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ago 8, 2021 - Notizie    2 Comments

Lance fra i due mari

La Storia ha i suoi ritorni ciclici, alla fine di un lungo viaggio si ritorna al punto di partenza anche a distanza di secoli. Taranto non è esclusa dal destino ricamato dalle Moire le sinistre donne della mitologia greca.

Fermiamoci dunque in un momento in cui l’ex colonia dei figli di Sparta, con il nome di Taras leggendario fondatore, si era liberata della protezione crudele e benevola di Roma per entrare nei tempi cosiddetti “oscuri” per studiosi nati quasi mille anni dopo gli avvenimenti. Lasciamo per un momento la Nobilissima Urbs per allargare la visione all’intero “mondo conosciuto” così come era stato delineato dalle carte di Eratostene e Tolomeo: il Mediterraneo non più Mare Nostrum.

Fin dalla notte dei tempi il bacino del Mediterraneo si prestava alle azioni belliche e piratesche. Poche civiltà erano state risparmiate dal flagello. Il dominio romano aveva interrotto tale attività con campagne militari sostenute con tenacia da Pompeo ed Ottaviano. La flotta militare romana, negli anni migliori dell’Impero, ha garantito la pace in tutto il Mare Nostrum.

La Puglia, una regione alquanto sfortunata, fu uno dei teatri principali del mediterraneo in fiamme. La posizione strategica permetteva il controllo della penisola un tempo centro di quell’Impero che Giustiniano e i suoi successori sognavano di ricostituire ad ogni costo. Le sanguinose guerre ( dal 535 al 553 ) fra Romaioi e goti ne testimoniavano la volontà anche contro la forza della Storia stessa.

Taranto, poco prima delle guerre greco-gotiche, era ancora strutturata nella combinazione di vecchia acropoli con l’area urbana di epoca romana ancora protetta da difese murarie di età imperiale. Le necessità belliche trasformarono l’urbe a spese soprattutto dell’acropoli, area di templi ed edifici pubblici, in una nuova dimensione socioculturale con in sé le premesse del futuro Borgo Vecchio. L’antichissima industria della porpora ricavata dai molluschi, d’altro canto, permise il mantenimento di un patriziato e di un ceto mercantile che non badarono a spese per proprie ville e residenze destinate ad essere, in diversi casi, fortificazioni private negli ultimi anni dell’Impero. I goti, contendendo aspramente con le armate di Belisario la penisola, dilagarono in Puglia. Il conflitto interessò molto da vicino Taranto, essendo utilizzata dall’Impero Giustinianeo come punto di scalo per le truppe dirette a difendere Otranto ,importante base per il controllo della Puglia.

Totila, il sovrano dei goti, precisamente ostrogoti, conquistò Taranto nel 549 d.C. per il suo valore strategico di collegamento. La dominazione ostrogota sulla città fu di relativa breve durata ma sufficiente per il completamento delle ristrutturazioni iniziate dai bizantini con aggiunta di un paio di nuove torri ( le torri del Gallo e del Cane ) ancora visibili fra le abitazioni del borgo vecchio. I bizantini, ritornati nel 552, si preoccuparono di estendere le difese anche dove sorgevano complessi termali attualmente sepolti dall’attuale Piazza Ebalia. Il risultato fu la realizzazione di infrastrutture difensive alle basi di quello, fino a non molto tempo fa ,erroneamente ritenuto castello saraceno in relazione all’accampamento tenuto dai futuri invasori pirati in loco molti secoli dopo.

Le grandi devastazioni delle guerre greco-gotiche avevano danneggiato notevolmente il commercio in tutta la penisola compresa Taranto che fino a quel momento importava ed esportava merci e ricchezze in particolare con la Calabria. Nonostante le difficoltà economiche ebbe vita, nell’assetto sociale ed urbano, una piccola ma intraprendente comunità ebraica, della quale sono stati rinvenute, verso la fine del 1800, alcune iscrizioni e tombe, in particolare nella zona attualmente occupata dal Palazzo degli Uffici.

La penisola italiana era quasi completamente devastata dai passaggi distruttivi degli eserciti imperiali e goti aprendo la strada ad una nuova invasione stavolta portata avanti dai longobardi che entrarono in scena nel 568 d.C. Un enorme numero di persone, non solo guerrieri, era guidato da Re Alboino marito di Rosmunda da noi più conosciuta per il bevi rosmunda! dal teschio tondo del tuo papà! ( Cunimondo re dei Gepidi ) nella satira di Achille Campanile poliedrico giornalista e sceneggiatore del XX secolo. Ad un mito raccontato dallo storico Paolo di Warnefrido, più conosciuto come Paolo Diacono autore della celebre Historia Longobardorum si fa risalire il nome longobardi. Lo storico narra che una grande battaglia era imminente fra il popolo dei Winnili e nemici non ben identificati wandali ( da non confondere con gli storici vandali conquistatori della penisola iberica e Africa verso la fine dell’Impero romano ). Frea, consorte del dio Odino, intendeva dare la vittoria ai Winnili contrariamente alla volontà del marito che ha scelto invece i wandali. La moglie, venerata dea della fertilità e dell’amore, ordinò alle donne winnili di presentarsi ad Odino con i capelli riversi sul volto come se fossero lunghe barbe alla maniera dei loro compagni guerrieri per ottenere, con inganno, la forza del padre degli dei. La vittoria, così come ottenuta, fu schiacciante e da quel momento il popolo dei Winnili assunse il nome di longobardi per le lunghe barbe sfoggiate da uomini e donne unite dal medesimo coraggio virile in contrapposizione con i più civilizzati ma indeboliti romani secondo quanto, forse, voleva far intendere il cristianizzato ma orgoglioso storico longobardo Paolo. Esiste anche un altra teoria per spiegare il mito quale la possibilità che gli antichi Winnili non avessero la barba a differenza dei nemici favoriti da Odino con la conseguenza che Frea, astutamente, ingannò il compagno con lo stratagemma delle finte barbe fatte dai capelli per strappare la vittoria per mano sua.

In ogni caso, i longobardi, noti anche per le lunghe lance, scesero in Italia portandosi dietro anche numerose schiere di alleati e vassalli sottomessi in seguito a numerose vittorie conquistate sul campo senza incontrare molta resistenza dalle indebolite forze imperiali e da una popolazione stanca di disordini, tasse e saccheggi di un conflitto interminabile. Numerose città, pur diroccate e ombra di quelle che furono, cedevano le chiavi al loro passaggio particolarmente evocato con tinte fosche dalla letteratura ecclesiastica che deplorava saccheggi di luoghi religiosi e uccisioni di sacerdoti. Dal 572 d.C in poi iniziò a prendere corpo il dominio territoriale dei longobardi su gran parte dell’Italia con capitale nominale Pavia poco tempo dopo la morte improvvisa del re condottiero Alboino fatto uccidere da Rosmunda. Il regno era in realtà una confederazione di feudi privati governati dai duchi ( dal termine latino Dux “comandante” ).

Una nuova congiura, stavolta supportata dall’Imperatore Giustino II desideroso di rivincita, pose fine al primo embrione di regno con la morte del Re Clefi successore di Alboino.

Prima di tali eventi, un condottiero, Zottone, pensò di conquistare un proprio dominio personale scendendo a sud Italia dove ancora diversi territori restavano sotto l’Impero con buone prospettive di bottino e gloria. Il suo esercito, evitando le ben presidiate coste, attraversava il montuoso entroterra appenninico utilizzando, secondo alcune ipotesi, la ancora efficiente Via Flaminia.

Nel 570 d.C Benevento, investita dall’assalto longobardo, cadde facilmente permettendo ai longobardi di rafforzare le proprie posizioni senza molestie da parte degli imperiali troppo impegnati in altri fronti in tutto il Mediterraneo, sfruttando anche l’appoggio di soldataglia senza paga e lavoro da parte del Basileus nella regione.

Il monastero di San Benedetto di Cassino fu fatto oggetto di saccheggio sistematico, data incerta ma circa anni ’80 del VI secolo. I longobardi, a differenza dei precedenti invasori, si distinsero nell’evitare stragi inutili di innocenti come è testimoniato dal fatto che Zottone permise al clero del monastero di rifugiarsi a Roma dove governava, formalmente in nome dell’Impero, il pontefice e vescovo della Caput Mundi Pelagio II. Mentre Zottone proseguiva, un’altra colonna guidata da un altro avventuriero, Faroaldo, marciava fra le montagne. Egli procedeva senza essere ostacolato dai bizantini più propensi a comprare i nemici ma inevitabile per essi la perdita di vasti possedimenti in Italia centrale ad eccezione delle coste e le difese di Roma.

Faroaldo stabilì così in breve tempo il ducato di Spoleto e, subito dopo, tentò persino di conquistare l’Urbe in rovina senza riuscirci ma il suo dominio era destinato, ben presto, a diventare uno dei ducati più potenti e longevi del reame longobardo.

Le armate longobarde erano piccole di numero con la conseguenza che tendevano a consolidare il potere della propria gente con propri insediamenti fortificati denominati Fara da cui un certo numero di attuale cittadine tuttora conserva le proprie origini, in particolare in Abruzzo come Fara di San Martino presso Chieti. I nuovi padroniseparati dal contesto urbano e sociale dei romani sottomessi, in cambio della perdita di status di cittadini liberi, permettevano alle popolazioni soggette l’esercizio delle proprie leggi e li esentavano, di norma, da obblighi di servizio militare.

I longobardi irruppero nella scena sottraendo la città ( 568 d.C ) ai romaioi indeboliti da incessanti lotte di frontiera contro nemici secolari quali Parti e barbari balcanici come Avari e Bulgari.

I dominatori, per diverso tempo, preferivano propri capi militari ( duchi ) piuttosto che sottostare docilmente ad un vero governo centrale monarchico. Il mezzogiorno, in particolare Puglia, era difatti controllata da signori di Salerno e Benevento e da altri ducati minori. I bizantini cercavano così di tenere sotto controllo la situazione ricercando alleanza con i franchi. I longobardi però erano anche disposti a pagare tangenti agli antenati di Carlo Magno anche in pieno svolgimento di un conflitto per prevenire l’accerchiamento.

Durante il periodo la città di Taranto, rifiorì intanto per la ripresa degli scambi commerciali pur nettamente ridimensionati guadagnandosi l’appellativo di Satis Opulentas ( dal latino “abbastanza ricca” ) dallo storico monaco di Cividale Paolo Diacono ( VIII secolo ).

Taranto ritornò presto ad essere una base per operazioni militari dell’Impero d’Oriente in Puglia contro i longobardi così come raccontava sempre Paolo Diacono, autore e storico della celebre Historia Langobardorum:

l’imperatore Costante II Eraclio giunse a Taranto, partito di là. Invase i territori dei Beneventani ( … ) Attaccò con gran forza anche Lucera, ricca città della Puglia, poi, espugnatala,la distrusse radendola al suolo ( 663 d.C )

Si stima che l’esercito fosse costituito in buona parte di armeni, ottimi combattenti e bene armati, da sempre considerati positivamente fin da quando combatterono come alleati sotto i vessilli del vecchio impero romano contro i parti secoli prima.

L’esercito imperiale proseguì l’avanzata fin sotto le mura di Benevento allora difesa strenuamente da Romualdo che richiese aiuto al padre Grimoaldo allora padrone di terre in Nord Italia. Grimoaldo accettò di intervenire ma dovette anche combattere contro i franchi allora alleati dei bizantini nei territori settentrionali. I longobardi impegnarono gli imperiali con rapide sortite contro gli accampamenti e Costante, alla notizia dell’imminente arrivo di Grimoaldo vincitore contro i franchi ad Asti, rinunciò all’assedio ritirandosi a Napoli. Paolo Diacono raccontava di una vittoria longobarda presso il fiume Calore da parte di alleati capuani di Romualdo. Nella battaglia di Forino, in Campania, gli imperiali vennero poi definitivamente sconfitti nel 663 d.C. La fallimentare campagna spinse Costante a ricercare compenso a spese di Roma secondo quanto narra Paolo Diacono :

( … ) la spogliò di tutto il bronzo posto in tempi antichi ad ornamento della città, e giunse al punto di scoperchiare anche la basilica della Beata Maria ( Pantheon )

La condotta violenta e spregiudicata dell’Imperatore è stato motivo poi di complotti contro la sua persona fino all’attentato mortale nel 668 d.C a Siracusa. Un ennesima guerra civile scatenata dall’usurpatore armeno Mecezio lasciò il campo libero ai longobardi che sottomisero facilmente la Nobilissima Urbs. I bizantini rimarranno divisi ed indeboliti dalle lotte di successione culminate per vent’anni fino all’ultimo imperatore della dinastia eracliana Costantino II.

