mar 13, 2019 - Notizie    2 Comments

La Notte di Matapan – parte prima

Ho il rammarico di comunicarvi che il vostro congiunto, Capo R.T ( radio telegrafista N.d.A ) di 2^ Cl ( classe Accademia Navale N.d.A ) MEDICI Luca, deve considerarsi disperso nel corso di una azione di guerra compiuta il 29 marzo 1941.

Così lo Stato, nella veste del Comando Superiore del Corpo Reali Equipaggi Marittimi ( in pratica l’attuale Scuola Sottoufficiali della Marina Militare, dalla fine anni ’40 agli anni ’80 Corpo Equipaggi Militari Marittimi ) comunica alla famiglia dell’inserimento di un combattente di mare nel conteggio dei caduti nella terribile notte del 29 marzo 1941. La data che ha segnato profondamente non solo le famiglie dei militari ma anche il corso della guerra fortemente voluta da Mussolini nonostante evidenti problemi non solo tecnici e materiali.

Pochi giorni prima della data della dichiarazione di guerra all’Inghilterra ( 10 giugno 1940 ) la Regia Marina era stata sottoposta al rigido controllo centrale della Supermarina, in pratica lo Stato Maggiore in netto contrasto all’attitudine britannica di permettere ai singoli comandanti di squadra di operare autonomamente nei propri teatri di operazioni. La rigidità gerarchica era una costante nella storia militare italiana con conseguenze talvolta tragiche come è avvenuto nella Grande Guerra.

Siffatta struttura di comando obbediva ad una dottrina, che poco rispondeva alle esigenze della guerra moderna, denominata in termini inglesi, Fleet In Being. In linea di massima si riteneva, a torto e a ragione, di non potersi permettere di affrontare la Mediterranean Fleet della Marina Imperiale Britannica senza rischiare di subire perdite difficilmente rimpiazzabili e arrivare ad un negoziato senza una flotta come elemento di forza.

L’ammiraglio Domenico Cavagnari era uno dei principali propugnatori della dottrina, in netto contrasto con la volontà di Mussolini di dare alla Marina un contegno aggressivo in tutto il teatro mediterraneo ( la nota direttiva 328 del 31 marzo 1940 offensiva in mare su tutta la linea, dentro e fuori ). Il Duce desiderava dare all’Italia una posizione egemone sul Mediterraneo e in tal guisa aveva investito molto sulla Marina fin dai primi anni ’30. Lo sforzo fu notevole per le limitate capacità industriali e logistiche del Paese ma con esito compromesso dall’assenza di un coerente programma a lungo termine.

Il Governo aveva,di volta in volta, cambiato priorità alle costruzioni navali ritardando quelle per le corazzate e trascurando le portaerei. La dottrina strategica subiva le mutevoli priorità degli scenari geopolitici ingenerando un pericoloso distacco dalle reali possibilità date dalle risorse disponibili.

I piani strategici, inizialmente, erano caratterizzati da un atteggiamento molto aggressivo presupponendo grande fiducia nell’efficacia ed efficienza delle proprie armi nel controllo del Mediterraneo Centrale. Nei disegni erano spesso assenti considerazioni di contributo di forze alleate, tedesche o francesi ( durante la crisi etiopica ) e si riteneva, con un certo margine di sicurezza, di minimizzare le conseguenze sulle colonie africane. Inoltre si era molto fatto affidamento su unità di tonnellaggio minore ma con presupposta maggiore velocità ed evasione e sommergibili per proteggere i convogli e i collegamenti marittimi fra il territorio metropolitano e le colonie.

La situazione iniziò a cambiare con l’imporsi della “dottrina Cavagnari” dalla crisi etiopica alla seconda guerra mondiale. L’ammiraglio temeva la superiorità della marina britannica fino a sottolineare più volte al Duce la necessità di evitare ad ogni costo un conflitto con essa. L’Ufficio Piani della Regia Marina,verso la fine degli anni ’30, aveva elaborato uno scenario, ottimistico in una certa misura, basato sulla possibilità di un attacco di sorpresa addirittura nel Mar Rosso e persino la presa di Malta per evitare il confronto vero e proprio. Un azzardo paragonabile al calcolo fatto dal comando giapponese nei confronti della superiore potenza statunitense.

La Marina e l’Aeronautica non riuscirono mai ad elaborare insieme un efficace strategia contribuendo a creare le premesse del disastro.

La priorità alla protezione dei collegamenti marittimi era stata, di conseguenza, posta a tutto discapito di un programma per una campagna offensiva “in ricerca del nemico” andando contro la logica di fare la guerra per vincerla distruggendo attivamente la forza del nemico. La potenza britannica si era imposta, al contrario, proprio nella aggressività senza compromessi anche nelle circostanze più difficili. Le guerre sono essenzialmente basate sull’obiettivo di annientare la forza nemica su più livelli dal psicologico al materiale. In un certo senso l’antica saggezza cinese aveva già avvisato che le migliori vittorie sono proprio quelle non combattute prevalendo sulla psicologia e percezione nemica. I vertici militari italiani erano gravati da pessimistiche ( anche se realistiche ) preoccupazioni nei confronti di una marina storicamente invitta e determinata.

Verso la fine degli anni ’30 i vertici politici e militari erano convenuti all’idea che l’Italia sarebbe potuto essere pronta per la guerra soltanto a partire del 1944 con una flotta molto più grande ( più di otto corazzate, possibilmente di classe Littorio ,delle quali soltanto quattro furono realizzate, in tempo di guerra ) e le eventuali portaerei, trascurate ma non dimenticate, erano previste in aggiunta alla corretta previsione di manovrabilità nel teatro mediterraneo, in contrasto con la dominante tesi della “portaerei naturale” dell’arma aerea a terra.

