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mar 15, 2017 - Notizie    14 Comments

Affare Lusitania

La vicenda del Lusitania colpita e affondata il 7 maggio 1915 ( 1.198 morti fra passeggeri ed equipaggio ) ha luci e ombre ingiustamente rimosse dalla memoria collettiva da più di un secolo. La nave era stata una delle navi da crociera oceanica più grandi del mondo e l’orgoglio dell’ingegneria navale britannica. La stampa internazionale la reputava “inaffondabile” e assolutamente il top del lusso e dell’eleganza. Le sue doti principali erano l’elevata velocità e solide strutture di compartimenti stagni. Il battello si era guadagnato l’appellativo di Levriero del Mare per la sua linea elegante e per la sua straordinaria capacità di raggiungere venticinque nodi che poche navi civili della medesima classe potevano vantare. Le leggi navali britanniche prevedevano alcuni principi fondamentali per la costruzione e fra questi era la conversione per usi militari in caso di necessità. La Lusitania non era esclusa in considerazione anche dal fatto che la società proprietaria Cunard Line era stata finanziata con fondi pubblici del governo britannico. La nave da crociera poteva diventare un incrociatore con apposita installazione di sistemi d’arma in tempi rapidi in base a sezioni già predisposte in linea progettuale. La Lusitania aveva ricevuto modifiche preparatorie per un eventuale conversione militare già nel 1913 ancora prima dello scoppio della Prima Guerra Mondiale. Il governo britannico inoltre si era riservato il diritto di richiamarla in ogni momento anche durante una crociera in corso riservandosi ogni responsabilità sia in tempo di pace sia in guerra. Il conflitto contro la Germania si riteneva imminente per il timore espresso più volte da parte di Londra sullo sviluppo e la crescita della rivale per ragioni politiche,militari ed economiche di varia natura. L’Europa intera stava inesorabilmente precipitando nella catastrofe per un perverso meccanismo di alleanze ed accordi segreti che determinavano veri e propri blocchi militari contrapposti nonostante più di vent’anni di pace. La corsa al riarmo terrestre e navale era l’argomento più caratteristico dei giornali europei. Le grandi potenze avevano iniziato ad armare anche navi mercantili e civili e stava entrando in scena il sommergibile già conosciuto nelle sue prime forme dal tempo della Guerra di Secessione Americana.

Winston Churcill era Primo Lord dell’Ammiragliato al tempo della Lusitania e aveva espresso serie preoccupazioni sulla conservazione da parte inglese del dominio del mare. Egli aveva elaborato la possibilità di contrastare l’insidia tedesca con la militarizzazione della flotta mercantile come vitale risorsa per la soppravivenza del regno insulare. La sua tesi era anche frutto dei suoi studi di Storia Militare da cui aveva appreso il ruolo esercitato da corsari a danno dei convogli spagnoli con esito decisivo nella lunga competizione per il dominio dei mari.

Allo scoppio della guerra e ai primi affondamenti di mercantili britannici da parte dei sommergibili tedeschi si rendeva evidente il lato ipocrita di parte della stampa alleata che accusò i nemici di “pirateria” nonostante fossero utilizzati i medesimi mezzi utilizzati in passato dalla propria parte. La Germania, a sua volta, denunciava il blocco delle rotte commerciali di paesi neutrali da parte delle potenze alleate come un atto di “pirateria” . Entrambi i blocchi utilizzarono ogni mezzo disponibile della propaganda e della comunicazione per giustifcare i propri atti demonizzando quelli avversari.

La convenzione internazionale in uso al tempo a riguardo delle navi civili prevedeva la resa del battello al richiamo di unità militari e il dovere di queste ultime di non recare danno al personale. La militarizzazione dei battelli non da guerra rendeva formalmente superata la convenzione, ma le potenze alleate non si assumevano responsabilità con l’ausilio del cavillo legale del “blocco navale”. Le potenze alleate avevano stabilito il “blocco” in acque internazionali e territoriali delle potenze nemiche con il diritto legale in forza della capacità militare effettiva di mantenerlo. Il cavillo permise alle potenze alleate di ritenere invece “illegale” la dichiarazione di “zona di guerra” da parte tedesca del mare intorno alle Isole britanniche con la conseguenza che navi neutrali e navi civili non erano da ritenersi obiettivi militari autorizzati. Le navi civili transitanti la non riconosciuta “war zone” trasportavano non ufficialmente merci e personale militare ma la Germania non era ritenuta “autorizzata” ad attaccarle. Quindi i ripetuti avvisi germanici di rischio di affondamento in zona di guerra erano sistematicamente ignorati dalla stampa militante della parte alleata. Inoltre le agenzie responsabili come la Cunard non si erano impegnate a cambiare piani, allertare passeggeri e modificare le ordinazioni mentre i governi alleati non si assunsero i compiti di aumentare la sicurezza dei battelli civili.

I superstiti della Lusitania accusarono il governo britannico di mancata scorta e mancata assunzione di responsabilità quando essa fu sottoposta agli ordini diretti della marina inglese al momento del passaggio in zona di guerra. L’inchiesta decurtò, a porte chiuse, tutto il ruolo coperto dalla marina britannica sui movimenti della nave concentrandosi invece sull’incriminazione di valore propagandistico della Germania nonostante legittimi diritti in tempo di guerra. La vicenda della Lusitania, pur lontana nel tempo, è un chiaro avviso del ruolo enormemente pervasivo e manipolatore dei media a vantaggio di qualcuno e a danno di altri e di come certe costruzioni postume potessero diventare le uniche versioni riconosciute, specie quando una delle parti interessate ha conseguto il suo scopo.

La stampa americana, nonostante lo stato di neutralità, era ricca di opinioni contrastanti ma le testate più importanti erano allineate in quella parte di industriali e politici sostenitrice della amministrazione Wilson desiderosa di far coinvolgere più direttamente gli Stati Uniti nel conflitto in corso. Le osservazioni sulla dubbia legittimità delle rivendicazioni inglesi e i ripetuti avvisi di parte tedesca erano letteralmente ignorati come se non fossero mai esistiti. In un certo senso era in atto una censura e una manipolazione della realtà che in genere si tende a legare a regimi non democratici. In una certa misura la “tragedia” del Lusitania, diventata una strage di civili perpetrata da perfidi tedeschi riporta alla mente una delle osservazioni più acute del buon George Orwell :

una volta dimenticato l’atto della falsificazione, sarebbe esistito ne più ne meno, e cioè con lo stesso fondamento, con cui esistevano Carlomagno o Giulio Cesare

La demonizzazione dell’impero tedesco perdura tuttora nella memoria collettiva come risultato di un bombardamento mediatico che ha mescolato realtà e fantasia come tuttora si fa oggi in molti esempi e forse anche nelle maniere più efficaci. I media possono rimuovere dalla conoscenza collettiva conflitti e crisi geopolitiche per calcoli politici, economici e militari.

Nel mondo sono ancora in corso conflitti sanguinosi e distruttivi che non hanno copertura mediatica di massa e le informazioni possono essere solo ricevibili tramite l’internet quando non è bloccata o limitata dalla censura.

La vicenda del Lusitania è interessante anche per un altro aspetto di grande attualità per capire la direzione intrapresa dall’amministrazione Trump nelle ultime settimane. La dottrina America First si ricollega alle radici più autenticamente americane dell’isolazionismo e dell’unicità della nazione americana. George Washington aveva dichiarato testualmente nel 1793:

libero da connessioni politiche con qualsiasi altro paese, vederlo indipendente da tutti e sotto l’influenza di nessuno. In una parola : che abbia un carattere americano, così che le potenze europee si convincano che le nostre azioni sono per noi stessi e non per conto d’altri”.

Il pensiero di Washington è la base dell’attuale isolazionismo che enfatizza proprio la libertà di azione senza vincoli degli Stati Uniti per conseguire i propri interessi anche in contraddizione a vincoli morali. L’esperienza della Lusitania può indicare che la classe dirigente statunitense sarebbe anche disposta anche a sacrificare vite americane indipendentemente dalla giustizia in merito.

La stampa indipendente, tuttavia, aveva definito ipocrita il “grido di dolore” da parte della stampa militante e l’opinione più diffusa evidenziò l’ipocrizia delle classi dirigenti quando giocano sulle vite della gente per proprio tornaconto:

( … ) il fatto che nel caso del Lusitania ci sia stata perdita di vite umane è una circostanza dolorossima; la giustizia ci impone di vedere questa tragedia nella sua vera luce. Il Lusitania oggi solcherebbe le onde, non fosse per l’aperta dichiarazione di guerra alla popolazione civile tedesca. Uomini,donne e bambini,fatta dal governo britannico, e per l’aperta connivenza dell’amministrazione degli Stati Uniti in questa violazione delle leggi di umanità. La responsabilità del Lusitania e per la conseguente perdita di vite di non combattenti va equamente ripartita fra chi comanda a Londra e chi non comanda a Washington. La supina acquiescenza di questi ultimi, che avevano il compito di far valere i diritti americani, e che hanno mancato al compito di resistere alla violazione di tali diritti, non è meno responsabile per questa grande tragedia umana della colpa diretta del gabinetto britannico. ( Continental Times , 10 maggio 1915 ).

Queste parole rimandano alla mente le popolari teorie “cospirazionistiche” che sono nate proprio in america dove la grande democrazia, con i suoi pregi e difetti, ha da sempre instillato nei cittadini il dubbio nei confronti dell’Autorità. A differenza di altre civiltà e nazioni la Repubblica Stellata è tale solo se è sostenuta e difesa dai suoi cittadini come meglio viene spiegato nelle parole del Presidente John Fritzgerald Kennedy nel 1963:

Non chiederti cosa il tuo Paese può fare per te , chiediti cosa pioi fare tu per il tuo Paese”

Il concetto cardine dell’indipendenza del pensiero e della lotta contro ogni manipolazione ha consentito agli americani di rivedere le proprie convinzioni in maniera più aperta rispetto a quello che invece avviene nel resto del mondo.

Un illuminante esempio di come in America ancora prima dell’avvento dei Social Media un lettore poteva esprimere un opinione molto pragmatica nonostante il “lavaggio del cervello” di massa:

(…) chiediamoci cosa dovrebbe fare se ci ritrovassimo nella medesima situazione in cui si trova oggi la Germania. L’Inghilterra effettua concretamente il blocco intorno alla Germania e ha annunciato al mondo che farà morire di fame la nazione tedesca. La Germania è costretta a usare l’arma di rappresaglia più potente della quale dispone contro I suoi nemici : il sommergibile. Sono riconosciuti i sommergibili, nell’armamento di un governo, come strumenti di protezione dei diritti di una nazione, da impiegare come macchine di distruzione in tempo di guerra ? In caso negativo, smettiamola con la nostra ipocrisia : prendiamo i nostri sommergibili e facciamoli saltare in mille pezzi, dimostrando così al mondo che la nostra professione di fede cristiana è autentica e non una maschera vacua e fallace ( …) ( Washington Post 13 giugno 1915 )

Le opinioni tuttavia, come al tempo e come ora, non sono servite per impedire che la maggioranza meno attiva nell’informazione potesse adottare come propria la ricostruzione di comodo del Potere. L’affondamento della Lusitania era diventato un crimine diretto da parte nientemeno del Kaiser secondo l’accusa da parte della Commissione d’inchiesta di Kinsale che aveva acquisito l’esclusiva giuridizione sul caso nel Maggio del 1915. La sentenza si era subito arricchita di espressioni tali da colpire l’immaginazione e I sentimenti del pubblico nei modi a noi famigliari quando qualcosa ci deve suscitare indignazione e orrore.

