dic 1, 2012 - Notizie    1 Comment

Il Corpo dei Giannizzeri

I giannizzeri erano l’elite dell’esercito imperiale ottomano. Essi erano un corpo permanente ancora prima che gli eserciti permanenti divenissero una realtà comune in Europa. Le truppe erano pagate e venivano pensionate a 45 anni. Il servizio non consentiva il matrimonio ed erano proibiti svaghi di ogni genere. L’arma principale consisteva nel moschetto e nell’arco. A differenza di altri eserciti dell’epoca i giannizeri non usavano le picche ma erano accettate nella dotazione ordinaria alabarde ed asce. La forza era strutturata in tre divisioni a loro volta costituite di 196 compagnie. Ogni compagnia era formata da un numero di combattenti che variava molto a seconda delle circostanze ma in media comprendeva 500 uomini. Le compagnie erano denominate Orta e ogni compagnia veniva guidata dal Corbac corrispondente al grado di colonnello. Il corbac era assistito da 6 ufficiali mentre la caserma era gestita dall’Odabasi ( grado tenente ) e il commissario per la logistica era l’Ascibasi ( letteralmente “cuoco” ). L’Ascibasi era anche esecutore di pene disciplinari e boia stesso. Al di sopra dei corbac vi era il comandante generale del Corpo dei Giannizzeri denominato Agha. Il comandante inviava ordini al generale di divisione denominato Kul Kahya. Esisteva una sorta di “accademia” curata dal Segretario del Corpo denominato Yeniceri Katip che svolgeva le attività di istruzione ed addestramento a livello organizzativo generale di 34 compagnie di riserva. Una figura prestigiosa e rispettata era l’Atescibasi ( letteralmente capo cuoco ) che assumeva la funzione di Cancelliere e Furiere.

Il vessillo del Corpo aveva colori gialli e rossi con il Zulfikar ( un immagine di una scimitarra adornata ) al centro ma quando c’era il Sultano al comando veniva anche usato lo Stendardo del Profeta di colore verde ( oppure nero ). Le compagnie alla loro volta presentavano simboli propri alla sommità dei vessilli come cammello,elefante,leone,falco. Oltre ad animali anche strumenti come ancora,arco e chiavi. L’Agha aveva un proprio portastendardo che recava su un asta con una sfera dorata e code di cavallo: un antica reminiscenza delle radici nomadi dei turchi.

Le caserme erano dei veri e propri “monasteri” per dimensioni e rigore delle condizioni di servizio, un’ eccezione rispetto alla tendenza diffusa nel resto di europa di alloggiare gli eserciti nei quartieri urbani. Inoltre le caserme erano provviste di propria moschea e anche di vere e proprie fabbriche per oggetti di uso quotidiano espressamente per i giannizzeri. Precisi canali di approvvigionamento fornivano generi alimentari quali carne e biscotti.

L’esercito ottomano era definito come Ordu che indicava anche l’accampamento,organizzato,  quasi come un accampamento romano. Vi era appunto un centro con la  grande Tenda del Sultano e da lì si irradiava geometricamente un sistema di vie. Ogni settore era fornito di tutti i servizi necessari, dalla tenda per abluzioni rituali alla latrina.  I giannizzeri marciavano in ordine e spesso erano accompagnati da gruppi di cavalleria tartara che si occupava di rifornimenti sul posto,preda bellica e sorveglianza delle salmerie. I giannizzeri non ebbero mai reparti di cavalleria e i cavalli erano uso esclusivo dei comandanti.

Le manovre sul campo venivano organizzate tramite grandi tamburi e cimbali che avevano anche funzione di terrorizzare il nemico con suoni cupi, ritmici e minacciosi. I tamburi erano anche usati per ordinare l’installazione o lo smantellamento dell’accampamento che veniva eseguito velocemente ma in modo sempre organizzato. I cammelli erano molto usati per il trasporto di munizioni e inoltre si organizzavano lunghissime linee di carriaggi per il grano mentre i cannoni venivano faticosamente sospinti da bufali o buoi. Erano al seguito anche agnelli e oche per l’alimentazione a base di carne.

I giannizzeri al di fuori delle campagne e della rigorosa disciplina, venivano anche allietati da spettacoli eseguiti con fantocci organizzati da unità detta Meydan Orta presenti in ogni compagnia. La prostituzione era severamente punita e dunque c’era l’usanza che un certo numero di cadetti ( maschi ) di particolare bellezza eseguivano i  compiti delle prostitute ( in pratica una sorta di omosesualità tollerata in caserma e i “femminielli” erano definiti Acemioglans ). I prostituti però erano anche agenti della polizia militare ed eseguivano compiti di pattuglia notturna in aree urbane ed erano particolarmente detestati dalla società. I giannizzeri in generale intervenivano nelle attività di mercato sulle piazze per contrastare truffe e raggiri e sorvegliavano le prigioni e fortezze. Le fortezze avevano una guarnigione solitamente di 50 giannizeri assistiti da una trentina di ausiliari ed  erano il principale strumento per i governatori locali per reprimere le rivolte in loco. Tuttavia i giannizzeri erano anche essi particolarmente riottosi se non venivano pagati e solitamente tendevano a bruciare quartieri o persino città e gli ammutinamenti erano la norma dal ’600 in poi.