Le vicende nei domini longobardi si legarono con il destino di Taranto per quasi due secoli. Una sanguinosa contesa, nel 840 d.C, si scatenò fra i fratelli Siconolfo e Sicardo figli di Sicone duca di Salerno e Benevento. Sicardo prevalse conquistando i propri diritti di dominio imponendo allo sconfitto la vita monacale a Taranto a scopo di tenerlo sotto controllo. In quei terribili tempi era saggezza uccidere i fratelli e parenti per assicurarsi il potere ma Sicone, forse per scrupoli, preferì non sporcarsi le mani imponendo l’esilio. Il vendicativo Siconolfo non rinunciò mai al trono che gli era stato sottratto abbandonando presto la via della tonsura impostagli. Orso, conte di Conza, parente ed alleato lo tenne sotto la sua protezione, permettendogli di guadagnare supporto in diverse città utilizzando i suoi legittimi diritti al trono ducale. In seguito alla morte di Sicardo, Il ducato era nelle mani del ministro Radelchi, sì capace amministratore del tesoro ,ma illegittimo per i potenti signori locali che scelsero piuttosto Siconolfo come legittimo Duca. Napoli e Capua si ribellarono al Ducato di Benevento anche per antichissime rivalità cogliendo occasione della crisi di potere per acquisire maggiore autonomia. Radelchi vide il grande ducato disfarsi nella guerra civile subendo anche assedio nella propria città, Benevento. Lo spargimento di sangue indeboliva talmente le fazioni in lotta che ricorsero a mercenari stranieri, anche i cosiddetti saraceni.I mercenari, chiamati per aiutare Radelchi nella lotta senza quartiere contro il pretendente, colsero occasione per prendere il potere a Bari. Il loro dominio sarebbe durato dall’847 all’871 con conseguenze anche fatali sul futuro del dominio longobardo sull’intera regione. La situazione si ripeterà anche con i normanni in circostanze diverse.

Il dominio longobardo ha lasciato pochi segni architettonici non sempre riconoscibili. Nella parlata pugliese sopravvivono alcuni termini della loro lingua. I dominatori, all’inizio, preferivano abitare in comunità separate con pochi contatti con le città soggette. Le popolazioni locali avevano perso diritti politici ma conservarono ampia autonomia nella sfera del diritto romano della società tardo imperiale. Le città sottoposte ai duchi beneficiarono dell’assenza dei romani d’oriente, detestati per la pesante tassazione imposta per finanziare continue guerre imperiali. I longobardi inoltre, dopo iniziali massacri delle fasi guerresche, smisero di perseguitare i cristiani e, all’inizio, continuarono a mantenere vive proprie forme di trascendenza nei propri insediamenti e castelli.

GABRIELE SUMA

giu 9, 2021 - Notizie    No Comments

Cronache del Ghiaccio e del Fuoco

1870, palle di cannone rotolando sul dolce prato di Francia posero fine, ancora una volta dopo poco più di mezzo secolo, all’impero creato dalla dinastia fondata da un ambizioso ufficiale di artiglieria. A distanza di trent’anni dalla deposizione per il riposo eterno dei resti del nonno nel grandioso Palazzo degli Invalidi, il nipote diede la spada al Re di Prussia, la stessa nazione che pose fine alle speranze francesi a Waterloo. Il regno di Luigi Bonaparte terminò bruscamente così come era nato lasciando il passo ai vincitori che si ritennero destinati a creare un nuovo impero nel cuore dell’Europa. Fra le vetrate splendenti di Versailles, stivali teutonici battevano il tacco per festeggiare l’Impero della Germania che non aveva nulla a che spartire direttamente con l’antico Sacro Romano Impero abolito proprio dal primo Imperatore dei Francesi. Il cosiddetto Reich ( che gli storici indicano “primo” per differenziarlo dai successivi cambi di regime ) sarà di breve durata, segnato dalla maledizione della vittoria stessa trascinando con sè tutti gli altri imperi del Vecchio Mondo mezzo secolo dopo.

La Storia marciava a passo cadenzato ma nell’aria si sollevava pure il futuro. Un futuro racchiuso in forme quasi sferiche fatte di materiali infiammabili, pericolosi per chi voleva sfidare la gravità e la natura. Tali forme sono definite “mongolfiere” dal cognome di Jacques Montgolfier che aveva disegnato in età moderna il primo prototipo. Nel fatidico 1783, si staccò dal suolo per pochi ed emozionanti minuti sopra le case di Parigi ancora molto diversa da come la conosciamo. Nel 1785 avvenne in seguito la prima storica traversata della Manica con il pallone stavolta riempito di idrogeno, impresa quasi suicida per i rischi dovuto all’instabile elemento. I vari tentativi di staccarsi dal suolo erano stati purtroppo costellati da incidenti, talvolta pure mortali.

Robespierre aveva tuttavia intuito bene l’utilità in campo militare di tale invenzione inaugurando la Ecole Aerostaticque che ebbe però vita breve poichè Napoleone disprezzava le mongolfiere pur usate molto durante la rivoluzione francese. Gli americani, di solito sempre pronti alle innovazioni, infatti rimasero perplessi a lungo. I francesi riportarono solo molto più tardi in auge i palloni in campo militare, come postazioni di osservazione ad alta quota nel 1859 durante la seconda guerra di indipendenza italiana. Nello stesso periodo gli austriaci pensarono di caricare le mongolfiere con bombe incendiarie da sganciare su Venezia che si era in quel frangente ribellata, con esito però fallimentare.

All’approssimarsi del disastro dell’esercito francese, si instaurarono le basi di un uso sistematico dei palloni non da Parigi ma da Metz. Per la prima volta si era riuscito a smistare comunicazioni postali tramite palloni con regolarità nonostante la scarsità di idrogeno ottenuto al tempo solo da estratto di acido solforico. Nella capitale iniziarono i primi voli più tardi, inaugurati da Mademoiselle de Montgolfier figlia dello scienziato che aveva dato il nome. I prussiani in più occasioni si limitavano a contemplarli anche sopra Versailles usata come base del comando supremo degli assedianti. Ad un certo punto i prussiani organizzarono squadre di cavalleria per intercettare gli atterraggi fuori dal perimetro fortificato della capitale con il supporto di osservatori che comunicavano via telegrafo.

La situazione diventò surreale quando l’astronomo Pierre Janssen utilizzò uno di questi palloni superando il campo di battaglia per…studiare l’eclisse solare in atto in Algeria per quanto poi il suo sogno non si realizzò non per le bombe della guerra in corso ma per banali nuvole nel cielo sovrastante l’arsa colonia francese.

I materiali diventavano, nel corso dell’assedio, molto grezzi, al limite della pericolosità per uso di cotone invece di seta e il gas prodotto da mero carbone, senza protezioni contro agenti atmosferici. L’ancora era letteralmente l’unico appiglio di salvezza, unita ad una corda di più di cento metri per quanto i palloni potevano raggiungere rapidamente altezze oltre i limiti di sicurezza. Nonostante il pericolo, o forse proprio per questo, non mancarono mai tuttavia persone disposte a rischiare.

Numerose donne avevano contribuito a cucire e ricamare i tessuti dei palloni prodotti in serie per tutto il periodo dell’assedio ( circa 5-6 mesi ). l’esperto aviatore Eugène Godard gettò le basi di una vera e propria professione di piloti di mongolfiere arruolando, curiosamente, moltissimi marinai che si erano presentati volontari.

In ogni caso ci si rendeva conto drammaticamente che le mongolfiere non erano regolabili a piacere, dipendenti dai capricci del vento e spesso di sola andata spingevano i responsabili a ricercare una soluzione. Il chimico ed aviatore Gaston Tissandier propose e sperimentò personalmente primi rudimentali dirigibili più volte, ma senza successo, rischiando pure di finire prigioniero dei prussiani in una concitata notte priva di luce lunare a causa dei soliti ed imprevedibili capricci dei venti.

Nel gelido novembre parigino nell’intenzione di rompere l’assedio con forze francesi superstiti al disastro di Sedan si pensò di organizzare un azione congiunta con la città assediata. L’operazione richiedeva notevoli spostamenti di truppe. I prussiani non ebbero difficoltà a capire le intenzioni rafforzando così le posizioni in notevole anticipo. Era necessario frattanto per Parigi tentare di comunicare con l’armata di soccorso e per tale scopo era stata affidata la comunicazione ad una mongolfiera oggi nota con il nome di Ville d’Orleans. L’equipaggio era costituito da Valéry Paul Rolier e Leonard Bézier che iniziarono la missione il 24 novembre recando a bordo i dispacci di grande importanza militare oltre al necessario per un viaggio che già si considerava pericoloso per il buio notturno ( per evitare i prussiani ) e i rigori dell’inverno francese.

cosa?….” abbassando lo sguardo, l’orrore della scoperta dopo alcune ore nell’oscurità: “senti anche tu qualcosa di strano, Paul?”. Il suono era tragicamente famigliare e solo un mormorio “il mare”. Qualcosa era andato storto, i venti sono stati di nuovo più imprevedibili dei folletti delle leggende, stavolta lo scherzo era stato pesante: contrariamente alle aspettative, invece di muoversi all’interno del territorio, erano stati sospinti per tutta la notte verso le gelide acque del Mare del Nord.

La scintillante superficie del mare, increspato da onde alle prime luci dell’alba assumeva il profilo della morte per i passeggeri in balia della natura. Il pallone guadagnava velocità verso il basso ed era arrivato il momento di decidere se scaricare pesi. “pure questo?” Rolier si chiese tenendo fra le mani voluminosi pacchi contenenti proprio i messaggi affidati per la missione “se non li scarichiamo moriremo, ragazzo mio in ogni caso se toccheremo terra da qualche parte…stanne certo che non serviranno più” rispose Bézier. Guardandosi intorno “potremmo finire in Inghilterra ( neutrale durante il conflitto ) e restare sotto custodia e le lettere sotto sequestro…oppure il peggio, finire in Prussia” un brivido gli percorse la schiena “potrebbero mettere mano su queste lettere”. La decisione fu dunque rapida, i dispacci presero il volo permettendo al gabbiotto di levarsi verso l’alto.

cosa ne sarà di noi?” parole perse nel vento che si faceva più pungente, attanagliando le membra e le ossa “dove siamo?” dominava i pensieri degli uomini persi nel cielo. Dopo un lungo momento di inquietudine qualcosa emerse nel bianco scintillante delle nebbie sottostanti. Non era la dolce Francia e neppure l’Inghilterra, ma neppure il nero mare; “alberi!” il freddo aveva chiuso le screpolate labbra ma era un urlo interiore, terra significava poter sopravvivere, certamente con più probabilità rispetto all’assiderazione immediata nelle acque. “ora o mai più”, nemmeno si parlarono, l’istinto li guidò a compiere l’estremo: abbandonare tutto.

merde” parola rimembrante ben più gloriosi attimi di cattiva sorte. Si resero conto che il vento li stava spingendo, l’ancora era andata perduta e non c’era modo di scendere se non osare il tutto per tutto.

giù!” con un balzo abbandonarono il piccolo cabinato che riguadagnò velocemente quota. Neve, soffice neve, si scossero doloranti ma interi rimettendosi in piedi a stento, aiutandosi a vicenda con lo sguardo rivolto all’orizzonte ammantato di pini, tanti pini, un mare di pini. Non si persero l’animo “non possiamo fermarci, cerchiamo di muoverci, importante è muoversi”.

Dopo alcune ore…l’oscurità stava rapidamente avvolgendo ogni cosa “non chiudere gli occhi!” esclamò disperato Béziers prendendo per il braccio Rolier che stava barcollando, il sonno uccide anche se la stanchezza era tanta, troppa. I dolori quasi non si sentivano più per il brivido che scuoteva i corpi.

Uno spazio vuoto si aprì fra le querce brinate e la foschia occupato da una capanna, piccola, quasi irriconoscibile, non famigliare ma “non sembrava prussiana”. In ogni caso erano i piedi a portarli alla soglia, piedi che sembravano quasi staccarsi. La porta era aperta ma non c’era nessuno e ogni cosa sembrava abbandonata ma il tetto non era sfondato e pur in assenza di letti, il duro pavimento era meglio del sudario bianco della neve. Si rannicchiarono a stretta distanza per conservare e scambiare il poco calore che abitava i loro corpi pensando a tutto quello che avevano dovuto abbandonare ma alla fine persuasi che si sarebbe potuto continuare ancora così. Alle prime luci quasi abbaglianti attraverso fessure del tetto, si sollevarono ancora indeboliti e ripresero la marcia sostenendosi a vicenda lasciandosi dietro la baracca.

Un altro tetto in vista, stavolta in condizioni migliori, con colori e segni di frequentazione umana. Lo stomaco ha ordinato ai piedi di violare la proprietà privata. Mani ormai pallide, quasi di pietra, insensibili al tatto si posero subito su ogni cosa che sembrasse anche solo vagamente commestibile; no non sembrava affatto cuisine française ma che importa ?

Parole indecifrabili, colti sul fatto da uomini impellicciati, dallo sguardo ostile. Non erano però prussiani ma nemmeno francesi e neppure belgi, “non sembra inglese” Béziers pensò sforzandosi di recepire il linguaggio caratterizzato da accenti e suoni del tutto non famigliari ma qualcosa lo rincuorava poiché non sembrava nemmeno aspro, tipico degli odiati prussiani che stavano bruciando la sua amata Parigi.

Gesticolando cercavano di farsi capire accompagnando con parole francesi ricevendo però risposte incomprensibili per quanto ora i presunti proprietari della casa non sembravano essere più nervosi ma solo confusi. Una scatola di fiammiferi attirò la sua attenzione, caratteri scritti alla maniera latina, comprensibile e quasi universale per gli europei : un nome appariva, di una località che colse i due uomini sopravvissuti all’incredibile avventura, “Christiania” la capitale della Norvegia, oggi Oslo.

Avevano percorso miglia e miglia ben oltre l’impensabile ma erano vivi, salvi !

I dispacci ? Un peschereccio li ha recuperati, galleggianti nel Mare del Nord, umidi ma integri e perfino ancora leggibili. La missione era però fallita, non arrivarono mai in tempo utile alla destinazione prevista, forse cambiando il corso della Storia. Tuttavia per i due uomini, Valéry Paul Rolier e Leonard Bézier, la vita poteva ancora continuare regalando loro una storia incredibile, un avventura quasi alla Verne, da raccontare a tutto il mondo.

