà solo se continueremo a pensare e a ragionare di propria testa.

GABRIELE SUMA

gen 13, 2017 - Notizie    4 Comments

l’Europa Medievale in casa

I giochi da tavolo hanno offerto da molti anni molte possibilità di simulare la Storia dall’alba del bronzo al tramonto del sole atomico. Un fenomeno socioculturale divenuto evidente a partire dagli anni ’70 in paesi anglosassoni a livello commerciale. L’interesse per la simulazione storica in ambito videoludico ha radici nella passione per la rievocazione storica di origini tedesche a partire dal XIX secolo. La Storia come possibilità e applicazione pratica dell’antico gioco dei “se”  è risultato dall’enorme sviluppo della Storiografia come vera e propria Scienza. L’evoluzione dei campi e delle tecniche di ricerca ha permesso la raccolta e la messa a disposizione del pubblico di un enorme quantitativo di materiale cartaceo,cinematografico ed informatico. La vastità dei settori e campi e generi di studio ha reso possibile un vero e proprio “viaggio nel tempo” altamente stimolante per i sensi e per la mente. Il concetto di un “passato” famigliare suggerisce la possibilità di essere “riscritto” nella presunzione che gli avvenimenti storici possano essere conseguenza di decisioni individuali. La “simulazione storica” in ambito ludico è partita appunto dal presupposto che alcuni individui dotati del Bastone del Comando potessero scegliere alternative diverse muovendo altri individui come “pedine” prive di autonomia. L’esperienza ludica della rievocazione storica non esclude la componente del “caso” che si impone nella relazione fra il principio del comando e l’esecuzione dello stesso. La casualità dell’evento determinata da un lancio di dadi ben si sposa con il principio dell’ignoto e dell’indeterminatezza dei comportamenti umani sulla scala dei grandi numeri. Gli individui che hanno condizionato più degli altri il corso degli eventi sono stati coloro che meglio hanno soppesato la capacità del comando e la Fortuna di machiavellica memoria in precario equilibrio. La simulazione ludica unisce questi elementi del Comando e della Fortuna permettendo ad individui privi del Bastone del Comando di affrontare, senza sacrificio di vite umane e con il dono della ripetibilità, problemi che individui del passato hanno affrontato. La simulazione storica è senz’altro “falsificata” continuamente in base al “senno in poi” dell’uomo moderno di fronte a problematiche che si erano presentate agli occhi dei uomini del passato. L’Uomo moderno può chiaramente vedere gli errori di Napoleone in base appunto allo studio storiografico che ha fornito una gamma di informazioni che solo in minima parte erano conosciute al Grande Corso. In tal guisa l’Uomo Moderno può “sostituirsi” a Napoleone ma non “essere” Napoleone proprio per la diversa percezione ed esperienza ricevuta a distanza di secoli.

L’esperienza ludica della Storia però ha il pregio di poter offrire, nel meccanismo di immedesimazione, la possibilità di comprendere un avvenimento storico in termini di effettiva potenzialità di alternative con ovvi limiti propri della simulazione ludica che, di per sé, è sempre una forte riduzione e semplificazione della realtà.

In ogni caso sarei lieto di suggerire questo coraggioso tentativo di simulazione storica del nostro caro continente nel suo più convulso e decisivo periodo da parte di un affiatato gruppo di giovani italiani più di ogni altra cosa appassionati di Storia.

Medioevo Universalis di Nicola Iannone.

https://www.giochistarter.it/scheda.php?item=1000074&crowd=1&supportero=undefined

 

GABRIELE SUMA

ott 6, 2016 - Notizie    5 Comments

La Trireme di Falanto

Sebbene il golfo di Taranto sia per la maggior parte sprovvisto di porti naturali. Taranto dispone tuttavia di un porto assai grande ed eccellente, del perimetro di 100 stadi ( circa 17 chilometri ), chiuso da un gran ponte. La parte più interna del porto forma un istmo col mare esterno, di modo che la città è situata su una penisola e le imbarcazioni sono trasportate facilmente per terra da una parte all’altra, dal momento che il collo dell’istmo è poco elevato.