I giannizzeri erano anche impiegati a difesa delle basi marittime nel quartiere di Galata a nord di Istanbul e a Gallipoli.Essi venivano anche impiegati sulle navi e partecipavano attivamente nelle battaglie navali come a Lepanto nel 1571.

Il corpo verrà sciolto definitivamente nel 1826 da Mahmud II dopo una lunga epoca di decadenza del corpo stesso che dal ’600 in poi assunse sempre più privilegi di guardia pretoriana  sfruttando i frequenti deboli sultani ,spesso anche deboli di mente per i lunghi periodi di isolamento in una torre dove venivano costretti da altri sultani che li avevano rovesciati. Una decadenza che insegna come gli imperi vanno in rovina quando il potere militare finisce per prevaricare le istituzioni,al venir meno di opportunità di guerre e conquiste. Inoltre gli imperi sono inevitabilmente condannati al declino perchè il dominio lo si conquista con le armi e lo si mantiene con le armi e delle armi così si finisce per non farne più a meno divenute esse stesse simbolo e cardine dell’impero edificato.

GABRIELE SUMA

 

nov 21, 2012 - Notizie    3 Comments

la rivoluzione irlandese nel XIX secolo

Chi sono i “feniani” che ebbero un ruolo così importante nella Storia dell’Irlanda ? La definizione “feniano” inizialmente è stata utilizzata dalla comunità irlandese negli Stati Uniti per un’ organizzazione detta appunto “fratellanza feniana”( Irish Republican Broterhood ). I feniani erano in origine dei guerrieri in Irlanda e dunque il nome è un elemento di una comunanza di radici e memoria storica fra gli irlandesi d’America e gli abitanti dell’isola contro il nemico comune quali gli inglesi.  La Fratellanza divenne  il principale punto di aggregazione dopo la disgregazione del precedente movimento denominato Young Ireland nel 1840. La Fratellanza promuoveva la conservazione della cultura irlandese che stava subendo in madrepatria la sistematica cancellazione da parte degli inglesi. Il movimento crebbe di importanza fino al 1867 quando   potè organizzare attività in madrepatria in particolare a Dublino e a Cork ma i raduni veri e propri si svolgevano fuori dalle città in aree quali le montagne Devil’s Bit e Carlingford. Tuttavia l’inizio fu lento a causa dell’ostilità da parte della Chiesa cattolica nei riguardi di associazioni segrete e per l’efficacia della rete di informatori messa su da parte degli inglesi che mantennero saldamente il controllo di Dublino nonostante un tentativo di insurrezione. Infatti furono arrestati un certo numero di capi fra cui il più importante : Richard O’Sullivan Burke. Egli fu condotto nella prigione Clerkenwell House a poca distanza da Londra che fu presto attaccata da un gruppo di feniani che fallìrono nel tentativo di far saltare una sezione di muro ( perirono due uomini e una donna fra i feniani della squadra ).  Il 1867 fu un insuccesso dal punto di vista militare  ma  fu l’anno della svolta dal punto di vista politico poichè si crearono legami anche in Francia grazie al carisma del fondatore stesso del movimento, James Stephens, che utilizzò come base la città di Parigi. Insieme a Stephens ebbe ruolo importante anche O’Learly direttore de facto del giornale Irish People. Egli ebbe come fonte di ispirazione, per l’elaborazione del pensiero irlandese nazionale, le opere del poeta Thomas Davis e gli scritti di Theobald Wolfe Tone tra l’altro fondatori morali della Young Ireland. Il ruolo però più incisivo nella definizione di un programma di ribellione armata su vasta scala  lo ebbe Charles Kickham che scrisse Knocknagow dopo l’esperienza di carcere ( 3 anni e 4 mesi circa ). L’opera,sotto forma di romanzo ,ebbe un enorme successo e suscitò nel pubblico vivi sentimenti di orgoglio denunciando la politica in sè ( contro i parlamentari irlandesi in seno al parlamento imperiale britannico ) , ritenendo la lotta armata unica soluzione possibile. Nel contempo ebbe anche un grande ruolo la Ladies’Commitee, un’ associazione di mogli di attivisti feniani,nata con lo scopo di aiutare le famiglie colpite dagli arresti degli esponenti maschi e supportare la distribuzione di armi e informazioni in tutta l’Irlanda. Inoltre si ricordano come eroi,sempre nel fatidico 1867, alcuni attivisti che riuscirono a far liberare due capi dalla prigione in Manchester ( Thomas Kelly e Timothy Deasy ) sacrificando la loro vita e accettando stoicamente la condanna capitale ( William Allen,Michael Larkin,Michael O’Brien ).  I feniani dovettero anche tener conto della volontà di alcuni esponenti politici che propugnavano la Home Rule ( autonomia sotto la Corona ) piuttosto che l’indipendenza . Incisiva fu la peculiare personalità di Isaac Butt che aveva fondato la Home Government Association , dal ’74 una delle basi del partito Home Rule nella Camera dei Comuni del Parlamento inglese ,sotto la guida di Charles Stewart Parnell. L’attività della Home Rule dai ’70 in poi si svolse all’insegna di graduale acquisizione di diritti civili mantenendosi sempre nell’ossequio della dominazione inglese sopratutto nel periodo del governo Gladstone che si era trovato ad affrontare una profonda crisi dell’agricoltura e l’immiserimento sempre più grave della popolazione irlandese nel suo complesso ( il 1879 fu l’anno più nero della carestia ). Tuttavia il governo inglese continuò a mantenersi insensibile  sulla questione irlandese e Parnell dovette istituire, insieme ad un ex-feniano quale Michael Davitt, la National Land League allo scopo di discutere sulla pesante situazione agraria e sulla carestia che ancora infuriava determinando un esodo della popolazione ,dalle dimensioni bibliche. verso l’America. Dal ’79 esplose in conseguenza alla carestia la questione agraria mandata avanti dagli agricoltori irlandesi che  rifiutandosi di pagare gli affitti della terra obbligarono il governo inglese a maggiori concessioni ,dal 1881 al 1903 ,( dal Second Land Act al Wyndham Act ) sui diritti di acquisto e vendita della terra nei contratti con i proprietari dei terreni.Fu  un periodo cruciale anche per lo scontro che stava avvenendo,proprio sulla questione agraria, fra il moderato Parnell ( che voleva risolvere la questione agraria e ottenere successivamente l’autonomia )  e il redivivo movimento feniano ( che invece poneva come priorità l’indipendenza e poi la questione agraria ).  L’urto fra i conservatori e i rivoluzionari, fra gli autonomisti e gli indipendentisti avrebbe caratterizzato gli ultimi anni del secolo decimonono e determinato lo sviluppo degli eventi che avrebbero portato alla formazione dell’Irlanda indipendente nel ’900.  Parnell, pur essendo conservatore,  lottò per la causa irlandese con costante attività parlamentare nella Camera dei Comuni e  permise il costante inserimento di parlamentari irlandesi fino a determinare un vero e proprio partito di autonomisti quale la Irish National League ( sulla base di un movimento precedente detto Land League ). L’attività parlamentare di Parnell incontro’ ostacoli a causa di attentati da parte dei feniani contro personalità ritenute troppo moderate o perfino filo-britanniche come nel caso dell’omicidio del Segretario per l’Irlanda Frederick Cavendish il 6 maggio del 1882. Parnell fini’ per essere sempre più considerato un “traditore” dalla fazione indipendentista, sopratutto dopo uno scandalo di divorzio che lo indebolì sul piano politico dal 1891. Da quel momento in poi Davitt guiderà ideologicamente il popolo irlandese verso l’indipendenza finale con queste parole:

our struggle since the conquest of ireland has been for the rights of religion,the use of the land for the maintenance of our people, and for the privilege of ruling ourselves. You have resisted us by very exercise of power and statecraft on all and each of these, our fundamental rights as a nation, and our most cherised aspirations as a race”

GABRIELE SUMA

nov 2, 2012 - Notizie    3 Comments

I burattini del Sol Levante

Il teatro giapponese è uno degli aspetti più affascinanti della cultura del Sol Levante. Le rappresentazioni che meglio sono conosciute in Occidente derivano dalla tradizione del teatro Kabuki composto e recitato da attori in carne e ossa. Le attrici sono state escluse dal palcoscenico dopo un lungo periodo di Onna-kabuki dal 1629 fino a tempi recenti. Le donne fecero parte di alcune rare antiche tradizioni di danza Bukagu ed è anche molto radicata l’eccezione particolare delle danze sacre Odori effettuate da sacerdotesse Miko. Le opere venivano rappresentate anche tramite burattini e questo tipo di teatro viene definito con il termine di Joruri ( il termine tuttavia indica una tradizione di canto, non i burattini in sè ) oppure con il moderno termine ningyo-shibai ( teatro dei pupi ). Il teatro dei burattini era frequentato e apprezzato dall’aristocrazia, tramite il Joruri si è fatto conoscere uno dei più grandi drammaturghi del Giappone quale Chikamatsu Monzaemon. I burattini venivano definiti con il termine di Kugutsu e furono introdotti in Giappone da nomadi della Cina ( secondo alcune fonti dall’antica etnia Ti della Cina settentrionale ) che intrattenevano le comunità con spettacoli all’aperto. Dal XIII secolo in poi essi si insediarono stabilmente sopratutto nei pressi dei templi come quello di Ebisu della città di Nishinomiya. I burattinai continuarono ad esercitare la professiore per la strada recando con sè una cassa portatile in cui i burattini venivano abilmente manovrati spesso in piedi ( e va detto che a differenza dell’occidente, il burattinaio operava sempre scoperto ed era ammirata più l’abilità dell’operatore che l’opera in sè ). Il teatro vero e proprio si istituì molti secoli dopo agli inizi del XVII secolo quando i cantori di Joruri integrarono la loro tradizione con i burattini del teatro ambulante e le opere diventarono di pubblica conoscenza anche nell’alta società ( persino presso la Corte Imperiale ). Secondo la tradizione ebbe molta popolarità un operatrice dello spettacolo di nome Rokujo Namuemon che però dovette abbandonare l’attività a causa dell’editto del 1629 che proibì l’ingresso delle donne in tutte le forme di spettacolo teatrale ( a parte la danza ). Nel XVII secolo il teatro dei burattini gradualmente si diffuse in molti principali centri fino alla stessa capitale imperiale quale era allora Kyoto ma i migliori drammaturghi svolgevano l’attività sopratutto a Edo ( capitale dello shogunato e futura Tokyo ). I teatri divennero stabili edifici e talvolta di grandi proporzioni ( le sale avevano molteplici piani rialzati e il palcoscenico poteva avere un altezza di circa 4-5 metri e lunghezza molto variabile e una vastissima serie di burattini per ogni tipo di situazione ) . Le storie erano spesso di carattere epico ma anche vi erano storie di fantasmi e di orrore ( gli eroi erano così popolari in certi casi che venivano pure “resuscitati” dagli autori per richiesta del pubblico ) e il genere  ( che anticipa il grand guignol francese ) era definito Kimpira-joruri dato dal nome dell’eroe Kimpira. Dopo l’incendio di Edo del 1657 i principali gruppi teatrali si trasferirono di nuovo a Kyoto dove però lo stile cambiò profondamente da opere di orrore al dramma malinconico e con tematiche religiose e romantiche più in voga nella regione. Le opere di carattere sociale di Chikamatsu fiorirono proprio in questa regione. Lo spettacolo di burattini era generalmente operato da un declamatore ( il Tayu ) e un suonatore di samisen ( un particolare strumento a corda ) che accompagnavano il lavoro del burattinaio su un lato del palcoscenico, la loro presenza era fondamentale per sottolineare gli stati d’animo dei personaggi e il ritmo dell’azione con tecniche di accompagnamento musicale detto Chobo. I burattini potevano essere mossi o con le mani o con i fili e le rispettive tecniche erano definite Tezukai e Itozukai ( da non confondere con la tecnica coi fili per marionette definita come Itoayatsuri ).Il burattinaio era assistito da due persone ( hidarizukai e ashizukai ) che muovevano la mano sinistra e i piedi del burattino mentre il burattinaio si occupava del volto,testa e mano destra. Questa tecnica persiste tuttora oggi specialmente a Osaka. Il burattinaio esercitava l’azione indossando un particolare abito di rappresentanza ( Kamishimo ) mentre i suoi assistenti erano nascosti dietro un velo nero provvisto di fori per gli occhi. I burattini sono tuttora rappresentati in categorie tradizionali quali l’eroe ( Tatekayu ),l’anziano ( Fukeyaku ),la donna ( Oyama ) ,il ragazzo ( Koyaku ), il comico ( Chari ). Contemporaneamente ci fu una tradizione di marionette che non si sviluppò a causa della maggiore popolarità dei burattini. Le opere dei burattini erano legate anche a rappresentazioni di bizzarre opere basate sull’esposizione di congegni atti a stupire e i burattini talvolta si muovevano da soli con tecniche meccaniche ( i cosidetti Tezumaningyo ). I burattini, di raffinata anatomia e frutto di autentica ingegneria, “indossano” abiti sontuosi che per le leggi imperiali non dovevano essere indossati dagli attori in carne e ossa. Tuttora i burattini in Giappone sono popolarissimi e si uniscono alla vasta mistica per i “simulacri” di persone ( un classico esempio sono le bambole Ichimatsu ) alimentando la cultura popolare della magia e dei fantasmi che caratterizza i moderni medium quali il cinema e i Manga.