GABRIELE SUMA

mag 14, 2021 - Notizie    4 Comments

Robin Hood d’America

Siamo negli anni ’30, dopo l’epopea spettacolosa del decennio caratterizzato da mutamenti socioculturali e sconvolgimenti di vecchie certezze. Gli anni “ruggenti” si conclusero tuttavia con lo shock senza precedenti provocato dal “Martedì Nero” ( da non confondere con il più positivo “Venerdì Nero” dei saldi ) che segnò il crollo improvviso della Borsa di New York nel freddo inverno del 1929. L’evento tuttora argomento di intensi dibattiti in America potrebbe far venire in mente quello che è avvenuto più recentemente, il crollo finanziario del 2008 che ancora influenza le dinamiche economiche e sociali in mezzo mondo compreso appunto il rifiorire del populismo.

La società americana si era trovata, dopo il ’29, fortemente colpita, tanto la classe media che il proletariato con conseguenze sulle spese pubbliche dato il minore gettito fiscale e la produzione dimezzata con riflessi su tutti gli altri settori della vita economica nazionale come il commercio, crescita industriale e statura nell’arena internazionale.

Di conseguenza sorsero istanze politiche di deciso intervento statale nei meccanismi economici della Grande Repubblica Stellata andando contro la volontà dei cittadini americani contrari al dirigismo economico caratteristico invece di molti paesi europei. La Costituzione americana è segnata infatti dal ricordo del sopruso della monarchia inglese sui coloni che rivendicavano la propria libertà e proprietà. L’istituto presidenziale secondo la costituzione doveva così astenersi da ogni forma di controllo sui cittadini eccetto il dovere di tutelare la proprietà privata e la difesa della comunità dai nemici esterni.

In opposizione al sentimento comune, erano sorte invece nuove linee di pensiero che diedero impulso alla Sociologia e a nuove teorie economiche per elaborare nuove risposte alla crisi che aveva sconvolto il sistema tradizionale come il Keynesismo ancora oggi punto di riferimento per le soluzioni stataliste.

In tale atmosfera emerse la figura peculiare di Huey Long che ha aveva attirato su di sé grande attenzione ben oltre i confini del proprio stato per alcuni anni dal 1928 al 1935.

Di umili origini, di fede battista ( una peculiare rielaborazione del protestantesimo ), era nato nella Louisiana, antica colonia francese donata da Napoleone I alle colonie, animata da istanze socioculturali controverse divenute terreno fertile per radicalismo ideologico. Long si dimostrò molto insofferente alle regole fin dalla prima giovinezza sviluppando però anche predilezione per riferimenti ideali a disciplina e rigorismo per gli altri. Entrò nella politica abbastanza presto evitando il servizio militare e la guerra e si fece notare per le sue posizioni radicali contro i “poteri forti” ( qualcosa del Deep State trumpiano di oggi ) accusate di governare la società americana dietro i grandi monopoli industriali.

Ben presto partecipò alle primarie democratiche della Louisiana ( lo stesso partito di Roosevelt ) incontrando però ostilità da parte di alcuni colleghi per la sua posizione contro sia lo Standard Oil e sia contro una compagnia telefonica, essendo lui ostile a fenomeni di monopolio ed esenzioni fiscali. Long assunse notorietà a livello nazionale per le sue battaglie legali e mantenne una posizione di neutralità nei confronti del KKK che già allora verso la fine degli anni ’20 mieteva vittime nello Stato. Pur battista sostenne attivamente i cattolici guadagnandosi notevole supporto da essi sfruttando in modo innovativo le nuove tecnologie di comunicazione come la radio e carri per propaganda stimolando la partecipazione pubblica alle questioni rivoluzionandone la comunicazione politica.

In poco tempo si guadagnò popolarità tale da consentirgli di diventare governatore dello stato nutrendo ambizione di arrivare poi alla Casa Bianca mentre sollevava dibattiti per le sue campagne moralizzatrici sostenute dalla guardia nazionale dello stato. Risiedeva in un edificio grandioso, dal quale iniziò a deliberare azioni contro le compagnie petrolifere scatenando crisi intestine nel partito democratico che ricercava accordi con esse. Long, ad un certo punto, rischiò pesanti conseguenze penali per la sua politica. Lo scontro divenne molto duro obbligando il governatore a farsi scortare mentre puniva i suoi nemici più acerrimi licenziandoli dall’amministrazione pubblica e minacciando pesanti ritorsioni legali senza remora alcuna.

La popolarità crebbe enormemente ponendosi come acerrimo nemico delle compagnie del petrolio. Egli riuscì a controbattere nemici supportati da importanti giornali con forme di propaganda che coinvolgevano instancabilmente i cittadini per la strada vincendo le elezioni per il Senato anche con uso di metodi poco ortodossi infiammando il già teso clima politico. Il noto attore Charlie Chaplin si espose dando il suo sostegno ad una campagna di accuse di frode elettorale contro l’impetuoso ma vincente governatore.

Una volta assunta la carica senatoriale, bruciando le tappe praticamente con le proprie forze e la forza indomabile del solido sostegno popolare, promosse, con crescente spregiudicatezza forse alimentata dal senso di potere per la carica rivestita, iniziative a favore dei propri amici ed alleati nel controllo dello Stato della Louisiana determinando nemici e nuovi ostacoli che potevano sbarrargli il passo verso la sua metà più ambita: la Presidenza.

La politica molto battagliera a favore dell’industria del cotone della Louisiana divideva l’opinione pubblica di fronte all’imbarazzo di molti nemici che dimostravano di non saper reagire a tale confronto dopo anni di taciti accordi reciproci anche fra avversari. Long, come Trump oggi , era diventato un “outsider” che sconvolgeva il consolidato sistema con forza dirompente di una meteorite. Long mandava avanti idee sempre più ambiziose e radicali come soluzioni di redistribuzione della ricchezza e rottura dei monopoli incontrando forte consenso, dipingendosi quasi come un Robin Hood.

Durante la sua amministrazione, vantò di aver riassettato lo stato della Louisiana, rinnovato i servizi pubblici e contrastato la disoccupazione con mano ferma, quasi autoritaria secondo i suoi molti nemici.

All’apice della popolarità iniziò a farsi strada come leader di una alternativa visione superando lo storico dualismo dei repubblicani e democratici proponendo un ambizioso programma di rinnovamento socioeconomico a favore delle basse classi sociali allontanandosi da Roosevelt che rappresentava il lato più moderato delle riforme. In seguito la presa di distanza si tramutò in scontro diretto, nel quale Long non risparmiò nemmeno violenti epiteti nei confronti dei sostenitori della fazione di Roosevelt, compreso il futuro generale MacArthur. Ci furono tentativi di neutralizzarlo politicamente con indagini su presunti brogli, però tutti conclusi con formula di assoluzione rendendo il ribelle senatore sempre più battagliero e carismatico.

Ad un certo punto fece presente anche la sua linea sulla politica estera, impostata come un deciso isolazionismo anche nei confronti del “giardino di casa” della storica Dottrina Monroe accusando le compagnie petrolifere di aver alimentato la guerra fra il Paraguay e la Bolivia e richiedendo anche il ritiro dalle Filippine nella convinzione che la nazione non avrebbe dovuto perseguire gli scopi dei “poteri forti”. Le sue posizioni sempre più originali ed audaci gli fecero guadagnare sempre più nemici nell’establishment ma non esistono prove di un vero e proprio complotto deciso per la sua eliminazione.

Nel 1934 presentò il programma “Share our Wealth” che ebbe effetti paragonabili ad una bomba atomica direttamente lanciata contro l’amministrazione Roosevelt. In seguito attaccò i giornali accusando di spargere menzogne e nel suo stato fece varare una legge che imponeva ai giornali di pagare una tassa definita da lui “la tassa per le bugie”. Alla fine, nel 1935, decise di correre per le presidenziali previste per il 1936 raccogliendo grande consenso nei suoi viaggi attraverso la Grande Repubblica Stellata mentre in Louisiana la compagnia petrolifera Standard Oil attaccò il senatore supportando anche un associazione dotata di armi facendo alzare la temperatura del rovente clima politico. Scoppiarono subito dopo violenti incidenti con scontri fra i militanti pro Standard Oil e la Guardia Nazionale dello Stato mentre il senatore applicò misure molto rigide per ristabilire la situazione. Ad un certo punto il senatore mise in atto delle pratiche legali per neutralizzare uno dei suoi avversari politici determinando però la reazione di un medico parente dell’indagato, un tale Carl Weiss che pensò di vendicarsi sparandogli all’uscita dal tribunale.

Al funerale parteciparono decine di migliaia di sostenitori che subito denunciarono la possibilità di un vero complotto dietro all’azione individuale di un solitario, tendenza che ci è famigliare poiché sarà anche così decenni dopo a riguardo dell’omicidio di JFK.

Roosevelt, con la morte del suo più pericoloso avversario, vinse le elezioni e saccheggiò il programma di Long facendolo come proprio assimilando i resti della “rivoluzione” inaugurata con lo Share Our Wealth.

Paradossalmente Long divenne ben presto simbolo di radicalismo antidemocratico, di minaccia alle istituzioni, perfino di fascismo in una fortunata opera distopica di Lewis Sinclair “It can happen here” pubblicata proprio poco tempo dopo la morte del senatore. Il romanzo descrive l’avvento di una figura carismatica ed irresistibile che sovverte violentemente le istituzioni e ne diventa il dittatore. Un libro scritto apparentemente per mettere in guardia sui pericoli del fascismo imperante in Europa collegandosi con la parabola del senatore della Louisiana.

Sarà stato davvero un incipiente fenomeno di populismo totalitario? ai posteri l’ardua sentenza.

Le opinioni negli USA sono tuttora divergenti e forse, non per caso, in Europa si conosce così poco del personaggio in questione.

Cosa ci ricorda ora ? una meteora forse per il momento ma cosa ci riserverà davvero il futuro ?

GABRIELE SUMA

mar 27, 2021 - Notizie    5 Comments

Il Fuoco Atomico

Conosciamo tutti Chernobyl, l’inferno provocato dall’errore umano e simbolo dei pericoli dell’Atomo, destinato a diventare il cuore della “Pompei del XX secolo” forse per sempre. Ha colpito l’immaginario di tutti, specie noi europei che abbiamo anche affrontato le conseguenze talvolta oltre il razionale quando si sollevò la nube mortale sui cieli del continente lambendo anche il nostro. Accogliendo bambini e rinunciando al latte avevamo anche rinunciato al nucleare, forse sbagliando, forse no.

Abbiamo dato quindi un nome alle nostre paure nei confronti del terribile fuoco invisibile che può distruggere le nostre cellule e fare a pezzi il nostro codice genetico lasciandoci così poi morire lentamente.

Nel mondo opaco oltrecortina, durante la guerra fredda, ci sono stati però altri incidenti simili che per varie ragioni non superarono la coltre della censura di Stato. Nel cuore del fu “impero sovietico”,così coniato dal presidente degli Stati Uniti Reagan al crepuscolo della Guerra Fredda, si era consumata una tragedia di scala ben peggiore di quella di Chernobyl.

Nel 1948, all’alba della Guerra Fredda, nel paese governato con pugno di ferro dal sempre più inflessibile dittatore georgiano erano stati completati i lavori per il primo reattore di plutonio che era usato per le bombe atomiche presso Majak nell’area amministrativa di Celjabinsk al confine dell’allora repubblica sovietica del Kazakistan. La sede era stata scelta perchè interconnessa con numerosi altri impianti industriali,raffinerie e complessi minerari di alto valore strategico. Il plutonio sarebbe servito poi per la realizzazione della bomba fatta esplodere l’anno successivo in Kazakistan per annunciare al mondo intero della fine del monopolio americano sulle atomiche.

Alcuni anni dopo si moltiplicarono reattori e depositi di materiale radioattivo sul suolo sovietico, perseguendo contemporanamente obiettivi militari e civili considerando la consueta duplice natura della tecnologia sovietica più di quanto avveniva nel mondo capitalista del “Complesso Militare” e non solo durante la guerra fredda. Nel 1957 qualcosa di catastrofico stava per accadere nell’epicentro che prende il nome di Kystym, meglio anche ricordato con il nome di Majak poco distante e uno dei primi siti che hanno dato origine all’atomo sovietico. Si tratta di una zona di cui pochi conoscevano l’esistenza e le carte geografiche prodotte in URSS non riportavano per ragioni militari. I lavoratori erano obbligati a non dire nulla a nessuno del posto dove venivano anche prodotti in serie carri armati. Il governo aveva imposto una rigida censura da legge marziale su ogni forma di attività in corso nonostante i servizi segreti occidentali tramite satelliti e canali informativi ne avessero piena conoscenza pur non divulgando al pubblico. L’equilibrio ecologico era stato ormai irrimedialmente destabilizzato dalla pratica di scaricare scorie chimiche nel sistema idrico e si aggiunge a ciò anche il pessimo stato di sicurezza dei depositi destinati a raccogliere i rifiuti radioattivi. I depositi contenevano decine di tonnellate di materiale nucleare e c’era poco controllo sull’equilibrio delicato del decadimento che produceva aumento di temperatura pericolosamente al limite. Nel 1957, in una fredda giornata di settembre, si era raggiunto il punto di rottura con una improvvisa pressione sulle superfici contenitive tale da trasformare uno dei serbatoi in una gigantesca pentola a pressione. In poco tempo avvenne una terribile esplosione che fece scaraventare in aria il coperchio pur pesante parecchie tonnelate e devastando altri serbatoi. Nell’inferno, si erano liberate nell’atmosfera particelle radioattive nella quantità pari al doppio di quella prodotta da Chernobyl decenni dopo.