Strabone così descriveva il porto di Taranto nella serie di libri denominata Geografica ( εωγραφικά ) scritta e pubblicata agli inizi dell’età imperiale ( periodo da Ottaviano a Tiberio ). Taranto era stata definitivamente inglobata nel vasto dominio romano quasi due secoli prima nel 272 a.c. L’antica Polis evitò la distruzione accettando la sottomissione sotto forma di una alleanza che le conservava una certa autonomia al prezzo dell’indipendenza e di un saccheggio dei suoi ori e del patrimonio artistico e culturale come il prestigioso Eracle di Lisippo collocato come trofeo nel Campidoglio a Roma dal vincitore Fabio Massimo.

Taranto,all’epoca di Strabone, era la seconda città più importante dell’area allora conosciuta come Iapigia dopo Brindisi. Il Ginnasio e la buona posizione rendevano la città una sede molto apprezzata. Il porto fu anche scenario della sosta effettuata dalla flotta di Cleopatra che accompagnava Marcantonio e anche di un incontro ufficiale con conseguente accordo scritto fra Ottaviano e Marcantonio nel 38 a.c.

Taranto, prima della conquista romana, non aveva solo sviluppato un grandioso porto ma anche, si presume, fra le righe di Storia della Sicilia e della Magna Grecia di Ettore Pais, importanti collegamenti terrestri fino alla Campania. Il dibattito invece su un presunto commercio diretto fra etruschi e l’area Apulia prima delle conquiste romane rimane ancora aperto poiché sono state ricavate notizie di merci di fattura turrenixoi nel V sec a.c nel tempio di Apollo a Delo.

Riguardo al commercio marittimo, Taranto si era sviluppata per il suo primario ruolo di tappa in un articolato sistema di cabotaggio a scopo di fornire acqua potabile e occasione di smercio al naviglio mercantile di passaggio per le coste ioniche fino alla Sicilia. Inoltre esistono testimonianze archeologiche di collegamenti con Rodi e persino con l’Egitto in seguito al ritrovamento in loco di scaraboidi di collana in pietra talcoide di fattura greca a Naucrati ed alabastra e profumiegiziani. Il rapido sviluppo comportò l’introduzione della moneta verso la fine del VI sec a.c.

La Polis lacedemone,in seguito, subì un durissimo colpo con la sconfitta militare contro messapi e peuceti ma gli eventi militari comportarono importanti mutamenti sociali. L’antica classe aristocratica gnorimoi era stata decimata dalla guerra poiché era la fonte primaria di reclutamento degli opliti base fondamentale degli eserciti di tipo greco. Il processo storico favorì l’avvento del regime democratico più marcatamente incline al commercio e alla produzione fino alla caduta della Polis. Il regime democratico ha continuato ad esercitare influenza politica con la diplomazia e con la guerra sopratutto con instaurazione di colonie come Herakleia presso l’odierna Policoro. Taranto ha sopperito alla diminuita potenza su terra con l’accrescimento di quella navale. Come ad Atene i cittadini liberi costituivano l’equipaggio delle navi pur essendo Atene la principale avversaria ed alternativa ideologica della nativa Sparta nella Guerra del Peloponneso.

Lo sviluppo del commercio e della “borghesia” determino’ l’inurbamento delle campagne oltre gli antichi confini della Polis con una stabile fonte di reclutamento per il Porto e per la Marina. Il porto militare si era sviluppato presso area identificabile nell’attuale Villa Pepe dell’arcivescovo Capecelatro. Il sistema era costituito da un insieme di molte strutture fortificate in opera quadrata. L’intensa attività commerciale ebbe termine quando i romani smantellarono il sistema e tolsero alla Città dei Due Mari il suo ruolo di porta dell’Oriente in maniera definitiva, dopo la conquista e sottomissione. In seguito alla fondazione della colonia di Brindisi nel 244 a.C. Taranto conserverà ancora la sua importanza e un posto nel mondo romano ma non riuscirà mai più a sostituirsi a Bari e a Brindisi.

Rinvenimenti archeologici che testimonino la potenza navale tarantina dimostrata nel celebre episodio di scaramuccia navale con esito vittorioso contro dieci navi romane nel 282 a.C sono purtroppo scarsi rispetto al maggiore quantitativo di materiale di riferimento alle attività commerciali nella zona.