Negli annali della pirateria non esiste niente di paragonabile, per efferatezza sfrenata e irresponsabile, alla distruzione della Lusitania. La domanda ora è questa: che cosa faremo ? Siamo alla mercè dell’Hohenzollern pazzo, non solo attraverso gli emissari che propagano il suo odioso sistema di governo e le sue vili teorie di casta proclamate con ostentata superiorità alle nostre porte, ma anche portando la guerra di conquista e di assassinio a tagliare la linea dei nostri transiti e viaggi in alto mare, dove abbiamo il diritto di navigare come ci pare, senza permessi o inceppi di uomo o monarca ( …) ( Courier Journal – Kentucky – 11 Maggio 1915 )

Qualcosa che ci rimanda alla stessa indignazione, nel torto e nella ragione, in ogni situazione dove la parte avversa o resa tale assume l’aspetto di qualcosa di mostruoso e la propria parte invece difende veri o presunti diritti. Quando il nemico non ci assomiglia più nemmeno nell’aspetto umano, l’istinto naturale di non uccidere un altro essere umano si riduce, alla fine, ad un astratto bersaglio elettronico.

Oggi siamo tutti circondati da mostri e crociati, eroi e da criminali come spettatori di un orrenda rappresentazione ma si può conservare la propria umanità e la libertà solo se continueremo a pensare e a ragionare di propria testa.

GABRIELE SUMA

gen 13, 2017 - Notizie    4 Comments

l’Europa Medievale in casa

I giochi da tavolo hanno offerto da molti anni molte possibilità di simulare la Storia dall’alba del bronzo al tramonto del sole atomico. Un fenomeno socioculturale divenuto evidente a partire dagli anni ’70 in paesi anglosassoni a livello commerciale. L’interesse per la simulazione storica in ambito videoludico ha radici nella passione per la rievocazione storica di origini tedesche a partire dal XIX secolo. La Storia come possibilità e applicazione pratica dell’antico gioco dei “se”  è risultato dall’enorme sviluppo della Storiografia come vera e propria Scienza. L’evoluzione dei campi e delle tecniche di ricerca ha permesso la raccolta e la messa a disposizione del pubblico di un enorme quantitativo di materiale cartaceo,cinematografico ed informatico. La vastità dei settori e campi e generi di studio ha reso possibile un vero e proprio “viaggio nel tempo” altamente stimolante per i sensi e per la mente. Il concetto di un “passato” famigliare suggerisce la possibilità di essere “riscritto” nella presunzione che gli avvenimenti storici possano essere conseguenza di decisioni individuali. La “simulazione storica” in ambito ludico è partita appunto dal presupposto che alcuni individui dotati del Bastone del Comando potessero scegliere alternative diverse muovendo altri individui come “pedine” prive di autonomia. L’esperienza ludica della rievocazione storica non esclude la componente del “caso” che si impone nella relazione fra il principio del comando e l’esecuzione dello stesso. La casualità dell’evento determinata da un lancio di dadi ben si sposa con il principio dell’ignoto e dell’indeterminatezza dei comportamenti umani sulla scala dei grandi numeri. Gli individui che hanno condizionato più degli altri il corso degli eventi sono stati coloro che meglio hanno soppesato la capacità del comando e la Fortuna di machiavellica memoria in precario equilibrio. La simulazione ludica unisce questi elementi del Comando e della Fortuna permettendo ad individui privi del Bastone del Comando di affrontare, senza sacrificio di vite umane e con il dono della ripetibilità, problemi che individui del passato hanno affrontato. La simulazione storica è senz’altro “falsificata” continuamente in base al “senno in poi” dell’uomo moderno di fronte a problematiche che si erano presentate agli occhi dei uomini del passato. L’Uomo moderno può chiaramente vedere gli errori di Napoleone in base appunto allo studio storiografico che ha fornito una gamma di informazioni che solo in minima parte erano conosciute al Grande Corso. In tal guisa l’Uomo Moderno può “sostituirsi” a Napoleone ma non “essere” Napoleone proprio per la diversa percezione ed esperienza ricevuta a distanza di secoli.

L’esperienza ludica della Storia però ha il pregio di poter offrire, nel meccanismo di immedesimazione, la possibilità di comprendere un avvenimento storico in termini di effettiva potenzialità di alternative con ovvi limiti propri della simulazione ludica che, di per sé, è sempre una forte riduzione e semplificazione della realtà.

In ogni caso sarei lieto di suggerire questo coraggioso tentativo di simulazione storica del nostro caro continente nel suo più convulso e decisivo periodo da parte di un affiatato gruppo di giovani italiani più di ogni altra cosa appassionati di Storia.

Medioevo Universalis di Nicola Iannone.

https://www.giochistarter.it/scheda.php?item=1000074&crowd=1&supportero=undefined

 

GABRIELE SUMA

ott 6, 2016 - Notizie    5 Comments

La Trireme di Falanto

Sebbene il golfo di Taranto sia per la maggior parte sprovvisto di porti naturali. Taranto dispone tuttavia di un porto assai grande ed eccellente, del perimetro di 100 stadi ( circa 17 chilometri ), chiuso da un gran ponte. La parte più interna del porto forma un istmo col mare esterno, di modo che la città è situata su una penisola e le imbarcazioni sono trasportate facilmente per terra da una parte all’altra, dal momento che il collo dell’istmo è poco elevato.

Strabone così descriveva il porto di Taranto nella serie di libri denominata Geografica ( εωγραφικά ) scritta e pubblicata agli inizi dell’età imperiale ( periodo da Ottaviano a Tiberio ). Taranto era stata definitivamente inglobata nel vasto dominio romano quasi due secoli prima nel 272 a.c. L’antica Polis evitò la distruzione accettando la sottomissione sotto forma di una alleanza che le conservava una certa autonomia al prezzo dell’indipendenza e di un saccheggio dei suoi ori e del patrimonio artistico e culturale come il prestigioso Eracle di Lisippo collocato come trofeo nel Campidoglio a Roma dal vincitore Fabio Massimo.

Taranto,all’epoca di Strabone, era la seconda città più importante dell’area allora conosciuta come Iapigia dopo Brindisi. Il Ginnasio e la buona posizione rendevano la città una sede molto apprezzata. Il porto fu anche scenario della sosta effettuata dalla flotta di Cleopatra che accompagnava Marcantonio e anche di un incontro ufficiale con conseguente accordo scritto fra Ottaviano e Marcantonio nel 38 a.c.

Taranto, prima della conquista romana, non aveva solo sviluppato un grandioso porto ma anche, si presume, fra le righe di Storia della Sicilia e della Magna Grecia di Ettore Pais, importanti collegamenti terrestri fino alla Campania. Il dibattito invece su un presunto commercio diretto fra etruschi e l’area Apulia prima delle conquiste romane rimane ancora aperto poiché sono state ricavate notizie di merci di fattura turrenixoi nel V sec a.c nel tempio di Apollo a Delo.

Riguardo al commercio marittimo, Taranto si era sviluppata per il suo primario ruolo di tappa in un articolato sistema di cabotaggio a scopo di fornire acqua potabile e occasione di smercio al naviglio mercantile di passaggio per le coste ioniche fino alla Sicilia. Inoltre esistono testimonianze archeologiche di collegamenti con Rodi e persino con l’Egitto in seguito al ritrovamento in loco di scaraboidi di collana in pietra talcoide di fattura greca a Naucrati ed alabastra e profumiegiziani. Il rapido sviluppo comportò l’introduzione della moneta verso la fine del VI sec a.c.

La Polis lacedemone,in seguito, subì un durissimo colpo con la sconfitta militare contro messapi e peuceti ma gli eventi militari comportarono importanti mutamenti sociali. L’antica classe aristocratica gnorimoi era stata decimata dalla guerra poiché era la fonte primaria di reclutamento degli opliti base fondamentale degli eserciti di tipo greco. Il processo storico favorì l’avvento del regime democratico più marcatamente incline al commercio e alla produzione fino alla caduta della Polis. Il regime democratico ha continuato ad esercitare influenza politica con la diplomazia e con la guerra sopratutto con instaurazione di colonie come Herakleia presso l’odierna Policoro. Taranto ha sopperito alla diminuita potenza su terra con l’accrescimento di quella navale. Come ad Atene i cittadini liberi costituivano l’equipaggio delle navi pur essendo Atene la principale avversaria ed alternativa ideologica della nativa Sparta nella Guerra del Peloponneso.

Lo sviluppo del commercio e della “borghesia” determino’ l’inurbamento delle campagne oltre gli antichi confini della Polis con una stabile fonte di reclutamento per il Porto e per la Marina. Il porto militare si era sviluppato presso area identificabile nell’attuale Villa Pepe dell’arcivescovo Capecelatro. Il sistema era costituito da un insieme di molte strutture fortificate in opera quadrata. L’intensa attività commerciale ebbe termine quando i romani smantellarono il sistema e tolsero alla Città dei Due Mari il suo ruolo di porta dell’Oriente in maniera definitiva, dopo la conquista e sottomissione. In seguito alla fondazione della colonia di Brindisi nel 244 a.C. Taranto conserverà ancora la sua importanza e un posto nel mondo romano ma non riuscirà mai più a sostituirsi a Bari e a Brindisi.

Rinvenimenti archeologici che testimonino la potenza navale tarantina dimostrata nel celebre episodio di scaramuccia navale con esito vittorioso contro dieci navi romane nel 282 a.C sono purtroppo scarsi rispetto al maggiore quantitativo di materiale di riferimento alle attività commerciali nella zona.

Uno dei ritrovamenti tuttavia più importanti nella zona marittima presso Taranto riguardante un battello espressamente militare e non romano è stato quello presso Maruggio sulla costa a est di Taranto fra Pulsano e S. Pietro in Bevagna. Nell’area interessata esisteva, secondo alcune ipotesi più accreditate, un importante scalo per il commercio del vino e le navi potevano essere anche trasportate via terra lungo l’appennino calabro-lucano in andata e ritorno in base. Un’area dunque di rilevante importanza economica e strategica che giustificava la presenza di navi militari come scorta contro la pirateria. Il ritrovamento avvenne nel lontano 1965 e i resti del battello vennero studiati e descritti con minunzia dall’archeologa Anna Marguerite McCann che pubblicò il resoconto nel 1972 su la rivista Archeology. I resti sono sommariamente tre ancore di tipo ateniese ( specificamente ancore per triremi ) . Al battello, datato circa alla metà del IV secolo a.C fu dato il nome di Relitto della Madonnina in onore della vicina cappella di Maria SS. Dell’Altomare situata presso un antico sito archeologico del VI secolo a.c. Le ancore sono state confermate di tipo espressamente ateniese in base al ritrovamento di ancore dello stesso tipo presso Citera in Grecia nel 1993 da parte del Dott.Kourkoumelis.