Successivamente la nube contaminò un’area vastissima costringendo migliaia di lavoratori con relative famiglie ad evacuare però senza sapere cosa stesse succedendo poiché il governo sovietico ritenne un segreto militare ogni riferimento alle radiazioni. La catastrofe ha segnato a lungo la zona considerando che ancora negli anni ’60 non cresceva più nulla. Pochi anni dopo nelle vicinanze una forte siccità provocò il prosciugamento del lago Karacaj usato per lo smaltimento delle scorie che si erano così sedimentate negli anni sul letto. L’eliminazione della barriera chimica dell’acqua fece liberare nell’atmosfera altre particelle radioattive aggiungendosi alle conseguenze del passato disastro atomico.

Così persero casa mezzo milione di civili mentre il lago praticamente cessò di esistere essendosi riempito di cemento per chiudere la terribile fornace.

Passarono ancora alcuni anni e nella ormai martoriata area, dalle parti di Ekaterinburg ( luogo ben noto per eccidio della famiglia Romanov ), si fuse il reattore della centrale di Belojarsk nel 1977, la stessa centrale è stata pure oggetto di incendi l’anno successivo con diverse vittime. Un disastro immediatamente tenuto segreto.

Purtroppo alla tragedia si unisce così la commedia amara dalle pagine della rivista Life, numero 1985, poco prima del grande dramma che noi tutti conosciamo. Lev Feoktistov al tempo vicedirettore dell’Istituto dell’Energia Atomica dell’URSS affermò orgoglioso:

“nei trent’anni trascorsi dall’apertura della prima centrale nucleare sovietica, non vi è stato un solo caso in cui il personale dell’impianto o i residenti delle vicinanze siano stati messi a rischio: non si è verificato un singolo guasto nel normale funzionamento degli impianti che potesse avere come risultato la contaminazione dell’aria,acqua o suolo. Studi approfonditi condotti in Unione Sovietica hanno dimostrato che le centrali nucleari non influiscono negativamente sulla salute della popolazione”

Oggi nel 2021 ancora il terribile Piede di Elefante giace nei sotterranei della distrutta sede del Reattore Numero Quattro, continuando ad emettere fuoco invisibile che uccide. Al centro della Zona di Esclusione dove centinaia di simboli dell’Uomo si stanno disgregando fra alberi e rovi, nel silenzio che non è neppure rotto dagli animali.

GABRIELE SUMA

gen 13, 2021 - Notizie    5 Comments

Sekigahara

Giappone.

Alberi di ciliegio riempiono ciclicamente ogni anno con i loro petali cadenti immensi spazi naturali ed artificiali di un arcipelago oggi abitato da più di cento milioni di individui.

Un popolo, i giapponesi, che ha versato sangue fratricida per secoli in passato.

Una guerra secolare ha insanguinato ridenti vallate e severe montagne senza risparmio per luoghi sacri e rifugi di uomini di pace. Migliaia di guerrieri si sono dati battaglia recando a sé con orgoglio gli stemmi di grandi e piccole casate disseminate per tutto il territorio dell’Impero di Yamato. L’Imperatore, venerato figlio delle divinità sulla Terra, rimaneva nascosto nell’austero e disadorno Palazzo Imperiale nella antichissima capitale di Kyoto mentre sorgevano e cadevano i clan feudali completamente indipendenti e padroni delle proprie terre.

Siamo nell’anno 1600 dell’età cristiana, quinto anno dell’era Keicho sotto il regno dell’Imperatore Go Yozei.

La Guerra era al suo culmine.

Oda Nobunaga, il cesare dagli occhi a mandorla, era riuscito a unire più della metà dei territori ma era morto assassinato dal suo generale più fidato nel momento del suo massimo trionfo.

I domini, acquisiti con decenni di lotte, si divisero subito fra i sostenitori del clan Hishida legato all’ ambizioso ed abile ex-contadino ( Hideyoshi ) e i sostenitori invece dell’ex-braccio destro di Nobunaga dai nobili natali ( Ieyasu del piccolo ma fiero clan Matsudaira di Mikawa ). Enormi eserciti costituiti da veterani di precedenti campagne iniziavano a radunarsi intorno a diversi signori feudali che si sono scelti la fazione ( Hishida e Tokugawa ). La lealtà era un valore solo sulla carta, tutti aspettavano l’offerta migliore al momento giusto senza vincoli morali, come perfetti discepoli di Machiavelli. I conflitti precedenti erano caratterizzati da stravolgimenti di fronte anche spettacolari determinando esiti imprevedibili per un osservatore occidentale.

Ieyasu non era un uomo d’azione come il brutale Nobunaga e l’astuto Hideyoshi; preferiva ottenere i risultati sfruttando le debolezze umane e le occasioni giuste.

I suoi occhi erano puntati su uno dei più valenti ma anche meno leali generali della fazione avversaria, il nipote del vecchio Hideyoshi, Hideaki Kobayakawa che seguiva l’armata degli Hishida.

Entrambi gli eserciti si incontrarono poi in un area quasi centrale della principale isola Honshu del vasto arcipelago.

Sekigahara

Schiere di contadini armati ( ashigaru ) di lunghe lance a mo’ di picca ( yari ) si fronteggiavano fra le colline. Ieyasu aveva notato la presenza di Hideaki fra le file nemiche e contava sul suo supporto quando richiesto. La strategia militare nipponica in uso all’epoca prevedeva complesse manovre prima dello scontro, ricercando punti deboli come un gioco di scherma. Le connotazioni geografiche del terreno e l’abilità dei rispettivi capi rendevano però la battaglia convulsa, sanguinosa e di esito incerto. Ieyasu osservava spazientito la mancanza di attività da parte di Hideaki che si manteneva in riserva fuori dal fulcro della battaglia. I messaggeri dei Tokugawa e suoi simpatizzanti cercavano di convincerlo senza risultati.

Il Capo dei Tokugawa, temendo la disfatta, aveva deciso di commettere un atto audace, non tipico del suo carattere misurato, quale prendere a colpi di artiglieria gli uomini di Hideaki.

Lo scopo, a costo di vite di potenziali alleati, era smuovere Hideaki anche a costo di perderlo.

Palle di cannone inizivano a cadere e rotolare fra fitte schiere di armati ma Hideaki non dava segno di recepire il messaggio mentre il sole stava raggiungendo il picco di mezza giornata. Ad un certo punto, Hideaki, probabilmente fattosi sicuro della neutralità delle truppe del clan Mori schierate dalle sue parti, ruppe gli indugi girando il fronte contro gli ex-alleati. Il voltafaccia dei Kobayakawa mise in crisi l’intero esercito Ishida cambiando l’esito della battaglia a favore dei Tokugawa fino a quel momento sulla china della disfatta. Dopo poche ore, la vittoria dei Tokugawa fu così schiacciante sul campo che la guerra si volse rapidamente al suo termine. La battaglia sarà decisiva anche per la formazione di una nuova classe sociale costituita da una gerarchia basata sui meriti ricevuti proprio sul campo di quella battaglia.

I Samurai.

Questo vecchio Giappone, cristalizzato per secoli, si frantumerà all’arrivo delle “navi nere” del Commodoro Perry nel 1840 dell’età cristiana ovverosia anno decimo dell’era Tenpo dell’Imperatore Ninko.  Il crollo della classe dei samurai divenne naturale conseguenza del disfacimento dello Shogunato istituito, con il sangue versato nella battaglia, dai Tokugawa vincitori. 

GABRIELE SUMA

set 10, 2020 - Notizie    4 Comments

Torri di pietra e di acciaio

Fra le enormi vasche industriali disseminate ad entrambi i lati della Statale 106 si nasconde un fabbricato di età medievale. Le condizioni strutturali sono critiche nonostante tempestivi interventi negli ultimi anni. Tarantini e viaggiatori solitamente ci passano avanti e la mancanza di adeguate segnalazioni e strutture ha reso un importante sito storico impraticabile per visite turistiche. Il complesso, così come appare oggi, risale ai tempi della dominazione normanna. I normanni erano i vichinghi oggi famosi per molte recenti produzioni cinematografiche e televisive. Si trattava di un luogo di sosta e riposo per pellegrini. Il santuario prende oggi il nome di S.Maria della Giustizia sostituendo la precedente denominazione di S.Maria del Mare.

l’Illustre storico del ’600 Ambrogio Merodio, autore di un ricco compendio storiografico sulla nostra città, così scrisse:

“Comprese Boemondo esser venuta la sua ora allorquando la crociata mise in moto la cristianità romana, ed il nipote Tancredi e il fiore degli Altavilla gli furono a fianco. Al loro seguito si affollarono gli italiani che si fregiarono col segno della croce ( … ) Così al Duce normanno fu dato di passare in rassegna un esercito tanto poderoso, da poter reggere al raffronto con quello allestito da Raimondo di Tolosa e da Goffredo di Buglione ( …. ).

Taranto, durante il periodo delle crociate, rigurcitò sempre di combattenti, sia che essi partissero per la Palestina,sia che tornassero da Terra Santa,sia che nell’attesa degli imbarchi i crocesegnati fossero costretti a sostare nelle nostre terre. Conseguentemente l’Ospizio di Santa Maria del Mare ebbe nell’epoca delle crociate destinazione alquanto differente…quivi le refrigeranti acque del Tara che snoda il suo corso fra quella riarsa campagna e che in ogni tempo era in grado di offrirsi ai bisogni delle ciurme e dei combattenti.

A sì intensa vita, a tanto frastuono d’armi e d’armati,in quegli androni ove echeggiò il fatidico grido: Deus Vult! E di dove a suon di corni ed a sciorinate bandiere si partiva incontro alle carovane per convogliarle sicure alla meta, più tardi seguì la serena quiete del chiostro”

Con immaginazione potremmo vedere negli interni vuoti e spogli l’andirivieni di uomini bardati di stoffe multicolori e nei cortili carri e depositi pieni di armi,vettovaglie e necessità varie di un lungo viaggio.

Si tratta della famosa prima crociata del 1096 e i principi normanni ebbero un ruolo decisivo nell’impresa che si concluse con la presa di Gerusalemme nel 1099. Il Principe Boemondo di Taranto non aveva perso la sua indole vichinga e si era unito nella spedizione per conquistare non solo la benevolenza divina ma anche una nuova corona quale poi era quella di Antiochia. Il signore di Taranto gettò le basi del Principato di Antiochia che sarebbe rimasto uno dei regni crociati più potenti per quasi un secolo.

Raimondo, anche egli di sangue normanno, litigò ferocemente con Boemondo per Antiochia e fu protagonista di molti complotti ed episodi militari che minarono la coesione dell’esercito crociato e conquistò con le armi la signoria su Tripoli in Libano.

L’altro principe normanno,Goffredo di Buglione, partecipando alla spedizione conquistò il titolo di Difensore del Santo Sepolcro di Gerusalemme combattendo a lungo sia contro gli egiziani della dinastia fatimide sia contro altri signori crociati determinati a guadagnarsi indipendenza da Gerusalemme.

La Storia è passata tumultuosamente attraverso queste bianche pareti senza lasciare oggi segni riconoscibili. Il sito, già vuoto verso la fine del periodo considerato, nel 1194 venne affidato alle cure dell’eremita Cataldo Ferlizio che, secondo le cronache citate dal Monsignor Giuseppe Blandamura, alto membro del clero tarantino del XIX secolo, venne ucciso poi da uno schiavo musulmano ( al tempo la schiavitù era largamente praticata nel Mediterraneo ). In seguito all’omicidio, secondo le cronache, al santuario fu dato il nome di Santa Maria della Giustizia. Indipendentemente dalla veridicità storica dell’episodio, l’impianto non subì variazioni finendo ben presto dimenticato dalla maggioranza dei tarantini.

Rovine, come Blandamura disse: desolanti ruderi e le sbiadite memorie, lentamente hanno assistito alle radicali trasformazioni che coinvolsero la città dei due mari. Ciminiere annerite e brutture in cemento circondano tuttora il vecchio ospizio mentre il ventesimo secolo,con i suoi ritmi impensabili per chi dormì fra quelle mura, corre davanti senza sosta e forse senza memoria verso un futuro che rischia,oggi, di essere invece eterno presente.

GABRIELE SUMA

mag 18, 2020 - Notizie    6 Comments

Draghi e Katane

Sulla data di inizio della seconda guerra mondiale molto si è discusso prevalentemente focalizzandosi sugli eventi europei per la semplice ragione che gran parte della produzione storiografica era di provenienza occidentale, europea o anglosassone escludendo, a torto e a ragione, l’equivalente di origine sovietica e non occidentale. La prevalenza del teatro europeo anche per eventi di portata globale rappresentava bene anche la percezione dell’occidente come centro e motore della Storia.

Una constatazione di fatto della storica egemonia culturale,militare,ideologica venutasi a creare inesorabilmente oltre i confini geografici per quasi mezzo millennio.