Uno dei ritrovamenti tuttavia più importanti nella zona marittima presso Taranto riguardante un battello espressamente militare e non romano è stato quello presso Maruggio sulla costa a est di Taranto fra Pulsano e S. Pietro in Bevagna. Nell’area interessata esisteva, secondo alcune ipotesi più accreditate, un importante scalo per il commercio del vino e le navi potevano essere anche trasportate via terra lungo l’appennino calabro-lucano in andata e ritorno in base. Un’area dunque di rilevante importanza economica e strategica che giustificava la presenza di navi militari come scorta contro la pirateria. Il ritrovamento avvenne nel lontano 1965 e i resti del battello vennero studiati e descritti con minunzia dall’archeologa Anna Marguerite McCann che pubblicò il resoconto nel 1972 su la rivista Archeology. I resti sono sommariamente tre ancore di tipo ateniese ( specificamente ancore per triremi ) . Al battello, datato circa alla metà del IV secolo a.C fu dato il nome di Relitto della Madonnina in onore della vicina cappella di Maria SS. Dell’Altomare situata presso un antico sito archeologico del VI secolo a.c. Le ancore sono state confermate di tipo espressamente ateniese in base al ritrovamento di ancore dello stesso tipo presso Citera in Grecia nel 1993 da parte del Dott.Kourkoumelis.

Il ritrovamento di ancore di tipo “ateniese” accende tuttora un vivace dibattito poiché Taranto nel IV secolo era spartana e fieramente anti ateniese e disponeva di una propria flotta abbastanza potente da poter dare supporto alla Polis di Napoli contro Roma nel 327 a.C. Le triremi erano le navi militari più potenti nel Mediterraneo all’epoca. L’arma principale era l’Embolos ( rostro ) per speronare e affondare le navi nemiche. I rematori di livello più basso erano chiamati “thalamites” perchè remavano tramite portelli denominati appunto thalamitai che erano protetti dall’acqua da una guaina in pelle chiamata akoma. I rematori del livello superiore prendono il nome dal termine zygon che significa “banco di rematore” ed essi remavano tramite delle casse particolari chiamate perexeiresia ( cassa dei remi ). I rematori dell’ultimo livello prendevano il nome da threnis ( sgabello ) ed erano i più numerosi per lato con ulteriori quattro a poppa.

Nel complesso la trireme greca del periodo era governata da circa 170 rematori più altri trenta membri per equipaggio; erano tutti cittadini liberi anche se non tutti aventi diritto a paga regolare. Le navi greche non erano però solo triremi che erano comunque la tipologia più versatile ed efficiente. Le triremi potevano essere anche utilizzate come navi trasporto truppa come se ne sono serviti gli ateniesi imbarcando in Puglia truppe alleate durante la guerra contro Siracusa.

Nel IV secolo, epoca del relitto ritrovato, La Città dei Due Mari era amica di Sparta ma aveva deciso come linea di politica internazionale la neutralità durante la guerra del Peloponneso rifiutando fermamente l’ingresso in porto della flotta ateniese di Nicia e Lamaco nel 416 a.C. Taranto infine evitò la guerra contro Dionisio Tiranno di Siracusa dichiarando ancora una volta la neutralità o uno stato di amicizia. La neutralità e l’indipendenza dovevano essere senza dubbio garantite da una flotta molto ben armata poiché la Città dei Due Mari divenne luogo di rifugio degli esuli lucani ex-alleati di Siracusa che frattanto aveva esteso il dominio su parte della Calabria e della Corsica e stabilito il controllo sull’area di Ancona.

Taranto disponeva non solo di una flotta capace di difendere la Polis dalle potenti flotte siracusane ed ateniesi ma anche infrastrutture per riparare e proteggere intere flotte come durante la Guerra del Peloponneso a beneficio di una flotta spartana. Le infrastrutture atte a proteggere le navi erano conosciute con il nome di Neosoikoi. Queste erano aree chiuse dove i battelli venivano spogliati di ogni attrezzatura che veniva trasferita in depositi chiamati Hoplothekai. Il Relitto della Madonnina, secondo alcune ipotesi, era proprio nei pressi di un area Neosoikoi di piccole dimensioni. Il ritrovamento di manufatti ceramici e bronzei ne suggerisce l’esistenza in funzione di area di sosta,riparo e di smercio.

Purtroppo non è possibile accertarsi sulla forma originale della Trireme sia per la demolizione del legname dovuta agli agenti xilofagi sottomarini sia per eventuale asportazione di materiale nel corso dei secoli.