Gabriele Suma

ott 22, 2012 - Notizie    8 Comments

La corazzata Leonardo Da Vinci

La corazzata Leonardo Da Vinci costruita nei cantieri Odero di Sestri Ponente, venne impostata il 18 luglio 1910 e varata nel 1911 entrando in servizio il 17 maggio 1914. Essa fece parte della Prima Squadra Navale costituita il 26 maggio 1916 e comandata dal vice ammiraglio Cutinelli Rendina. La Squadra Navale potè effettuare le sue missioni di controllo dello Stretto di Otranto e aveva come sede principale il porto di Taranto. Il porto era protetto dalla continua sorveglianza di una squadra di torpediniere e da due incrociatori ausiliari Città di Siracusa e Città di Catania. Inoltre erano presenti campi minati e ostruzioni presso S.Vito e canale navigabile e si manteneva un discreto servizio antiaereo ( supportato da numerose stazioni d’ascolto e favorito dalle rigide norme di oscuramento imposte sulla città ). La corazzata Leonardo da Vinci era stata ivi dislocata e, fino all’agosto 1916, non svolse alcun combattimento diretto pur essendo ritenuta al tempo una delle navi da battaglia più moderne della Regia Marina. L’armamento era costituito da 13 cannoni da 305/46 mm, 18 da 120/50 mm, 16 da 76/50 mm, 6 da 76/40 mm e 3 tubi lanciasiluri da 450 mm. Il 2 agosto la nave aveva imbarcato munizioni calibro 305 per la missione di prova tiro prevista per il giorno successivo. Durante la notte, alle 23 circa, venne segnalata fuoriuscita di fumo dai condotti di aereazione presso il boccaportello di un elevatore munizioni. Alla comparsa di scintille ebbe seguito immediato un incendio in una zona adiacente al deposito munizioni dello scafo. Il comandante della nave Sommi Picenardi ne fu subito informato ( dormiva nella nave con tutto il personale al completo ),non diede immediatamente l’ordine di evacuazione e stabilì di effettuare l’allagamento dei depositi poppieri e di compiere controlli nei locali inferiori della torre poppiera ( dove era stata rilevata la scia di fumo ) a costo di esporre uomini all’asfissia per mancanza di maschere protettive. Il fumo ormai aveva invaso completamente quasi tutti i locali adiacenti alla batteria poppiera e il calore era talmente forte da arroventare le lamiere separatorie e rendere impossibile ogni soccorso umano. Ad un certo momento le cariche della batteria brillarono e l’esplosione fu talmente violenta da provocare una fiammata da poppa a prua e la rottura dello scafo. Soltanto in quel momento si decise l’evacuazione che però non salvò 227 marinai e lo stesso comandante e una trentina di ufficiali su un personale di 1000 uomini. Il sinistro venne sottoposto al segreto militare per un mese e soltanto a settembre ne fu diffusa la notizia suscitando un collettivo moto di commozione. Il giornale di Taranto “Voce del Popolo” ne diede notizia 17 settembre 1916 anche se con diversi paragrafi cancellati dalla censura. La prima commissione venne creata per stabilire una approfondita indagine sullo scafo ormai semisommerso e rovesciato per confermare soprattutto collegamenti con le vicende occorse alla corazzata Benedetto Brin ( stessa sfortuna aveva colpito ,in diverse circostanze, le corazzate Regina Margherita e la russa Imperatrice Maria Luisa ). La corazzata Benedetto Brin aveva subito una violenta esplosione all’interno nel porto di Brindisi con numerosi feriti ricoverati poi a Taranto nel settembre 1915 ( la testimonianza più vivida è di Delia Jannelli del comitato Croce Rossa Italiana ). La Regina Margherita scomparve nella baia di Valona l’11 dicembre 1916 andando contro un campo minato. La corazzata russa  Imperatrice Maria Luisa era affondata nel porto di Sebastopoli in modo molto simile a quello avvenuto per la Leonardo da Vinci. L’incendio era stato segnalato al momento della sveglia dell’equipaggio che si e ritrovato a notare la fuoriuscita di fumo dalla torre prodiera. Nella Leonardo da Vinci ogni tentativo di fermare l’incendio fu inutile e tremende esplosioni sconquassarono lo scafo fino a squarciarlo definitivamente.  