Oggi la tendenza appare essere di senso inverso; stiamo assistendo all’apparente ritirata e rinchiudersi dell’Occidente in tutti i suoi campi ,dalla tecnologia alla forza militare. Gli osservatori ed analisti valutano l’emergere della Cina come una “risposta” all’Occidente e la propaganda di Pechino, difatti, punta molto su una sorta di “revanscismo” nella presunzione di una percepita centralità perduta in passato. Il concetto di un “impero perduto” per incompetenza e corruzione dell’indebolito potere imperiale e per arroganza e superiorità militare dello straniero si sposa bene con il disegno nazionalista del governo autoritario cinese, determinato ad acquistare una posizione di egemonia presentandosi come modello alternativo all’Occidente sul palcoscenico mondiale.

Dovremmo preoccuparci ?

a mio parere la Storia non smette di insegnare per quanto poi le lezioni che se ne ricavano non arrivano ad influenzare gli eventi come se in qualche maniera il ripetersi degli schemi avvenga indipendentemente dalla consapevolezza acquisita.

La Cina, guidata da un oligarchia tecnocratica e legata alle forze armate, ha bruciato decenni di evoluzione tecnologica ed economica con pugno di ferro e pianificazione dall’alto guadagnando potenza militare e strumenti politici di portata globale. Gli USA hanno fornito il “carbone” al motore cinese con aiuti e finanziamenti negli ultimi anni della Guerra Fredda a scopo di allontanare l’Unione Sovietica dall’Asia senza curarsi delle conseguenze anche sui propri interessi a lungo termine.

Questo insieme di fattori può far richiamare alla mente l’ascesa altrettanto rapida del Giappone al momento della sua forzata apertura alle “navi nere” statunitensi fino alla sua improvvisa corsa alla conquista di terre e risorse per alimentare e mantenere lo sviluppo innescato a spese dei vicini con le buone e con le cattive maniere.

Si ritiene che nel 1937 la seconda guerra mondiale fosse già scoppiata in quanto Tokyo, confidente nella propria potenza, invase la Cina per aggregarla al proprio impero coloniale ( Manciuria, Taiwan, Corea, ex colonie tedesche del Pacifico ). L’aggressione giapponese suscitò indignazione mondiale per la efferatezza nei confronti della popolazione e timori geopolitici da parte di molteplici attori dell’arena internazionale. La Germania hitleriana fornì alla Cina armamenti ed equipaggiamenti prima che Tokyo accettasse l’alleanza proposta da Berlino mentre gli USA e Impero Britannico, dapprima sostenitori dell’imperialismo nipponico in chiave anti-russa, condannarono le aggressioni evitando però il confronto diretto.

Le ragioni dell’aggressività del Sol Levante risiedevano nelle necessità materiali di risorse necessarie e nello sviluppo economico di un sistema industriale sviluppato in un territorio povero,sia nell’ideologia neoshintoista ed imperialista che animava l’intera popolazione, convinta di una sacra missione e disposta ad ogni sacrificio per essa. Il fanatismo collettivo,unito al diffuso sentimento razzista ( parzialmente ancora presente nell’attuale società nipponica, tra l’altro ) è stato uno dei fattori della ferocia quasi incomprensibile del modo di pensare ed agire dei giapponesi durante tutta la guerra.

Era sempre stato sempre così il Giappone ? sì e no a dire il vero. Effettivamente il Giappone aveva intrapreso in passato due guerre di conquista particolarmente devastanti nei confronti della Corea senza dimenticare una più antica impresa ammantata dal mito alle origini stesse dell’Impero fondato dal Clan Yamato, tuttora la Casa Imperiale, forse la più antica dinastia reale vivente. Le avventure bellicose hanno contrassegnato i momenti in cui l’articolato arcipelago di isole veniva riunito con la forza delle armi, come “valvole di sfogo” per gli enormi eserciti rimasti senza lavoro e senza possibilità di reimpiego della vita civile ritenuta degradante, quasi insultante.

Così come Hideyoshi, fondatore dello shogunato pur non diventandone mai Shogun ( titolo che verrà attribuito solo al suo più caro alleato in vita sua, dopo un altra guerra civile ) scatenò i samurai disoccupati alla conquista della Corea nel 1592 venendone poi sconfitto, così i clan filo-imperiali, una volta abbattuto lo shogunato nella Guerra Boshin ( 1868 ), ritennero di dover imitare le potenze coloniali del XIX secolo cercando in Asia spazi non ancora raggiunti da altre potenze a danni di paesi vicini senza nemmeno la scusa del proselitismo religioso e propositi di civilizzazione. Tutto questo accadeva per singolari circostanze scaturite da un sistema politico dominato dalle forze armate rappresentanti direttamente l’autorità dell’Imperatore.

L’Imperatore era stato fatto semidivino proprio nell’occasione del trasferimento del Trono dall’antica capitale Kyoto alla ex capitale dello Shogunato a Tokyo ( la vecchia Edo ). Da prendere in considerazione il fortissimo carattere simbolico della demolizione dell’immenso castello degli Shogun con conseguente installazione, sulle fondamenta risparmiate, del Palazzo Imperiale tuttora esistente al centro esatto della attuale tentacolare megalopoli nipponica.

L’Esercito, modernizzato con lo studio dei modelli europei, si proponeva di diventare strumento, rappresentando l’Imperatore, dei clan vincitori ( fra tutti i potenti Satsuma ) che rapidamente si presentarono al mondo nella veste di dinastie di industriali ed impresari. Le concentrazioni dei gruppi dominanti della nascente industria disprezzavano però i meccanismi del commercio moderno per pregiudizi ed abitudini secolari preferendo la via alla conquista come soluzione alla povertà di materie prime nel territorio. Cosi si era arrivati a quel lungo e doloroso processo di colonizzazione della Corea e della Manciuria.

Quando la Grande Guerra disintegrò l’assetto europeo, il Giappone non perse occasione di espandere il suo impero anche nel Pacifico inglobando le colonie tedesche senza sparare quasi un colpo, avvicinandosi molto alle altre colonie occidentali, in particolare Filippine passate ad essere un protettorato statunitense in seguito alla guerra ispano-americana del 1898. Non è un caso che proprio negli anni fra la fine della Grande Guerra e l’Ultima Guerra gli americani ,prevedendo il conflitto, avevano messo in cantiere il famoso Piano Orange basato su elementi chiave della condotta strategica effettivamente applicata contro il Giappone durante la seconda guerra mondiale.

Quando Francia ed Olanda crollarono sotto i panzer germanici nel 1940, l’Indocina francese, sotto gestione di Vichy, scivolò nell’orbita di Tokyo impegnata a preparare una vastissima operazione che, come un disastro meteorologico improvviso, avrebbe dovuto travolgere tutto il resto dell’Asia meridionale. Un simile uragano di fuoco era dovuto alla impellente necessità di prelevare petrolio e materie prime per sostenere la propria industria anche colpita duramente dalle sanzioni inflitte dagli USA per la guerra contro la Cina che si trascinava sin dal lontano 1937.

La guerra con gli USA scoppiò quasi come per “costrizione” considerando che i vertici politici di Tokyo, in diverso grado, erano consapevoli della superiorità statunitense come è stato dimostrato dalla febbrile attività diplomatica poco prima di Pearl Harbour per una risposta alla richiesta americana di ritiro dal Sud-Est Asiatico e dalla Repubblica Cinese allora guidata dal generalissimo Chiang Kai Shek.

In tempi attuali può far riflettere la similitudine con lo scenario odierno della militarizzazione cinese in corso da anni nel Mar Cinese Meridionale per implicazioni geopolitiche per l’economia cinese dipendente ancora molto dall’importazione di petrolio e altre forme di energia da molteplici fonti fuori dal proprio territorio.

Per quanto non si ebbero dubbi sulla legittimità delle campagne belliche in Asia, taluni ambienti della Marina Giapponese erano molto preoccupati della grandezza industriale della Grande Repubblica Stellata accertata da addetti militari e agenti diplomatici. l’Ammiraglio Tomosaburo Kato, spietato nelle repressioni contro la dissidenza, rappresentando la Marina e la Nazione alla celebre Conferenza Navale di Washington del 1922, tentò di ritardare la guerra proponendo migliore bilanciamento del numero delle corazzate fra le maggiori marine. Un impegno fortemente criticato dai falchi della Marina e dell’Esercito che fecero di tutto per far fallire ulteriori negoziati temendo di far perdere all’Impero nipponico le conquiste in Cina e in Corea. La febbre nazionalista aveva coinvolto la Marina a tal punto che già poco prima di uscire dal Trattato di Washington aveva  ordinato la costruzione della supercorazzata Yamato nei cantieri di Kure.

Il contrasto fra Esercito e Marina si potrebbe anche spiegare con la tensione interna dovuta allo squilibrio economico ingenerato dalla crisi della produzione agricola conseguente all’abbandono dei campi verso le città durante la fase di industrializzazione, che a sua volta necessitava di costante afflusso di materie prime ottenibili solo con importazione.Ciò mentre la Corea fin dal 1919 restava indocile per non parlare delle difficoltà in Cina. Inoltre c’è stato un breve periodo in cui a partire dall’adozione del suffragio universale maschile nel 1928 furono adottati strumenti repressivi in nome dell’ultranazionalismo conservatore sotto la bandiera dell’ideologo Ikki Kita che sognava una Nazione fondata sullo “spirito” alla maniera simile dell’Hitleriano motto di un popolo,una nazione,un Capo. Il moderato primo ministro Hamaguchi Osachi si trovò ad affrontare la Grande Crisi del ’29 e l’ostilità dell’Esercito che organizzò un attentato contro la sua persona.

La situazione peggiorò negli anni successivi in seguito ai crescenti disordini in Manciuria e Corea, nei quali l’Esercito agì senza autorizzazione dell’Imperatore ( Hirohito ). Si trattò di quel convulso periodo in cui l”Ultimo Imperatore” Pou Yi, reso celebre dall’opera filmica di Bernardo Bertolucci ( 1987 ) , cacciato dalla nascente Repubblica Cinese divenne il sovrano fantoccio della Manciuria sotto protezione giapponese. Un periodo di caos politico anche per il Giappone stesso che diventò teatro di attentati di ministri e alti dirigenti del Governo da parte dei nazionalisti più fanatici fino alla morte del primo ministro Inukai Tsuyoshi,ucciso in un attentato, nel 1932, anno dell’inizio del vero e proprio fascismo nella terra del Sol Levante.

Quando gli apparecchi lanciati dalle portaerei bruciarono le corazzate americane a Pearl Harbour il 7 dicembre 1941, buona parte dell’arcipelago indonesiano entrò forzatamente a far parte dell’ormai vastissimo impero di Yamato partendo sopratutto dall’isola di Hainan sottratta alla Cina nella primavera del 1939. L’affondamento spettacolare della corazzata Wales e incrociatore Repulse della Marina Imperiale Britannica sotto le bombe aeree furono il più significativo simbolo di quella inesorabile tempesta di ferro e fuoco come aveva promesso Yamamoto all’allora Primo Ministro Konoe poco prima dello scoppio della guerra.

I giapponesi invasero territori statunitensi e britannici fino alle porte dell’Australia travolgendo l’opposizione sempre più ostinata fino al 1942 quando la tremenda disfatta nella grande battaglia delle Midway nel giugno dello stesso anno pose fine alla potenza navale della Marina Imperiale giapponese.

Mentre la Thailandia diventava alleata dell’Impero, i giapponesi, tramite complesse quanto spettacolari manovre da manuale, cacciarono i britannici dalla Birmania nella primavera del 1942 restandone padroni incontrastati per lungo tempo.

La lunga occupazione di buona parte della Birmania e del resto della penisola durò per quasi tutto il resto della guerra con conseguenze poi importanti per lo sviluppo dell’ideologia nazionalista locale che caratterizzerà i diversi processi del cosiddetto periodo di “decolonizzazione” post-bellica ponendo fine all’epoca degli imperi coloniali usciti apparentemente vincitori dal conflitto.

La linea del fronte nel sud-est asiatico affondava fra intricate giungle e montagne inaccessibili e mutava costantemente forma a causa dell’inedito modo di fare la guerra imposta dalle particolari condizioni ambientali. I monsoni e l’assenza di strade rendevano impossibili manovre spettacolari di massa tipo guerra europea ma i giapponesi si adattarono molto più velocemente degli inglesi riuscendo anche a dare parecchio filo da torcere pur con crescenti difficoltà in seguito alla catastrofe di Midway.

Grossomodo ci sono stati due differenti dinamiche degli eventi militari che hanno sconvolto la Birmania a partire sopratutto dal ’43, il fronte principale occidentale verso le porte dell’India e i confini settentrionali in direzione Cina.

Gli inglesi lasciarono dietro le linee nemiche nuclei di guerriglia costituiti da non veri e propri professionisti ma entusiasti volontari, conosciuti con il termine di “chindit” tratto dal termine “chinthe” nome di un leggendario grifone birmano. Questi gruppi si impegnarono molto in attacchi di disturbo guadagnandosi prestigio e fama, con effetti sul morale degli alleati sul fronte. La guerriglia,gestita con notevole successo da Charles Orde Wingate già conosciuto per essere stato consulente militare delle forze dell’Abissinia dell’imperatore Hailè Selassiè contro l’Italia nel 1936, era destinata a mutare l’esito stesso della guerra in quelle latitudini.

Gli alleati ebbero buon gioco grazie agli enormi vantaggi del virtualmente infinito “Arsenale della Vittoria” che vomitava a getto continuo materiali e mezzi di ogni genere. I giapponesi, invece, erano avviati al lento declino pur conservando nei territori birmani occupati una piccola ma sempre agguerrita forza costituita da veterani per quanto sempre più allo stremo per la riduzione dei rifornimenti e rinforzi dovuta ai rovesci sempre più gravi nel fronte del pacifico.