Tuttavia il Mare ha restituito ai ricercatori un importante indizio che conferma come Taranto, sopratutto grazie alla gestione da parte dello Strategos Archita, utilizzò la carta di una flotta rispettabile ed efficiente per fare della città di Taras un importante punto di riferimento della Lega Italiota sopravvissuta a malepena al conflitto contro Siracusa. Una flotta che ha continuato ad essere un baluardo degli interessi tarantini fino alla fine confermando la tesi che l’indipendenza e la libertà di uno stato può essere solo garantita dal principio crudele ma essenziale del Si Vis Pacem Para bellum.                                       

GABRIELE SUMA

apr 11, 2016 - Notizie    16 Comments

Il Grande Gioco

I curdi,occupanti un territorio a cavallo fra la Siria,Iraq e Turchia, hanno conservato elementi di sistema tribale-federale che hanno caratterizzato la loro lunga storia. L’entroterra culturale ha tratti in comune con popolazioni nomadi della “steppa” come i mongoli e i turchi delle origini. La comunità è suddivisa in una moltitudine di clan che tuttora operano in completa autonomia in ogni campo senza esigenza di un governo nazionale vero e proprio. I curdi non sono nemmeno uniti poiché esiste una parte di tribù curde che militano fra le file di fazioni ostili a quella nuova entità politica conosciuta con la sigla YPG che in lingua italiana significa “Unità di Protezione Popolare”.

Gli avvenimenti militari e politici ancora in corso sembrano voler favorire la nascita di una “nazione curda” in seno alla Siria ma le grandi potenze coinvolte dietro la sanguinosa guerra civile siriana non hanno ancora stabilito un piano per il dopoguerra.

I curdi si sono conquistati l’attenzione internazionale per le loro doti combattive contro le milizie Daesh ( ISIS ) ma erano anche conosciuti anni prima per lo scontro con le autorità turche che tuttora restano il loro nemico principale. Il governo turco non accetta l’esistenza di un territorio etnico autonomo e ha utilizzato ogni forma di repressione, dalla censura mediatica agli arresti, persino effettuando vere e proprie operazioni militari.

Il comportamento ambiguo della Turchia è fonte di imbarazzo per le potenze occidentali che tra l’altro sono impegolate anche con il dilemma etico di accettare la prospettiva di uno smembramento di uno stato dietro propositi di realtà etniche “nazionali” . Una situazione che riporterebbe alla memoria i dilemmi wilsoniani del primo dopoguerra.

Difatti una “nazione curda” è considerata tale per un territorio dai confini imprecisati ma di vasta estensione che includerebbe tre stati diversi ( Siria, Iraq,Turchia ) con importanti aree strategiche per l’economia globale come i grandi giacimenti petroliferi intorno a Kirkuk attualmente territorio iracheno. In tal senso la Turchia, non uffcialmente, supporta l’ISIS e le fazioni alleate dell’Arabia Saudita per contrastare cio’ che è ritenuta una minaccia alll’integrità territoriale ereditata da Ataturk ,che creò la “nazione turca” ,proprio contro un piano di spartizione di potenze straniere sulle rovine dell’Impero Ottomano.

I curdi sono nominalmente musulmani in maggioranza ma non accettano autorità religiose del Califfo o di un sultano e osservano talora alcuni fondamenti di Zarathustra e forme di animismo che contribuiscono a determinare la loro identità. Le tribù curde hanno i propri leader ma la “nazione curda” viene appoggiata e sostenuta attivamente da curdi di città che non ne fanno direttamente parte ma che operano come figure politiche in parlamenti e sedi pubbliche di molti stati fra cui in particolare la Turchia.

Come in molte altre esperienze storiche, il nazionalismo curdo è frutto del particolare risveglio delle identità storiche del secolo decimonono e sostenuto da una minoranza determinata. La determinazione è sempre stata forte poichè la comunità è stata subito oggetto di repressione da parte del governo turco fin dalla sua fondazione. I turchi,difatti, stavano a loro volta perseguendo politica nazionalista per creare salde fondamenta dello stato. Il governo imperiale ottomano aveva concesso diritti e territorio ai curdi in seguito alla loro collaborazione alle campagne di persecuzione contro gli armeni. Il nuovo stato turco ha riutilizzato poi i medesimi brutali metodi contro le comunità anatoliche di lingua greca nel processo di formazione della nazione turca dai resti dell’impero. I curdi sono alla fine divenuti l’ostacolo più importante all’unificazione etnica della penisola anatolica.