La prima commissione fu costituita dal Vice Ammiraglio Canevaro Augusto e Avallone Carlo e dal tenente del Genio Valsecchi Giuseppe. La Commissione inoltre ammetteva civili,deputati e senatori, come Augusto Righi e Angelo Battelli e infine tecnici qualificati come Salvatore Orlando e Edmondo Sanjust di Teulada. La commissione fu incaricata di sottoporre soprattutto il personale superstite della nave ad interrogatorio per avviso del Vice Ammiraglio Rendina. Il comandante della squadra navale aveva rilevato che un cuoco ( Benedetto Pugliese ) e un domestico per ufficiali ( Alberto Blasi ) provenivano dal personale della Benedetto Brin affondato l’anno prima e quindi potenziali sospetti secondo l’ipotesi di attentato terroristico. Inoltre si volle allargare l’indagine sul personale civile del porto e sulla città di Taranto in generale. La città, per la sua particolare posizione strategica,era diventata “piazzaforte in stato di resistenza” e dunque sottoposta ad un regime restrittivo per motivo di sicurezza che significava allora la subordinazione dell’amministrazione comunale al Comando della Regia Marina e al Dipartimento Marittimo. La militarizzazione comportava divieto di assembramento e associazione, coprifuoco notturno, permesso di soggiorno per non tarantini, chiusura o sospensione di servizi pubblici, oscuramento. La cosa che suscitò subito scandalo per i membri della commissione fu la scarsa cura della sicurezza nello stesso porto militare. Il Vice Ammiraglio Rendina stabilì nuove norme di servizio interno molto più ferree soltanto immediatamente dopo il sinistro in quanto risultò evidente il ruolo che avevano avuto noncuranza e imprudenza ( caricare munizioni costituite da miscele di cordite senza cartucciere adeguate secondo l’usanza inglese era la principale accusa per non parlare poi di errate valutazioni nelle prime e più delicate fasi dell’incendio ). Infatti le Nuove norme particolari di servizio interno richiamarono l’attenzione su materiali infiammabili compreso sigarette e fiammiferi e su personale civile imbarcato e imponevano particolare controllo dello stato di aerazione e temperatura dei locali per far sì che in tutte le altre cale non vi sia né petrolio,né benzina,né stoppa,né materiale di facile accensione e combustione.Inoltre, nonostante prendesse corpo l’accusa di attentato, il Vice Ammiraglio dispose la necessità di controllo assiduo sulle munizioni e locali. L’attenzione allo stato ambientale induce il sospetto che poteva essere utilizzato materiale non adeguato nello scafo e aggiunge anche la possibilità di presenza di sigarette anche se severamente proibite a bordo. Il Vice Ammiraglio, tuttavia, ha preferito insistere sulla pista dell’attentato per evitare di essere giudicato responsabile dello stato insufficiente di sicurezza dei porti e navi. La commissione iniziò ad esaminare gli interrogatori sul personale civile della Leonardo da Vinci poco giorni dopo l’affondamento della nave. I due principali sospettati, il cuoco Pugliesi e il domestico Blasi, erano inclusi nella lista ma non esistevano prove del loro coinvolgimento poiché erano presenti nelle operazioni di salvataggio della nave durante la tragica notte. Il sospetto, come si è detto, era solo nato pregiudizialmente dalla loro provenienza dall’altra nave affondata misteriosamente, la corazzata Brin. Le condizioni di mancata attenzione e negligenza certamente sono state favorevoli per ogni tipo di danno allo scafo e non sempre provocato soltanto da mano umana. Osservazioni interessanti possono escludere teoricamente dolo intenzionale e provengono dallo stesso fascicolo sulle indagini effettuate riguardo alla Leonardo preparato dallo stesso comandante della squadra navale Cutinelli Rendina :