Il ritrovamento di ancore di tipo “ateniese” accende tuttora un vivace dibattito poiché Taranto nel IV secolo era spartana e fieramente anti ateniese e disponeva di una propria flotta abbastanza potente da poter dare supporto alla Polis di Napoli contro Roma nel 327 a.C. Le triremi erano le navi militari più potenti nel Mediterraneo all’epoca. L’arma principale era l’Embolos ( rostro ) per speronare e affondare le navi nemiche. I rematori di livello più basso erano chiamati “thalamites” perchè remavano tramite portelli denominati appunto thalamitai che erano protetti dall’acqua da una guaina in pelle chiamata akoma. I rematori del livello superiore prendono il nome dal termine zygon che significa “banco di rematore” ed essi remavano tramite delle casse particolari chiamate perexeiresia ( cassa dei remi ). I rematori dell’ultimo livello prendevano il nome da threnis ( sgabello ) ed erano i più numerosi per lato con ulteriori quattro a poppa.

Nel complesso la trireme greca del periodo era governata da circa 170 rematori più altri trenta membri per equipaggio; erano tutti cittadini liberi anche se non tutti aventi diritto a paga regolare. Le navi greche non erano però solo triremi che erano comunque la tipologia più versatile ed efficiente. Le triremi potevano essere anche utilizzate come navi trasporto truppa come se ne sono serviti gli ateniesi imbarcando in Puglia truppe alleate durante la guerra contro Siracusa.

Nel IV secolo, epoca del relitto ritrovato, La Città dei Due Mari era amica di Sparta ma aveva deciso come linea di politica internazionale la neutralità durante la guerra del Peloponneso rifiutando fermamente l’ingresso in porto della flotta ateniese di Nicia e Lamaco nel 416 a.C. Taranto infine evitò la guerra contro Dionisio Tiranno di Siracusa dichiarando ancora una volta la neutralità o uno stato di amicizia. La neutralità e l’indipendenza dovevano essere senza dubbio garantite da una flotta molto ben armata poiché la Città dei Due Mari divenne luogo di rifugio degli esuli lucani ex-alleati di Siracusa che frattanto aveva esteso il dominio su parte della Calabria e della Corsica e stabilito il controllo sull’area di Ancona.

Taranto disponeva non solo di una flotta capace di difendere la Polis dalle potenti flotte siracusane ed ateniesi ma anche infrastrutture per riparare e proteggere intere flotte come durante la Guerra del Peloponneso a beneficio di una flotta spartana. Le infrastrutture atte a proteggere le navi erano conosciute con il nome di Neosoikoi. Queste erano aree chiuse dove i battelli venivano spogliati di ogni attrezzatura che veniva trasferita in depositi chiamati Hoplothekai. Il Relitto della Madonnina, secondo alcune ipotesi, era proprio nei pressi di un area Neosoikoi di piccole dimensioni. Il ritrovamento di manufatti ceramici e bronzei ne suggerisce l’esistenza in funzione di area di sosta,riparo e di smercio.

Purtroppo non è possibile accertarsi sulla forma originale della Trireme sia per la demolizione del legname dovuta agli agenti xilofagi sottomarini sia per eventuale asportazione di materiale nel corso dei secoli.

Tuttavia il Mare ha restituito ai ricercatori un importante indizio che conferma come Taranto, sopratutto grazie alla gestione da parte dello Strategos Archita, utilizzò la carta di una flotta rispettabile ed efficiente per fare della città di Taras un importante punto di riferimento della Lega Italiota sopravvissuta a malepena al conflitto contro Siracusa. Una flotta che ha continuato ad essere un baluardo degli interessi tarantini fino alla fine confermando la tesi che l’indipendenza e la libertà di uno stato può essere solo garantita dal principio crudele ma essenziale del Si Vis Pacem Para bellum.                                       

GABRIELE SUMA

apr 11, 2016 - Notizie    16 Comments

Il Grande Gioco

I curdi,occupanti un territorio a cavallo fra la Siria,Iraq e Turchia, hanno conservato elementi di sistema tribale-federale che hanno caratterizzato la loro lunga storia. L’entroterra culturale ha tratti in comune con popolazioni nomadi della “steppa” come i mongoli e i turchi delle origini. La comunità è suddivisa in una moltitudine di clan che tuttora operano in completa autonomia in ogni campo senza esigenza di un governo nazionale vero e proprio. I curdi non sono nemmeno uniti poiché esiste una parte di tribù curde che militano fra le file di fazioni ostili a quella nuova entità politica conosciuta con la sigla YPG che in lingua italiana significa “Unità di Protezione Popolare”.

Gli avvenimenti militari e politici ancora in corso sembrano voler favorire la nascita di una “nazione curda” in seno alla Siria ma le grandi potenze coinvolte dietro la sanguinosa guerra civile siriana non hanno ancora stabilito un piano per il dopoguerra.

I curdi si sono conquistati l’attenzione internazionale per le loro doti combattive contro le milizie Daesh ( ISIS ) ma erano anche conosciuti anni prima per lo scontro con le autorità turche che tuttora restano il loro nemico principale. Il governo turco non accetta l’esistenza di un territorio etnico autonomo e ha utilizzato ogni forma di repressione, dalla censura mediatica agli arresti, persino effettuando vere e proprie operazioni militari.

Il comportamento ambiguo della Turchia è fonte di imbarazzo per le potenze occidentali che tra l’altro sono impegolate anche con il dilemma etico di accettare la prospettiva di uno smembramento di uno stato dietro propositi di realtà etniche “nazionali” . Una situazione che riporterebbe alla memoria i dilemmi wilsoniani del primo dopoguerra.

Difatti una “nazione curda” è considerata tale per un territorio dai confini imprecisati ma di vasta estensione che includerebbe tre stati diversi ( Siria, Iraq,Turchia ) con importanti aree strategiche per l’economia globale come i grandi giacimenti petroliferi intorno a Kirkuk attualmente territorio iracheno. In tal senso la Turchia, non uffcialmente, supporta l’ISIS e le fazioni alleate dell’Arabia Saudita per contrastare cio’ che è ritenuta una minaccia alll’integrità territoriale ereditata da Ataturk ,che creò la “nazione turca” ,proprio contro un piano di spartizione di potenze straniere sulle rovine dell’Impero Ottomano.

I curdi sono nominalmente musulmani in maggioranza ma non accettano autorità religiose del Califfo o di un sultano e osservano talora alcuni fondamenti di Zarathustra e forme di animismo che contribuiscono a determinare la loro identità. Le tribù curde hanno i propri leader ma la “nazione curda” viene appoggiata e sostenuta attivamente da curdi di città che non ne fanno direttamente parte ma che operano come figure politiche in parlamenti e sedi pubbliche di molti stati fra cui in particolare la Turchia.

Come in molte altre esperienze storiche, il nazionalismo curdo è frutto del particolare risveglio delle identità storiche del secolo decimonono e sostenuto da una minoranza determinata. La determinazione è sempre stata forte poichè la comunità è stata subito oggetto di repressione da parte del governo turco fin dalla sua fondazione. I turchi,difatti, stavano a loro volta perseguendo politica nazionalista per creare salde fondamenta dello stato. Il governo imperiale ottomano aveva concesso diritti e territorio ai curdi in seguito alla loro collaborazione alle campagne di persecuzione contro gli armeni. Il nuovo stato turco ha riutilizzato poi i medesimi brutali metodi contro le comunità anatoliche di lingua greca nel processo di formazione della nazione turca dai resti dell’impero. I curdi sono alla fine divenuti l’ostacolo più importante all’unificazione etnica della penisola anatolica.

La situazione ha acquisito un nuovo livello di complessità in seguito allo scenario internazionale della Guerra Fredda. La Turchia, prima di fare parte della NATO, ha assunto nuovamente la funzione geopolitica di barriera anti-russa in seguito alla poco conosciuta Crisi degli Stretti nell’immediato secondo dopoguerra. Le potenze occidentali erano interessate a tenere fuori l’URSS dal Mediterraneo con il sostegno al governo turco. Il comportamento delle grandi potenze sulla questione curda era ambiguo poichè da una parte i media e alcuni partiti la sostenevano e dall’altra i governi preferivano impedire nei fatti la nascita di una “nazione”.

La “questione curda” rimane difatti irrisolta non solo in Turchia ma anche in Iraq e Siria nonostante i recenti avvenimenti proprio per l’ambigua posizione di tutte le parti coinvolte che hanno rilevanti interessi economici nell’area interessata.

L’Iraq fu istituita dopo la grande guerra il 23 ottobre 1920 come monarchia e divenne indipendente ma sotto egemonia britannica. L’Inghilterra fu responsabile di politiche di dura repressione di minoranze e fazioni per anni a venire. Negli anni ’30 ebbero luogo numerosi colpi di stato militari contro l’istituzione monarchica. Nel 1936 un generale curdo Al Askari impose un governo militare che promosse una politica di modernizzazione che fu interrotta da nuovi sconvolgimenti politici che continuarono fino agli ’40 quando l’Iraq assunse una posizione di simpatia nei confronti delle potenze dell’Asse durante la seconda guerra mondiale. L’Inghilterra intervenne e invase il paese nel 1941 per impedire il collasso dell’Impero in Medio Oriente e la legge marziale britannica e un governo fantoccio ( Nuri Said ) rimasero in vigore dopo la guerra fino al 1948.

I curdi si organizzarono inizialmente in formazioni politiche di ispirazione comunista ma in seguito a lotte interne fra nazionalisti e comunisti, i primi istituirono un vero movimento basato sul principio identitario dei curdi quale il Partito democratico del Kurdistan. Il nome Kurdistan è, come avviene in molti nazionalismi, una “invenzione storica” per raccogliere una complessa realtà storica che si è sviluppata in un area dai confini privi di vere e propre “barriere naturali” che invece erano caratteristiche dei nazionalismi europei.

Essi divennero presto strumento della logica della Guerra Fredda in corso. La figura più rappresentativa della tragedia era Mustafa Barzani che era il leader della corrente più attiva del vario movimento. Egli nutriva un’eccessiva fiducia nei confronti delle grandi potenze straniere che avevano a loro volta “inventato” l’Iraq stesso. Gli USA consideravano l’area di vitale importanza strategica ed erano intervenuti in diverse situazioni nella generale prospettiva del ritiro dell’Inghilterra e della Francia. L’era del de-colonialismo era in una certa misura effetto del confronto globale fra i principali promotori del “diritto dei popoli” quali gli USA e l’URSS in maniera e con propositi diversi. Gli USA erano entrati in Medio Oriente per salvaguardare il controllo della produzione petrolifera. I sovietici, sfruttando il vuoto di potere delle vecchie potenze coloniali per influenzare i neonati ceti dirigenti, inizialmente approvarono anche l’insediamento dello Stato di Israele,fondato in gran parte con ispirazione socialista. Gli avvenimenti cambiarono l’intero quadro e si cristallizzò un delicato equilibrio fra stati sostenuti dagli USA ( Israele,Turchia,Arabia Saudita ) e quelli dall’Unione Sovietica ( Giordania,Egitto,Siria,Iraq ) .

L’Iraq era inizialmente una monarchia che fu ben presto esautorata da una sequenza di colpi di stato militare in meno di vent’anni dalla fine della Seconda Guerra Mondiale. Mustafa Barzani era di istruzione sovietica ma la sua causa era sostenuta dagli Stati Uniti poiché il regime militare al potere a Baghdad era un cliente fedele di Mosca. Barzani rappresenta in sé le tipiche contraddizioni che tuttora lacerano l’Iraq e tutto il Medio Oriente. Difatti gli USA, ad un certo punto, rinunciarono a supportare Barzani e i suoi curdi per non danneggiare gli interessi dell’alleato NATO quale è la Turchia.