La situazione ha acquisito un nuovo livello di complessità in seguito allo scenario internazionale della Guerra Fredda. La Turchia, prima di fare parte della NATO, ha assunto nuovamente la funzione geopolitica di barriera anti-russa in seguito alla poco conosciuta Crisi degli Stretti nell’immediato secondo dopoguerra. Le potenze occidentali erano interessate a tenere fuori l’URSS dal Mediterraneo con il sostegno al governo turco. Il comportamento delle grandi potenze sulla questione curda era ambiguo poichè da una parte i media e alcuni partiti la sostenevano e dall’altra i governi preferivano impedire nei fatti la nascita di una “nazione”.

La “questione curda” rimane difatti irrisolta non solo in Turchia ma anche in Iraq e Siria nonostante i recenti avvenimenti proprio per l’ambigua posizione di tutte le parti coinvolte che hanno rilevanti interessi economici nell’area interessata.

L’Iraq fu istituita dopo la grande guerra il 23 ottobre 1920 come monarchia e divenne indipendente ma sotto egemonia britannica. L’Inghilterra fu responsabile di politiche di dura repressione di minoranze e fazioni per anni a venire. Negli anni ’30 ebbero luogo numerosi colpi di stato militari contro l’istituzione monarchica. Nel 1936 un generale curdo Al Askari impose un governo militare che promosse una politica di modernizzazione che fu interrotta da nuovi sconvolgimenti politici che continuarono fino agli ’40 quando l’Iraq assunse una posizione di simpatia nei confronti delle potenze dell’Asse durante la seconda guerra mondiale. L’Inghilterra intervenne e invase il paese nel 1941 per impedire il collasso dell’Impero in Medio Oriente e la legge marziale britannica e un governo fantoccio ( Nuri Said ) rimasero in vigore dopo la guerra fino al 1948.

I curdi si organizzarono inizialmente in formazioni politiche di ispirazione comunista ma in seguito a lotte interne fra nazionalisti e comunisti, i primi istituirono un vero movimento basato sul principio identitario dei curdi quale il Partito democratico del Kurdistan. Il nome Kurdistan è, come avviene in molti nazionalismi, una “invenzione storica” per raccogliere una complessa realtà storica che si è sviluppata in un area dai confini privi di vere e propre “barriere naturali” che invece erano caratteristiche dei nazionalismi europei.

Essi divennero presto strumento della logica della Guerra Fredda in corso. La figura più rappresentativa della tragedia era Mustafa Barzani che era il leader della corrente più attiva del vario movimento. Egli nutriva un’eccessiva fiducia nei confronti delle grandi potenze straniere che avevano a loro volta “inventato” l’Iraq stesso. Gli USA consideravano l’area di vitale importanza strategica ed erano intervenuti in diverse situazioni nella generale prospettiva del ritiro dell’Inghilterra e della Francia. L’era del de-colonialismo era in una certa misura effetto del confronto globale fra i principali promotori del “diritto dei popoli” quali gli USA e l’URSS in maniera e con propositi diversi. Gli USA erano entrati in Medio Oriente per salvaguardare il controllo della produzione petrolifera. I sovietici, sfruttando il vuoto di potere delle vecchie potenze coloniali per influenzare i neonati ceti dirigenti, inizialmente approvarono anche l’insediamento dello Stato di Israele,fondato in gran parte con ispirazione socialista. Gli avvenimenti cambiarono l’intero quadro e si cristallizzò un delicato equilibrio fra stati sostenuti dagli USA ( Israele,Turchia,Arabia Saudita ) e quelli dall’Unione Sovietica ( Giordania,Egitto,Siria,Iraq ) .

L’Iraq era inizialmente una monarchia che fu ben presto esautorata da una sequenza di colpi di stato militare in meno di vent’anni dalla fine della Seconda Guerra Mondiale. Mustafa Barzani era di istruzione sovietica ma la sua causa era sostenuta dagli Stati Uniti poiché il regime militare al potere a Baghdad era un cliente fedele di Mosca. Barzani rappresenta in sé le tipiche contraddizioni che tuttora lacerano l’Iraq e tutto il Medio Oriente. Difatti gli USA, ad un certo punto, rinunciarono a supportare Barzani e i suoi curdi per non danneggiare gli interessi dell’alleato NATO quale è la Turchia.