Gli inglesi, ancora legati a dottrine classiche, tentarono una grande offensiva convenzionale verso la fine dell’anno ’43 per sfondare la “porta di ingresso” per il Mandalay quale l’area di Akyab. L’esito fu subito disastroso nonostante l’abbondante messa a disposizione di forze e la battaglia assunse presto i famigliari tratti delle “Somme” della Grande Guerra: attacchi a testa bassa, perdite pesanti, insignificanti risultati. I giapponesi tennero saldamente in mano l’intera situazione con le sole forze disponibili richiedendo, solo dopo diversi giorni, il rinforzo di una sola divisione comandata da Takeshi Koga che cambiò le carte in tavola travolgendo e mettendo quasi in rotta gli anglo-indiani, pur superiori di numero ma divisi dai fiumi ed asperità del terreno. Una manovra quasi di stile napoleonico che costò agli alleati ingenti perdite materiali e migliaia di vittime fra morti e feriti.

Un risultato decisamente eclatante, considerando le difficili condizioni in cui i giapponesi a quel momento si trovavano suscitando negli alleati drastiche riconsiderazioni sulle proprie tattiche e sull’organizzazione.

Immediata conseguenza fu una serie di “cadute di teste” nel comando anglo-indiano spianando la strada all’ambizioso quanto spietato generale William Slim che aveva guidato la ritirata dalla Birmania di fronte all’iniziale invasione nipponica e represso con decisione rivolte nel Bengala da parte delle popolazioni locali colpite da privazioni causate dalla guerra in corso.

I rovesci subiti avevano scosso Churchill che propose, come suo solito, audaci concetti come la sostituzione degli indiani con “commandos” per “forgiare” un nuovo esercito indiano con il loro esempio. Per questo motivo, in seguito ad intensi dibattiti fu scelto Lord Claude Auchinleck che diventò il “padre” dei moderni gurkha che vennero inseriti in forza standard di un battaglione a tutte le brigate anglo-indiane.

Wingate e Slim, in modi diversi, avevano riorganizzato la possente arma aerea per il ruolo di sostegno ravvicinato sia nelle battaglie che nei rifornimenti per prevenire le consuete strategie di avvolgimento dei giapponesi.

Una strategia non nuova perché già contemplata dai tedeschi sul fronte russo pur su scala assai inferiore ( le truppe assedianti Stalingrado furono rifornite tramite via aerea ).

Solitamente gli inglesi trascuravano i bisogni e le condizioni psico-fisiche della truppa ( al contrario degli americani e di altri alleati occidentali in genere ) ma sul fronte indiano si è assistito a forte impegno per assistenza sanitaria ed alimentare per migliorare il morale e prevenire il malcontento coltivato da propaganda nemica e ridurre gli effetti devastanti della malaria e altre malattie particolarmente virulente in quella regione.

Le disfatte subite sono state dunque di lezione preziosa e ben presto gli alunni ( gli alleati ) impararono dai propri errori finendo per battere i maestri ( i giapponesi, o meglio il “napoleone birmano” Koga ) .

I giapponesi, logorati da persistenti incursioni limitate, ritennero di anticipare gli alleati con una vasta ed articolata operazione offensiva allo scopo di ottenere quella “battaglia decisiva” che tanto Tokyo ricercava per ottenere condizioni migliori per un eventuale negoziato.

L’offensiva aveva come obiettivo principale la distruzione delle forze anglo-indiane nella cruciale area di Imphal attualmente in territorio indiano, nella regione del Manipur fra il Bangladesh e l’attuale Myanmar ( la vecchia Birmania ). L’intera operazione fu affidata sul campo a Motoso Yanagida al comando di una divisione praticamente contro tutto l’intero IV corpo d’armata anglo-indiano di presidio dell’area. Contemporaneamente a ciò i giapponesi pensarono di ingannare gli alleati con una “finta” nell’Arakan ( una regione del Bengala orientale, a sud del Bangladesh ) per allontanare dal vero bersaglio ingenti forze nemiche. Il piano studiato dal generale Renya Mutaguchi, famoso per la sua presa di Singapore all’inizio della guerra, era ambizioso e prevedeva un azione coordinata di ben tre divisioni diverse suscitando però molte perplessità nei vertici militari nipponici in Birmania, ben consci dell’ormai incontrastato dominio aereo alleato. Si trattava di un audace manovra, insolita per gli standard nipponici, con colonne di carri armati e blindati nonostante il carattere impervio del terreno caratterizzato da montagne,risaie, paludi entro i termini previsti di quasi tre settimane.

Audace piano già reso quasi suicida per il cattivissimo stato in cui si trovavano due su le tre divisioni previste per l’operazione e senza quasi alcuna copertura aerea, contrariamente agli standard tedeschi dell’epoca, basati proprio sul principio del controllo del cielo per il successo.

Gli inglesi avevano in zona Imphal diverse forze,fra cui 2 brigate corazzate indiane, il nerbo della futura arma corazzata indiana moderna ( pur con comandanti inglesi ), costituite da carri armati di produzione americana e, disponibili come eventuali rinforzi, tre battaglioni gurkha e circa una dozzina di regolari indiani. A conti fatti, i giapponesi attaccarono in inferiorità numerica, senza supporto aereo e malamente equipaggiati contro difensori ben assestati e, con tutta probabilità, già ben informati sulle intenzioni considerando che erano già studiate complesse contromisure per neutralizzare l’azione nipponica, facendo massiccio uso dell’arma aerea.

L’intero piano giapponese era già andato in crisi quando un’intera divisione indiana riuscì ad evitare l’accerchiamento e i carri armati alleati risultarono pure impenetrabili quasi ai colpi. Gli alleati evitarono la battaglia per logorare i giapponesi attraverso il territorio. Da notare anche che la strategia dell’Arakan si risolse in un fallimento poiché gli alleati trasferirono numerosi rinforzi ( parecchi indiani ) provenienti dalla regione via aerea annullando i terribili sforzi degli attaccanti. Nella fase più violenta della battaglia gli alleati erano in netta superiorità numerica e la versatile, quanto modernissima, strategia difensiva diede poi la vittoria alla parte alleata.

I giapponesi si privarono di uno dei loro vantaggi quale la giungla e l’asperità del terreno che garantì loro la lunga tenuta della Birmania cercando battaglia in terreni sempre più aperti del tradizionale paesaggio indiano con tutte le conseguenze del caso quando il cielo è sotto controllo avversario. La situazione divenne poi catastrofica per i giapponesi che si trovarono ormai senza scorte, munizioni e cibo e la guerriglia chindit, sempre attiva, tagliava i rifornimenti che venivano passati a dorso di mulo lungo sentieri aspri di montagna. Intanto la malaria stava falcidiando senza distinzione di grado fra i ranghi di entrambi gli eserciti contrapposti. Iniziò così la lunga,terribile, “anabasi” dell’esercito giapponese battuta in ritirata, in condizioni ancora peggiori rispetto alla famosa vicenda narrata dallo storico greco Senofonte quasi duemila anni prima.

Nella ritirata fu completamente distrutta un intera divisione fra le tre scese in campo durante l’operazione e con essa l’intera 15° armata giapponese della Birmania non si riprese più.

I giapponesi si impelagarono nella lotta contro gli uomini comandati dall’instancabile Wingate fino a quando egli morì improvvisamente in un incidente aereo durante i combattimenti nel ’44. Ormai la Birmania era sempre più campo di battaglia con gli alleati in avanzata e i giapponesi in crescente difficoltà. I gurkha e le unità chindit ben presto indebolirono i giapponesi in tutta la Birmania settentrionale a tutto vantaggio dell’importante canale di rifornimenti ed aiuti alleati per la Cina di Chiang Kai Sheki impegnata a respingere sempre più furibondi attacchi nipponici proprio in quel periodo con conseguenze decisive per le sorti della guerra in Asia.

I giapponesi si batterono ferocemente nei pressi di Mogaung, nel nord della Birmania, da tempo nel mirino degli alleati determinati a garantire l’afflusso di aiuti per la Cina gettando nella fornace anche i celebri guerriglieri di Wingate. A questa battaglia parteciparono anche parecchi cinesi del Kuomintang. Le perdite furono terribili da entrambe le parti.

I giapponesi iniziavano a subire le conseguenze del collasso dell’intera arma aerea imperiale giapponese decimata dagli sterili combattimenti sul fronte delle Salomone fra il ’42 e il ’43. Gli angloamericani stavano invece anche iniziando a superare tecnologicamente, non solo materialmente, i leggendari Zero dapprima temuti.

l’intero fronte della Birmania era definitivamente crollato e la guerra poteva anche considerarsi virtualmente conclusa poiché in seguito si trattò di una interminabile e sanguinosissima operazione di rastrellamento ed inseguimento dei giapponesi che batterono in ritirata verso il sud della Birmania.

La fine dell’Asia agli asiatici era iniziata…ora la Storia sembra ritornare sui suoi passi, stavolta non più il Sol Levante ma artigli del Dragone, tiranni di una volta,tiranni di oggi uniti simbolicamente dal motto “Asia agli asiatici” sotto il giogo dell’imperatore di turno, dagli occhi a mandorla. Le ragioni ? sempre le stesse, fame di energia per sopravvivere al proprio sistema che viene pompato e sostenuto sempre dai soliti: i militari.

Le foto in bianco e nero resteranno solo nei libri oppure saranno accompagnate da immagini simili, con armi diverse ma con medesimo sangue sparso?

Si eviterà di cadere nell’abisso se si troverà modo di contenere il Dragone nonostante la crisi economica,il coronavirus e la democrazia minacciata e vilipesa ?

GABRIELE SUMA

mar 11, 2020 - Notizie    13 Comments

Nilo e Magia

Fin da quando l’Uomo ha acquisito il potere del fuoco nella notte dei tempi, la magia lo ha accompagnato nella costruzione della civiltà. Le paure per l’ignoto, le incertezze per il futuro e le continue minacce venivano domate ed allontanate grazie ad interventi di forze soprannaturali, evocate da uomini e donne che donarono la loro vita ad esse sia in senso figurato che materiale. Millenni hanno poi finito per separare la magia dalla religione pur essendo fra loro costantemente legate da rituali e funzioni simili. La principale cesura di divisione fu il consolidarsi del potere dei sacerdoti, discendenti degli sciamani tribali nel momento stesso in cui si stabilirono in modo permanente gli insediamenti.

L’antropomorfizzazione delle forze soprannaturali e la nascita della vita urbana fecero sì che la Natura diventasse così un’ombra dietro ai simboli del potere. Il bisogno degli uomini di esorcizzare le paure determinò la trasformazione delle forze naturali in qualcosa di indefinito ma carico di potenza paragonabile al divino. Le forze demoniache però non erano malvagie, anzi piuttosto fondamentali per supportare gli affanni della vita quotidiana dei cittadini, tutti impegnati nel mantenere in vita la propria società.

Quasi tremila anni fa, sulle rive del Nilo, culla della civiltà delle Piramidi presero forma delle pratiche a difesa di singoli individui all’interno della comunità sviluppatesi lungo il nastro liquido e profondo scaturito dalle profondità del continente africano. Un complesso di quotidiani rituali propiziatori senza una vera casta sacerdotale, quindi non riconosciuti dal potere ma messi in atto con la medesima intensità con cui venerano le divinità nascoste dietro il sacerdozio che si interponeva in mezzo fra essi e i fedeli come una barriera.

Si rinvengono fra le millenarie sabbie testimonianze sul culto di Imhotep.

Intorno ad esso aleggiano leggende, le stesse che avvolgono nella nebbia della Storia anche molti culti simili del Mediterraneo, in particolare riguardo Dionisio. Imhotep inizia ad essere citato per la prima volta sotto il regno di Tosorthros ( Zoser ), per il quale fu costruito l’antenato delle moderne ciclopiche piramidi che tutti conosciamo. Dalle testimonianze lasciate da testi ricchi di geroglifici si riteneva fosse un individuo eccezionale, mai morto ma piuttosto elevato al cielo ( vi ricorda qualcosa ? ). I testi lo descrivono come formidabile architetto ma anche esperto medico e nello stesso tempo sciamano, capace di dominare le leggi della Natura con il proprio volere.

Le sue immense capacità permisero la costruzione del leggendario Santuario di Memphis che divenne il primo laboratorio e centro di assistenza medica della Storia. I greci identificarono lui come pari ad Asclepio,divinità delle arti mediche.  Egli trasmetteva ai suoi discepoli il potere della guarigione attraverso la dea Sekhmet.  Fra gli interni del Santuario era venerata la donna dalla testa di un leone, capace di determinare chi doveva sopravvivere sia in pace che in guerra, per un coccodrillo oppure per spada. Imhotep era il suo canale, il mago mortale nel corpo ma immortale nel destino.

Dalle leggende di Memphis si moltiplicarono pratiche divinatorie e propiziatorie per andare oltre la linea della vita, a contatto con i morti tramite i negromanti ed oracoli.  Esistono numerose tracce documentate di suppliche e richieste nei loro confronti, in particolare sotto il regno di Ramses III ( ventesima dinastia, circa 1200 anni avanti Cristo ). Si trattava di “lettere per i morti”, una vasta produzione di documenti che attestano la diffusa credenza nella capacità di governare forze misteriose laddove il sacerdozio ufficiale non entrava in merito,preso com’era per bisogni più urgenti dell’amministrazione dello Stato.