Istanbul godeva della sua particolare posizione geopolitica nel quadro generale di confronto contro la Russia neutralizzando l’ostilità europea per il suo regime illiberale. In questo modo Barzani fu praticamente abbandonato e le repressioni turca e irachena segnarono la fine della causa curda.

Le contraddizioni che hanno caratterizzato la questione permangono tuttora. Difatti Le potenze straniere hanno demolito lo stato iracheno governato da un regime che ha dato e ricevuto favori da tutte le parti ( Saddam comprava armi dai russi ma era anche un partner molto amico della Francia ed Italia e gli USA lo ritenevano un contrappeso all’Iran ed Arabia Saudita ). L’amministrazione Bush Senior, costituito da veterani della Guerra Fredda, aveva “punito” Saddam ma l’intervento, pur massiccio, ebbe scopo limitato in considerazione dei problemi che sarebbero prevedibilmente emersi in caso di collasso del regime. Bush junior e le successive amministrazioni non ebbero la medesima esperienza e vedute e commisero l’errore di sconvolgere l’intero assetto della regione.

L’attuale caos ha favorito lo sviluppo di un area settentrionale fra Siria e Iraq controllata parzialmente da formazioni curde ( con eccezione di aree ancora in mano all’ISIS e siti strategici come la Diga di Mossul sotto controllo della coalizione internazionale ) ma non riconosciuta legalmente dai governi di Baghdad e Damasco. Le grandi potenze, coinvolte in questo nuovo “grande gioco” che sembra un revival degli schemi fra Inghilterra e Russia a riguardo dell’Afghanistan nel secolo decimonono, non hanno ancora espresso un orientamento e un accordo definitivo.

In questa fase delicata la Turchia sta utilizzando tutti gli strumenti a disposizione proprio per dividere e indebolire i curdi lungo la frontiera con bombardamenti e aiuti all’ISIS nonostante l’apparente presa di posizione contro di essa come membro della NATO. L’abbattimento del bombardiere russo Sukhoi-24 rientra in questo processo in atto da parte della Turchia di ostacolare i tentativi curdi di fondare un nuovo stato che potesse anche coinvolgere le minoranze in territorio controllato da Ankara. Inoltre il governo Erdogan non nasconde ambizioni di leadership sul vasto mondo sunnita in concorrenza con l’Arabia Saudita e la lotta contro i curdi fa parte di una ben più più vasta operazione politica,diplomatica e militare. I recenti avvenimenti di scontri di frontiera fra l’Armenia ed Azerbaijan confermano una politica turca di scontro con la Russia che supporta il regime laico di Assad e in una certa misura i curdi. Uno sfondo di apparente guerra di religione che giustifica una pericolosa politica di revival dell’impero ottomano che attualmente le potenze occidentali fingono di ignorare pubblicamente.

La questione curda non potrà essere risolta se non vengono sciolte le contraddizioni che spingono i governi democratici in vario grado e rappresentanti un sistema di valori a tentare di sfruttare o manipolare realtà e sistemi completamente diversi o incompatibili. La scarsa conoscenza della storia e della società sembra essere un tratto tipico delle decisioni prese esclusivamente per interessi economici e militari. I popoli non sono pedine di un gioco ma molti individui che vivono e muoiono senza più rialzarsi come attori di un set cinematografico. Il “risiko” delle grandi potenze in atto sta creando un inferno e cimiteri a non finire. Il petrolio in Medio Oriente ha reso ricche alcune famiglie e creato città dal nulla ma lo stesso petrolio è causa anche di altre città ridotte in macerie, impoverimento e diffusa barbarie.

Il nazionalismo etnico è un ossessione ottocentesca divenuta attuale negli ultimi vent’anni dentro cornici di medioevali guerre di religione per giustificare una guerra globale per l’energia, in atto, e pericolosamente in bilico verso un confronto militare in un futuro forse non lontano.

GABRIELE SUMA

mar 6, 2016 - Notizie    12 Comments

La semantica fantastica e il Potere

La notizia dell’accettazione da parte della Crusca del termine “petaloso” mi sorprende. L’Italiano è una lingua molto elegante e, come ogni lingua, portata ad adattarsi alle innovazioni e neologismi sopratutto con l’avvento dei social network che hanno rivoluzionato la comunicazione di massa ben più della televisione e del libro. I bambini, si sa, sono ricchi di fantasia perchè hanno il vantaggio di avere tutto un mondo da conoscere e la mente è ancora libera dagli impacci dell’esperienza e dunque più pronti a giocare con le parole. I neologismi sono un aspetto dell’infanzia che alla lunga diventano una forma artistica di espressione nella vita adulta perchè gli artisti sono bambini dentro in fin dei conti. Il gioco delle parole è caratteristico nella letteratura inglese poichè l’inglese ha toni musicali e gli inglesi sono un popolo legato ad un universo magico ( le radici culturali celtiche ). Un inventore di semantica fantastica è Lewis Carroll ( Charles Lutwidge Dodgson ) che ha scatenato la sua verve di bambino interiore nel suo capolavoro “Le avventure di Alice al di là dello specchio”. Gli esempi di semantica fantastica sono tanti.

Uno degli esempi più belli è un versetto della poesia del Mostrilo:
Era il brustilo;sveltosi i tàssili trottoschiellavano tra i tratterelli;
tutti tristili stetter gli straccili e startuttivano i verdocelli”.

questa è la traduzione italiana della versione originale Jabberwocky che è un’autentica girandola della lingua inglese con entusiasmo del bambino interiore senza malizia:

Twas brillig, and the slithy toves
Did gyre and gimble in the wabe;
All mimsy were the borogoves,
And the mome raths outgrabe.

il gioco delle parole sarà anche caratteristica del Futurismo italiano con Marinetti che devasta la semantica letteraria tradizionale introducendo per la prima volta nella “letteratura alta” le onomatopee in Il Bombardamento:

( … )
forza che gioia vedere udire fiutare tutto
tutto taratatatata delle mitragliatrici strillare
a perdifiato sotto morsi schiaffi traak-
traack frustare pic-pac-pum-tumb bizz-
( … )

Questa forma espressiva non riporta alla mente le entusiastiche descrizioni dei bambini ? Un nuovo livello di semantica fantastica è stato raggiunto da un altro artista della lingua inglese che è George Orwell che ha voluto ridicolizzare la mania degli acronimi che affliggeva soprattutto il linguaggio professionale dell’economia e dell’arte militare e, con profetica visione ( Orwell sembra aver capito tutto della modernità del XX secolo ), mettere alla berlina la tendenza della comunicazione massificata ad “uccidere” la semantica tradizionale a beneficio del guadagno del tempo in nome di gestione “efficiente” ( l’era del multitasking odierno ). L’invenzione semantica di Orwell, brillante satira del linguaggio dello Stato e del Potere, prende il nome di “Neolingua” nel famoso romanzo distopico 1984. La semantica fantastica in chiave satirica di Orwell è da tempo argomento di lunghi studi e analisi ma in questa sede vorrei far notare l’acume dello scrittore che fu non solo anarchico nelle idee ma pure nelle parole:

( … ) art uno virgola cinque virgola sette approvato indistint stop proposte in art sei bisplusridicole concern psicodelinguere annullate stop nonluogoprocedere ( …)

Una frase che rimanda alla memoria l’uso del telegrafo e dei telegrammi all’epoca uno degli strumenti di comunicazione più diffusi ( la televisione nel 1948 stava appena iniziando ad essere una realtà tecnica nella società ) . Orwell ha voluto mettere in guardia i lettori dalla potenza manipolativa di acronimi che “fanno a pezzi” il senso compiuto di una frase offrendo l’illusione di un’ “immediata comprensione” ma che in realtà riducono all’individuo la scelta di parole diverse e rendono non convenienti i sinonimi. La povertà del vocabolario è uno degli scopi per il Potere che si preoccupa di non lasciare agli individui il libero arbitrio di costruirsi un linguaggio tale da poter contrastare un discorso con le “armi” offerte dalle parole e dalla conoscenza delle parole utili.

L’allarme di Orwell sulla condiscenza di alti istituti della lingua e dei media sull’ “infantilismo” di neologismi va sempre tenuta in considerazione per evitare che le nuove generazioni rischino di restare Al di là dello Specchio . L’opera di Carroll potrebbe diventare per i bambini del futuro  ”paginoso” come l’espressione che utilizzai senza malizia da piccolo per un libro “imponente”.

GABRIELE SUMA

gen 29, 2016 - Notizie    8 Comments

Simulacri del Sol Levante

In un’altra sede ho parlato dei burattini del Teatro Nipponico facendo cenno alla cultura della rappresentazione virtuale delle forme viventi. Questa forma di idealizzazione si sviluppa anche nei confronti persino del cibo. Questa forma d’arte prende il nome di sampuru ( サンプル). Il sampuru deriva, come molte parole in katakana, dall’Inglese sample e significa essenzialmente “campione di esempio” o una forma di dimostrazione in formato virtuale ergo “non reale” il più possibile però “realistico”.

In Giappone l’arte di rappresentare il cibo fu il frutto di un’altra “imitazione”. Il Giappone prese ( e tuttora prende e in certi casi invidia ) molto dell’Occidente con la capacità tuttavia di ricreare e migliorare l’artefatto straniero dagli archibugi ai treni.

Infatti le imitazioni ed esposizioni di finti cibi divenne subito tendenza una volta che i giapponesi avevano preso confidenza ed apprezzamento per la cucina europea. La fotografia occidentale aveva suscitato un impatto notevole per un popolo fortemente sensibile al simbolismo. I piatti venivano fotografati, un pò come oggi in molti ristoranti nel mondo ma un giapponese fece un salto di qualità rivoluzionario promuovendo appunto la forma d’arte del sampuru.
L’inventore era Takizo Iwasaki che, ispirandosi alle rappresentazioni anatomiche note per l’estrema verosomiglianza, propose la rappresentazione a base di cera come alternativa alla fotografia.
Il successo fu quasi immediato e ancora oggi elemento più caratteristico dei luoghi di ristoro giapponesi di ogni tipo.

Questo successo è spiegabile con la combinazione della sensibilità mono no aware ( 物の哀れ) sull’estetica degli oggetti inanimati e la credenza shintoista della capacità degli artefatti di assumere un intrinseca “vitalità” e un posto nel mondo, come gli oggetti sacri shintai negli altari e luoghi sacri e persino in alcune spade ( le famose katane Muramasa ).

Questa forma di “culto” per l’artefatto è continuamente presente in molte manifestazioni dell’universo giapponese dall’incartamento e attenzione alla confezione stessa sino alla collezione in ogni sua forma.
Il collezionismo è una passione seria in Giappone che ospita una varietà eccezionale di raccolte private e pubbliche effettuate con una meticolosità sconosciuta all’Occidente. I giapponesi sono spinti a fare ricerche al limite del parossismo per realizzare collezioni quanto più possibile complete in nome del Kanzen Shugi ( 完全主義 ) che significa difatti “perfezionismo”.