Una delle questioni da stabilire, quando si vogliono discutere le diverse opinioni attendibili, è quella della qualità del fumo, nelle sue manifestazioni iniziali, e precisamente, in quelle precedenti al periodo in cui esse avevano senza dubbio origine nei depositi e comprendevano, fra l’altro, la rilevante fuor uscita di fiamme dall’evatore 10  e forse anche la prima fumata in coperta. Dall’insieme delle impressioni si può con sicurezza venire al convincimento che le prime manifestazioni di fumo non ritraevano la loro origine da combustione di esplosivi. Difatti la maggioranza delle persone che attesero direttamente all’incendio e, che per le loro qualità professionali possono ritenersi capaci di ponderato giudizio in merito, escludono tale ipotesi; e ciò malgrado l’insieme delle circostanze che avrebbe potuto indurle a ritenere l’incendio originato nel deposito munizioni. ( … )   e invero quest’esplosione imprecisata non ha bisogno di essere spontanea, ma facilmente può ritenersi prodotta dall’incendio sconosciuto e preesistente, dato che in qualcuno dei locali sottoponte protetto vi erano materiali suscettibili di accensione spontanea , combustibili di vario grado ed eventualmente esplodibili ( pittura, stracci,vaclite, residui,di benzina etc:vedi C 6 , C 7 ). Con un incendio in un locale adiacente ad un deposito munizioni, si possono avere arroventamenti più o meno estesi di paratie del deposito, e ciò tanto in relazione alla gravità assoluta dell’incendio, quanto alla durata dell’incendio stesso. In tal caso la presenza del coibente vale solo a ritardare la elevazione della temperatura del locale, ma non è da escludere la possibilità di lenta e parziale combustione del coibente stesso, anche senza produzione di fumo. Nell’ipotesi in esame, l’intervento della esplosione nella sede esterna del deposito avrebbe per effetto di fare cadere la massa pietrosa dell’isolante e liberarne la massa interna già in lenta combustione. L’incendio così trasmesso anche nel deposito, permetterebbe e spiegherebbe  fra l’altro, le manifestazioni di fumo nei condotti di ventilazione e quindi in coperta e la elevazione generale di temperatura nel locale, accusata dal segnale d’allarme. Ammesso quanto sopra, l’incendio seguirebbe il suo corso in maniera non accertabile, e con le limitazioni di effetti derivanti dall’allagamento crescente in misura non uniforme, per le condizioni locali. D’altra parte, dovendosi ritenere la refrigerazione in corso, si dovrebbe anche supporre che materiali infiammati, seguendo la corrente dell’aria, abbiano poi trasportato l’incendio al complesso dell’air-cooler. Tutto ciò non è in contraddizione con quanto si è potuto accertare

Dunque era accolta l’ipotesi di un incendio scaturito in un locale adiacente al deposito munizioni e causato da materiali facilmente infiammabili. Il testo ammette l’esistenza di elementi pericolosi e non tracce di esplosivo, artigianale o no,  e questo tipo di materiale, mai identificato con sicurezza, poteva essere qualunque cosa sfuggita al controllo compreso oggetti molto piccoli come sigarette o residui di benzina e quant’altro della vita quotidiana a bordo. Il documento, interessantissimo e poi rigettato dallo stesso comandante, che sostenne successivamente la comoda teoria dell’attentato, proseguiva con l’illustrazione di ipotesi di “santabarbara” stessa :La relazione riguardo allo stato delle munizioni negava assolutamente ogni difetto delle munizioni depositate per l’esercitazione che doveva svolgersi il giorno dopo la fatale notte della “santa barbara” della Leonardo. Il controllo però sullo stato non pare sia stato effettuato da nessuno degli ufficiali preposti al compito in quel giorno. Inoltre il personale, dopo aver depositato le munizioni nel locale, ha lasciato la nave subito dopo in ossequio ad una abitudine già denunciata ( posteriormente però ) nella infuocata lettera del Ministro della Marina. Infine erano aperti i portelloni di carico delle munizioni anche se erano protetti da cancelletti di ferro come era di consolidata tradizione marinara dell’epoca ( si applicava la norma nelle notti d’estate ). Inoltre continua ad essere interessante l’allegato stilato dal Vice Ammiraglio Rendina sui rischi inerenti i depositi munizioni come se già si fosse reso conto di qualcosa che determinò la tragedia sulla Leonardo :