Istanbul godeva della sua particolare posizione geopolitica nel quadro generale di confronto contro la Russia neutralizzando l’ostilità europea per il suo regime illiberale. In questo modo Barzani fu praticamente abbandonato e le repressioni turca e irachena segnarono la fine della causa curda.

Le contraddizioni che hanno caratterizzato la questione permangono tuttora. Difatti Le potenze straniere hanno demolito lo stato iracheno governato da un regime che ha dato e ricevuto favori da tutte le parti ( Saddam comprava armi dai russi ma era anche un partner molto amico della Francia ed Italia e gli USA lo ritenevano un contrappeso all’Iran ed Arabia Saudita ). L’amministrazione Bush Senior, costituito da veterani della Guerra Fredda, aveva “punito” Saddam ma l’intervento, pur massiccio, ebbe scopo limitato in considerazione dei problemi che sarebbero prevedibilmente emersi in caso di collasso del regime. Bush junior e le successive amministrazioni non ebbero la medesima esperienza e vedute e commisero l’errore di sconvolgere l’intero assetto della regione.

L’attuale caos ha favorito lo sviluppo di un area settentrionale fra Siria e Iraq controllata parzialmente da formazioni curde ( con eccezione di aree ancora in mano all’ISIS e siti strategici come la Diga di Mossul sotto controllo della coalizione internazionale ) ma non riconosciuta legalmente dai governi di Baghdad e Damasco. Le grandi potenze, coinvolte in questo nuovo “grande gioco” che sembra un revival degli schemi fra Inghilterra e Russia a riguardo dell’Afghanistan nel secolo decimonono, non hanno ancora espresso un orientamento e un accordo definitivo.

In questa fase delicata la Turchia sta utilizzando tutti gli strumenti a disposizione proprio per dividere e indebolire i curdi lungo la frontiera con bombardamenti e aiuti all’ISIS nonostante l’apparente presa di posizione contro di essa come membro della NATO. L’abbattimento del bombardiere russo Sukhoi-24 rientra in questo processo in atto da parte della Turchia di ostacolare i tentativi curdi di fondare un nuovo stato che potesse anche coinvolgere le minoranze in territorio controllato da Ankara. Inoltre il governo Erdogan non nasconde ambizioni di leadership sul vasto mondo sunnita in concorrenza con l’Arabia Saudita e la lotta contro i curdi fa parte di una ben più più vasta operazione politica,diplomatica e militare. I recenti avvenimenti di scontri di frontiera fra l’Armenia ed Azerbaijan confermano una politica turca di scontro con la Russia che supporta il regime laico di Assad e in una certa misura i curdi. Uno sfondo di apparente guerra di religione che giustifica una pericolosa politica di revival dell’impero ottomano che attualmente le potenze occidentali fingono di ignorare pubblicamente.

La questione curda non potrà essere risolta se non vengono sciolte le contraddizioni che spingono i governi democratici in vario grado e rappresentanti un sistema di valori a tentare di sfruttare o manipolare realtà e sistemi completamente diversi o incompatibili. La scarsa conoscenza della storia e della società sembra essere un tratto tipico delle decisioni prese esclusivamente per interessi economici e militari. I popoli non sono pedine di un gioco ma molti individui che vivono e muoiono senza più rialzarsi come attori di un set cinematografico. Il “risiko” delle grandi potenze in atto sta creando un inferno e cimiteri a non finire. Il petrolio in Medio Oriente ha reso ricche alcune famiglie e creato città dal nulla ma lo stesso petrolio è causa anche di altre città ridotte in macerie, impoverimento e diffusa barbarie.

Il nazionalismo etnico è un ossessione ottocentesca divenuta attuale negli ultimi vent’anni dentro cornici di medioevali guerre di religione per giustificare una guerra globale per l’energia, in atto, e pericolosamente in bilico verso un confronto militare in un futuro forse non lontano.