La perfezione è considerato “lo stato naturale” dell’ordine sociale degli uomini che per vivere insieme devono appunto sottostare ad un codice prestabilito e condiviso. La bellezza infatti ha l’aggettivo Kirei ( きれい) che significa anche “pulito” e la pulizia è un atto umano continuo e rituale appunto per mantenere costante l’ordine che può precipitare nel caos quale è lo “sporco” che è anche simbolicamente “nero” ( kuroi – くろい) e opposto alla purezza.
Dunque l’estrema ritualità è implicita, dalla disposizione dei fiori alle moderne action figures, una delle forme di passione della cultura popolare giovanile.
Il collezionismo delle bambole ha un altra origine e spiegazione altrettanto profonda nella cultura nipponica. Le bambole in Giappone hanno origine antichissima e conservano quella simbologia sacra e simbolica che si è persa in Occidente. L’artefatto di forma umana femminile è una delle prime forme di espressione dell’Uomo e immediatamente oggetto di culto poiché la figura femminile era istintuale anelito alla difesa e sopravvivenza della specie ( fertilità, protezione, continuità ).

Il culto degli artefatti femminili in molte aree del mondo si è gradualmente fatto sostituire da rappresentazioni maschili in virtù della stabilizzazione delle comunità e l’urgenza della guerra per garantire la crescita e lo sviluppo delle prime forme di organizzazione sociale su grande scala.

Questo aspetto di “virilizzazione” della rappresentazione antropomorfica sacra solo in parte si è stabilito invece nell’arcipelago nipponico. Il popolo giapponese, dall’origine non del tutto nota, non ha conosciuto le grandi invasioni indoeuropee. I primi giapponesi erano un peculiare popolo di pescatori ed artigiani che non hanno sentito per moltissimo tempo il bisogno di città e produzione di massa che il territorio giapponese non consentiva nelle dimensioni altrimenti concesse alle comunità stanziate nei continenti.

La tardiva evoluzione urbana e la persistenza della tribù come nucleo fondamentale garantiva il mantenimento del culto matriarcale e femminile integrato con altrettanto antico animismo e i rituali magici delle origini dell’Homo Sapiens.
Le rappresentazioni femminili artefatte nella cultura giapponese prendono il nome di Ningyou ( 人形 ) e fin dai primissimi tempi erano dotati di uno spirito Kami ( 神 ) che poteva essere benevola o anche maligna.
Le bambole possono contenere il “soffio vitale” dei proprietari morti ( nagare 流れ ) e dunque non sono semplici “giocattoli” ma forme di contatto con il soprannaturale ( una cosa simile in Occidente è conservata nel culto dei morti nella fotografia e statue commemorative ) . Inoltre la bambola è il simbolo dell’età della donna prima di entrare nell’agone della società e la stessa bambina in epoche passate era trattata e vestita in un modo speciale in famiglie di alto rango sociale talvolta anche per rituali tramandati all’interno dei nuclei famigliari ( le Hako Iri Musume 箱入り娘). In Giappone esistono storie e leggende metropolitane di bambine vestite come bambole tradizionali Ichimatsu ( 市松人形 ) che hanno contribuito allo sviluppo della cultura horror nipponica dei nostri giorni.

Le bambole rivestono funzione purificatrice anche nella ben nota festività Hina Matsuri ( 雛祭り) dove le famiglie più tradizionali, ogni 3 marzo, allestiscono una speciale piattaforma per particolari bambole espressamente realizzate per il rituale che deriva da un’antichissima forma di esorcismo a scopo di buon auspicio per le figlie e nipoti non sposate.

In questo sfondo di simbolismo e rituali magici, la rappresentazione artistica della persona umana,l’indole collezionistica, e la sistematicità rituale spiegano il carattere speciale delle odierne action figures oggetto di “feticismo” della cultura popolare giovanile. Le bambole che rappresentano personaggi di anime o manga evocano valori di perfezione fisica ed ideologica “ideale” in contrasto con il “reale” che espressamente in Giappone è parte di questione sociale e culturale complessa in atto da parte delle più giovani generazioni insofferenti alla rigidità dei ruoli e regole sociali dell’età Heisei ( 平成 Giappone post 1989 ) . Le figure femminili rappresentano in vario grado mescolanza di attrazione erotica, purezza dell’eroina e allegria infantile che sono l’archetipo nostalgico della donna Kanai ( 家内 ) con le virtù della donna eroina Onna Bushi ( 女武士 ) e la purezza ideale della sorella minore ( Imouto 妹 ) , la componente di famiglia del quale il proprietario assume implicitamente il ruolo di fratello maggiore così come dovrebbe essere nell’ideale sistema dei ruoli fra uomo e donna Danjyo Kankei ( 男女関係 ) .
Per certi aspetti le “bambole” dal finissimo dettaglio e qualità sono ancora le inquietanti Ichimatsu del passato in una nuova funzione di guardiani simbolici di fronte ad un Giappone che inizia a provare paura ( paura : timore per qualcosa che non si conosce ) non per l’orrido demone Oni ( 鬼 ) ma per un imperscrutabile orizzonte.

Un futuro dove certezze si perdono e anche la stessa continuità genetica ( calo demografico , basso tasso di natalità, invecchiamento ) è minacciata mentre si ricerca la libertà individuale dalle regole sociali con l’idealizzazione dell’anarchia eroica dei ronin e con l’estasi dei fedeli per la Bellezza senza compromessi. Difatti in casi più estremi di idealizzazione esiste in chiave moderna l’antichissima forma di matrimonio con il divino che era l’Irui Kon ( 衣類 婚 “matrimonio umano – divino : gli uomini si innamoravano della purezza delle donne che erano trasfigurazioni di entità soprannaturali di forma animale ) poiché è legale il matrimonio, nella legislazione nipponica, con un personaggio non esistente ( dunque soprannaturale ma “umano” nella forma ) come atto supremo di devozione e difesa dal male del mondo.

GABRIELE SUMA

ago 10, 2015 - Notizie    5 Comments

La Cultura e il Futuro

l’articolo in sezione Cultura ( pp 32 11/08/2015 ) è intitolato “partite da Dostoevskij” può essere fuorviante sull’intento originario del soggetto dell’intervista del Presidente Mattarella. Egli, illustrando alcuni capisaldi del classico pensiero cattolico e liberale, sottolineava come basilari della formazione dei giovani i principi della democrazia,libertà,autonomia del pensiero. La digressione si conclude difatti con un esortazione “potrei ripetere, con molto rispetto per le scelte di ciascuno, ( … ) i libri sono un giacimento sterminato per comprendere la vita ed attraversarla”. Queste parole sono cariche di sincerità e forza etica non sempre ritrovabili nei discorsi di personalità politiche. I giovani sono indiscutibilmente la risorsa sul quale un Paese scommette il proprio futuro e l’esortazione ad arricchire il bagaglio culturale per affrontare il futuro ricco di sfide ignote alle precedenti generazioni arriva dalla classe dirigente che sta iniziando a prendere coscienza di gravi problemi rimasti irrisolti e accumulati. Le parole dell’On.Mattarella potrebbero essere lette come un ammissione della progressiva trascuratezza della formazione umanistica che dovrebbe essere piuttosto la base fondamentale degli studi dei futuri cittadini dell’Italia e del Mondo. La trascuratezza è derivata da ragioni storiche,culturali e sociali troppo numerose e varie per essere espresse in questa sede ma uno degli elementi più decisivi per l’attuale situazione è la difficoltà ad abbinare nella vita pratica la ricchezza della mente e la ricchezza materiale poiché la mente e il corpo per nutrirsi hanno bisogno di materiali mezzi che non sempre sono gli stessi per tutti. In tale caso l’arricchimento culturale comporta un costo che può essere troppo elevato per chi desidera avere accesso al “sale del sapere” quali libri,DVDs..materiali di altro genere. In tal guisa il nobile principio dell’Uguaglianza è sul piano reale infranto e l’accesso alla cultura rimane ancora aperto solo ad una parte della comunità. La diseguaglianza del sapere è resa più atroce dalla brutale constatazione che la preparazione culturale non coincide il più delle volte con i ruoli rivestiti nella società con la conseguenza che la meritocrazia fondata sulla preparazione etica è quasi inesistente. Il crescente richiamo all’etica e alla morale nei comportamenti pubblici tuttavia non deve essere confusa con l’uso strumentale di essi con i rischi che ne derivano in base proprio a ciò che la Storia ci insegna. Il ricordo di tali rischi di Tirannia Illuminata può essere conservato soltanto se un intera generazione viene informata ed abituata a informarsi da sé senza alcuna forma di controllo. Il libero ed autonomo uso delle informazioni è in fin dei conti ciò che è nelle parole del Presidente Mattarella sopracitati.

 Non si deve rimanere indifferenti al completo abbandono del patrimonio culturale ed artistico e la classe dirigente nel suo complesso si vede promuovere idee fra loro contrastanti: “la cultura non è una cosa che si mangia” e “libri sono il pane dell’anima”. Tutti i giorni i Media battono sul concetto sempre più pervasivo e pericoloso sui giovani che la formazione culturale sopratutto dei licei classici porta disoccupazione e si reclama più formazione tecnica scientifica a discapito appunto della formazione umanistica. La pressione massmediatica sta dando i suoi primi frutti con l’inizio del decadere delle iscrizione ai Licei Classici. La formazione umanistica ha sì il suo difetto che non è accettabile ai moderni tecnocrati : allena la mente a farsi proprie tesi. Questo difetto rende, in teoria, gli uomini cittadini liberi dal condizionamento esterno. in una Nazione alla deriva ? Dostoevskij offre molti modi di dire ma per i datori di lavoro Dostoevskij è una cosa che non si mangia. I giovani possono dire “ho letto Dostoevskij” ma il datore di lavoro chiederebbe“hai fatto precedenti esperienze lavorative prima di venire qui?”.

 C’è ancora tempo per fermare il declino ma deve essere fatta in maniera piena e consapevole l’ammissione di responsabilità e colpe da parte di tutte le parti della società anche se si tratta di una sfida che impone sacrifici enormi e risultati non apprezzabili in tempi brevi.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                        GABRIELE SUMA

nov 18, 2014 - Notizie    12 Comments

La Bellezza nel pensiero giapponese

Nel guardare le cose le concepiamo non come sostanza, ma come immagini libere da qualunque senso di spazio. Noi trattiamo le cose, in altre parole, come forme astratte idealizzate senza spazialità.” parole del professore Toyomune Minamoto dell’Università di Kyoto in un convegno tenuto a Tokyo nel 1968.