1.o – il rivestimento coibente dei depositi delle munizioni, se imbevuto di nafta, brucia facilmente, con abbondante fiamma, a contatto di paratia arroventata. Lo strato di amianto non vale a proteggerlo perché esso pure, nelle condizioni di cui sopra, brucia come un lucignolo. E’ perciò della massima importanza sorvegliare le condizioni del coibente nelle paratie di depositi che sono a diretto contatto con casse di servizio di nafta,rinunziando addirittura a tener piene queste casse in porto o nelle ordinarie uscite delle Navi.

2.o – tubolature e pompe per nafta sono talvolta sistemate sui copertini superiori dei depositi munizioni e costituiscono un pericolo per le possibili infiltrazioni di nafta attraverso le pareti del deposito. Converrà esercitare la massima sorveglianza e possibilmente non impiegare tali pompe.

3.o – materiali combustibili raccolti abusivamente nello spazio anulare intorno al cassone degli elevatori potrebbero rendere più grave un principio d’incendio che, nelle ipotesi già considerate nelle norme “Norme di vigilanza interna”, si producesse per corto circuito nei contatti Forza o luce.

4.o – Il tentare di riattaccare i massimi prima di ricercare la causa dei loro scatto può alimentare la causa provocatrice di un incendio.

5.o – Materiali combustibili che si trovino nell’interponte tra il ponte corazzato ed il copertino parascheggie possono esser causa di incendio che si propaghi nelle camere di manipolazione  delle torri attraverso il foro ( normalmente chiuso da un portello ) di accesso dalle camere di manipolazione stesse all’interponte suddetto. I materiali combustibili di cui si tratta possono incendiarsi per i primi, inizialmente, per una causa qualsiasi, oppure per arroventamento della lamiera su cui sono depositati, per effetto di incendio comunque sviluppatosi in una sottostante cala. Un incendio sviluppatosi poi nell’interponte suddetto in corrispondenza non più di una camera di manipolazione, ma di una cella di deposito, potrebbe, per il foro d’uomo lasciato aperto, comunicare direttamente l’ignizione ai cartocci eri degli scaffali superiori.

6.o – Nelle garitte di aspirazione dei singoli ventilatori sboccano frequentemente condotti provenienti dai più disparati locali della Nave, cucine : pompe idrauliche, turbodinamo e infine intercapedini circondanti depositi di munizioni. Il pericolo è evidente ove si pensi che qualche foro aperto nelle paratie può facilmente permettere la comunicazione fra intercapedine che circonda il deposito ed il deposito stesso. Altre comunicazioni tra i depositi e i locali della nave, quali per esempio, possono aversi mediante elevatori di munizioni che presentino qualche foro o apertura in corrispondenza dei diversi locali.

 

Immediatamente dopo l’affondamento della nave come comprova sempre la relazione di Cutinelli Rendina in tempi non sospetti:

 

Per quanto nulla sia risultato a riguardo, non si può, nelle presenti contingenze di guerra, escludere in modo preciso ed assoluto la possibilità che causa prima dell’incendio possa essere stata il dolo, tanto più che l’unica ipotesi concordante con i fatti accertati è pur sempre involta di un atmosfera di dubbi per quanto ha tratto alla sua prima origine ( ipotesi A ). L’ipotesi del dolo ammette qualunque forma di intervento : assai improbabile devesi però ritenere quella di azione esterna allo scafo. Tra le forme interne, meno probabile è da ritenersi quella con azione diretta nei depositi, mentre possibile è da ritenersi quella con azione diretta nei depositi, mentre possibile appare la provocazione di un incendio in un locale esterno ai depositi e probabilmente in una forma che potesse prontamente interessare l’air-cooler. Non ho elementi sicuri che mi mettano in grado di esprimere opinione personale in merito ( la sottolineatura è mia – NdA ).

 

Dunque “Per quanto nulla sia risultato a riguardo” ! è evidente che già pochi giorni dopo il sinistro non sono stati trovati segni chiari di sabotaggio soprattutto per le condizioni della nave ormai interamente rovesciata e posata sul fondale. Inoltre un atto di sabotaggio doveva essere provocato con qualche elemento facilmente incendiabile da posare per un periodo relativamente lungo in prossimità dei depositi. Il tempo di prendere fuoco e creare calore sufficiente per scatenare le reazioni chimiche favorevoli per la “Santa Barbara” doveva costringere l’attentatore o gli attentatori a restare sul posto anche per parecchi minuti ( almeno per accertare l’efficace alimentazione della “miccia” ). La nave in quel momento aveva sì parte del personale a terra ma era pur sempre presente il resto dell’equipaggio a bordo. I rischi di fallimento potevano essere alti e solo la più assoluta conoscenza delle abitudini e della disciplina dell’equipaggio poteva garantire la lunga presenza degli agenti nemici a bordo. Ammesso che esistesse davvero un complotto o un piano ben architettato, stupisce come gli attentatori potessero infiltrarsi,trafficare l’ordigno e andarsene senza lasciare nemmeno una traccia ( nemmeno un marinaio confessò di essere stato corrotto da agenti nemici e nessun avvistamento di persone sospette nel porto anche in indagini successive nel tempo ). Certamente la disciplina era molto rilassata secondo l’osservazione di Del Bono ma mai tanto rilassata da non poter minimamente registrare o classificare o controllare persone in giro per la rada ( ed era notte e coprifuoco, dove era la polizia militare o la ronda ?!? ). La tesi di attentato comunque iniziò ad essere proposta nei mesi successivi al tragico agosto e già il 15 dicembre si era giunti nel ritenere inoppugnabile il caso di dolo pur in assenza di chiare prove dimostrative. L’elemento principale di accusa che comprovava la tesi di sabotaggio era essenzialmente l’assenza di disciplina e mancata applicazione di regolamenti in tempo di guerra.