Le forze entravano in oggetti appositi dandone quel potere definito Heka che potrebbe richiamare alla mente l’attuale credenza nipponica nella essenza divina negli oggetti ancora oggi nel pieno dell’era della tecnologia.

Alle lettere ai morti si è ispirato poi Lovecraft che, con tipico piglio di un genio, ha reinterpretato la vasta letteratura negromantica in qualcosa di diverso ma nello stesso tempo così mirabilmente affine all’originale senso di mistero e sentimento reverenziale che la caratterizzava. Dalle pagine moderne di un incompreso, al suo tempo, creatore di abissi e feroci divinità era nato il celebre Necronomicon.  Un colpo mirabile di fantasia trasformatosi in qualcosa di autentico e vivo ben oltre la penna del suo autore plasmando e infestando la memoria collettiva. Il celebre Libro dei Morti, rilegato di pelle umana e scritto da un arabo impazzito, ancora è custodito nella tenebrosa Arkham che, non casualmente, è casa di una autentica divinità moderna dell’Immaginario quale Batman, così come Imhotep “visse” nella memoria del suo tempo fra le pieghe del tempo vergate da geroglifici.

GABRIELE SUMA 

nov 25, 2019 - Notizie    6 Comments

Chiedi chi erano i Beatles

Chiedilo a una ragazza di 15 anni di età - chiedi chi erano i Beatles, lei ti risponderà… così narrava con la più bella voce italiana degli ultimi trent’anni Lucio Dalla il bardo bolognese insieme al suo amico Morandi sul testo scritto da Roberto Roversi e musicato da Curreri. Le sue canzoni hanno segnato l’apice dell’epopea del cantautore come moderno cantastorie utilizzando i canali tecnologicamente avanzati della radio e della televisione. Un tempo custodi della memoria passata e avvolta nel mito, i moderni cantastorie sono diventati testimoni del divenire dei tempi intercettando i sentimenti,pensieri,inquietudini e cambiamenti sociali e culturali delle generazioni di appartenenza. La musica, diletto dell’animo, va anche a servizio della Storia facilitando la lettura del mondo così come viene affrontato da chi deve creare il futuro: i giovani.

Cicerone si lamentava o tempora o mores. Le scuole di danza erano orrore agli occhi di Catone quando la dura società romana iniziava ad assaporare i piaceri della pace e delle ricchezze materiali e culturali ottenute nei brutali tempi delle guerre di conquista. Il lamento che sempre si solleva quando subentrano mode,tendenze, capovolgimenti di certezze che i più giovani afferrano con mano sicura sprezzanti dei fulmini polemici delle stesse generazioni che hanno a loro volta sognato,desiderato e amato dimentichi di miti ed icone fuori tempo. Senza timore di dubbio le canzoni sono come gli dei, vivono ed esistono finché c’è chi presta attenzione ed amore a loro e in assenza di fede diventano poi monumenti in rovina,buoni soltanto per musei e libri di storia.

Cielo d’estate nel settanta si pensava a tutto - negli anni ottanta si è perduto tutto - si ricomincia da capo, si ricomincia da zero - guardavo a ieri e siamo già a domani.. domani,il domani ! un domani già oggi, nel mare della melodia già si sentiva quello che sentivano tutti, nonostante le apparenze brillanti di un decennio che ha cambiato l’Italia e intere generazioni quali gli anni 80. Un decennio di cantautori,non solo Dalla, che intonavano tutti la voglia di fare qualcosa di diverso piuttosto che accettare solo sacrifici e rinunce, anche ballando come pazzi, come barbari. Uno scandalo carico di quella energia da sempre presente a chi è ancora giovane e può essere incosciente ed incurante delle scelte come si espresse, suscitando invece opposte reazioni, nemmeno un decennio prima il non mai compromesso Lucio Battisti E guidare come un pazzo a fari spenti nella notte per vedere - Se poi è tanto difficile morire…

Vasco Rossi, più tardi,dava la voce alla generazione, quella generazione che oggi ha accettato tutto, guardando a ieri e provando ansia per il domani come i loro genitori, un’altra generazione Siamo solo noi - Che non abbiamo più niente da dire - Che non vi stiamo neanche più ad ascoltare - Quelli che non hanno più rispetto per niente - Quelli che ormai non credono più a niente …

e che oggi accettano raccomandazioni e prudenze, talvolta senza capire ma incredibilmente fiduciosi in quello che viene detto da autorità. I ribelli, i pirati ora approdati per diventare commercianti e possidenti. Celentano più di ogni altro è diventato quel “pazzo cavaliere” che non ha capito dove il mondo sta andando e ha tentato di predicare un spegnete le luci – me ne vado anche nei versi di finta nostalgia ma così pieni di sapore anni ’80 di un Italia che ormai non esiste più Là dove c’era l’erba ora c’è – una città - e quella casa in mezzo al verde ormai dove sarà in quella Via Gluck oggi leggendaria come Atlantide per gli antichi memori di mai esistiti tempi migliori dove tutto era perfetto.

Gli attuali cantautori, si sono fatti portavoce e portabandiera di una nuova generazione che accetta i compromessi ma non i confini, che desidera il benessere ma senza sacrificio, che vuole andare al sodo senza preliminari. Si vogliono bruciare le tappe ma non le banconote, pronti a rinunciare al fumo ma non all’erba, pronti ad ascoltare le urla ma non a prestare orecchio ai sussurri. La cosiddetta incoscienza dei giovani amanti del ballo tanto detestati dall’invelenito Catone.

Mahmood ha intuito una cosa, si parla tanto ma alla fin fine davvero nessuno ascolta, come già  diceva più di vent’anni prima Vasco che oggi continua a far piangere i quarantenni armati di cravatta e portatili..Prima mi parlavi fino a tardi, tardi - Mi chiedevi come va, come va, come va - Adesso come va, come va, come va… alla fin fine i giovani continuano sempre a sentire quella sensazione di solitudine, quel sospetto di essere incompresi che attraversa i secoli e le epoche senza che noi ce ne accorgiamo. Che scandalo è stato il romanticismo ! gli scapigliati ! versi strappalacrime, amori sublimi e senza compromessi e la lacrima facile che avranno fatto alzare folte sopracciglia di padri che ricordavano ben altra arte  e così all’infinito, nella notte dei tempi.

I ragazzi di un’altra generazione, ormai scoppiata ( baby boomers ) si nascondevano in case sopra alberi mentre i ragazzini di oggi preferiscono giocare con le parole per farne mattoni di un muro destinato forse a cadere di nuovo in attesa di futuri incompresi che verranno carote, carote, solo carote – le regalo a mio nipote, diventano banconote…

GABRIELE SUMA

 

 

 

 

 

 

ott 12, 2019 - Notizie    2 Comments

Il Duca sottovalutato

Spagna, attraversata da molteplici popoli e civiltà, non fu mai completamente dominata da una sola potenza se non per pochi secoli e con imponenti sforzi, dall’aquila romana. Fra le rovine imperiali sovrani,piccoli e grandi, convinti di avere il proprio Dio dalla loro parte si contendevano la terra senza risparmio per quasi mille anni. Fortezze ritenute inespugnabili cadevano con la medesima facilità in cui alleanze si rovesciavano e gli inganni e micidiali trappole si susseguivano. La società e la cultura spagnola si indurivano per la quotidiana presenza della guerra come le aride rocce dei suoi deserti riflettevano l’accecante bagliore del sole. L’acqua era preziosa per gli eserciti in marcia riducendo così le guerre a sanguinose schermaglie quando si preferiva evitare i rischi di grandi battaglie campali. Nel corso dei secoli gran parte della penisola venne unificata tramite complessi giochi diplomatici in circostanze in cui soluzioni con le armi erano improponibili.

La penisola entrò a far parte del contesto europeo per un sovrano nato alla periferia dell’Impero dove non tramonta mai il Sole ma posizione geografica,cultura,identità ebbero sopravvento sugli ideali medievali dell’impero universale. Lo stessa effimera unione dinastica del Portogallo con il dominio castigliano-aragonese dimostra il carattere indomabile ed orgoglioso del territorio e dei suoi abitanti.

Il declino del suo impero e l’epilogo tragico dei suoi leggendari eserciti sul campo di Rocroi permisero alla Spagna un lungo periodo di relativa quiete nell’ombra di un lungo declino accettato con rassegnazione tipicamente iberica. Una società apparentemente apatica ma piena di voglia di vivere dietro un aspetto di rigida educazione religiosa così come Francisco Goya aveva compreso e percepito nei suoi spettacolari affreschi.

Il grande artista aveva intuito l’enorme forza di volontà nei ridanciani quanto selvaggi popolani e l’orgoglio nei componenti delle classi elevate ed è stato inorridito spettatore poi della tragedia della guerra immortalando per i posteri la sofferenza subita.

Gli avvenimenti in corso a Parigi con l’esecuzione del Re Luigi XVI trascinarono quasi tutta l’Europa nell’incendio senza risparmiare anche la sonnolenta Spagna all’epoca retta formalmente dal pacifico sovrano Carlo IV di Borbone. Goya ne fece un eccezionale ritratto del sovrano, mettendo in risalto, su tela, l’anima quieta della sua persona, senza ardori guerreschi così come ne furono privi anche i precedenti sovrani. L’indole battagliera dei Trastamara e degli Asburgo era ormai un lontano ricordo e causa della paralisi economica e sociale che attanagliava il regno all’indomani delle improvvise e turbolente avventure napoleoniche nel vecchio continente.

Il piccolo Corso, appena si fece Imperatore dei francesi, coinvolse il regno iberico nella sua infinita guerra contro l’Inghilterra rimasta unica potenza antifrancese. Le sfortunate vicende militari e i disagi del blocco economico colpirono profondamente la già fragile economia spagnola preparando le future premesse di tensioni sociali. L’amore sincero per la monarchia e sentimento religioso mantenevano unito tutto il sistema.

La distruzione del fior fiore della flotta spagnola a Trafalgar comportò un atteggiamento di diffidenza nei confronti del proprio alleato da parte dell’Empereur. Il fallimento della politica continentale,infine, spinse Parigi a prendere direttamente in mano la situazione in considerazione del ruolo del Portogallo nel “campo” guidato dal Regno Unito. Nel 1807 Napoleone obbligò la Spagna a partecipare all’invasione del Portogallo con due armate di supporto alle forze francesi. Il governo di Madrid era retto da Manuel Godoy fin dagli albori della rivoluzione francese. Egli, per sopravvivere, scelse di essere collaborazionista della Francia trascinando la Spagna nella guerra contro l’Inghilterra. Londra aveva già deciso l’importanza strategica della cosiddetta “guerra peninsulare”. Gli storici moderni sono concordi sul parallelo storico con le recenti esperienze militari in Vietnam e in Afghanistan cogliendo proprio in prestito l’originale termine spagnolo di guerrilla ( piccola guerra ) per le unità combattenti irregolari in territorio occupato.

Nell’anno successivo ( 1808 ) Napoleone, non fidandosi del governo alleato, credette di poter prendere il controllo dell’intera penisola iberica. La società spagnola era considerata arretrata e il sistema economico locale inefficiente ma i francesi avevano sottovalutato il profondo sentimento religioso alimentato da preti di rango sociale basso ma dotati di forza di volontà irresistibile.

Gli storici si dibattono sulla decisione di Napoleone di procedere nonostante notevoli rischi, sproporzionati al vantaggio che si poteva trarre. A suo svantaggio era l’asperità del territorio e la scarsità delle comunicazioni che ostacolavano la trasmissione dei messaggi per permettere una cognizione realistica della situazione da Parigi. Nel momento in cui il ministro Godoy rischiò il linciaggio per aver permesso ai francesi di entrare in territorio spagnolo, L’Imperatore decise di intervenire in modo massiccio con uno stile che può far ricordare gli interventi sovietici in Europa Orientale durante la Guerra Fredda. Come nella Budapest del 1956, le truppe francesi incontrarono una notevole resistenza popolare nella capitale Madrid. Goya immortalò il momento con celebri opere cogliendo con maestria l’espressione di stupore e sconcerto dei cavalieri mamelucchi di Murat e il conseguente sentimento vendicativo con esecuzioni di massa che, ancora oggi, caratterizzano i conflitti di qualsiasi scala e latitudine.

Le brutali repressioni dell’occupante fecero incendiare tutta la penisola iberica diventando una trappola mortale per l’esercito francese ancora ammantato dal mito dell’invincibilità guadagnato sotto il Sole di Austerlitz. Napoleone accolse la famiglia reale in fuga ma la confinò a Bayonne e prese la corona per offrirla invece al fratello Giuseppe con la missione di porre fine ai disordini nella penisola.

I francesi furono però duramente sconfitti dai ribelli sia a nord nella battaglia di Medina Del Rioseco sia a sud nella battaglia di Bailén nell’afoso luglio del 1808 determinando il collasso del regno di Giuseppe Bonaparte che abbandonò velocemente Madrid. Proprio l’inaspettata svolta degli avvenimenti spinse l’Inghilterra ad inviare un,ancora, oscuro ufficiale dotato però di notevoli doti di comando: Sir Arthur Wellesley.

Il comandante diede subito prova di sé sconfiggendo nella battaglia di Vimeiro il generale Junot liberando in poco tempo l’intero Portogallo dall’occupazione. In seguito alla vittoria però Wellesley rischiò di perdere il comando per aver concesso a Junot di ritirarsi con tutte le sue truppe in patria via mare ma le sue doti dimostrate in battaglia permisero la chiusura dell’inchiesta.