Il concetto della bellezza, nei termini dell’estetica elaborata dai ceti e gruppi dominanti in Occidente e in Oriente, differiva grandemente prima dell’avvento dell’industria di massa su scala globale. La bellezza era espressa secondo precisi registri e schemi a cui la maggior parte degli artisti si atteneva per assecondare il gusto dei committenti che rappresentavano i gruppi socio-economici al vertice della società in un dato periodo storico. In linee generali la bellezza in Occidente era la somma dei canoni estetici della scultura latino-greca e della morale romano-cristiana. Le forme di bellezza fisica espresse nella pittura occidentale sono storicamente la rielaborazione delle regole della scultura, dunque mirate alla rappresentazione della “tridimensionalità” del corpo. L’estetica occidentale ricerca il riempimento del “vuoto” nello spazio tramite i tratti caratteristici della “massa” fisica dei corpi. Il cardine di base del volume che occupa lo spazio nella prospettiva occidentale diventava successivamente la base della ricerca delle proporzioni in intima connessione con l’evoluzione della scultura. Il legame fra queste forme di arte rimase consolidato fino a quando la cultura, diventando di più ampia portata nella società, determinò di conseguenza il “divorzio” fra pittura e scultura a causa della minore disponibilità economica per opere impegnative in termini di materiali,spazio e tempo. La borghesia impose alla pittura nuovi canoni estetici slegati appunto dalle regole auree della scultura a sua volta destinata a seguire un evoluzione differente. L’Oriente, in particolare il Giappone, ha preso un altra strada di espressione artistica del Bello. La pittura era la più antica e maggiormente elaborata forma d’arte con regole e modalità che escludevano in primis la necessità di massa, proporzioni e della tridimensionalità. L’estetica giapponese del Bello si esprimeva dunque in altre forme alternative quali il tempo, la metafora,il vuoto e il significato simbolico. In questi termini l’Occidente riteneva il Bello come Materia diretta e viva; L’ Oriente giapponese, il Bello “nascosto” dal simbolo. La differenza è più chiara se si intende il concetto della parola come lettera nelle lingue occidentali e come somma di significati dentro la rappresentazione grafica degli ideogrammi nella lingua asiatica. Il termine che i giapponesi usano per rappresentare la generale tendenza alla conoscenza piuttosto che la visualizzazione del Bello è Mono No Aware che significa letteralmente “percezione della caducità” ben intesa negli Haiku che sono le brevi e malinconiche poesie spesso dedicate alla contemplazione della Natura. Aware è ogni cosa che è destinata a trasformarsi nel generale ciclo continuo compreso l’Uomo. Dunque la bellezza trascende la pura forma fisica del corpo che assume transitorietà. La transitorietà è estranea al pensiero occidentale che invece ricerca la Perfezione come il congelamento dell’espressione materiale dell’essere nel tempo e nello spazio. In tal senso il Bello diventa la Gioventù in Occidente mentre il Bello in Asia è lo sfondo apparentemnte vuoto degli scenari naturali. In Occidente il Pastore, in Asia il ruscello che scorre. Infatti in Occidente il vuoto significa una pausa temporanea dell’esistenza materiale mentre in Giappone il vuoto “riempe” ciò che la materia cede continuamente. Il vuoto diventa il tessuto che regge i significati come una ragnatela invisible che sostiene le particelle intrappolate della materia. Dunque la nobile bellezza, nel pensiero artistico giapponese, del Ma. Dunque il Bello inteso come perfezione assoluta è ciò che circonda quello che contempliamo, non il soggetto stesso davanti ai nostri occhi. Nelle opere artistiche giapponesi della tradizione più antica i soggetti sono avvolti da sfondi multicolori o astratti, immersi nell’universo come consapevoli di essere intrappolati dallo sfondo che incombe. Lo sfondo, in occidente, è la cornice che decora ed esalta il contenuto; in Oriente la cornice è sostituita dall’infinito di un universo pieno di vita e in continua trasformazione. L’opera d’arte occidentale ferma il tempo; l’opera orientale “vive” di moto proprio senza un inizio ed una fine. Il “vuoto” significante si lega alla filosofia del Sogno ( Yume ) . Nelle opere artistiche giapponesi la realtà,rappresentata nell’attimo in cui l’artista ha colto “congelandola” nella creazione, si stacca dall’originale “proprietario” che continua ad esistere e questa “realtà”, bloccata nel suo ciclo, assume il tratto di puro sogno poichè i sogni sono l’essenza di percezioni di cose materiali senza avere in sè le proprietà della Materia. In tal senso la bellezza diventa quello che si desidera nell inconscio. La bellezza femminile fino alle più recenti tradizioni artistiche nipponiche diventa l’incarnazione dei desideri mentre l’arte occidentale disegna la bellezza femminile per sviluppare nello spettatore desideri. La donna nell’arte erotica giapponese è “simulacro” dei sogni, un “ologramma” come è ben chiaro nella tendenza giapponese all’attrazione sentimentale per rappresentazioni artificiali che è qualcosa di ben diverso dal “feticismo” occidentale. La bellezza non si “conquista” ma si contempla provando l’orrore esistenziale, nel pensiero nipponico, del contatto fra i corpi.

GABRIELE SUMA

ott 15, 2014 - Notizie    2 Comments

I Guerrieri del Sol Levante

In Giappone lo scudo, come protezione individuale, è stato adottato nei primissimi secoli di civilizzazione dell’arcipelago nipponico in un epoxa denominata Yajoi dal nome di un area archeologica presente in un area di Tokyo. Le comunità dell’epoca erano organizzate in tribù e clan e i guerrieri combattevano con lancia ed arco e anche scudi rettangolari che coprivano gran parte del corpo. Gli scudi erano essenziali in un’epoca dove le spade non erano comuni e talvolta di uso più per le funzioni religiose e sociali che per la guerra vera e propria e i metalli una risorsa rara. I guerrieri preferivano di gran lunga l’arco che divenne ben presto un elemento culturale profondamente giapponese e ancora oggi potente simbolo in molte occasioni. Lo scudo verrà gradualmente abbandonato fino a scomparire del tutto nei secoli successivi con eccezione di protezioni mobili per tiratori negli assedi fino alla fine del XVII secolo. Le ragioni principali della breve vita dello scudo risiedono nella scarsità di materie prime e nello  sviluppo di una casta guerriera con caratteristiche aristocratiche simili a quelle riscontrabili in altre società arcaiche come gli achei dell’Iliade. Dopo le guerre tribali e l’avvento dei clans in seguito alle varie guerre contro gli Emishi ( popolazione nativa dell’Hokkaido e parte dell’Honshu settentrionale ) i giapponesi avevano determinato le linee fondamentali di una struttura fortemente gerarchizzata e stratificata che sarà la base della futura classe dei samurai. Nel periodo delle colonizzazioni e conquiste dell’arcipelago il Clan Yamato emerse come la prima e l’unica dinastia imperiale che tuttora è sul Trono del Crisantemo. In questo periodo gli Yamato avevano raccolto intorno a sè tutti gli altri clan maggiori e minori assumendosi la guida degli eserciti ancora caratterizzati da masse di coscritti contro gli Emishi. L’andamento del conflitto e la natura peculiare del terreno obbligava la costituzione di insediamenti militari fissi rendendo gli eserciti sempre meno controllabili dalla Corte Imperiale. La spietatezza dei nemici e la durezza delle condizioni ambientali comportavano la riduzione della consistenza degli eserciti che sempre più si costituivano di professionisti della guerra in grado di pacificare le terre conquistate. L’espansione procedeva nella direzione nord lungo tutta l’isola di Honshu ma nel frattempo i giapponesi ebbero anche occasione di apprendere le arti belliche di origine coreana e cinese. Il Giappone nel V secolo d.c stabilì un controllo su un area della penisola coreana denominata Minama da fonti storiche nipponiche. La Corea era allora suddivisa in tre regni ( Silla,Baekje,Goguryeo ) e il regno di Silla era il più forte ed espansionista e ben presto i giapponesi persero Minama da parte di Silla. I coreani inflissero ai nipponici la più grande disfatta navale della storia giapponese nel 663 d.c ( la battaglia di Baekcheon ). I giapponesi appresero,per l’urgenza del momento, le tecniche costruttive dei coreani quali le fortezze in pietra che si moltiplicarono lungo le coste dell’Isola di Kyushu ( l’isola meridionale dell’arcipelago più vicina alla Corea ). Le tecniche saranno successvamente abbandonate per poi essere recuperate durante i tentativi di invasione da parte dei mongoli dal 1274 al 1281. Le fortezze in pietra erano però un elemento estraneo alla cultura giapponese per la natura sismica del territorio e per il carattere spiccatamente offensivo delle tecniche di combattimento e delle dottrine ufficiali ( famoso il caso del Clan Takeda che considerava il proprio esercito come fortezza per difendere il territorio durante le guerre civili del XVI secolo ). Le fortezze in pietra appariranno, dopo molti secoli dall’ultima invasione mongola, negli ultimi anni del periodo conosciuto come Sengoku Jidai ( XVI secolo ) con il suggello della realizzazione del più grande castello in pietra da parte del primo unificatore del Giappone Oda Nobunaga ( il castello di Azuchi verrà tuttavia distrutto subito dopo la morte di Nobunaga ). I successivi castelli verranno costrouiti per tutto il periodo dello Shogunato Tokugawa ma del tutto privi di difese militari vere e proprie a parte la gigantesca città-fortezza di Edo che diventerà poi il nucleo politico,amministrativo e finanziario della futura Tokyo. Durante le guerre contro gli Emishi l’indebolimento della Corte Imperiale favorì lo sviluppo di una casta di guerrieri consci del proprio potere che verrà conquistato sotto il dominio del Clan Minamoto che fu il primo a governare con il titolo di shogun. I samurai erano guerrieri professionisti a cui era proibito esercitare le arti del commercio e dell’agricoltura e il loro compito era quello di mettere a disposizione del proprio signore le proprie capacità marziali acquisite con lungo e costoso addestramento e la propria katana un cimelio ereditario di famiglia. Le vicissitudini belliche, nel corso dei secoli, fecero sì che i samurai diventassero anche mercenari e spesso anche usurpatori a danni dei signori legittimi. I samurai, a differenza del comune stereotipo, erano principalmente addestrati per l’arco che era il loro simbolo di appartenenza ad un alta classe e, all’inizio, propensi a combattere a cavallo. I combattimenti a cavallo inducevano ad elaborare protezioni speciali per il corpo senza tenere in considerazione lo scudo non adeguato per le formazioni poco serrate a differenza di come avveniva in Europa. L’assenza di formazioni di cavalleria pesante è dovuta alle peculiare caratteristiche morfologiche del terreno del Giappone. Le pianure sono scarse e insufficientemente estese per manovre, quali quelle tipiche degli eserciti europei ,su vasta scala. Alcuni clans presteranno molta attenzione alle tattiche di cavalleria ma vi sono eccezioni come i Takeda e gli Uesugi che tuttavia basavano le proprie strategie principalmente sulle manovre di fanteria appiedata, i famosi Ashigaru ( piede veloce ) , contadini reclutati e destinati ad essere, i più fortunati, parte della nuova classe di samurai dopo le guerre civili e sotto i Tokugawa. L’uso sempre più massiccio di moschetti alla fine del periodo Sengoku porrà fine alla cavalleria come unità organica segnatamente dopo la decisiva battaglia di Nagashino. Gli eserciti Tokugawa che parteciperanno successivamente all’invasione della Corea saranno infatti prevalentemente costutuite da fanti armati di moschetto ( il famoso teppo ). La cavalleria rimase per secoli principalmente un unità pretoriana di protezione dello Shogun prendendo il nome di Hatamoto ( la tenda di comando ) con sede permanente nel grande Castello di Edo. I samurai a cavallo,difatti, si distinguevano da quelli appiedati per la loro condizione sociale più elevata che poteva consentire il mantenimento ( come in Europa ) del cavallo e i più valorosi e capaci erano spesso usati come assistenti e guardie del corpo degli ufficiali ( gli Yoriki ) . l’elevato costo dei cavalli in un luogo caratterizzato da scarsi spazi per l’allevamento equino è un altro motivo per cui si preferiva dare alla cavalleria una funzione secondaria sul campo di battaglia dominato dalla fanteria equipaggiata da lunghe lance Yari ( una sorta di picche di lunghezza variabile ma in media sui 4-5 metri ) e Teppo ( micidiali in gran numero e in lunghe e compatte linee di fuoco ). I samurai, a differenza degli ashigaru, rimanevano anche fortemente individualisti e solo alcuni clan si permettevano di sottoporli a rigida disciplina. I samurai erano piccoli proprietari terrieri con propri servitori e vassalli che li assistevano nel mantenimento e assolvevano tutte le mansioni proibite altrimenti come la coltivazione dei terreni e commercio. I Daimyo ( i grandi signori feudali ) avevano la facoltà di radunare e convocare i propri samurai e li organizzavano in reggimenti guidati dai samurai di rango intermedio ( i Taisho ). Il sistema non garantiva la lealtà degli ufficiali e truppa che non di rado abbandonavano il campo di battaglia o persino cambiavano fazione anche in pieno svolgimento di una battaglia ( esempio classico la battaglia di Sekigahara ). L’epoca di mercenariato dei samurai fino all’avvento dei Tokugawa prenderà il nome di Gekokujo ( l’inferiore rovescia il superiore ).