Il progetto si basava su fragili basi poiché l’Italia era carente di infrastrutture navali per grandi navi da battaglia e non furono date misure concrete per la protezione della vasta flotta mercantile che in gran parte sarebbe stata sequestrata allo scoppio della guerra debilitando ulteriormente la già scarsa capacità industriale per un piano navale ambizioso oltre misura.

Il carattere esagerato del piano navale fu un tratto tipico di tutte le potenze dell’Asse. Germania e Giappone avevano elaborato simili progetti al limite delle capacità delle proprie rispettive economie usando come metro di paragone le marine inglese ed americana nonostante tempo ridotto di preparazione economica e tecnica

La guerra era scoppiata nel momento in cui tutte le potenze dell’Asse si ritrovavano, per responsabilità dei vertici politici, ad essere nemmeno a metà del cammino verso il completamento dei propri piani. Un handicap fatale nei confronti di avversari nettamente superiori sul fronte marittimo.

Caso ancora più grave fu la netta assenza di una condivisione di strategia fra gli alleati dell’Asse con conseguenze nefaste sul coordinamento delle operazioni in ogni teatro. L’Italia e la Germania “litigarono” per le priorità strategiche evidenziando fratture e provocando diffidenze reciproche che influirono pesantemente sulla condotta della guerra. I vertici militari, con il ruolo fondamentale di Ciano, ritardarono l’ingresso in guerra dell’Italia di quasi un anno facendo rilevare al Duce tutte le carenze e le necessità a carico dell’intero sistema-paese.

Mussolini, come tutti i dittatori dell’Asse, aveva trascinato,di conseguenza, la nazione in un confronto impari assumendosi pienamente responsabilità.

L’Italia, a poche ore della dichiarazione di guerra, si era ritrovata a dover affrontare la Mediterranean Fleet con appena due corazzate che erano versioni modificate di due unità risalenti alla Grande Guerra invece di 8 di classe Littorio previste ( due in costruzione al momento e due completate ma ancora non disponibili ) e nemmeno una portaerei. La scarsità di navi da battaglia fu una delle ragioni per cui i vertici decisero di limitare al minimo l’impiego di esse, affidando ad incrociatori e a sommergibili il peso delle operazioni con esiti non decisivi.

Emersero notevoli problemi di coordinamento aeronavale con la sfortunata battaglia di Punta Stilo dove la Regia Marina e la squadra inglese entrarono in contatto con rispettive corazzate per la prima volta. Gli inglesi colpirono con successo la corazzata Giulio Cesare e minacciarono anche l’altra corazzata Cavour. La squadra italiana ruppe immediatamente il contatto ma fu sottoposta ad attacchi anche della propria aeronautica dalle coste per gravi deficienze di coordinazione e comunicazione.

L’amara esperienza esasperò la tendenza di non dover più rischiare le corazzate in una misura simile a quella presa da Germania e Giappone che impiegarono le proprie navi da battaglia in missioni e situazioni quanto possibile avulse dal contatto diretto con le controparti nemiche. La tecnologia navale, durante la seconda guerra mondiale, aveva sconvolto i tradizionali schemi di guerra navale oltre ogni previsione ed aspettativa.

La situazione logistica è stata anche una delle ragioni per cui il comando italiano decise di essere molto parsimonioso sull’uso delle navi da battaglia poiché le principali risorse naturali per lo sforzo bellico erano sopratutto di importazione e la perdita della numerosa flotta mercantile sequestrata dal nemico del conflitto era stata ,di conseguenza,devastante.

La vulnerabilità economica rendeva l’Italia ulteriormente dipendente dall’alleato tedesco che, a sua volta, non godeva di abbondanti risorse, non paragonabili certamente all’ arsenale della democrazia degli Stati Uniti. La Germania dipendeva moltissimo dal carburante e da materie prime dall’estero e la sua campagna di espansione territoriale era dettata dalla necessità di assicurare a se le suddette con le armi.

Mussolini, al contrario di Hitler, non aveva in mente uno scopo strategico al momento in cui decise di entrare in guerra.

A differenza dell’autore del Mein Kampf il Duce non aveva mai lasciato per iscritto una visione chiara e delineata di uno scopo finale dell’azione politica. Mussolini,pur avendo espresso mire territoriali, non ottenne dall’alleato tedesco supporto sulle trattative delle colonie francesi. Il ritardo nell’attaccare l’Egitto, la perdita dell’Etiopia e le sconsiderate campagne in Grecia e nei Balcani delineano una grave mancanza di disegno strategico dal parte dei vertici politici con gravi conseguenze sulle sorti della guerra stessa.

I terribili eventi del raid notturno di Taranto ( 11-12 novembre 1940 ) e dell’imboscata di Matapan ( 27-29 marzo 1941 ) simboleggiano efficacemente il risultato della irresponsabilità politica per una guerra che gli italiani non avevano del tutto compreso al momento dell’annuncio.da parte del Duce, nella fatidica ora tardopomeridiana del 10 giugno 1940.

Nella seconda parte indicherò i momenti più salienti della battaglia di Matapan alla luce delle considerazioni fatte nel presente articolo.

GABRIELE SUMA

2 Comments

  • Ho letto con attenzione L’articolo che ricorda il sacrificio di mio padre.Puntuali i riferimenti ai fatti accaduti e le citazioni storiche, in particolare alla insufficiente preparazione bellica della nostra Marina.Commovente il ricordo do mio padre .Massimo Medici

    • La ringrazio infinitamente, dedico questo articolo a vostro Papà e ai Papà di tutti, che non sono più tornati dal mare in quella terribile notte.

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