Quando i messaggi raggiunsero Parigi, Napoleone si infuriò decidendo di intervenire direttamente con intento di chiudere la faccenda con classiche battaglie regolari senza rendersi però conto dell’inutilità di esse di fronte ad una guerra di liberazione nazionale. La campagna, come al solito, si era svolto rapidamente schiacciando le forze regolari dei ribelli, aprendosi la strada per Madrid nonostante terribili condizioni climatiche, difficoltà logistiche e tremendi sacrifici delle truppe ausiliari polacche.

In quel momento critico gli inglesi tentarono di respingere l’avanzata francese, affidata da Napoleone a Soult, con disciplina e determinazione sotto il comando del generale John Moore ma la disintegrazione rapida delle forze ribelli ne consigliò la ritirata. La situazione ricorda abbastanza la situazione in cui gli inglesi e suoi alleati ritroveranno secoli dopo nel 1940. L’intero corpo di spedizione dovette ritirarsi attraverso un territorio difficilissimo senza riuscire quasi mai a sganciarsi dagli inseguitori francesi fino all’estremità costiera a nord della penisola in direzione Corunna dotata di un porto per reimbarcarsi. Era,in pratica, la Dunrik o Dunkerque del 1808. La lunga Anabasi degli inglesi si concluse, ai primi giorni del nuovo anno 1809 davanti alla città ma i francesi pure erano vicini, determinati nel costringere i fuggitivi ad arrendersi. Moore riuscì a mettere in salvo l’artiglieria e accettò battaglia morendo però sul campo. Gli inglesi riuscirono,comunque, a scompaginare l’armata di Soult in modo inaspettato. Napoleone, ritiratosi in Francia poco prima, perse l’ultima occasione di poter vincere la guerra nel 1808 così come Hitler la perse nel 1940.

Il generale Wellesley ritorna in scena nel maggio del 1809 vendicando la sconfitta di Corunna contro l’armata di Soult entrata in Portogallo ed intercettata presso la città di Porto. Wellesley godeva del grande vantaggio di avere una solida base protetta da catene montuose per mantenere dolorosa la cosiddetta “ulcera”, così battezzata da Napoleone, del fronte iberico. Londra aveva calcolato giustamente che la guerra spagnola avrebbe distrutto il mito dell’invincibilità francese. Il piccolo Corso, di conseguenza, non seppe inventarsi una soluzione per uscire dal pantano mentre Wellesley già stava gettando le basi di una ben più vasta operazione per porre termine al conflitto. Era necessario, una volta consolidato il controllo del Portogallo, lanciare una grande controffensiva accordandosi con le forze regolari ribelli. Il piano era di costringere i francesi a ritirarsi in direzione Madrid ma l’intera operazione rischiò di essere seriamente compromessa per la manovra di aggiramento dietro le linee in atto dal solito Soult con le sue divisioni dalle Asturie. Wellesley si rese immediatamente conto del grave pericolo ma sfruttò l’inesperienza del Re Giuseppe, reinstallato sul trono, che non aspettò il chiudersi della trappola attaccando le forze anglo-spagnole. Le formazioni tipiche dei francesi dell’assalto in colonna si rivelarono inadeguate contro il serrato e disciplinato fuoco inglese nonostante la superiorità numerica e Talavera divenne luogo di una seconda grande sconfitta francese dopo Bailèn. Wellesley si guadagnò proprio a Talavera il titolo onorifico di Duca di Wellington che tutti noi conosciamo. Tuttavia l’arrivo di Soult, pur tardivo, costrinse Wellesley a ritirarsi mentre ribelli spagnoli che dovevano unirsi subirono cocenti sconfitte a sud di Madrid. Wellington non si unì all’ambizioso tentativo dei ribelli di ingaggiare battaglia in stile convenzionale e campo aperto per le sue corrette valutazioni sulla pericolosità delle forze francesi, umiliate ma ancora troppo potenti. Mentre i francesi mandavano in rotta gli spagnoli, gli inglesi subirono le conseguenze. La controffensiva francese distrusse l’intero fronte meridionale e la stessa capitale dei ribelli,Seville, cadde con tutto il suo governo.

La resistenza si limitò ad una sacca intorno al porto di Cadice anticipando simili scenari del nostro tempo ( Bataan, Pusan ) in ragione del fatto che per tutta la guerra gli inglesi avevano il vantaggio del dominio del mare, indispensabile per continuare la lotta. Un altra grande armata francese era entrata in campo minacciando uno dei principali varchi per il Portogallo a nord della penisola. Wellington accorse immediatamente solo per trovarsi, in condizioni sfavorevoli, contro uno dei migliori generali di Napoleone: Andrea Massena. In seguito alla rapida caduta di Almeida, i francesi, ancora una volta, entrarono in Portogallo incontrando notevole resistenza delle truppe inglesi che si ritirarono dietro ad un formidabile campo fortificato a difesa di Lisbona.

Wellington aveva contribuito di suo, per la sua naturale attitudine alla difesa, alla realizzazione di questo straordinario sistema conosciuto con il nome di “linee di Torres Vedras” che anticipava concetti che si sarebbero visti in forme sempre più imponenti dalla Guerra di Crimea fino alle fortezze della seconda guerra mondiale. Da notare che ancora non era entrata in scena la canna rigata che avrebbe reso praticamente impossibile un assalto senza accettare perdite spaventose, come così è stato molte volte nelle guerre successive. Lisbona si dimostrò imprendibile bloccando Massena che sperava di ricevere aiuto da Soult a cui gli era affidato incarico di aprire un varco a sud del Portogallo. Le forze anglo-spagnole rinchiuse nella sacca di Cadice riuscirono a distrarre Soult impedendogli di riunirsi a Massena compromettendo tutta la campagna francese così come era stata pianificata all’inizio con il suo obiettivo principale : la liquidazione del Portogallo.

Gli errori strategici di Soult resero impossibile la continuazione dell’assedio di Lisbona. I francesi si ritirarono subendo forti perdite fino a rientrare in territorio spagnolo senza mai riuscire a seminare gli anglo-spagnoli di Wellington.

Era iniziata una nuova fase della lotta, verso un crescendo rapido di massacri e lotte disperate intorno all’epicentro strategico della cittadina di Badajoz la via d’accesso al Portogallo dal lato meridionale. Wellington, ancora una volta, utilizzò tattiche difensive innovative dimostrando doti di versatilità rispetto ai suoi molti avversari francesi più abituati a manovre e rapidi assalti. I francesi non riuscirono mai ad averne ragione sull’organizzazione difensiva guidata da Wellesley aiutato dal supporto della guerriglia nella raccolta di informazioni e attacchi alle linee di rifornimento.

I francesi restarono, tuttavia, padroni di gran parte delle maggiori città spagnole e delle vie di collegamento con la madrepatria ma cresceva il prezzo di ufficiali e soldati sempre meno rimpiazzabili. Nel 1812, dopo un lungo periodo di attrito senza esiti, la situazione cambiò in merito alla disastrosa decisione di Napoleone di invadere la Russia per quanto molti problemi erano ancora irrisolti, non solo nella penisola iberica. Un tragico errore strategico che gettò le premesse del crollo finale dell’Impero Napoleonico.

Wellington, in questa cruciale fase, rivela anche il suo talento per manovre offensive attaccando le guarnigioni francesi che sorvegliavano le vie di accesso fra Spagna e Portogallo con velocità quasi da Blitzkrieg sfruttando il logoramento nemico. Non avendo il tempo di organizzare assedi, egli ebbe fortuna e determinazione in fulminei assalti, resi possibili anche dai veterani ormai di anni di battaglie continue. Wellesley faceva parte di un più ampio piano di generale controffensiva anglo-spagnola che comportava la separazione fra gli eserciti francesi del nord e del sud con un azione combinata di attacchi via mare della costa settentrionale della penisola, guerriglia e raid sulle rive del fiume Tago quasi al centro dell’intero fronte. Una combinazione simultanea di operazioni di varia tipologia che riporta alla mente le manovre strategiche delle guerre successive,più che il semplice sistema napoleonico orientato sull’obsoleto principio della “battaglia decisiva”. L’armata di Wellington si trovò così in una posizione centrale nel teatro nei pressi della cittadina di Salamanca. In questa battaglia si osserva l’applicazione di tecniche che saranno poi replicate in parte anche a Waterloo. Wellington, attento alla morfologia del territorio, aveva posizionato le forze fuori dal tiro dell’artiglieria francese dietro alle colline e l’area limitava la visuale e non dava possibilità di aggiramento se non con grandi rischi. Wellington aveva studiato il campo prescelto per obbligare il suo avversario ad agire in modo prevedibile e nel caso di Salamanca ( così come sarebbe poi accaduto anche a Waterloo ) fu un successo completo. I francesi tentarono una manovra di aggiramento ma esposero il fianco pericolosamente in una circostanza che si sarebbe visto su molto più grande scala nella Battaglia della Marna all’inizio della Grande Guerra secoli dopo. Wellington “vide” il fianco nemico passargli davanti e dopo furiosi combattimenti fino a notte fonda aveva scompaginato lo schieramento nemico. Wellington vinse la battaglia decisiva e per i mesi successivi entrò a Madrid e liberò diverse altre città dall’occupazione francese durata quasi quattro anni. La buona stella abbandonò il generale quando superò i propri limiti nel fallito assedio di Burgos situata sul lato orientale e settentrionale della penisola, non lontana dai Pirenei. I francesi, si erano riorganizzati costringendo il Duca ad abbandonare l’offensiva. Wellington si ritirò alle posizioni di partenza, anche in questo caso anticipando gli esiti fallimentari di grandi offensive e gli scarsi guadagni territoriali sopratutto della Grande Guerra ’14-’18.

Nell’anno successivo, 1813, Il regale fratello Giuseppe lasciò definitivamente Madrid per tornare in Francia insieme a diverse truppe in seguito agli avvenimenti in atto in Europa centrale dopo la clamorosa ritirata dalla Russia. Wellington sfruttò l’occasione per sbloccare l’impasse intercettando l’armata reale e distruggendola in una sola battaglia. Il Re Giuseppe Bonaparte, privo di doti del suo imperiale fratello minore, fu responsabile del disastro anche per aver rallentato la marcia per non perdere i suoi numerosi bagagli. I francesi lasciarono il territorio spagnolo una volta superato i Pirenei forte ostacolo naturale agli inseguitori. Wellington si rese conto del rapido logorio delle proprie truppe,preziose per il loro addestramento ed esperienza bellica nell’inospitale territorio basco e li impegnò, riducendo diserzioni ed indisciplina, nella presa di San Sebastian roccaforte francese nell’area e batté, per ennesima volta, Soult giunto per un tentativo di rompere l’assedio. Il Duca si dimostrò particolarmente audace pochi mesi dopo scardinando una solida posizione francese sorprendendo i difensori attraverso un passaggio ( il fiume Bidasoa ) ritenuto impossibile ( un classico nella storia militare ) al limite estremo nord della terra dei baschi. In seguito agli avvenimenti occorsi dopo la battaglia di Lipsia in Europa centrale Wellington sospese la progettata liberazione della Catalogna e invase la Francia meridionale puntando su Bayonne che fu teatro di violenti scontri con i resti dell’armata di Soult per tutti i duri mesi invernali del 1813. Nei mesi successivi il Duca, mantenendo l’assedio a Bayonne, inseguì i francesi fino a Bordeaux che si dichiarò città aperta per evitare distruzioni. Tolosa, teatro di una terribile azione di repressione della repubblica rivoluzionaria nel lontano 1793, cadde anche essa nell’aprile del 1814. I francesi si arresero il 30 maggio 1814.

La “Guerra Peninsulare” durata quasi sette anni, aveva lasciato l’intera penisola completamente in rovina e sarebbero emersi subito contrasti insanabili nella sconvolta società spagnola mentre l’impero dove non tramontava il Sole cessò di esistere.

Il Duca aveva dimostrato nella lunga campagna doti di brillante condottiero moderno anticipando tecniche delle guerre successive come enfasi sulle posizioni difensive, aggressività e versatilità in puntate audaci contro difese nemiche, pianificazione strategica dei campi trincerati, organizzazione di intelligence, senso di risparmio delle forze che fu più di orni altra cosa la sua dote più singolare in considerazione della diffusa attitudine, fra i comandanti dell’epoca compreso Napoleone,ad accettare forti perdite in incerte operazioni.

Egli riutilizzò gran parte dei suoi schemi e anche molti dei suoi veterani a Waterloo nel 1815, togliendo a Napoleone iniziativa,scelta del campo e libertà di manovra, obbligandolo ad una battaglia di posizione in cui il grande Corso non dava il meglio di sé così come è già avvenuto in situazioni simili sia a Borodino che a Lipsia.

Grandemente misconosciuto al di fuori dalla sua patria di origine, in parte anche per il generale sentimento continentale contro l’Inghilterra per complesse ragioni storico-culturali e in parte per la generale trascuratezza, da parte dei media, sulla guerra peninsulare che invece racchiude in sé parecchi elementi tattici e strategici di tutte le guerre successive.

Abbiamo visto situazioni ed elementi che caratterizzeranno la guerra di secessione americana, la grande guerra, persino la Guerra di Corea in assenza ovviamente delle rivoluzioni tecnologiche che comunque avevano rafforzato e reso fondamentale il principio difensivo di cui il Duca Wellesley ne era profondo conoscitore e maestro per i suoi tempi.

GABRIELE SUMA

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