I samurai, in origine, cercavano di deflettere le frecce e i colpi durante le schermaglie a cavallo con la conseguenza che l’armatura non era completa ma solo focalizzata sulle parti più interessate quali fianchi,mani,coscie e viso. In particolare i pezzi dovevano proteggere il collo ( nodowa ) , testa ( kabuto “maschera”, ho-ate ) , braccia ( hate ), ginocchia ( haidate, suneate ), le spalle ( waki-date, watagami ).

L’armatura completa diventava un bene ereditario e alla fine dell’epoca Muromachi ( l’epopea delle guerre fra clan ) era sempre più una reliquia che un equipaggiamento semore più orientato alla libertà di movimento in considerazione delle armi da fuoco e masse di ashigaru armati di picche. Le scuole marziali della katana sono posteriori alla fine delle guerre poichè la lunga dittatura Tokugawa rese impossibile per i samurai combattere in campo aperto con la conseguenza di abbandonare le armature e difese in virtù di tecniche di combattimento individuali in luoghi limitati e ristretti. L’armatura classica da samurai ( Yoroi ) cede il posto a protezioni più leggere e invisibili sotto gli indumenti in un periodo caratterizzato da frequenti attentati e complotti che si svolgevano nei palazzi e castelli all’ombra degli Shogun.

I samurai, come si è detto, sono abili arcieri perchè l’arco era l’arma della caccia che era un privilegio dei nobili della Corte Imperiale con il tipico zelo dei “parvenu” ( i samurai non erano nobili di sangue ) e sorsero, ben prima della katana, scuole ed insegnamenti di arco ( Kyudo nella versione attuale, Kyujutsu in origine ) allo scopo di addestramento militare in contrasto con l’intento di diletto dei nobili di corte. I samurai si addestravano anche a tirare in groppa a cavallo con pratiche ancora in uso ( Yabusame ) durante festivals e rievocazioni storiche. L’arco assumeva significati religiosi di caccia a spiriti malevoli ( Yagoshi-hikime ) e di saluto propiziatorio per i neonati ( Tanjo-hikime ) . Rimane ancora in uso l’usanza Yumitori-shiki degli atleti del Sumo che ricevono un arco che viene sfoggiato ed esposto con rituali al pubblico in seguito ad una vittoria. Yumi-ya era l’arcaica definizione di arciere e il dio della guerra Hachiman era nominato anche come Yumi-ya No Hachiman “ Hachiman l’arciere”.

La lancia era un arma non utilizzata sul campo di battaglia dai samurai ma esistono tuttora antiche scuole di naginata che erano principalmente usate da principesse e monaci.

La Katana era un privilegio esclusivo dei samurai ma scuole vere e proprie ( kenjutsu ) sono state fondate in tempi più “recenti” dopo la fine delle guerre feudali. I samurai si addestravano fin dall’età di 5 anni con le katane ricevute in via ereditaria come l’armatura. Lo scopo originario era quello di sostituire l’arco nei duelli a distanze ravvicinate. Un arma ricca di significati simbolici era lo Wakizashi per i rituali suicidi. Le katane erano considerate come “esseri viventi” dotate di poteri e capaci di offrire benefici e maledizioni. Le spade giapponesi “magiche” più famose sono le Muramasa dal nome dell’artigiano ritenuto pazzo. Le Muramasa erano note per aver provocato la pazzia e follie omicide ai proprietari.

Le scuole di katane sono attualmente le scuole di Kendo in età moderna. Il Kendo conserva la caratteristica di incontri molto rapidi e il principio di eseguire il minor numero di mosse per finire l’avversario seguendo precisi schemi autorizzati ed insegnati dalle scuole. Il livello di maestria più ambito dai samurai era quello di vincere lo scontro nel momento stesso di sfodero ( la celebre tecnica Iaijutsu ). In passato i samurai si esercitavano e provavano le armi sui contadini e condannati a morte prima che venisse imposto l’uso di manichini e simulacri.

I capi dei clan ( Daimyo ) si addestravano con ventagli di vario genere per venire incontro,talvolta, a situazioni inaspettate come avvenuto nel leggendario scontro fra Takeda Shingen e Uesugi Kenshin durante la Quarta Battaglia di Kawanakajima nel 1561.

Esistono altre ed alternative scuole di combattimento per tecniche ed armi estranee al codice Samurai quali ad esempio le catene ( Kusari ) o la segreta scuola dei Ninja ( Ninjutsu ) della qualepoco si conosce a causa della sistematica distruzione ordinata da Oda Nobunaga nel 1581.

I samurai disprezzavano la difesa tramite scudi e pesanti armature per una ragione semplice e nello stesso tempo incomprensibile per gli occidentali quale la mistica dello Haragei che è presente anche in altre culture dell’Asia. Haragei consiste nella combinazione dello Hara ( ventre, il centro delle energie del corpo ) e del Ki ( Ki-Ai ). Il concetto consiste, in breve, nella capacità, tramite techiche speciali di autocontrollo, di accumulare e conservare al centro del proprio corpo una forma di energia che era un misto di forza di volontà e potenza contro qualcuno o qualcosa. La potenza si otteneva con il contegno aggressivo e il disprezzo per la morte nella certezza di divenire un Kami ( divinità ) se ucciso in battaglia a maggior gloria per il proprio clan di appartenenza. La difesa tramite scudi era ritenuta dannosa perchè riduceva l’efficacia di manipolare la forza del Ki.

La mistica dello Haragei, di origine buddista, promuoveva inoltre abbandono dei sensi e la sopportazione del dolore come tappa per acquisire uno stato di esistenza superiore ingenerando forme di esaltazione e aggressività simili a quelle che caratterizzavano i guerrieri Berseker della tradizione europea. Questa caratteristica verrà mantenuta per certi tratti anche nelle vicende belliche della Seconda Guerra Mondiale con le tristemente celebri cariche Banzai dei soldati giapponesi. Lo Haragei tuttavia determina anche l’inevitabile fine dei samurai poichè le necessità già imposte negli ultimi anni dell’epoca Muromachi obbligheranno i signori della guerra a inserire sempre più massicciamente sul campo di battaglia contadini e gli umili della terra come fanteria e massa di manovra più facilmente controllabile. Gli Ashigaru si sostituiranno ai vecchi samurai per diventare i futuri samurai ed antenati del futuro esercito giapponese.

GABRIELE SUMA

mag 2, 2014 - Notizie    3 Comments

Etienne Marcel,Guillaume Caillet : capipopolo del ’300

La vicenda di Etienne Marcel e dei Jaques capitanati da Caillet  insegna come l’assenza di un certo benessere materiale,percezione di sicurezza, fiducia nei confronti dello Stato diventa ingrediente di una esplosiva combinazione di tensioni di varia natura che può sfociare nella violenza distruttiva come impulso vendicatore per torti veri o presunti tali. L’immiserimento genera sentimenti meschini e istinti di autosoppravivenza, egoismi e assenza di scrupoli in individui che possono anche non essere per personalità e carattere pericolosi. Quando un sistema saccheggia componenti sociali deboli ed incapaci di difendersi da soprusi può trovarsi nella possibilità di “scavarsi la fossa” per la tipica cecità di amministratori ottusi, sicuri della forza coercitiva della legge e della naturale tendenza degli esseri umani a seguire l’esempio violento se sufficientemente ampio e coinvolgente. In epoca moderna i cittadini dei paesi sviluppati sono abbastanza istruiti e “civilizzati” quel tanto da evitare e temere la violenza in piazza, almeno la maggior parte, indipendentemente dal livello sociale. Tuttavia la vicenda storica insegna che se, pure sono impossibili serie rivolte popolari, il populismo ben orchestrato e guidato da leader carismatici potrebbe ancora suscitare preoccupazioni agli establishment. I tempi attuali sono caratterizzati da questi “masaniello” cavalcanti la cresta dell’onda di una crisi economica che ricorda per durezza l’impatto sociale delle epidemie del ’300, ma alla rovescia nel senso che dapprima il ceto medio cresceva e diventava la base della Nazione mentre ora il ceto medio si sta impoverendo trascinando con sè le nazioni stesse svuotate sempre più di significato, almeno in Europa, dall’emergente sistema capitalistico senza frontiere,per certi aspetti più arretrato, per i suoi aspetti di neoschiavismo e neocolonialismo di sapore ottocentesco.