L’affermazione, senza ombra di dubbio, di un attentato apparve nei testi ufficiali soltanto un anno dopo la vicenda e in conseguenza ad un ritrovamento presunto di documenti riguardanti i piani di sabotaggio della nave nel carteggio recuperato nell’ambasciata austriaca di Zurigo il 22 febbraio 1917. La notizia fu poi pubblicata direttamente al parlamento da parte della commissione che include però una curiosa contraddizione:

(… )

-                     Non si erano riconosciuti indizi sicuri di un imprudenza determinante da parte del personale di bordo ;

-                     La causa dell’incendio era certissimamente di natura dolosa ( la sottolineatura è mia – NdA ), attribuita al ben organizzato spionaggio austriaco ( e si citavano Giuseppe Lorese, già condannato a morte per gli attentati al dinamitificio di Cengio ed agli impianti idroelettrici di Terni, Ezechiele Stampi, già arrestato dal nostro controspionaggio, Giorgio Carpi, pluridisertore, Cesare Morlotti già arrestato e condannato dopo aver rivelato molti piani austriaci, ed altri dati recentemente acquisiti );

-                     L’organizzazione interna delle Piazze Marittime per quanto riguardava la sicurezza delle navi, degli stabilimenti militari e la repressione dello spionaggio non era conforme alle necessità di guerra;

-                     La polveriera di Buffoluto ( responsabile del munizionamento delle Navi principali della Piazza Marittima di Taranto – NdA ) non era adeguatamente organizzata e diretta per far fronte alle attività belliche;

-                     La conservazione delle munizioni nelle polveriere, il loro trasferimento sulle navi e l’immagazzinamento a bordo, come sino ad allora praticati erano sicuramente pericolosi ( qui si puntava il dito contro la competente Direzione del Ministero, palesemente ignava di fronte a tanto compito );

-                     Riconosciuta dolosa la natura dell’incendio sulla LEONARDO , vi erano gravi ragioni per ammettere anche per la BRIN ( affondata improvvisamente a Brindisi il 9.12.1915 per esplosione interna ) analoghe cause;

-                     L’ammiraglio Cutinelli Rendina aveva avuto piena ragione nell’indicare in “certe imperfezioni e certe manchevolezze dei nostri ordinamenti navali” la causa principale alla quale far risalire la responsabilità dei gravi disastri che la Marina aveva subito ( c’era un occhio anche alla REGINA MARGHERITA ) e per la quale disastri simili potevano avvenire in futuro ( La sottolineatura è mia – NdA );

-                     In sintesi, la Marina era entrata in guerra del tutto impreparata, e tale sarebbe rimasta se non si fossero presi drastici provvedimenti.

-                      

La relazione del Giugno 1917 per il Parlamento accoglie l’ipotesi di attentato ( senza prove materiali e il valore delle confessioni e rivelazioni di prigionieri non è ovviamente inoppugnabile ) con l’ammissione assoluta di cattiva gestione della sicurezza per le Navi. Inoltre la relazione definisce la causa principale lo stato delle Navi compreso la Leonardo, dunque non il sabotaggio la Causa ma piuttosto l’”effetto” di tale situazione. Il legame fra una causa ben studiata e verificata ( con i suoi limiti della particolare situazione in cui si trovò la corazzata sotto l’acqua ) e un effetto non automaticamente collegabile è il paradosso che emerge dalla relazione finale della Commissione d’inchiesta. Lo scopo della sopracitata ricerca da me effettuata ( ringraziando l’Archivio Storico della M.M di Roma ) non è quello di mettere in discussione la posizione finale assunta dalle istituzioni dello Stato in merito, sopratutto per mancanza di ulteriori prove documentate ma piuttosto di domandarsi quanto possiamo essere vulnerabili di fronte alle beffe del destino sotto forma di strumenti fatti dall’Uomo per gli uomini sia in pace che in guerra.

Viene anche spontanea la considerazione che si è trattato probabilmente di un tipico caso di manipolazione dell’informazione  circa eventi di rilevanza nazionale,più volte verificatosi nel nostro paese.

Della corazzata rimane tuttora, nella Villa Peripato di Taranto,il busto bronzeo di Leonardo da Vinci che guarda il mare con occhi malinconici.

GABRIELE SUMA

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