GABRIELE SUMA

mar 6, 2016 - Notizie    12 Comments

La semantica fantastica e il Potere

La notizia dell’accettazione da parte della Crusca del termine “petaloso” mi sorprende. L’Italiano è una lingua molto elegante e, come ogni lingua, portata ad adattarsi alle innovazioni e neologismi sopratutto con l’avvento dei social network che hanno rivoluzionato la comunicazione di massa ben più della televisione e del libro. I bambini, si sa, sono ricchi di fantasia perchè hanno il vantaggio di avere tutto un mondo da conoscere e la mente è ancora libera dagli impacci dell’esperienza e dunque più pronti a giocare con le parole. I neologismi sono un aspetto dell’infanzia che alla lunga diventano una forma artistica di espressione nella vita adulta perchè gli artisti sono bambini dentro in fin dei conti. Il gioco delle parole è caratteristico nella letteratura inglese poichè l’inglese ha toni musicali e gli inglesi sono un popolo legato ad un universo magico ( le radici culturali celtiche ). Un inventore di semantica fantastica è Lewis Carroll ( Charles Lutwidge Dodgson ) che ha scatenato la sua verve di bambino interiore nel suo capolavoro “Le avventure di Alice al di là dello specchio”. Gli esempi di semantica fantastica sono tanti.

Uno degli esempi più belli è un versetto della poesia del Mostrilo:
Era il brustilo;sveltosi i tàssili trottoschiellavano tra i tratterelli;
tutti tristili stetter gli straccili e startuttivano i verdocelli”.

questa è la traduzione italiana della versione originale Jabberwocky che è un’autentica girandola della lingua inglese con entusiasmo del bambino interiore senza malizia:

Twas brillig, and the slithy toves
Did gyre and gimble in the wabe;
All mimsy were the borogoves,
And the mome raths outgrabe.

il gioco delle parole sarà anche caratteristica del Futurismo italiano con Marinetti che devasta la semantica letteraria tradizionale introducendo per la prima volta nella “letteratura alta” le onomatopee in Il Bombardamento:

( … )
forza che gioia vedere udire fiutare tutto
tutto taratatatata delle mitragliatrici strillare
a perdifiato sotto morsi schiaffi traak-
traack frustare pic-pac-pum-tumb bizz-
( … )

Questa forma espressiva non riporta alla mente le entusiastiche descrizioni dei bambini ? Un nuovo livello di semantica fantastica è stato raggiunto da un altro artista della lingua inglese che è George Orwell che ha voluto ridicolizzare la mania degli acronimi che affliggeva soprattutto il linguaggio professionale dell’economia e dell’arte militare e, con profetica visione ( Orwell sembra aver capito tutto della modernità del XX secolo ), mettere alla berlina la tendenza della comunicazione massificata ad “uccidere” la semantica tradizionale a beneficio del guadagno del tempo in nome di gestione “efficiente” ( l’era del multitasking odierno ). L’invenzione semantica di Orwell, brillante satira del linguaggio dello Stato e del Potere, prende il nome di “Neolingua” nel famoso romanzo distopico 1984. La semantica fantastica in chiave satirica di Orwell è da tempo argomento di lunghi studi e analisi ma in questa sede vorrei far notare l’acume dello scrittore che fu non solo anarchico nelle idee ma pure nelle parole:

( … ) art uno virgola cinque virgola sette approvato indistint stop proposte in art sei bisplusridicole concern psicodelinguere annullate stop nonluogoprocedere ( …)

Una frase che rimanda alla memoria l’uso del telegrafo e dei telegrammi all’epoca uno degli strumenti di comunicazione più diffusi ( la televisione nel 1948 stava appena iniziando ad essere una realtà tecnica nella società ) . Orwell ha voluto mettere in guardia i lettori dalla potenza manipolativa di acronimi che “fanno a pezzi” il senso compiuto di una frase offrendo l’illusione di un’ “immediata comprensione” ma che in realtà riducono all’individuo la scelta di parole diverse e rendono non convenienti i sinonimi. La povertà del vocabolario è uno degli scopi per il Potere che si preoccupa di non lasciare agli individui il libero arbitrio di costruirsi un linguaggio tale da poter contrastare un discorso con le “armi” offerte dalle parole e dalla conoscenza delle parole utili.

L’allarme di Orwell sulla condiscenza di alti istituti della lingua e dei media sull’ “infantilismo” di neologismi va sempre tenuta in considerazione per evitare che le nuove generazioni rischino di restare Al di là dello Specchio . L’opera di Carroll potrebbe diventare per i bambini del futuro  ”paginoso” come l’espressione che utilizzai senza malizia da piccolo per un libro “imponente”.

GABRIELE SUMA

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