Dopo la disastrosa disfatta subita dai francesi a Poitiers il 19 settembre 1356 la campagna e le città dei domini diretti ed indiretti della dinastia dei Gigli iniziavano a ribollire portando in superficie questioni sociali,economiche e politiche lasciate irrisolte o anche semplicemente trascurate con effetti devastanti. Gli eventi che si susseguono come a catena sono senz’altro scatenati nel risvolto peggiore dalla disfatta militare e dal collasso del prestigio della Corona per la cattura e il lungo esilio del Re di Francia Giovanni II in Inghilterra. Poitiers aveva letteralmente decimato la classe dirigente francese costituita dal Re e dalla grande aristocrazia lasciando un vuoto di potere improvviso in un sistema politico e sociale ancora basato su rigide gerarchie feudali e assenza di un vero potere centrale. L’assenza di una forte amministrazione statale aveva determinato tutta una serie di gravi abusi dei numerosi poteri locali sulle categorie sociali inferiori in particolare i contadini che, pur godendo di uno status sociale superiore in seguito ai terremoti economici dovuti alle epidemie e allo sviluppo tecnologico dei sistemi di coltivazione, erano ancora soggetti a rigidi contratti fra cui la manomorta e il formariage ( divieto di matrimonio con persona al di fuori della proprietà del signore ). La manomorta era la condizione contrattuale che rendeva il contadino del ’300, uomo libero formalmente, ancora rigidamente vincolato al signore feudale che era l’unico proprietario dei terreni,strumenti agricoli,forni e mulini dei quali il contadino o l’artigiano erano solamente affittuari per una durata limitata alla loro vita e non era previsto il passaggio dei beni di famiglia ai discendenti degli affittuari. Inoltre il signore feudale, in quanto proprietario esclusivo dei terreni, godeva del diritto di acquisire ogni eccedenza di beni prodotti ed esercitava la giustizia e imponeva tributi solo nella forma in nome del Sovrano. I contadini, comunque, non erano una massa unica ma loro stessi erano un insieme articolato di categorie sociali in base alla quantità dei beni posseduti direttamente o in affitto ma erano tutti in blocco esclusi dalla classe dirigente che era ancora espressione dell’aristocrazia guerriera ed ecclesiastica da molti secoli. Un aristocrazia gelosa del proprio potere al fine di escludere da processi decisionali del governo l’allora emergente borghesia. Dopo il disastro di Poitiers era venuta a mancare quella forza che puntellava e manteneva in piedi un sistema sociale profondamente mutato nella composizione demografica ed economica in seguito alle sempre più frequenti e devastanti epidemie di peste che caratterizzarono il ’300. Difatti l’annientamento di interi nuclei famigliari in ogni livello sociale permise la scalata sociale di altre famiglie che acquisivano terreni e proprietà rimaste senza proprietari viventi o spesso trasferiti per necessità. Sorsero dunque nuovi proprietari terrieri in grado di divenire una forza di opposizione di fronte alla aristocrazia feudale delle campagne seriamente indebolita sia dalla peste, sia dalle vicissitudini militari in un periodo in cui la forza militare era prevalentemente in mano a milizie mercenarie che, in seguito alla tregua, erano state congedate e dunque incontrollabili e spesso fonte di problemi. Nel contesto la borghesia cittadina era stanca di supportare il potere centrale con continui prestiti senza garanzie di restituzione e si era organizzata per opporsi decisamente ad un ulteriore prestito richiesto dall’allora delfino Carlo ( il futuro Re Carlo V ) per pagare il riscatto del Re Giovanni ( gli inglesi avevano preteso circa 100000 fiorini, una fortuna per l’epoca ). Inoltre numerose altre città avevano cominciato a chiudere le porte ai reduci di Crecy considerati vigliacchi e traditori e talvolta opposero violenza al ritorno di essi alle proprie sedi. La situazione precipitò nel biennio 1357-1358 quando i rappresentanti più importanti della borghesia parigina trovarono come leader Etienne Marcel che era già conosciuto per le sue posizioni intransigenti nei confronti della monarchia come capo di tutti i mercanti della città ( il Prevosto dei mercanti di Parigi per la precisione ). Marcell approfittò del vuoto di potere per costringere il Delfino a convocare gli Stati Generali che per la Corona ha sempre comportato gravi disordini politici poiché il Terzo Stato godeva il vantaggio della maggiore coesione e determinazione con coscienza di essere l’unica vera fonte economica a supporto della Corona. Gli Stati Generali difatti diventarono subito dominati dai borghesi che pretesero dal delfino di effettuare drastici tagli sul personale amministrativo regio in cambio del pagamento del riscatto. I tagli colpivano importanti personalità del seguito regio ma il Delfino oppose il rifiuto sopratutto per l’oltraggio e l’attentato all’autonomia del potere regio. Il tentativo regio di sciogliere gli Stati Generali fallì e gli eventi successivi sembrano essere l’esatto anticipo degli avvenimenti della Rivoluzione Francese 400 anni dopo. Gli Stati Generali divennero un comitato permanente pressoché dominato dal Terzo Stato quando il Delfino e la maggior parte dei nobili e chierici lasciarono Parigi. Tuttavia, a differenza di quello che succederà nel 1789, la borghesia di Marcel non aveva sviluppato una “coscienza di classe” in termini marxisti il che vale a dire che i mercanti parigini non pensavano ancora di creare una classe dirigente autonoma per governare ed amministrare il Paese. Le loro rivendicazioni si limitavano a imporre alla Corona alcune condizioni politiche in cambio delle tasse senza mettere assolutamente in discussione altri diritti regi ( in modo simile alla grande rivolta nobiliare del 1215 in Inghilterra dalla quale si ottenne la Magna Charta ) . Inoltre i borghesi di Parigi non avevano alcun legame con la campagna e la classe mercantile non stabilì una vera alleanza con le gilde della manifattura e dell’industria solitamente disprezzate per la loro natura dell’attività manuale e socialmente degradante. Il vuoto di potere dunque non fu rapidamente riempito e gli effetti si fecero subito sentire. Il Comitato Permanente perse tempo in iniziative che verrebbero considerate oggi “populiste” quale ordinanze sugli orari dei lavori amministrativi,stipendi dei funzionari, controllo sulla coniazione della moneta e divieto di accumulo di cariche per funzionari provinciali. Un atto interessante è il generale divieto ai nobili di lasciare il regno che caratterizzerà in modo analogo i primi avvenimenti futuri della Rivoluzione Francese. Fu istituito infine il Consiglio dei Trentasei ma i borghesi di Parigi quasi non si resero conto che stava esplodendo il paese fuori dalle mura. I contadini, non vedendo più il Re Giovanni, persero la fiducia nei confronti dello Stato e ritennero di vendicare le sofferenze subite con la violenza senza alcun disegno ideologico e senza una reale organizzazione. Una sorta di rivoluzione “spontanea” ed esplosiva ma completamente priva di ogni genere di guida. La violenta reazione era provocata anche dalla crescente esasperazione, sempre per gli effetti di Crecy, dell’impotenza dello Stato nell’allontanare i mercenari assoldati e poi congedati dalla stessa Corona. Inoltre gli inglesi avevano lasciato in giro per il territorio francese i loro mercenari come un astuzia tattica per danneggiare ulteriormente i nemici sconfitti dopo la tregua. I contadini legarono l’assenza di interventi da parte della Corona alla responsabilità dei loro signori feudali che diventarono bersaglio di feroci attacchi. I castelli, semi sguarniti dalle epidemie e dalla crisi, furono incendiati e saccheggiati in un certo numero per varie regioni del Regno. I contadini prevalevano per il numero e determinazione e nulla potevano opporre le piccole milizie ( quando c’erano ) e ci furono massacri di nobili, talvolta intere famiglie di castellani. Intanto a Parigi i membri delle gilde del lavoro avevano utilizzato berretti con i colori rossi e blu ( le famose coccarde poi della Rivoluzione Francese ) e usando il nome di Marcel assassinarono l’11 gennaio 1358 tre importanti funzionari regi che avevano tentato di opporsi alla fazione di Marcel ormai divenuto padrone della città e quasi dittatore. Il tentativo del Comitato Permanente di forzare la mano alla Corona riguardo al pagamento del riscatto si risolse in un grave errore che segnerà l’esito dell’avventura politica di Marcel. Difatti la famiglia reale, un altro interessante parallelo con il 1791, fuggì da Parigi in direzione della fortezza di Meaux una delle poche fortificazioni meglio difese di tutto il Regno. Tuttavia il parallelo con il 1791 finisce lì poichè il comitato permanente, pur apparentemente vittorioso, non aveva una forza militare per imporre un governo e aveva perso l’appoggio di nobili che potevano offrire supporto militare, esiguo ma decisivo nei confronti della Monarchia anche essa priva di un esercito ma forte di propria legittimità plurisecolare. Le lotte fra il dittatore di Parigi e il Delfino di Francia aggravarono la situazione nella campagna poichè il Delfino aveva autorizzato i nobili a requisire beni dalle comunità intorno alla capitale per poter cingerla d’assedio. I contadini bruciavano castelli ma saccheggiavano anche altri contadini più agiati e così anche il “movimento” contadino si disgregò fra mille rivoli di gruppi dediti a saccheggiare e seminare terrore lì dove non ci fossero mura ben presidiate. Bande di mercenari si unirono ad essi per fare bottino finchè c’era occasione. Emerse ben presto un certo “capopopolo” carismatico e trascinatore di folle scalmanate di nome Guillaume Caillet, una sorta di “Masaniello” francese nella personalità e modi di fare. Le bande di Caillet si identificavano con una sorta di “uniforme” quali giacche di cuoio appunto e da lì l’origine della definizione storiografica Jacques. Mentre Marcel era dittatore a Parigi, Caillet divenne a sua volta dittatore nelle campagne della Francia grazie alla sua politica di alleanze con diverse città dove le gilde dei manovali avevano preso il potere. In pratica il Regno di Francia ( circa 2/3 della Francia attuale ) si disintegrò fra la fazione borghese parigina, i rossoblu delle gilde, i contadini e l’establishment feudale indebolito ma non del tutto sconfitto. L’aristocrazia e la Corona riuscirono, nonostante il caos, a conservare saldamente il controllo di Compiegne e Normandia dove le città ribadirono fedeltà al Delfino. Il momento decisivo e anche l’apice del clima da guerra civile avvenne il 9 giugno 1358 quando i Jacques cinsero d’assedio la fortezza di Meaux dove risiedeva la famiglia reale dei Valois e il Delfino e i maggiorenti dell’aristocrazia. I contadini furono rapidamente dispersi subito dopo dal rapido intervento di un gruppo di cavalieri ben addestrati e determinati guidati da Gaston, conte di Foix, insieme ad un vassallo degli inglesi Captal de Buch entrambi reduci da una crociata nella Prussia “pagana” di quel tempo. L’avvenimento galvanizzò l’aristocrazia e la fazione monarchica che si erano trovati di fronte a contadini non organizzati e facilmente sgominabili da veri uomini d’arme. La rivalsa contadina era possibile in Francia poiché i contadini avevano vinto militarmente i cavalieri supplendo la minore qualità con i terreni più impervi e con armi appositamente progettate contro i cavalli quali le picche e le alabarde come dimostrato in svizzera nella battaglia di Morgarten nel 1315. I cavalieri si vendicarono con estrema brutalità sulle città che avevano stretto patti con i Jacques e gli orrori della guerra civile entrarono nelle città fino ad allora risparmiate. Infine Caillet venne catturato con l’inganno ( o tradimento a seconda delle ipotesi ) e i Jaques, senza un vero capo, tornarono ad essere una caotica forza sempre più in disfacimento e facilmente repressa senza pietà dai nobili che tornavano nelle proprie sedi con la spada. La persecuzione anticontadina fu tale che i Jacques cessarono di esistere in un giro di un mese e la classe contadina fu rimessa strettamente sotto controllo nel tradizionale sistema feudale. La fine dei Jacques accompagnò ben presto quella di Marcel che aveva provato a coinvolgere essi nella lotta politica contro la Corona attirandosi l’ostilità dei nobili che,insieme a borghesi esasperati dal radicalismo dei rossoblu, avevano espresso vivo orrore al tentativo del dittatore di allearsi con il pretendente al trono Carlo di Navarra. Il gesto costò la vita al Prevosto dei Mercanti il 31 luglio del 1358 a Parigi per mano degli stessi facinorosi che Marcel stesso aveva utilizzato per le sue ambizioni. La morte di Marcel e la fine dei Jaques segnarono bruscamente la fine di un breve periodo di confusione che a grandi linee rappresenta l’emergere di una situazione socio-economica completamente nuova che chiude il medioevo e apre la strada all’età moderna con tutte le questioni che l’accompagneranno quale il ruolo della monarchia, le rappresentanze sociali, l’assolutismo fino alla fase culminante e quasi “vendicatrice” per certi aspetti della Rivoluzione Francese.

GABRIELE SUMA

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